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venerdì 8 agosto 2014

La persecuzione dei cristiani.




In un editoriale sul Corriere della Sera del 28 luglio 2014  Ernesto Galli della Loggia denuncia l'  indifferenza dell' Occidente alla tragica persecuzione  dei cristiani che dilaga ormai in vaste regioni, così delineandone le ragioni:

"Da tempo essere e dirsi cristiani non solo non è più intellettualmente apprezzato, ma in molti ambienti è quasi giudicato non più accettabile. Il Cristianesimo non è per nulla «elegante», e spesso comporta a danno di chi lo pratica una sorta di tacita ma sostanziale messa al bando. L’atmosfera culturale dominante nelle società occidentali giudica come qualcosa di primitivo, al massimo un «placebo» per spiriti deboli, come qualcosa intimamente predisposto all’intolleranza e alla violenza, la religione in genere. In special modo le religioni monoteistiche. In teoria tutte, ma poi, in pratica, nel discorso pubblico diffuso, quasi soltanto il Cristianesimo e massimamente il Cattolicesimo, ad esclusione cioè del Giudaismo e dell’Islam: il primo per ovvie ragioni storico-morali legate (ma ancora per quanto tempo?) alla Shoah, il secondo semplicemente per paura. Sì, bisogna dirlo: per paura".

Resta da esaminare la reazione prevalente tra gli esponenti della Chiesa cattolica, lodevole in quanto dettata dal desiderio di non fornire ulteriori pretesti ai persecutori, ma criticabile sotto il profilo concettuale.

Non condivisibile è la convinzione che esista una sorta di essenza della religione verso la quale tutte le religioni esistenti devono convergere. Questa idea di religione sarebbe logicamente necessaria e segnata dal rigetto della violenza in nome di Dio e dai principi della fratellanza universale e della dignità umana. Si tratta di una convinzione teologicamente sbagliata e non corrispondente allo sviluppo storico del fenomeno religioso.
Il Dio cristiano é onnipotente. Non può essere pensato prigioniero di una astratta idea di divinità e di religione. Egli decide ciò che è bene e ciò che è male. Il cristiano conosce la divinità e la volontà di Dio grazie alla Rivelazione che si compie nel Cristo risorto. E la volontà di questo Dio padre amorevole è che l' adultera non sia lapidata dai suoi fratelli sempre peccatori. In altre religioni l' adultera deve essere lapidata.

Le profonde differenze tra le principali religioni monoteiste sono  state efficacemente sottolineate da due dei massimi precursori del liberalismo contemporaneo.

 Nella Democrazia in America Tocqueville individuò la portata storico-civile, sociale  e culturale del Cristianesimo, mettendo in evidenza proprio il suo stretto rapporto con la libertà:

"....nel Corano non solo dottrine religiose, ma anche massime politiche, leggi civili e criminali e teorie scientifiche. Il Vangelo, invece, parla solo dei rapporti generali degli uomini con Dio e fra loro. Al di fuori di questo non insegna nulla e non obbliga a credere nulla. Questo soltanto, fra mille altre ragioni, basta a mostrare che la prima di quelle due religioni non può dominare a lungo in tempi di civiltà e di democrazia, mentre la seconda è destinata a regnare anche in quei secoli come in tutti gli altri"(op. cit., Libro Terzo, Parte Prima, Capitolo Quinto).

Già Montesquieu, che lo stesso Tocqueville riconosceva come maestro, scrisse nel libro ventiquattresimo, capitoli terzo e quarto dello Spirito delle leggi:

"Per quanto riguarda il carattere della religione cristiana e quello della religione musulmana, si deve senz' altro abbracciare l' una e respingere l' altra: perchè per noi è molto più evidente che una religione debba addolcire i costumi degli uomini, di quanto non sia evidente che una religione è la vera".

"E' una sciagura per la natura umana che la religione sia data da un conquistatore. La religione maomettana, la quale non parla che di spada, influisce ancora sugli uomini con quello spirito distruttore che l' ha fondata".

"La religione cristiana è lontana dal dispotismo puro: infatti, essendo la mitezza tanto raccomandata nel Vangelo, essa si oppone alla collera dispotica con cui il principe si farebbe giustizia e metterebbe in pratica le sue crudeltà".

"...dobbiamo al cristianesimo, nel governo un certo diritto politico, e nella guerra un certo diritto delle genti, di cui l' umanità non potrebbe mai essere abbastanza riconoscente."

Infondata è poi la convinzione che un cattolico debba in ogni circostanza  condannare e rifiutare la guerra. Il tradizionale magistero della Chiesa cattolica ammette la "guerra giusta". Tale magistero è stato così riassunto da Benedetto XVI:

"Certamente la difesa del diritto può e deve, in alcune circostanze, far ricorso a una forza commisurata. Un pacifismo assoluto, che neghi al diritto l’uso di qualunque mezzo coercitivo, si risolverebbe in una capitolazione davanti all’iniquità, ne sanzionerebbe la presa del potere e abbandonerebbe il mondo al diktat della violenza. Ma per evitare che la forza del diritto si trasformi essa stessa in iniquità, è necessario sottometterla a criteri rigorosi e riconoscibili come tali da parte di tutti" (Discorso del 4 giugno 2004, in occasione delle celebrazioni per il 60° anniversario dello sbarco alleato in Normandia).

Si veda anche una lettera di sant' Agostino al generale Bonifacio (417 circa):

"Non credere che non possa piacere a Dio nessuno il quale faccia il soldato tra le armi destinate alla guerra". 

"La pace deve essere nella volontà e la guerra solo una necessità, affinché Dio ci liberi dalla necessità e ci conservi nella pace! Infatti non si cerca la pace per provocare la guerra, ma si fa la guerra per ottenere la pace! Anche facendo la guerra sii dunque ispirato dalla pace in modo che, vincendo, tu possa condurre al bene della pace coloro che tu sconfiggi. Beati i pacificatori - dice il Signore - perché saranno chiamati figli di Dio." 

"Sia pertanto la necessità e non la volontà il motivo per togliere di mezzo il nemico che combatte. Allo stesso modo che si usa la violenza con chi si ribella e resiste, così deve usarsi misericordia con chi è ormai vinto o prigioniero, soprattutto se non c'è da temere, nei suoi riguardi, che turbi la pace".

Così ancora il Concilio Vaticano II:

"La guerra non è purtroppo estirpata dalla umana condizione. E fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un'autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa. I capi di Stato e coloro che condividono la responsabilità della cosa pubblica hanno dunque il dovere di tutelare la salvezza dei popoli che sono stati loro affidati, trattando con grave senso di responsabilità cose di così grande importanza. Ma una cosa è servirsi delle armi per difendere i giusti diritti dei popoli, ed altra cosa voler imporre il proprio dominio su altre nazioni. La potenza delle armi non rende legittimo ogni suo uso militare o politico. Né per il fatto che una guerra è ormai disgraziatamente scoppiata, diventa per questo lecita ogni cosa tra le parti in conflitto.
Coloro poi che al servizio della patria esercitano la loro professione nelle file dell'esercito, si considerino anch'essi come servitori della sicurezza e della libertà dei loro popoli; se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono anch'essi veramente alla stabilità della pace" (Gaudium et Spes, 79).

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