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martedì 1 marzo 2011

Le origini delle rivolte in Nord Africa e Medio Oriente. Le ragioni dei pessimisti.

Meno di dieci anni fa Bernard Lewis nel suo fondamentale La crisi dell' Islam (2004, pag. 103) ha scritto:

"La combinazione fra bassa produttività e alto tasso di natalità in Medio Oriente contribuisce alla formazione di una miscela instabile, composta in larga e crescente misura di giovani disoccupati, ignoranti e frustrati. Secondo tutti gli indici delle Nazioni Unite, della Banca mondiale e di altre autorità, i paesi arabi - in settori come la creazione di posti di lavoro, l'istruzione, la tecnologia, e la produttività - sono sempre più indietro rispetto all'Occidente. Peggio ancora, le nazioni arabe sono indietro anche rispetto alle più recenti reclute della modernità di tipo occidentale, come la Corea, Taiwan e Singapore"

Le considerazioni del professor Lewis sono ancora in larga misura illuminanti, pur dovendosi oggi porre in rilievo la straordinaria crescita di grandi paesi come la Cina, l'India e il Brasile.
Al loro rapido sviluppo si è accompagnato un aumento dei prezzi degli alimentari, da molti ritenuto uno dei principali inneschi delle rivolte.
Sergio Romano, su Panorama del 24 febbraio 2011, pag. 109, scrive:

"Le rivoluzioni hanno spesso una matrice ideologica. Ma le rivolte scoppiano generalmente quando la fame richiama nelle piazze, insieme agli studenti universitari, il popolo minuto delle periferie, i disoccupati, gli operai a cui il salario non garantisce più una decorosa sopravvivenza. Quelle di Tunisi, del Cairo e di Alessandria sono scoppiate quando l'aumento dei consumi nei paesi emergenti (Cina, India e Brasile), insieme alla carestia nelle campagne della Repubblica Popolare Cinese, ha provocato la brusca impennata dei prezzi delle derrate alimentari".

Come vedono tutto ciò gli abitanti dei paesi in rivolta? Con quali occhi leggono questi devastanti effetti della globalizzazione? Tre sembrano gli elementi fondamentali da evidenziare.
Il primo, troppo spesso misconosciuto, è rappresentato dalle esacerbate sensibilità e consapevolezza storiche dei musulmani e degli arabi in particolare.
Scrive Bernard Lewis nell'opera citata, pag. 5:
"I popoli musulmani, come tutti i popoli del mondo, sono stati plasmati dalla loro storia, ma a differenza di altri ne sono fortemente consapevoli".
Fin dall'infanzia i musulmani vengono formati nella memoria di un grande passato. Tale memoria contribuisce ad accrescere la delusione per il presente.
Si deve poi sottolineare la lunga sopravvivenza, pressoché nell'intera regione, di sistemi caratterizzati da un forte ruolo dello stato nell'economia. Iraq, Siria, Egitto, Libia, Algeria. In questi paesi i regimi autoritari baathisti o socialisti hanno costruito società in cui sempre più gli individui chiedevano allo stato, non al proprio lavoro, la soddisfazione dei bisogni fondamentali. E lo stato riusciva a trovare un minimo di consenso spesso soltanto grazie alla vendita del petrolio e del gas o agli aiuti delle superpotenze. In tali società si è diffusa una mentalità per diversi aspetti simile a quella dell'"uomo sovietico" stato-dipendente descritta dagli studiosi dell'URSS e dei sistemi sovietici (si veda, per tutti, Victor ZASLAVSKY, Storia del sistema sovietico, 2009, pag. 182 e segg.).
Vanno infine posti in evidenza gli effetti delle nuove tecnologie. Internet e trasmissioni satellitari hanno consentito un contatto purtroppo in genere superficiale con la modernità, con le sue opportunità e, più spesso, con le sue promesse. In questo contatto affondano le radici le diffuse aspettative irrealistiche che presumibilmente hanno spinto tanti giovani a sollevarsi contro i governanti corrotti ed autoritari.

Con queste premesse quali sviluppi si possono congetturare? A medio termine le rivolte produrranno danni alle economie nazionali. Meno turisti, meno investimenti stranieri, meno produzione, più disoccupazione, più emigrazione.
La sperata evoluzione democratica potrebbe determinare un aumento della spesa pubblica, del debito e dell'influenza del fondamentalismo religioso.
Nessuna speranza per queste popolazioni? E' impossibile prevedere il futuro. E non si possono controllare processi caotici come quelli in atto. Se qualcuno ha pensato di riuscire in queste imprese e trarne vantaggio si è sbagliato. Da nuovi assetti e consapevolezze potranno forse emergere novità positive. Ma nella storia il peggio è sempre possibile.




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