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venerdì 11 luglio 2014

Riformare vuol dire privatizzare.




Luca Ricolfi ha scritto su La Stampa del 6 luglio 2014:

"Il problema fondamentale è che ci mancano almeno 6 milioni di posti di lavoro. Se vogliamo che il nostro tasso di occupazione sia comparabile a quello medio degli altri Paesi avanzati dobbiamo, come minimo, creare 6 milioni di nuovi posti di lavoro. Il che significa, in concreto, permettere un ingresso massiccio di giovani e soprattutto di donne adulte nel mercato del lavoro. Può sembrare banale, ma è questo il nucleo del problema italiano. Perché intorno al tasso di occupazione ruota tutto: un tasso di occupazione patologicamente basso come il nostro accentua le diseguaglianze, deprime il reddito medio, ci rende schiavi del debito pubblico".

"La piena occupazione, infatti, è un obiettivo di sinistra, e lo è più che mai al giorno d’oggi, in un’epoca i cui i veri deboli non sono i lavoratori dipendenti, occupati e garantiti, ma sono i giovani e le donne escluse dal mercato del lavoro. Quell’obiettivo di sinistra, tuttavia, oggi che non possiamo più spendere in deficit può essere raggiunto solo con mezzi considerati di destra: il taglio della spesa pubblica, la liberalizzazione del mercato del lavoro e la riduzione delle tasse sui produttori, a partire dall’imposta societaria.
Di qui il nostro disorientamento. La sinistra sembra di sinistra perché parla di occupazione, la destra sembra di destra perché parla di tasse. Ma né l’una né l’altra stanno cercando di creare quei 6 milioni di posti di lavoro che mancano all’appello".

Così Franco Debenedetti su Il Sole 24 Ore sempre del 6 luglio 2014:

"Se si parte dalla difficoltà di definire senza riferimenti al mercato un "dover essere" della Pa, se si prende atto che in Italia questa difficoltà è ancora maggiore per ragioni che interessano lo storico più che il politico, la logica conclusione è adottare un criterio molto restrittivo nella definizione dei servizi che lo Stato vuole erogare in proprio, nel decidere quali reingegnerizzare tenendoli all'interno e quali rimettendoli al mercato".

Da due dei più lucidi analisti dell' Italia in declino parole chiare, che colgono nel segno. Più lavoro si ottiene con incisive liberalizzazioni e la riduzione dei compiti e dell' ampiezza dello stato, della spesa pubblica e quindi della pressione fiscale. Ma nulla di tutto questo è conseguibile senza privatizzare servizi oggi erogati dallo stato, senza attribuire largamente ad una larga parte della società italiana la responsabilità di se stessa. Riformare insomma vuol dire privatizzare, anche e soprattutto nel delicato settore del welfare.
 La disciplina pubblica di strumenti privati consente di ottenere uno stato sociale più snello, più corto, meno costoso, più efficiente, ispirato ai principi della progressività della spesa pubblica e di sussidiarietà. Lo stato italiano spende male, ma ridurre lo sperpero non basta. Per avere più lavoro occorre meno stato.

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