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venerdì 3 gennaio 2014

Mazzini e il fascismo italiano. Una contiguità da esplorare.



Bertrand Russell, nato nel 1872 e morto nel 1970, pur avendo esercitato una profonda influenza sulla filosofia del Ventesimo secolo, per educazione e formazione intellettuale è da considerare un uomo del secolo precedente. Conosceva a fondo le idee del Diciannovesimo secolo. Ne diede conto in una delle sue migliori opere divulgative: Freedom and Organization (1934), in italiano Storia delle idee del secolo XIXRussell, che soggiornò in Italia e sapeva l'italiano, qui delineò il pensiero di Giuseppe Mazzini, uno dei padri del Risorgimento italiano:

""La nazionalità" diceva "è per me santa, perchè io vedo in essa  lo strumento del lavoro per il bene di tutti, pel progresso di tutti".
"Dio ha scritto una linea del suo pensiero al di sopra d'ogni culla di Popolo...interessi speciali, attitudini speciali, e, soprattutto, speciali funzioni, una speciale missione da compiere, uno speciale lavoro da fare, per la causa del progresso dell'umanità, sembrano a me le vere caratteristiche della nazionalità".
Una nazione era per lui non un puro aggregato di individui, ma una entità mistica con un'anima sua.
"...il semplice voto di una maggioranza non costituisce sovranità, se avversi evidentemente le norme morali supreme... la volontà del popolo è santa, quando interpreta e applica la legge morale...". Queste dottrine sono state accolte e attuate da Mussolini." (op. cit., 1968, pp. 513, 514 e 517)
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Russell intuì la contiguità tra la visione di Mazzini ed il fascismo italiano. Significativi in questo senso gli scritti autobiografici di due dei principali esponenti del movimento fascista e  del regime mussoliniano: Giuseppe Bottai, padre della dottrina corporativa, ministro delle corporazioni e dell'educazione nazionale, e Dino Grandi, ministro degli esteri e della giustizia, ambasciatore a Londra.

Giuseppe Bottai:

"In casa mia si parlava spesso di repubblica, di Mazzini..." (Diario 1935 -1944, 1994, p. 38).

Dino Grandi:

"Mio padre si proclamava monarchico, ma adorava Mazzini... Credo di essere... uno dei pochi italiani della mia generazione che abbia letto, o per lo meno sfogliato, per intero i moltissimi volumi delle opere di Mazzini" (Il mio paese. Ricordi autobiografici, 1985, p. 21).

"Da principio ho venerato Mazzini, ma poi, a 30 anni, mi sono innamorato di Cavour e ciò per tutta la vita" (25 luglio. Quarant'anni dopo, a cura di Renzo DE FELICE, 1984, p. 141).

I due più lucidi, colti e intelligenti gerarchi fascisti ricordano la loro formazione mazziniana. Per Grandi arriva presto il consapevole passaggio ad un sostanziale, a lungo clandestino, liberalismo. Esso è segnato appunto dall'innamoramento per Cavour e dalla fine della venerazione di Mazzini.
Con la caduta del regime mussoliniano Mazzini non solo resta tra i padri della patria ma viene collocato tra quelli della nuova democrazia. Una democrazia purtroppo senza influenti e genuini padri liberali.

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