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martedì 25 agosto 2009
Spie democratiche. Una convivenza difficile.
http://www.defense.gouv.fr/english/dgse
http://www.sistemadiinformazioneperlasicurezza.gov.it/pdcweb.nsf/pagine/homepage
http://www.bnd.bund.de
http://www.mi5.gov.uk/
https://www.sis.gov.uk/
http://www.asio.gov.au/
http://www.abin.gov.br/?lang=portuguesebr
https://www.csis-scrs.gc.ca/index-en.php
Questi link portano ai siti web ufficiali di alcuni dei principali servizi di intelligence occidentali. Un innocuo giretto ci fa prendere contatto con un problema, quello del tormentato rapporto tra intelligence e democrazia libera. La democrazia libera non ama la segretezza. Lo stato di diritto, per definizione, subordina l'intera pubblica amministrazione alla legge ma, da sempre, l'intelligence opera nel segreto. I suoi metodi mal sopportano regole.
Si tratta di una tensione ineliminabile tra principi ed esigenze di sicurezza che le istituzioni democratiche, similmente ed opportunamente in tutte le democrazie occidentali, tentano di risolvere con il controllo in forma riservata da parte di governi ed appositi comitati parlamentari.
Si può sbagliare allentando troppo le briglie del controllo democratico ma anche ponendo limiti tali da rendere quasi impossibile un'efficace azione dei servizi. La libertà e la democrazia, ed i legittimi interessi dei paesi liberi e dei loro cittadini, hanno nemici implacabili. Sarebbe davvero un errore fatale combatterli con le mani legate dietro alla schiena.
giovedì 20 agosto 2009
Una vita straordinaria. Il giovane John Fitzgerald Kennedy
Tutti conoscono il Kennedy presidente degli Stati Uniti d'America. La tragica morte e la durezza dei tempi ne hanno fatto un mito. Ma pochi sanno dei suoi straordinari anni giovanili. Il futuro presidente molto prima di fare la grande storia di questa fu vivace testimone.
Suo padre, ricchissimo uomo d'affari, era ambasciatore americano in Gran Bretagna nel 1939, quando l'Europa cadde nel baratro della Seconda guerra mondiale. Il giovane Kennedy, seguendo il padre, vide da un osservatorio privilegiato le convulsioni della politica europea che condussero alla guerra. Ebbe la possibilità di viaggiare nei principali paesi europei, acquisendo una conoscenza diretta dei regimi nazista e fascista. Durante la guerra comandò una motosilurante sul fronte del Pacifico, comportandosi eroicamente.
Nel 1945, prima della fine della Seconda guerra mondiale, non ancora trentenne, fu alla conferenza di San Francisco, nel corso della quale venne istituita l'ONU, in qualità di giornalista. Sempre come giornalista visitò l'Europa subito dopo la sconfitta della Germania. Qui, il 30 luglio 1945, era a Potsdam, sede dell'incontro tra Truman, Stalin e Churchill, al seguito del segretario alla marina Forrestal. In quelle ore nella località tedesca si trovarono contemporaneamente presenti il presidente degli Stati Uniti in carica, Truman, ed i suoi due successori, Eisenhower ed appunto John Kennedy.
Di John Fitzgerald Kennedy riporto infine un giudizio sul suo predecessore Franklin D. Roosevelt. Egli pensava che Roosevelt avesse ucciso il capitalismo non con i suoi programmi e le sue riforme, ma con " l'enfasi posta sui diritti piuttosto che sulle responsabilità". In queste parole la personalità di un leader insieme innovatore appassionato e duramente realista. (*)
Da leggere:
J. F. KENNEDY, L'alba della nuova Europa.
Diario europeo 1945. A cura di Deirdre Henderson
(*) Sono oggi a disposizione dei lettori documenti che possono sorprendere per il contenuto dei giudizi espressi dal futuro presidente USA. Essi completano e in parte correggono il quadro sopra delineato. Si riferisce ad essi un articolo de La Stampa del 16 maggio 2013 che merita un'attenta lettura.
venerdì 7 agosto 2009
L'economia degli spiriti animali.
Il premio Nobel per l'economia Akerlof ed il collega Shiller con quest'agile opera, da poco nelle librerie italiane, richiamano opportunamente l'attenzione sulle motivazioni non economiche ed irrazionali che muovono gli operatori economici. Non si comprendono le vicende economiche senza una sufficiente consapevolezza del ruolo svolto da tali fattori. Questa consapevolezza, spiegano gli autori, deve indurci ad attribuire ai governi compiti di vigilanza ed una funzione riequilibratrice delle economie, sempre inclini ad eccessi dall'esito non raramente drammatico.
Pur ritenendo corretto questo richiamo, farei ad Akerlof e Shiller le seguenti obiezioni. La propensione ad agire mossi, in una variabile ma significativa misura, da motivazioni irrazionali e cedendo a spinte emotive non caratterizza soltanto consumatori, risparmiatori ed operatori economici in genere bensì anche i governanti. Che, del resto, nelle democrazie devono ottenere il consenso proprio di quei soggetti al comportamento irrazionale dei quali dovrebbero porre rimedio.
L'intervento nelle intenzioni riequilibratore dei governi, pur inevitabile, va dunque valutato con cautela, nella prospettiva di salvaguardare i benefici del mercato e la possibilità di far fronte a conseguenze non volute delle misure governative stesse. Gli autori manifestano una netta nostalgia per la situazione preesistente alle riforme neoliberali promosse dalla Thatcher e da Reagan. Ma tali riforme certamente non distrussero lo stato sociale nè produssero una deregolamentazione dell'impresa e della finanza idonea ad essere considerata la causa principale dell'attuale crisi. Inoltre va sottolineato che queste riforme, che ispirarono anche la condotta di governi di centro-sinistra, rappresentavano la reazione alla stagnazione economica degli anni Settanta, non imputabile al solo shock petrolifero seguito alla guerra arabo-israeliana.
In realtà la mentalità degli operatori economici, dei consumatori, degli investitori e degli stessi governanti non è immutabile quanto al rapporto tra componenti irrazionali e razionali, economiche e non, lungimiranza e gretta miopia. Un po'più di maturità, di sano scetticismo, di costruttiva attenzione ai problemi generali non sembra un obiettivo impossibile. E può davvero fare buone cose.
sabato 25 luglio 2009
Il percorso delle armi.
Ancora oggi, ma a maggior ragione guardando alla seconda metà del Novecento, l' analisi dei trasferimenti internazionali di armi rappresenta una risorsa davvero importante per chi vuole farsi strada tra le nebbie della propaganda e della disinformazione.
I database della SIPRI, organizzazione internazionale con sede in Svezia, in questa prospettiva consentono un facile accesso a dati autorevolmente raccolti e presentati.
http://www.sipri.org/databases/armstransfers/armstransfers
Un interessante esempio mi sembra quello delle importazioni di armi nell' Iraq di Saddam Hussein, soprattutto durante gli anni Ottanta, immediatamente precedenti alla Prima guerra del Golfo.
Andiamo a vedere chi riforniva le sue forze armate. Le sorprese sono a portata di mouse.
sabato 18 luglio 2009
La ragione come limite.Quale razionalismo?
Il fatto che un nostro apparato a fini determinati ed in ambiti limitati "funzioni" non autorizza arbitrarie trasposizioni. Basti pensare ai nostri occhi. Funzionano quando ci consentono di non sbattere contro un muro, ma non ne vedono molecole ed atomi. Condivisibile mi sembra dunque l'opinione di Charles Darwin che in una lettera scrisse: "Ho la nettissima impressione che tutta la materia sia troppo profonda per l'intelletto umano. Un cane potrebbe speculare altrettanto bene sulla mente di Newton". Anche alcune considerazioni di Karl Popper vanno in questa direzione.
Vorrei inoltre ricordare che il successo della scienza ha costituito materia di riflessione persino nella teologia cristiana. Lo stesso papa Benedetto XVI, per altro del tutto al di fuori delle sue solenni funzioni magisteriali, anche facendo riferimento ad esso ha ipotizzato una sorta di ragione universale coessenziale alla divinità stessa, della quale anche la nostra ragione partecipa. La ragione umana, creata somigliante alla divina, sarebbe perciò in grado di comprendere la divinità ed il bene, che lo stesso Dio non potrebbe non volere. Si tratta, devo dire, di tesi difficili da accettare per un cristiano, che crede nella trascendenza ed onnipotenza di Dio. L'Incarnazione e la Resurrezione di Cristo sarebbero dunque non necessarie? Inutile la Rivelazione? In realtà appare plausibile che la ragione rappresenti per l'uomo uno strumento meraviglioso ma anche un limite. La forza e la preclusività del quale non è accertabile dall' interno.
venerdì 10 luglio 2009
Caritas in veritate. La coscienza prima di tutto.
" Non va dimenticato che il mercato non esiste allo stato puro. Esso trae forma dalle configurazioni culturali che lo specificano e lo orientano. Infatti, l'economia e la finanza, in quanto strumenti, possono esser mal utilizzati quando chi li gestisce ha solo riferimenti egoistici. Così si può riuscire a trasformare strumenti di per sé buoni in strumenti dannosi. Ma è la ragione oscurata dell'uomo a produrre queste conseguenze, non lo strumento di per sé stesso. Perciò non è lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l'uomo, la sua coscienza morale e la sua responsabilità personale e sociale".
Mi sembra che il papa descriva esattamente la realtà. Il mercato non è mai realmente esistito nella sua astratta configurazione economica. Esso sempre storicamente si declina secondo la visione degli operatori, secondo la connotazione delle sue regole e secondo la capacità dell'ordinamento di farle rispettare.
Qui Ratzinger indica la tradizionale via maestra che la Chiesa deve seguire: il rinnovamento delle coscienze. "La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire" dice anche, infatti, il pontefice.
Bisogna chiedersi se operatori orientati ad un semplice profitto personale di corto respiro e magari poco inclini ad una spontanea osservanza delle regole giovino alla sopravvivenza del mercato e di una economia aperta e concorrenziale. Io penso di no.
Quest'ultima enciclica di Ratzinger mi pare insomma confermi due suoi importanti tratti. Innanzi tutto la personale sensibilità liberale. Poi la fedeltà alla missione della Chiesa. E la missione della Chiesa è convertire alla fede cristiana.
giovedì 9 luglio 2009
Tanto peggio tanto meglio.
"Tanto peggio tanto meglio".
Questo atteggiamento rivela una profonda corruzione della mente e del cuore.
martedì 30 giugno 2009
I diritti naturali tra fede e ragione.
Cos'è bene e cos'è male? Schiere di pensatori più o meno illustri e profondi hanno dedicato la vita, una generazione dopo l'altra, a questa domanda. Oggi ci sembra una questione astratta e lontana. Roba per gente strana, con tanto tempo da perdere, che vive fuori dal mondo. In realtà, però, ogni volta che nella nostra vita dobbiamo fare una scelta, anche piccolissima, di solito del tutto inconsapevolmente rispondiamo a questa grande domanda, semplicemente declinandola nella concretezza della nostra modesta quotidianità.
venerdì 26 giugno 2009
Gli intellettuali e le rivoluzioni. Un amore non corrisposto.
Perchè? Spesso hanno prevalso concezioni della storia e dell'uomo davvero sbagliate. Si è pensato che la storia proceda secondo leggi necessarie, tanto da poter prevedere il futuro (storicismo). Che progetti di rinnovamento globale, di vera e propria palingenesi sociale, abbiano serie possibilità di riuscita (utopismo). Che leader carismatici abbiano il potere di fare la storia secondo i loro piani. Che a idee come quelle di popolo, nazione o classe corrispondano entità reali distinte dalla somma dei loro componenti e capaci di agire in quanto tali nella storia stessa.
Però non pochi intellettuali, e tanti politici che li accolgono a corte, aggiungono o sostituiscono all'errore il cinico desiderio di acquistare facili consensi. Ma, si badi, i consensi ottenuti spacciando illusioni, miti e leggende prima o poi si restituiscono agli avversari con salati interessi.
domenica 14 giugno 2009
Palestina. I nodi della storia e il pettine di Obama.
I nodi della storia non si lasciano districare dal retorico pettine del neopresidente americano. Il leader israeliano accetta il principio dei due stati israeliano e palestinese, ma lo declina in termini inaccettabili per tutte le fazioni palestinesi, anche le più moderate.
Infatti l'amministrazione israeliana pretende da un lato il riconoscimento del diritto ad esistere di Israele come stato ebraico. Dall'altro la smilitarizzazione completa dello stato palestinese, garantita internazionalmente. Si tratterebbe di un vero, durevole e sostenibile riconoscimento dello stato di Israele così com'è, tranne che per il territorio controllato, una parte del quale verrebbe scambiata con una pace definitiva e garantita. Ma proprio questo riconoscimento vero e definitivo nessun dirigente palestinese, neppure il più moderato, può accettare.
Generazioni di bambini palestinesi sono state cresciute nell'odio per gli ebrei ed abituate a considerare legittimo ed irrinunciabile il proposito del rientro in Israele di tutti i profughi. Inoltre nessun musulmano, anche dalla tiepida fede, può accettare sinceramente e definitivamente che una terra musulmana sia lasciata alla sovranità degli infedeli. Dunque tutti i dirigenti palestinesi, nessuno escluso, sia pure con formule ed atti diversi, rifiuteranno le richieste israeliane sul carattere ebraico dello stato israeliano e sulla completa smilitarizzazione dello stato palestinese. Proprio perchè accettandole rinunzierebbero definitivamente al progetto, per loro irrinunciabile, di riprendere la lotta per l'estinzione dello stato ebraico quando i rapporti di forza, anche solo per ragioni demografiche, risultassero diversi e più favorevoli.
Quasi mai basta la retorica per cambiare il corso della storia. Costituire lo stato di Israele sessanta anni fa è stato un errore. Un errore determinato dall'Olocausto degli Ebrei durante la Seconda guerra mondiale, che ha trasformato l'accoglimento dell'assurda pretesa di un nazionalismo di matrice religiosa in un risarcimento dovuto. Ma quel risarcimento ha scatenato dinamiche tragiche e difficilmente controllabili.
Ora il male minore è rappresentato dalla garanzia dell'esistenza dello stato ebraico, in quanto sola democrazia genuina dell'area mediorientale e solo affidabile alleato delle democrazie occidentali. Pare inoltre verosimile che tale garanzia, qualora la crisi possa rimanere circoscritta nei limiti spaziali attuali, rappresenti la misura più idonea a contenere quantitativamente sofferenze e violenza. Questa misura si può realizzare purtroppo soltanto imponendo oggi come domani ai Palestinesi di abbandonare i loro obiettivi più sacri e sentiti. I fervorini di Obama certamente non basteranno. Solo il realismo più duro forse eviterà che scorra troppo sangue.
domenica 7 giugno 2009
Blog. La quantità non basta.
Quando ci accingiamo a pubblicare qualcosa dovremmo sapere che nella quasi totalità dei casi ciò è già stato detto prima e meglio. Ma soprattutto è stato già discusso e criticato a fondo con argomenti di grande valore. Dovremmo essere ben consapevoli che partecipare a lunghe catene di sant'Antonio, intessute di invettive e di insulti, che trasmettono spesso soltanto leggende metropolitane e bufale grossolane, non significa fare informazione.
Dovrebbe essere ben chiaro che acquisire e valutare informazioni di prima mano è molto difficile. Non c'è il vuoto dietro di noi. Ci sono generazioni di uomini intelligenti e sensibili quanto noi, che si sono occupati di problemi spesso simili a quelli che oggi ci assillano. Riflettere sulle loro domande e sulle loro risposte ci consentirebbe di fare migliori domande e di dare migliori risposte.
Vengono meno spesso un approccio veramente critico ed autocritico, un contatto vivace con il diverso, l'accettazione di una costruttiva competizione delle idee. Manca insomma la comprensione della vera natura del progresso intellettuale e civile. Si tratta di un'impresa collettiva che ha per componente essenziale il contatto critico non solo fra gli uomini di oggi ma anche tra gli uomini di oggi e quelli di ieri.
La storia fa davvero salti. Realmente emerge il nuovo. Ma questo non ci autorizza ad evitare il prezioso confronto critico con ciò che nuovo non è. E che spesso purtroppo non conosciamo. E' comprensibile e perfino utile che difendiamo a fondo le nostre idee. Ma evitare il contatto con opinioni che non condividiamo non ci aiuta e danneggia tutti.
mercoledì 27 maggio 2009
L' insostenibile fascino del dialogo. La politica estera di Obama.
In Afghanistan invece gli USA non possono vincere una guerra circoscritta. Perchè il tentativo di prevalere in Afghanistan determina l'estensione dei combattimenti al Pakistan, popoloso paese islamico dotato di armi nucleari ed il cui governo è un fondamentale alleato. Obama può o abbandonare l'Afghanistan ai talebani presentando la resa come una vittoria della diplomazia o chiedere al governo pakistano di combattere i fondamentalisti islamici nel proprio paese. Su richiesta dello stesso Obama il nuovo governo pakistano ha iniziato operazioni militari su larga scala contro i fondamentalisti ed i talebani usciti dall'Afghanistan. Ora almeno un milione di profughi è in fuga dalle zone di guerra e la guerra civile rischia di divampare in tutto il Pakistan.
Così in Medio Oriente Obama ha cercato il dialogo con l'Iran. Ottenendo il risultato di incrementare le paure e il senso di insicurezza di Israele. Ha in questo modo reso più difficile la composizione della crisi palestinese, mentre il governo israeliano potrebbe essere rafforzato nella sua decisione di distruggere le installazioni atomiche iraniane. Dunque un esordio, quello del presidente americano in politica estera, che ha purtroppo buone possibilità di aggravare le crisi atto.
Date le attuali circostanze, che egli non può modificare se non in minima parte, nelle questioni più spinose gli spazi di mediazione sono quasi inesistenti. E la minaccia dell'uso della forza da parte di questa amministrazione USA ha perso pressochè ogni credibilità. Con il risultato paradossale di accrescere il rischio di guerra invece che ridurlo.
sabato 23 maggio 2009
La Chiesa e i divorziati risposati.
domenica 17 maggio 2009
Preferenze. Una battaglia sbagliata.
Si dovrebbe però considerare che comunque i candidati, uno o pochi che siano, vengono designati dai partiti, sostanzialmente con un meccanismo di cooptazione. Che si ha una significativa differenza tra candidati di uno stesso partito solo quando questo è diviso in correnti di cui i candidati sono espressione. Che la divisione di un partito in correnti in competizione ne indebolisce l' azione. Che la concorrenza per il conseguimento delle preferenze eleva il costo della politica, spingendo i candidati singolarmente o con la corrente di appartenenza a procurarsi risorse finanziarie con mezzi leciti e non raramente illeciti.
Dunque quella per le preferenze pare una battaglia sbagliata. In realtà, in una democrazia sana, è la competizione tra grandi partiti, ciascuno capace di proporsi concretamente come forza di governo, a spingere i gruppi dirigenti di tali partiti alla scelta dei candidati con maggiori possibilità di successo. E' dunque la pressione esterna, più che quella interna, a risultare più efficace ed utile per il paese.
venerdì 8 maggio 2009
L'invasione dei "senzatutto".
venerdì 1 maggio 2009
Quando la debolezza paga. La logica paradossale della strategia.
La debolezza diviene un punto di forza. Si tratta di un percorso logico paradossale. Però molto della vita e della storia si presta a questa chiave di lettura.
Chi vuole trovare in rete un interessante libro di qualche anno fa che getta acutamente luce sulla logica paradossale della strategia può cercare :
Edward N. LUTTWAK, Strategia. Le logiche della guerra e della pace nel confronto tra le grandi potenze
venerdì 24 aprile 2009
L'antifascismo in mezzo al guado. Un'anomalia italiana.
Oggi dobbiamo essere consapevoli, dopo aver visto ed appreso altre drammatiche vicende, che un antifascismo che non sia saldamente radicato in una generale avversione per il totalitarismo è monco, incompleto. E purtroppo monco, incompleto, incompiuto fu l'antifascismo della componente maggioritaria della nostra Resistenza, legata al totalitarismo comunista sovietico ed a questo subordinata. Molti italiani si sacrificarono anche per tentare di sostituire un regime autoritario con un altro, non meno pericoloso.
Si è a lungo parlato di tradimento degli ideali della Resistenza. Ma il primo grande tradimento degli ideali della maggior componente della nostra Resistenza fu proprio l'entrata in vigore della nostra Costituzione liberaldemocratica, che garantisce le libertà e i diritti fondamentali calpestati nei paesi comunisti.
Purtroppo la nostra Resistenza in larga misura non è stata la resistenza nazionale e democratica che invece prevalse nel Nord Europa ed in Francia, con De Gaulle. Questa è stata una fondamentale anomalia italiana. Qui ha origine la guerra civile strisciante che ha segnato il Secondo dopoguerra italiano fino alla prima metà degli anni Ottanta. Qui ha origine il blocco della democrazia italiana, logorata dalla mancanza di alternanza, sfiancata dalla corruzione.
Insegniamo ai nostri giovani a rifiutare e a combattere ogni totalitarismo. Solo allora potremo commemorare la nostra Liberazione nel modo migliore: onorando insieme la libertà e la verità.
lunedì 13 aprile 2009
Un potere politico senza responsabilità politica. Mito e realtà della separazione dei poteri in una democrazia libera.
I difensori ad oltranza dell'esistente, quanto alle prerogative ed alla struttura degli organi giurisdizionali, si richiamano ad una inesistente teoria liberaldemocratica classica della separazione dei poteri, erroneamente ricondotta a precursori della teoria liberale come Locke e Montesquieu.
Questi infatti, guardando all'Inghilterra loro contemporanea ed ispirandosi alle sue istituzioni, non pensavano affatto a una separazione dei poteri consistente in una separazione di corpi autonomi ed indipendenti di funzionari pubblici, dotati della titolarità esclusiva di una funzione, da realizzare anche con la formazione di un potere giudiziario in questo senso separato. Il loro obiettivo era non tanto quello della "separazione dei poteri", quanto piuttosto quello della divisione del potere.
Ed infatti ancora oggi negli USA i giudici della Corte Suprema federale, che in sostanza concentra in sè i compiti delle nostre Corte Costituzionale e Corte di Cassazione, sono scelti e nominati dal Presidente degli Stati Uniti, eletto democraticamente. Mentre i vertici della pubblica accusa, esercitata di solito da avvocati dello stato, sono direttamente eletti dai cittadini o comunque, sia pure indirettamente, rispondono politicamente ad essi. Così in Inghilterra, fino ad oggi, le funzioni di Corte Suprema sono state in gran parte attribuite ad un organo del Parlamento, i Law Lords, sulla cui nomina ha influito in modo determinante il governo. In tali ordinamenti del resto le attribuzioni dei giudici sono circoscritte mediante l'ampio ricorso all'istituto della giuria popolare.
Quando si riflette su questi problemi da una prospettiva liberaldemocratica bisogna essere ben consapevoli di quanto segue.
1) L'interpretazione della legge, ineliminabile in qualsiasi ordinamento, ha sempre una connotazione politica. "Interpretando" la legge si influisce sull'indirizzo politico del paese.
2) Anche quando, come nel nostro paese, formalmente l'esercizio dell'azione penale è obbligatorio, in realtà chi esercita l'azione penale svolge sempre, necessariamente, un ruolo di scelta.
Materialmente non tutti i reati possono essere perseguiti. Inoltre non tutti i reati possono essere perseguiti con la stessa intensità. La scelta operata, anche solo di fatto, nell'esercizio dell'azione penale si risolve dunque nell'adesione ad una "politica criminale" in luogo di un'altra. Ha quindi certamente una connotazione politica. E' perfino possibile che esercitando l'azione penale un magistrato riesca deliberatamente ed indebitamente a danneggiare uomini e partiti politici.
La previsione di un potere giudiziario tendenzialmente separato da legislativo ed esecutivo, dotato di una rilevante possibilità di influenzare l'indirizzo politico, senza dover rispondere direttamente od indirettamente ai cittadini, rappresenta un pericolo per la democrazia libera. Infatti gruppi o movimenti politici, al di fuori di ogni vero controllo democratico, possono utilizzarlo per sovvertire nella prassi quotidiana le istituzioni democratiche. Un potere politico senza responsabilità politica non deve trovare posto in un ordinamento libero e democratico.
Si rifletta sul nostro ordinamento, dove in teoria le sentenze della Cassazione esplicano la loro forza vincolante solo nel caso giudicato. Tale Corte svolge un ruolo di difesa generale della corretta ed uniforme interpretazione della legge direttamente od indirettamente riconosciuto dall'ordinamento. Ma anche le sentenze dei giudici inferiori, sia pure con minore autorevolezza, "fanno giurisprudenza". Dunque non sono prive, di fatto, di effetti che vanno al di là del caso esaminato. Per non parlare dell'attività della Corte Costituzionale. Qui il problema del senso concreto della separazione dei poteri diventa evidentissimo.
sabato 4 aprile 2009
Enrico Caviglia. L'Italia che non è stata.
A più di mezzo secolo dalla precedente edizione vengono ripresentati in libreria, in veste economica, i diari 1925-1945 di Enrico Caviglia, tra i più influenti generali italiani durante la Prima guerra mondiale, poi maresciallo d'Italia. Che senso ha ricordare oggi questa grande figura, purtroppo pressoché dimenticata? Caviglia rappresenta l'Italia che sarebbe potuta essere e non fu, non è.
Fedele servitore delle istituzioni costituzionali, tecnico capace, uomo colto e coraggioso, disprezzava la retorica e quell'atteggiamento superficialmente arrogante e presuntuoso, spesso erroneamente confuso con il vero coraggio, che egli chiamava "spavalderia".
Dopo l'avvento della dittatura fascista fu privato della possibilità di influire sugli eventi e gli furono negati incarichi non di semplice rappresentanza. In due momenti cruciali della storia italiana, quando il movimento fascista tentava di prendere il potere e alla caduta di Mussolini nel luglio 1943, ricorrere alle sue doti di coraggio, intelligenza e fedeltà alle istituzioni rappresentò per il Re e per l'Italia la scelta migliore. Ma, com'è noto, la storia prese un'altra direzione.
Riporto di seguito questa sua acuta riflessione, tratta dai diari citati, più che mai attuale in questo momento di crisi in cui molti, presi totalmente dal presente, perdono di vista il futuro dei nostri giovani e del paese intero.
"L'uomo politico deve tenere conto delle grandi correnti di interessi e di sentimenti e saper distinguere le correnti transitorie da quelle che additano ai popoli la via da seguire a scadenza di generazioni.
Deve conoscere la situazione morale, politica ed economica generale per valutare con tranquilla coscienza gli elementi e i fattori che interessano il suo popolo.
Se sarà invece assorbito completamente dalla situazione interna del proprio Paese e da interessi immediati che premono ad ogni piè sospinto, egli non guiderà il suo popolo, ma andrà con quello alla deriva". (pag.39)
Enrico CAVIGLIA, I dittatori, le guerre e il piccolo re
Diario 1925-1945
A cura di Pier Paolo Cervone
Da leggere con attenzione, infine, la lucida sintetica biografia di Giorgio Rochat.
Rochat mette in evidenza la modesta capacità mostrata da Caviglia di leggere con precisione le situazioni politiche che si trovò a fronteggiare. Vanno riconosciute importanti attenuanti. Spesso Caviglia era privo delle necessarie informazioni, lontano fisicamente e relazionalmente dai luoghi delle decisioni. Emerge comunque una insufficiente attitudine a cogliere gli elementi determinanti, gli sviluppi repentini, le possibilità celate negli interstizi della storia. Altre grandi figure della storia italiana contemporanea, don Sturzo, Luigi Einaudi, Giovanni Amendola, come lui non sempre riuscirono a capire e ad agire nel modo opportuno, impacciati, viene da dire, dalla loro moralità e dai loro stessi elevati ideali.
domenica 29 marzo 2009
Rotta verso il nulla. La cultura dell'esclusione.
Occorre che le istituzioni pongano in essere efficaci politiche inclusive. Ma senza incidere su questa cultura segnata dalla tendenza alla distruzione ed all'autodistruzione l'azione pubblica rischia di risultare poco efficace.
venerdì 20 marzo 2009
La politica estera di Obama. Alla prova dei fatti.
Il nuovo presidente mostrerà la sua grandezza se riuscirà a perseguire efficacemente questi obiettivi riducendo il ricorso ai metodi cruenti che tanto hanno pesato nella valutazione dell' opera del suo predecessore. Se invece la sua suadente retorica coprirà l' abbandono di fatto dei grandi obiettivi che hanno segnato tradizionamente la politica estera americana, passerà alla storia come il liquidatore fallimentare non solo della potenza statunitense, ma anche e soprattutto di quel patrimonio ideale che nelle sue stesse parole rappresenta la sua costante fonte d' ispirazione. E' il momento dei fatti, presidente.
domenica 8 marzo 2009
Per una nuova teologia laica. Con Dario Antiseri contro Vito Mancuso.
Dario Antiseri pensa, in sostanza, che una teologia laica, fondata sulle sole risorse della ragione umana, debba confrontarsi soprattutto con i due principali esiti del pensiero contemporaneo. Da un lato la piena consapevolezza dell'ineliminabile congetturalità della scienza: la "scienza su palafitte" di Karl Popper è una impresa collettiva i cui esiti sono sempre inevitabilmente provvisori, ipotetici, aperti a sviluppi imprevedibili. Dall'altro la convinta accettazione della cosiddetta legge di Hume, cioè della inderivabilità dei valori dai fatti, delle prescrizioni morali dalle descrizioni della natura. Questa prospettiva, conducendo alla distruzione di ogni "assoluto terrestre", lungi dal negare la compatibilità con la ragione di una religione rivelata e "tradizionale", cioè tramandata di generazione in generazione, come quella cristiana cattolica, apre ad essa ampi spazi.
Secondo il teologo Vito Mancuso si tratta invece di "argomentare a favore della bellezza, della giustizia e della sensatezza della vita, fino a ipotizzare che da essa stessa, senza bisogno di interventi dall'alto, sorga un futuro di vita personale dopo la morte". Pare, in sostanza, una ripresa del vecchio progetto deista sei-settecentesco, la cui tesi principale è che si può pensare Dio solo con gli attributi che ci indica la ragione secondo natura.
Le idee del professor Mancuso cozzano contro gli esiti prevalenti del pensiero contemporaneo (Popper, Wittgenstein, Lakatos, Feyerabend). Se la scienza dà sempre risultati congetturali e provvisori e non possiamo ricavare da essa un grammo di etica allora la ragione critica contemporanea, al di fuori della fede religiosa e di un progetto rivelato, non può parlare di Dio in termini positivi, nè trovare da sola soluzioni convincenti al problema di dare un senso all'esistenza ed una risposta assoluta alle domande morali fondamentali.
Dario ANTISERI, Cristiano perchè relativista, relativista perchè cristiano.
Dario ANTISERI, Credere
Vito MANCUSO, L' anima e il suo destino
Vito MANCUSO, Per amore. Rifondazione della fede.
lunedì 2 marzo 2009
Diario della crisi. Quando i rimedi sono peggiori del male.
mercoledì 25 febbraio 2009
Della vita e della morte. Il Terzo partito.
Scrive Panebianco:
"Due madornali errori di valutazione, a me pare, sono stati commessi da chi ha voluto gettare fra i piedi del Paese una questione di tale portata. Il primo è stato di avere sopravvalutato le capacità della democrazia di gestire questo problema. La democrazia può occuparsi di tutto, tranne che dell'essenziale (le questioni della vita e della morte, appunto). Non è attrezzata per fronteggiare un conflitto filosofico radicale fra opposte concezioni della vita.
I fautori della «sacralità della vita», i neo guelfi, sbagliano di grosso a volere imporre per legge a tutti i loro valori (la sacralità della vita è un concetto privo di senso per chi non crede in Dio). Facendo ciò essi attentano a quel pluralismo degli orientamenti di cui solo può vivere una società liberale. Ma sbagliano anche i fautori della «libertà di scelta». Costoro la fanno troppo semplice, banalizzano in maniera inaccettabile il problema. Non è vero che essi si limitano a rivendicare un «diritto» che i credenti sono liberi di non praticare. Perché pretendendo una legge che riconosca quel diritto essi, per ciò stesso, intendono fare prevalere la loro concezione della vita e della morte, imporre il principio secondo cui la decisione sulla morte di un uomo è nell'esclusiva e libera disponibilità di quell'uomo. Un principio che non può non ripugnare ai fautori della diversa e opposta concezione".
Si tratta di idee, queste sopra riportate e le altre riconducibili a tale "terza" posizione citata, in più punti condivisibili, pur essendo sollevabili importanti obiezioni. Prima di tutto va detto che i medici possono portare, nel caso concreto, la dote rappresentata dalle loro conoscenze tecniche, necessarie per la comprensione della situazione di fatto. Ma la logica stessa preclude la possibilità di ricavare direttamente e conseguentemente prescrizioni da descrizioni, principi morali da fatti. Dunque in nessun modo la scienza medica può indicare la "cosa giusta" facendo ricorso alle proprie specifiche risorse. Quindi i medici non possono avere l'ultima parola su questo.
Nè le questioni dibattute possono essere risolte dai giudici al di fuori di qualche suggerimento in più da parte del legislatore. Perchè la stessa previsione costituzionale del diritto di rifiutare le cure, salvi i casi di trattamenti obbligatori che la legge ordinaria può a certe condizioni prevedere, trova applicazione solo con difficoltà in casi di confine, come quello della povera Eluana. In quest'ultimo caso, del resto, quasi certamente, la sensibilità toccata e la visione della vita coinvolta non erano tanto quelle della donna, quanto piuttosto quelle di chi le stava vicino.
Probabilmente la strada da percorrere passa da un lato per un inevitabile contarsi, necessario in democrazia anche soltanto come male minore, dall'altro per il ricorso da parte del Parlamento ad alcuni strumenti, come l'obiezione di coscienza nonchè le attenuanti e le esimenti proprie del diritto penale, capaci di conferire flessibilità ed umanità a regole che non si possono non individuare.
venerdì 20 febbraio 2009
Il mercato che non c'è.
venerdì 13 febbraio 2009
Darwin, per esempio.
Si trova finalmente in libreria questa raccolta di scritti divulgativi del grande studioso statunitense di scienze naturali scomparso pochi anni fa.
Largamente condivisibile è a mio parere la sua condanna della strumentalizzazione delle teorie darwiniane, spesso usate come armi improprie nella lotta politica e nelle battaglie culturali.
Ma le sue considerazioni hanno una portata generale, riecheggiando la regola intuita da Hume della inderivababilità dei valori dai fatti.
Da un suo articolo recentemente pubblicato nell' inserto domenicale del Sole24ore traggo alcuni passi lucidamente significativi:
"...il dato di fatto dell'evoluzione in generale (e la teoria della selezione naturale in particolare) non può, in ogni caso, offrire un legittimo sostegno a nessuna particolare filosofia morale o sociale"
"...nessuna verità scientifica può rappresentare una minaccia per la religione, giustamente concepita come ricerca di ordine morale e significato spirituale"
"La scienza però non può mai decidere la moralità della morale. Supponiamo di scoprire che un milione di anni fa, nelle savane africane, l'aggressività, la xenofobia, l'infanticidio selettivo e la sottomissione delle donne offrisse dei vantaggi darwiniani ai nostri progenitori cacciatori-raccoglitori. Una tal conclusione non sancirebbe – nel presente come nel passato – il valore morale di questi comportamenti, né di qualsiasi altro".
"Dobbiamo tuttavia rispettare i limiti della scienza se vogliamo trarre profitto delle sue autentiche intuizioni..... Anche Darwin comprese questo principio, giacché sospettava che il cervello umano, evoluto per altre ragioni nel corso di molti milioni di anni, potesse essere male equipaggiato per risolvere gli interrogativi più profondi e astratti sul significato ultimo della vita. Come scrisse al botanico americano Asa Gray nel 1860: «Ho la nettissima impressione che tutta la materia sia troppo profonda per l'intelletto umano. Un cane potrebbe speculare altrettanto bene sulla mente di Newton»".
Nella scienza non c' è un grammo di etica. Un microscopio non ci dirà ciò che è bene e ciò che è male, nè se il dio cristiano debba essere la nostra luce. Odifreddi vada a scuola da Gould.
venerdì 6 febbraio 2009
Una vita per tutte.
Quasi tutti infatti sono concordi nel condannare l'accanimento terapeutico e molti nel delimitarne il significato. Rimane però, oltre l'accanimento, un'ampia zona, da una parte riassunta nel concetto di "vita non degna di essere vissuta", dall'altra ricompresa in un bene da tutelare senza incertezze.
Su questo terreno si decide lo scontro. Per quanto mi riguarda, ho il dovere di amare la vita, anche quando non è, o non è più, una piacevole avventura. Un dovere che mi auguro sentano anche coloro che dalla vita ricevono dolore od una noia assillante, le cui scelte giudico comunque con affettuoso rispetto.
sabato 31 gennaio 2009
Del dolore e del male tra gli uomini.
Spesso mi propongono l' eterna domanda: "come può il dio buono e amorevole dei cristiani consentire il dolore ingiusto?".
Ma questo dolore che si pone tra noi e la fede cristiana - rispondo - va imputato a Dio o agli uomini?
Quante volte i talenti ricevuti dal Signore potrebbero consentirci di arginare dolore e sofferenza?
Quante volte esercitiamo la nostra libertà scegliendo il male?
giovedì 22 gennaio 2009
Obama al lavoro.
Ha saputo suscitare l' entusiasmo nel contempo dei tradizionali amici del suo paese e di chi ne ha sempre avversato la condotta e gli interessi.
Davvero un miracolo frutto di una retorica suadente, dell' indeterminazione dei propositi, della distanza dalle difficili scelte concrete.
Evidentemente qualcuno dovrà restare deluso.
venerdì 16 gennaio 2009
Debito e crescita economica.
Ma, anche se non ci pensiamo, i debiti devono essere pagati. Ciò che è stato anticipato, dev'essere restituito.
Non è su queste fragili basi che possiamo costruire un benessere non effimero.
La via più difficile, quella della innovazione, degli aumenti di produttività, dell'impegno nella formazione e nella ricerca, della concorrenza secondo regole certe e comuni, del lavoro come valore, dà frutti più lenti a maturare ma più duraturi e vitali.
Nella vita i pasti non sono mai gratis.
venerdì 2 gennaio 2009
Quando il papa governava città e campagne.
Le regioni che un tempo furono dominio temporale della Santa Sede, o comunque videro questo da vicino, sono oggi quelle dove l'anticlericalismo è più diffuso e radicato. Mentre dove la Chiesa si concentrò sul suo "core business" spirituale ed assistenziale, come nella Repubblica di Venezia, la tradizione cattolica si è dimostrata più vitale e robusta.
Non devono però sorprendere le considerazioni di Montesquieu, che visitò l'Italia tra l'agosto 1728 e il luglio 1729. Del suo Viaggio in Italia è disponibile una traduzione italiana (1990):
" I sudditi del Papa si lamentano del governo dei preti, ma non c'è governo più mite. Il Papa manda denaro in quasi tutti i paesi dei suoi stati" (p. 279).
" A Modena, dove il popolo è oppresso dalle imposte, non si può scambiare una moneta d'argento senza essere derubati; a Bologna, invece, dove sta bene, ci si può fidare di più, eppure sono a 2 poste l'una dall'altra" (p. 289).
Non fu il cattivo governo della Santa Sede ad allontanare i cuori. Bisogna invece pensare che la pratica di governo tanto più delude quanto più elevati sono gli ideali a cui pubblicamente afferma di ispirarsi.
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