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Informazioni personali

Laureato in giurisprudenza, cattolico e liberale, contro l'intolleranza, l'irrazionalismo, la sofferenza umana.

venerdì 24 febbraio 2012

Tocqueville e Russell. Le donne americane.

Tocqueville (La Democrazia in America, libro terzo, parte terza, capitolo dodicesimo):

"Gli americani mostrano continuamente una piena fiducia nella ragione della loro compagna e un rispetto profondo per la sua libertà. Essi giudicano che il suo spirito sia altrettanto capace di scoprire la verità quanto quello dell'uomo ed il suo cuore abbastanza costante per seguirla".

"Se ora che mi avvicino alla fine di questo libro, in cui ho mostrato tante cose considerevoli fatte dagli americani, mi si domandasse a cosa io credo si debba attribuire la singolare prosperità e la forza sempre crescente di questo popolo, risponderei che la si deve alla superiorità delle sue donne".

Un secolo dopo, Bertrand Russell:

"L'azione della donna è sempre stata maggiore negli Stati Uniti che in qualsiasi altro paese, e nelle comunità di frontiera essa si svolse nel senso della civiltà. Ciò era dovuto in parte al fatto che esse non bevevano whisky, in parte al desiderio di una distinzione sociale, in parte al sentimento materno e in parte al fatto che erano imbevute meno dei loro mariti del selvaggio desiderio, proprio dell'avventuriero, di liberarsi delle pastoie di una società artificiale. Alla frontiera vi erano naturalmente meno donne che uomini, e questo le aiutava a imporre rispetto. Nonostante la sfrenatezza delle riunioni all'aperto, la religione era nel complesso una forza purificatrice, e in genere le donne erano più religiose degli uomini. Per tutti questi motivi, le donne tenevano viva l'aspirazione a una esistenza ordinata, anche in condizioni che, per il momento, la rendevano impossibile" (Bertrand RUSSELL, Storia delle idee del secolo XIX, 1968, pagg. 363 e 364, tit. orig. Freedom and Organization, 1814–1914).

Un grande paese deve soprattutto alle sue donne la propria fortuna.




venerdì 17 febbraio 2012

Obama e i talebani. Come rendere inutili dieci anni di guerra.

I governi statunitense e afghano hanno intrapreso trattative segrete trilaterali per porre fine al conflitto in Afghanistan. Questi sviluppi sono stati resi possibili dalla recente apertura di un ufficio diplomatico dei talebani a Doha (Qatar) e dalla disponibilità dell'amministrazione USA a favorire il trasferimento in Qatar di non più di cinque terroristi detenuti a Guantanamo.
Oltre alla liberazione dei detenuti nel carcere cubano i talebani chiedono l' uscita dall'Afghanistan delle truppe straniere. Mentre il governo americano dichiara di esigere la fine della lotta armata, la rescissione dei legami con al-Qaeda e l'accettazione della nuova costituzione afghana, con la garanzia dei diritti di uomini e donne.
Le elezioni si avvicinano. Obama è gravato del bilancio fallimentare della sua presidenza. Lo sbrigativo ritiro dall'Iraq e dall'Afghanistan si spiega con la necessità di recuperare consensi e di contenere la spesa pubblica. Ma la sofferta vittoria in Iraq viene così posta a rischio mentre appare certa l'incapacità del governo afghano di provvedere alla sicurezza del proprio territorio senza il decisivo contributo delle truppe occidentali.
AsiaNews è una agenzia del Pontificio Istituto Missioni Estere (P.I.M.E.). Solitamente molto ben informata, è una fonte preziosa per chi vuole sapere cosa succede in Asia.
Secondo le fonti di AsiaNews " Stati Uniti e governo afghano sono in una posizione di debolezza rispetto ai ribelli, che in questi mesi hanno ripreso il controllo di diverse aree del Paese e in settembre sono riusciti a sferrare un attacco nella capitale. "Se le truppe internazionali lasciassero ora l'Afghanistan - sottolineano - il Paese piomberebbe nel caos. A tutt'oggi l'esercito afghano è troppo impreparato e non ha sufficienti mezzi per garantire la sicurezza. L'uscita da al-Qaeda non è una garanzia di abbandono totale della guerriglia. Ci sono molti gruppi terroristi afghani legati ai talebani che nulla hanno a che fare con l'organizzazione. Inoltre nessun leader islamico si è espresso sul riconoscimento della costituzione afghana".
Tali fonti "criticano l'eccessiva esuberanza con cui l'amministrazione Obama sta gestendo gli incontri. Per spingere gli estremisti islamici a iniziare subito i colloqui, nelle scorse settimane Barak Obama, presidente USA, ha proposto il rilascio di tre detenuti dal carcere di massima sicurezza. "Gli Stati Uniti - sottolineano - sono troppo sbrigativi. Alcuni dei detenuti hanno commesso stragi di civili e sono in carcere per crimini contro l'umanità e non possono essere rilasciati senza garanzie". "Il futuro del Paese - concludono - dipende dal dialogo con i talebani, la guerra non può più andare avanti. Per non rendere inutili questi anni di continui combattimenti e spargimenti di sangue, i negoziatori dovranno però essere risoluti a non cedere sulle conquiste della lotta contro i talebani: democrazia e rispetto dei diritti umani".
Ma si tratta in realtà di richieste inconciliabili. Il disimpegno bellico degli alleati occidentali in Afghanistan non potrà avvenire senza compromettere lo sviluppo della democrazia afghana e senza consentire il ritorno al potere dei gruppi talebani più influenti, secondo l'opinione prevalente controllati dal Pakistan.
Obama conferma il suo ruolo di curatore fallimentare. Può darsi che i suoi elettori apprezzino l'abbandono di responsabilità oggi difficili da sostenere, non vedendo le conseguenze negative che potranno derivarne.


sabato 11 febbraio 2012

Il successo di Newton. Il pericoloso fascino della scienza trionfante.

Isaac Newton

E' diffusa la consapevolezza della immensa influenza che la scienza esercita sulla vita umana aprendo la via a nuovi prodotti e processi produttivi. Si riflette invece troppo poco sulle relazioni tra l'impresa scientifica e il clima intellettuale e politico. Il successo straordinario di alcuni programmi di ricerca scientifici, le teorie di Newton, Darwin e Einstein, ha contribuito potentemente a mutare visioni morali e politiche e quindi il corso stesso della storia. Una migliore conoscenza della storia della scienza ed una più attenta considerazione della portata dell'impresa scientifica sono oggi più che mai indispensabili.
La meccanica celeste newtoniana ha rappresentato il primo programma di ricerca capace di conseguire un successo imponente ed assoluto. La sua divulgazione in termini agiografici ha trasfigurato Newton costruendo il mito dello scienziato illuminista e positivista.
Imre Lakatos ha fornito una efficace sintesi di questi sviluppi (La metodologia dei programmi di ricerca scientifici, 2001, pag. 278):

"L'influenza del successo newtoniano raggiunse anche il pensiero politico".

"La lotta per il riconoscimento della meccanica celeste di Newton come episteme prese un certo tempo; ma, quando ciò accadde, l'intero clima intellettuale subì un tremendo mutamento. Buona parte del pensiero del del diciottesimo secolo fu determinato dai due principali eventi del secolo precedente, i cui effetti furono contrastanti. Il primo fu costituito dalle terribili sofferenze e dal caos creati dalla guerra fra cattolici e protestanti. Il secondo dalle scoperte di Newton. La reazione al primo evento fu un tollerante illuminismo scettico: non c'era modo di ottenere la verità dimostrata sulle questioni più importanti, quindi chiunque doveva aver diritto alle proprie credenze. Il più noto esponente di questa posizione fu Bayle. La reazione al secondo evento fu un intollerante illuminismo dogmatico: la luce della scienza - che andava estesa a tutti i domini della conoscenza umana - doveva scacciare le tenebre pre-newtoniane e anche le tenebre della Chiesa. Il leader di questo movimento fu il newtoniano Voltaire. L'influenza di questo intollerante illuminismo dogmatico superò ben presto quella della sua controparte scettica e tollerante e generò le idee della democrazia totalitaria."

Ma il trionfo conseguito dalle teorie di Newton influenzò profondamente anche Kant. Sul tema le lucide considerazioni di Karl Popper (Congetture e confutazioni, 2000, pagg. 161 e 162):

"Forse è difficile per degli intellettuali dei giorni nostri, avvezzi e assuefatti di fronte allo spettacolo dei successi scientifici, comprendere quel che significava la teoria newtoniana, non solo per Kant ma per qualunque pensatore del diciottesimo secolo".

"In un tempo come il nostro, in cui le teorie vanno e vengono come gli autobus a Piccadilly, e ogni scolaro ha sentito dire che Newton è stato da tempo sostituito da Einstein, è difficile riprovare il senso di persuasione, esultanza e liberazione che la teoria newtoniana ispirava. Nella storia del pensiero era accaduto un evento unico, per sempre irripetibile: la prima e definitiva scoperta della verità assoluta intorno all'universo. Un antico sogno si era avverato. L'umanità aveva conseguito la conoscenza, reale, certa, indubitabile e dimostrabile - scientia o episteme divina, e non meramente doxa, opinione umana.
Per Kant, dunque, la teoria newtoniana era semplicemente vera, e la credenza nella sua verità restò intatta per un secolo dopo la sua morte"

Popper sottolineò il ruolo rivoluzionario delle teorie di Einstein (op. cit., pag. 52):

"... può apparire strano che nella sua filosofia della scienza Kant non abbia adottato lo stesso atteggiamento del razionalismo critico, la ricerca critica dell'errore. Sono certo che solo l'accettazione della cosmologia di Newton come autorità - risultato del successo quasi incredibile nel superare i controlli più severi - impedì a Kant di farlo. Se questa interpretazione è corretta, allora il razionalismo critico, e anche l'empirismo critico da me sostenuto, non è altro che il tocco ultimo apportato alla filosofia critica di Kant. E ciò fu reso possibile da Einstein, il quale ci insegnò che, nonostante il suo schiacciante successo, la teoria di Newton può anche essere errata".

La rivoluzione scientifica realizzata dal fisico tedesco determinò in larga misura l'incisiva revisione dell'idea di scienza che ha segnato la migliore filosofia contemporanea. Ancora il grande filosofo austriaco sugli effetti della rivoluzione einsteiniana (Karl POPPER, La ricerca non ha fine, 1978, pag. 85):

"L'elemento decisivo in tutto questo, il carattere ipotetico di tutte le teorie scientifiche, mi appariva chiaramente come una conseguenza del tutto naturale della rivoluzione einsteiniana, che aveva dimostrato che nemmeno una teoria controllata col massimo successo, come la teoria di Newton, poteva essere considerata più che un'ipotesi, un'approssimazione alla verità".

Anche la portata extrascientifica del successo della teoria dell'evoluzione di Darwin merita una approfondita analisi. Sull'argomento ha scritto brillantemente il biologo e paleontologo statunitense Stephen Jay Gould.

Resta da biasimare l'involuzione che caratterizza il dibattito pubblico contemporaneo sulla scienza in Italia. Le opere divulgative di noti matematici, astrofisici e biologi bene in vista sugli scaffali delle librerie troppo spesso ripropongono la visione della scienza sostanzialmente dogmatica e intollerante criticata con successo dai grandi filosofi della scienza della seconda metà del Novecento (Popper, Lakatos, Kuhn, Feyerabend). Un regresso da indagare con attenzione, sottolineando il ruolo delle passioni politico-ideologiche.




sabato 4 febbraio 2012

Alta pressione fiscale e crescita. Una convivenza impossibile.

E' di qualche giorno fa un importante articolo di Antonio Martino:

"...il potenziamento del fondo salva Stati cos’è se non una sorta di assicurazione offerta agli Stati gratuitamente per l’eventualità che non rispettino la disciplina fiscale loro imposta?... Da un lato si vuole rigore nella gestione del pubblico bilancio, dall’altro si garantisce che eventuali violazioni di quel rigore saranno premiate con risorse fornite dal fondo!".

"...il tentativo di eliminare i deficit di bilancio degli Stati ai livelli di spesa pubblica attuali condanna l’intera Europa a una grave recessione, le cui dimensioni, temo, saranno ben maggiori di quanto già previsto. Il principio del pareggio del bilancio su base annua è fondamentale principio di trasparenza nella gestione della cosa pubblica quando le spese del settore pubblico sono contenute. Diventa, invece, garanzia di recessione quando, come oggi in Italia, la spesa pubblica supera il 52% del reddito nazionale. Per pareggiare il bilancio sarebbe necessaria una pressione fiscale del 52% e il contribuente medio dovrebbe sopportare un’aliquota del 52%. Se il prelievo medio è a quel livello, dato che esistono anche contribuenti poveri, quelli che hanno un reddito superiore alla media dovranno versare al fisco ben più della metà di quanto producono. L’aliquota media gravante sulle imprese supererebbe agevolmente il 70-80%".

"Lo sviluppo diventa matematicamente impossibile: se deve consegnare più di metà del suo reddito, è assai dubbio che il contribuente possa darsi alla pazza gioia, accrescendo i consumi, o che possa stringere la cinghia risparmiando quanto necessario a una crescita degli investimenti".

"Stiamo senza esitazione condannando il vecchio continente e forse l’intero pianeta a una crisi grave ed evitabile. L’Italia ha bisogno urgente di riforme, che portino alla trasformazione dell’attuale, insostenibile sistema di trasferimenti. Il servizio sanitario nazionale dovrebbe smettere di essere universale, prendendo a tutti per dare (non sempre) a tutti, e diventare selettivo, prelevando dagli abbienti per dare agli indigenti. Costerebbe molto meno, sarebbe meno esposto alla corruzione e non sarebbe più regressivo; oggi grava di tributi anche i meno abbienti per fornire servizi gratuiti anche ai ricchi, la sua inefficienza è testimoniata dalla frequenza di episodi di malasanità, la sua corruzione è ampiamente documentata e il suo costo è astronomico".

"La governance locale non è sostenibile: i quattro quinti degli oltre ottomila comuni sono del tutto superflui, la maggior parte delle province non ha ragion d’essere e le regioni sono troppo grandi o troppo piccole per essere un efficiente ente locale. Quanto ai parchi nazionali ne basterebbe un numero drasticamente minore, lo stesso vale per le comunità montane, le autorità indipendenti e così via".

"Queste riforme consentirebbero di ridurre la spesa pubblica a un livello inferiore al quaranta per cento del reddito nazionale e potrebbero con grande tranquillità essere accompagnate da una radicale riforma fiscale che porti le aliquote medie delle imposte dirette a livelli non superiori al venti per cento".

Il professor Antonio Martino, con coraggio e lucidità, si pone fuori dal coro dei conformisti e mette il dito sulla piaga:
"Lo sviluppo diventa matematicamente impossibile: se deve consegnare più di metà del suo reddito, è assai dubbio che il contribuente possa darsi alla pazza gioia, accrescendo i consumi, o che possa stringere la cinghia risparmiando quanto necessario a una crescita degli investimenti".
L' Italia può sperare di risalire la china della competitività solo riducendo la pressione fiscale, ormai superiore alla metà del PIL, mentre in Cina probabilmente non supera il 20%. E può conseguire questo risultato solo riformando dalle fondamenta il suo welfare, che "oggi grava di tributi anche i meno abbienti per fornire servizi gratuiti anche ai ricchi".
Alle considerazioni di Martino si deve aggiungere che uno stato sociale più corto e diretto alla protezione di chi ha realmente bisogno della mano pubblica è esattamente quello previsto dalla Costituzione italiana vigente. La Repubblica è infatti chiamata a garantire cure gratuite "agli indigenti" (art. 32 Cost.) e a rendere effettivo il diritto dei " capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi", di "raggiungere i gradi più alti degli studi" "con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso" (art. 34 Cost.).

domenica 29 gennaio 2012

L' Europa di Angela Merkel.

In una recente intervista la cancelliera tedesca Angela Merkel ha delineato una coerente visione dell' Europa e delle sue prospettive. I problemi dei paesi europei sono correttamente considerati nell' ambito dell' economia globalizzata.
All' inizio, dichiara Merkel, "si è discusso molto se noi in Europa non fossimo semplicemente solo le vittime dei cosiddetti speculatori". Ma " è evidente che i mercati testano la nostra volontà di coesione. Gli investitori di lungo periodo, che investono il denaro di tanta gente, vogliono sapere quale sarà la condizione dell’Europa fra venti anni".

"L’Europa ha bisogno di più crescita e più occupazione: anche in futuro deve potersi affermare nella concorrenza mondiale. Io voglio che l’Europa, anche fra venti anni, sia apprezzata per il suo potenziale innovativo e per i suoi prodotti. Si tratta di come noi riusciremo ad affermarci in futuro nell’era della globalizzazione, e quindi a garantire anche in futuro il nostro benessere".

"Noi siamo solidali, non dobbiamo però neppure dimenticare la responsabilità propria. Sono due lati della stessa medaglia. Non ha senso promettere sempre più soldi, senza combattere contro le cause della crisi. In Spagna, ad esempio, oltre il 40% dei giovani è senza lavoro, fenomeno dovuto anche alla legislazione... Io mi adopero affinché noi in Europa impariamo gli uni dagli altri. In certi settori anche la Germania può orientarsi verso altri Paesi".

"Noto che alcune persone, quando si tratta di crescita, pensano solo a onerosi programmi congiunturali. Programmi che erano opportuni nella prima crisi e anche ora dovremmo vagliare con attenzione i fondi europei nei quali c’è ancora denaro inutilizzato. Vorrei che lo impiegassimo miratamente per misure che promuovono la crescita e l’occupazione. Mi riferisco ai sostegni per le medie imprese o per chi vuole avviare un’attività in proprio, a programmi occupazionali per i giovani o a fondi per la ricerca e l’innovazione. La Germania è disposta a impiegare i fondi strutturali per questi utili scopi".

"Vi sono anche altre possibilità di favorire la crescita che non costano praticamente denaro. Prendiamo la legislazione sul lavoro, che deve diventare più flessibile, soprattutto laddove vengono erette barriere troppo alte per i giovani. Non è accettabile che interi comparti professionali siano accessibili solo a un gruppo ristretto di persone. Il settore dei servizi può venire potenziato molto rapidamente. Abbiamo bisogno di più privatizzazione. Vi sono molte possibilità di allentare i freni alla crescita tramite riforme strutturali di questo genere".

"... non sarebbe utile a nessuno se la Germania si indebolisse. Ovviamente, col tempo dobbiamo correggere gli squilibri in Europa, per raggiungere questa meta sono gli altri Paesi che devono aumentare di nuovo la loro competitività e non la Germania che deve diventare più debole".

"Non voglio un’Europa museo di tutto ciò che una volta era valido, bensì un’Europa in cui con successo si creano novità. So che per molti questo comporta un cambiamento molto, molto grande, dobbiamo quindi sostenerci a vicenda. Ma se ci tiriamo indietro dinanzi a questi sforzi, siamo solo gentili tra di noi e annacquiamo ogni tentativo di riforma, allora sicuramente rendiamo un pessimo servizio a l’Europa".

"Ma, per tornare nuovamente alla sua metafora musicale, al momento non si dovrebbe parlare della bellezza della musica in generale e dell’importanza culturale dell’orchestra. Dovremmo invece suonare nel concerto dei mercati mondiali. Che vogliono sentire qualcosa di accettabile".

L' Europa che Merkel disegna dovrebbe rispondere alle sfide della globalizzazione con l' innovazione e gli incrementi di produttività e competitività. Si tratta di una visione largamente condivisibile ma grandi ostacoli si frappongono.
Innanzi tutto la struttura del welfare che caratterizza gran parte dell' Unione Europea. Sarà possibile ridurre a sufficienza pressione fiscale e spesa pubblica in presenza di uno stato sociale così ampio e costoso? Un welfare spesso oltremisura generoso è compatibile con la necessità di incentivare l' impegno e il risparmio?
Si deve inoltre considerare la profondità del divario di competitività che divide i paesi periferici dell' Unione Europea da quelli già meglio in grado di reggere alla competizione internazionale. Come reagirà il "popolo dei forconi" all' imposizione di modelli e regole incompatibili con abitudini e interessi consolidati?
Ed infine va sottolineato il diffuso indebolimento dell' etica del lavoro, della responsabilità e della famiglia. L' Europa distrutta del Secondo dopoguerra è stata ricostruita e portata ad un alto livello di benessere da uomini certamente più capaci di affrontare le difficoltà.
Ma quelle tradizioni, quella solidità individuale e familiare non esistono più. Esse non sono state sostituite da un altro efficiente assetto morale. I cittadini europei sono oggi in grado di reagire adeguatamente alla crisi?


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martedì 24 gennaio 2012

Imre Lakatos e il Cile di Allende. Per una storiografia integra ed integrale.

Imre Lakatos è stato uno dei più importanti filosofi della scienza del Novecento. Nato in Ungheria ed alto funzionario durante i primi anni del regime comunista, appoggiò la rivoluzione del 1956. Si trasferì poi in Gran Bretagna, dove morì nel 1974. Dopo una formazione hegeliana e marxista fu allievo e successore di Karl Popper. Del grande filosofo austriaco fu il critico più lucido e costruttivo. E' il padre della metodologia dei programmi di ricerca scientifici.
In una lezione tenuta alla London School of Economics all'inizio del 1973, trattando la differenza tra teorie newtoniane e marxiste, fece un'affermazione che può sembrare sorprendente:

"Non è cioè lecito avanzare la teoria che tutti i regimi socialisti sono meravigliosi tranne la Russia, la Cina, Il Cile, Cuba, e tutti quelli esistenti".

(Imre LAKATOS, Paul K. FEYERABEND, Sull'orlo della scienza, 1995, pag. 119)

Il Cile della presidenza socialista di Allende, come Russia, Cina e Cuba, una "democrazia popolare" senza libertà? Lakatos, che conosceva bene queste "democrazie", mirando ad altro ha colto probabilmente nel segno. Del Cile conosciamo il sanguinario regime di Pinochet. Meno sappiamo delle vicende che condussero al colpo di stato.
Abbiamo bisogno di una storiografia integra ed integrale. Non per prevedere il futuro, certamente imprevedibile, ma per assumere un atteggiamento più saggio e critico quando tentiamo di capire e risolvere i problemi che oggi ci assillano.




domenica 15 gennaio 2012

Crisi economica. Il nuovo conformismo.



" Abbiamo bisogno di certezze e di capri espiatori. La certezza di non perdere quel che abbiamo. I capri espiatori su cui scaricare ogni responsabilità per i tempi duri che viviamo.
Così, una plumbea nuvola di cecità e di conformismo sta lentamente avvolgendo un po’ tutto e tutti".

"In un clima siffatto, io vedo il pericolo che, nel dibattito pubblico dei prossimi mesi, si mettano da parte alcuni dati di fondo, che sono cruciali per prendere decisioni sagge, ma appaiono urticanti o «politically taboo» a quasi tutti i soggetti in campo. Quali dati? Il primo dato è che la pressione fiscale sull'economia regolare è la più alta del mondo sviluppato (intorno al 60%), e così il livello di tassazione sulle imprese, il cosiddetto Total Tax Rate (68.6%)".

"Il secondo dato di fondo è la strabica selettività della repressione dell'evasione. Ci sono intere zone del Paese in cui quasi tutto è in nero.... Il fatto è che se volesse intervenire contro l'illegalità, lo Stato dovrebbe militarizzare circa un quarto del territorio nazionale, e distruggere un paio di milioni di posti di lavoro, che si reggono sui bassi salari".

"C'è un terzo dato di fondo, che mi pare fondamentale ora che si sta per aprire lo spinoso capitolo del mercato del lavoro: da un paio di anni l'Italia sta riducendo la sua base produttiva. Fallimenti, chiusure volontarie di attività, bassi investimenti, distruzione di posti di lavoro, si stanno susseguendo senza interruzione dal 2008...lavorare e produrre in Italia sta diventando sempre più proibitivo sul piano dei costi di produzione".

Con lodevole continuità Ricolfi riporta l'attenzione sui difetti strutturali del sistema Italia. Ma per squarciare la cappa di conformismo che ci sovrasta occorre toccare altre spinose questioni.
Jin Liqun è presidente del consiglio dei supervisori del fondo sovrano da 400 miliardi di dollari China Investment Corporation ed ex vice ministro delle finanze della Repubblica Popolare Cinese. In una recente intervista ad Al Jazeera ha duramente criticato il welfare europeo:

"If you look at the troubles which happened in European countries, this is purely because of the accumulated troubles of the worn out welfare society. I think the labour laws are outdated. The labour laws induce sloth, indolence, rather than hardworking. The incentive system, is totally out of whack".

"Why should, for instance, within [the] eurozone some member's people have to work to 65, even longer, whereas in some other countries they are happily retiring at 55, languishing on the beach? This is unfair. The welfare system is good for any society to reduce the gap, to help those who happen to have disadvantages, to enjoy a good life, but a welfare society should not induce people not to work hard."

Sono i difetti del welfare, secondo Jin Liqun, le cause della crisi. Le leggi sul lavoro sono obsolete, spingono alla pigrizia e all'indolenza invece che al duro lavoro. Il "welfare system" è buono per ogni società per ridurre il divario, per aiutare gli svantaggiati, ma una società del benessere non deve indurre la gente a non lavorare duramente. Questa Europa non attrae più a sufficienza investimenti stranieri.
L'Italia soffre di più, ma paesi come Francia ed Austria non ridono. Le peculiarità italiane, indicate da Ricolfi, spiegano le maggiori difficoltà. Però Francia ed Austria non hanno la nostra evasione fiscale, la nostra Pubblica Amministrazione inefficiente, la nostra giustizia lenta, la nostra criminalità organizzata, la nostra energia costosissima. E allora?
Evidentemente c'è altro. Forse Jin Liqun, che colloca i problemi in un contesto globale, ha in qualche misura ragione. Difficile ridurre la pressione fiscale e il debito pubblico senza riformare lo stato sociale. Che nella Europa migliore copre troppo e costa troppo, mentre in quella peggiore costa troppo senza raggiungere i propri obiettivi.
Sembra opportuno cercare di individuare i fattori della crisi ed i possibili rimedi senza concentrare l'attenzione su speculatori, banchieri, governanti egoisti ed inflessibili, agenzie di rating. Impareremo comunque dai nostri errori, se non sarà troppo tardi.





sabato 7 gennaio 2012

Comunisti a Washington. Quando Stalin sbirciava nello studio di Roosevelt.


Il film di Clint Eastwood J. Edgar presenta la controversa figura di J. E. Hoover, il vero creatore dell'FBI, toccando anche la questione delle indagini sui "sovversivi", sui "rossi", sui "comunisti", tanto spesso bersaglio delle sue invettive. Fissazione paranoica o pericolo reale per la sicurezza degli Stati Uniti?



Dagli anni Venti Willi Munzenberg, con i suoi collaboratori e le sue organizzazioni, per conto dei sovietici attuò negli USA una efficace propaganda a favore del comunismo e del nuovo stato nato dalla Rivoluzione d'Ottobre. Nei lunghi anni delle presidenze Roosevelt (1933-45) prevalentemente per motivi ideologici alcuni cittadini americani collaborarono con i servizi sovietici.
Il professor Christopher Andrew, ex preside della facoltà di storia presso l'Università di Cambridge, è da molti considerato il massimo studioso del ruolo dei servizi segreti nel Novecento. In L'Archivio Mitrokhin (1999, pp. 152 e 153), scritto con l'ex agente del KGB Vasilij Mitrokhin, ha sottolineato il successo dell'intelligence sovietica con queste parole:

"La maggior parte degli altri agenti di prima della guerra, in ogni caso, fu con successo rimessa in attività; tra questi Lawrence Duggan (FRANK) e Harry Dexter White (JURIST). Henry Wallace, vicepresidente durante il terzo mandato di Roosevelt (dal 1941 al 1945), affermò in seguito che, se Roosevelt fosse morto in quel periodo ed egli fosse diventato presidente, sarebbe stata sua intenzione nominare Duggan suo segretario di Stato e White suo segretario del Tesoro. Il fatto che Roosevelt sopravvisse tre mesi in un quarto mandato senza precedenti alla Casa Bianca, e che sostituì Wallace con Harry Truman come vicepresidente nel 1945, privò il sistema informativo sovietico di quello che sarebbe stato il suo successo più spettacolare: l'infiltrazione in un grande governo occidentale. L'NKVD riuscì in ogni caso a infiltrarsi in tutte le sezioni importanti dell'amministrazione Roosevelt".

"Vi era un abisso enorme tra le informazioni sugli Stati Uniti fornite a Stalin e quelle a disposizione di Roosevelt sull'Unione Sovietica. Laddove il Centro si era infiltrato in ogni ramo importante dell'amministrazione di Roosevelt, l'OSS, così come il SIS, non aveva un solo agente a Mosca. Alla conferenza di Teheran dei Tre Grandi, nel novembre del 1943, la prima volta che Stalin e Roosevelt si incontrarono, una informazione di gran lunga superiore diede a Stalin un considerevole vantaggio nella negoziazione".

Dunque quelle di Hoover non erano certo fisime. Soltanto per poco gli agenti americani di Stalin non arrivarono a ricoprire gli incarichi chiave di ministri degli Esteri e del Tesoro degli Stati Uniti. Sono vicende note da tempo, ma non in Italia. E non dobbiamo stupirci. Quanti sanno che soltanto pochi anni fa il Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer accettava i finanziamenti ed eseguiva le direttive dell'Unione Sovietica?






domenica 1 gennaio 2012

Newton filosofo naturale. L'archivio Portsmouth.

 


Isaac Newton nacque in Inghilterra il 4 gennaio del 1643, secondo il calendario gregoriano. Morì a Londra nel 1727. Figlio di piccoli proprietari terrieri, fu prima studente poi professore al Trinity College di Cambridge. Durante la sua lunga vita conseguì fama intellettuale e successo pubblico. Membro e quindi presidente della Royal Society, divenne direttore della Zecca e cavaliere.
Celebrato per la sua teoria della gravitazione universale e per il suo contributo allo sviluppo del calcolo infinitesimale, ha rappresentato l'immagine positivista dello scienziato. Ma nel Novecento l'esame approfondito dei suoi manoscritti ha consentito di rivedere la sua figura, ora presentata coi tratti di un filosofo naturale del suo tempo. Su Newton la video lezione del professor Paolo RossiDa segnalare anche questa recentissima biografia  scientifica: Niccolò GUICCIARDINI, Newton, 2011.
La nuova filosofia naturale del Seicento si confrontò criticamente con la tradizione aristotelica. Si trattò di un approccio globale, riguardando "la visione del mondo, dell'uomo, della conoscenza, e infine di Dio stesso e delle sue relazioni con la Natura" (op. cit. pag. 33). Newton si occupò a lungo non solo di fisica e matematica ma anche di alchimia, teologia, cronologia. Convinzioni non conformiste e antitrinitarie, eretiche anche rispetto all'anglicanesimo, caratterizzarono la sua religiosità, tanto da costringerlo ad una grande riservatezza.
Incline all'esoterismo, lo sfondo concettuale connesso ai suoi interessi alchemici e teologici influenzò la concezione delle teorie fisiche. "Tutte le ricerche newtoniane, anche quelle di ottica, di fisica e di astronomia, sono in una certa misura intrecciate ... alle sue convinzioni religiose e alla sua teologia eretica" (op. cit. pag. 119).
Ben più vicina alla visione oggi prevalente appare la posizione del cattolico Galilei, espressa nella Lettera a padre Benedetto Castelli, che ha ottenuto un ampio consenso anche in ambito teologico:
"... Io crederei che l'autorità delle Sacre Lettere avesse avuto solamente la mira a persuader a gli uomini quegli articoli e proposizioni, che, sendo necessarie per la salute loro e superando ogni umano discorso, non potevano per altra scienza né per altro mezzo farcisi credibili, che per la bocca dell'istesso Spirito Santo. Ma che quel medesimo Dio che ci ha dotati di sensi, di discorso e d’intelletto, abbia voluto, posponendo l’uso di questi, darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo conseguire, non penso che sia necessario il crederlo, e massime in quelle scienze delle quali una minima particella e in conclusioni divise se ne legge nella Scrittura; qual appunto è l’astronomia, di cui ve n’è così piccola parte, che non vi si trovano né pur nominati i pianeti".
Infine qualche cenno del cosiddetto archivio Portsmouth, il "baule di Newton". Nella seconda metà del Settecento la maggior parte dei manoscritti di Newton era ancora in possesso del Duca di Portsmouth, discendente di sua nipote. Le vicende di questo archivio sono strettamente connesse agli sviluppi della storiografia newtoniana.
Esso rivela un Newton lontano dal mito positivista ed illuminista. Tale distanza determinò la sua divisione e ritardi nella pubblicazione delle sue parti più significative. Gli scritti di immediata rilevanza scientifica passarono alla University Library di Cambridge già alla fine dell' Ottocento, mentre quelli alchemici, teologici e storici furono venduti all'asta negli anni Trenta del Novecento.
La dispersione della collezione di manoscritti li rese disponibili agli studiosi. Tramite i due principali acquirenti, il semitista Abraham Yahuda e l'economista John Maynard Keynes, importanti documenti sono pervenuti, rispettivamente, alla biblioteca dell'Università Ebraica di Gerusalemme e al King's College di Cambridge.
Il ritardo nella pubblicazione del contenuto più scottante del "baule di Newton" deve indurre ad attenta riflessione. Quanto spesso le battaglie politico-culturali indeboliscono l'interesse per la verità e la sua ricerca?



venerdì 23 dicembre 2011

Tocqueville. Per una libera repubblica.





Tocqueville
, giovane magistrato, ottenne un congedo non retribuito per condurre una ricerca sul sistema carcerario negli Stati Uniti. Nel 1831 si imbarcò con l'amico e collega Beaumont e ritornò in patria l'anno successivo.
In America studiò a fondo la nuova società democratica, le sue istituzioni, la sua cultura, i costumi e le tradizioni che la resero possibile. Registrò dati, impressioni, riflessioni e interviste in alcuni quaderni, poi raccolti nel Viaggio negli Stati UnitiLa Democrazia in America, l'opera più nota del grande intellettuale francese, nasce in larga misura da questa prolungata indagine sul campo, fissata in quegli appunti di grandi valore storico e forza narrativa. Le seguenti considerazioni, tratte dal Quaderno E ( pag. 262 - 1990), illuminano il tema dell'affermazione della libertà repubblicana americana:

"Vi è un' importante ragione che supera ogni altra e che, dopo che tutte sono state soppesate, da sola fa pendere la bilancia: il popolo americano, considerato nel suo complesso, è non soltanto il più illuminato del mondo, ma, cosa che considero molto superiore a tale vantaggio, è il popolo che possiede l'educazione politica-pratica più evoluta".

Per Tocqueville dunque ideali e cultura diffusi non bastano a spiegare il durevole successo della libertà repubblicana. Il cittadino elettore è chiamato a compiere la sua manutenzione, che solo un adeguato addestramento e una sufficiente conoscenza pratica delle sue esigenze e dei suoi meccanismi consentono.
Nelle giurie, nei comitati, nelle associazioni, nelle assemblee municipali ed ancor prima nelle famiglie e nelle comunità religiose i cittadini degli Stati Uniti sperimentavano i problemi concreti della convivenza in una società libera, la loro complessità, le difficoltà, le ineliminabili conseguenze impreviste di ogni condotta. Acquistavano consapevolezza del necessario legame tra responsabilità individuale, autocontrollo e libertà sostenibile.
Gli intellettuali più avveduti sottolineano l'inefficienza delle democrazie dei nostri giorni, l'insostenibilità di apparati costosi e incapaci di risolvere i problemi che ci assillano. Ma nelle grandi democrazie rappresentative i governanti cercano di adeguarsi all'orientamento presunto degli elettori che li giudicheranno. Cittadini attenti soltanto ai propri interessi a breve termine e/o prigionieri dell'utopia hanno così governi inadeguati.
Il dibattito pubblico ritorni sulla questione dell'educazione dei giovani, che devono essere preparati con grande realismo non solo a corrispondere alle esigenze del mercato del lavoro ma anche a fronteggiare i problemi di efficienza che ormai provocano il discredito delle istituzioni democratiche. Il pensiero di Tocqueville appare ancora una volta prezioso.



mercoledì 14 dicembre 2011

Annuario SIPRI 2011. I numeri della guerra e della pace.

E' disponibile in pdf una sintesi del SIPRI Yearbook 2011. L'edizione italiana è a cura di Stefano Ruzza. Lo Stockholm International Peace Research Institute, fondato nel 1966, è "un istituto internazionale indipendente impegnato in ricerche nel settore dei conflitti, degli armamenti, del loro controllo e del disarmo".
Dal documento emerge un quadro in preoccupante evoluzione. In evidenza " tre questioni che hanno segnato la sfera della sicurezza negli ultimi anni: l’intensificarsi dell’influenza di fattori non-statali; l’emergere di potenze globali e regionali; una crescente inefficienza, incertezza e debolezza delle istituzioni".
"La sicurezza del mondo sta diventando più dinamica, complessa e transnazionale per effetto del crescente flusso di informazioni, individui, capitali e beni". Sempre maggiore è l'importanza regionale e globale degli attori non-stato e quasi-stato, mentre l'ampiezza del ruolo delle nuove potenze pone il problema di una loro equilibrata integrazione in istituzioni internazionali come il Consiglio di sicurezza dell'ONU e il G20.
E' significativo che nel decennio 2001-10, 2007 escluso, ogni anno i conflitti per il governo siano stati più numerosi di quelli per il territorio. In tale decennio solo 2 conflitti su 29 sono stati interstatali.
Vengono sottolineati la fragilità del consenso su principi, scopi e metodi delle missioni di pace, la loro sovraestensione e l'indebolimento del sostegno politico.
La crisi economica non ha impedito l'aumento delle spese militari, tranne in Europa. Nel 2010 gli USA hanno raggiunto il 43% del totale. Protagoniste le nuove potenze Cina, India e Brasile con Russia, Sud Africa e Turchia, anche se mai l'incremento è stato maggiore di quello del PIL.
Da segnalare la spesa militare italiana stimata dal SIPRI: 37 miliardi di dollari, di poco inferiore ai 45,2 della Germania. Una somma ragguardevole, ma la cui effettiva portata può essere compresa soltanto precisando la parte destinata al personale. Del resto quando gli investimenti cadono al di sotto di un livello minimo lo strumento militare diventa inservibile ed il denaro speso è sperperato.
Dal 2006 al 2010 i trasferimenti internazionali degli armamenti convenzionali maggiori sono cresciuti del 24% rispetto al periodo 2001 - 2005. Stati Uniti e Russia sono i maggiori esportatori. India in testa tra gli importatori, seguita dalla Cina.
Infine le armi nucleari: più di 20.500, di cui più di 5.000 dispiegate e pronte all'uso. Certamente in possesso di tali armi otto paesi: USA, Russia, Francia, Regno Unito, Cina, India, Pakistan e Israele.




martedì 6 dicembre 2011

Italia. La democrazia inefficiente.

In una recente conferenza stampa il Presidente del Consiglio Mario Monti ha detto (2:00) che:

"Quando si parla di costi della politica si pensa al costo che i cittadini sopportano per gli apparati amministrativi... Ma non si pensa al vero costo della politica, come purtroppo è stata fatta per decenni in Italia: che chi governa prenda decisioni miranti più all'orizzonte breve delle prossime elezioni che all'orizzonte lungo dell'interesse del paese, dei nostri figli, dei nostri nipoti".

E, ancora, uno dei più lucidi intellettuali italiani, il professor Luca Ricolfi, nel suo La Repubblica delle tasse, con riferimento al referendum su acqua, servizi pubblici locali, nucleare e legittimo impedimento, ha scritto:

"Anzichè cercare di guidare l'opinione pubblica, facendola ragionare, i politici hanno definitivamente deciso di seguirla acriticamente, come un pastore che rincorre il suo gregge di pecore" (pag. 180).
"Ma in fondo non dobbiamo lamentarci troppo. Se i politici seguono il gregge, è perchè il gregge è gregge. Finchè ci lasceremo suggestionare dagli slogan, finchè saremo accecati dalle nostre simpatie e antipatie, la politica non smetterà di usarci" (pag. 182).

Sia pure con qualche tortuosità logica - i politici seguono il gregge e nel contempo lo usano (Ricolfi) - entrambi i due protagonisti del dibattito pubblico mettono il dito su una piaga. La ricerca del consenso elettorale può rendere inefficiente la democrazia.
Ma occorre essere chiari. Già Pericle, nell'Atene democratica del V secolo a. c., affermò che: "Benchè soltanto pochi siano in grado di dar vita a una politica, noi siamo tutti in grado di giudicarla". E' la democrazia rappresentativa: non tutti possono governare ma tutti possono giudicare (e quindi mandare a casa) chi ha governato. Comprensibilmente i politici si adeguano cercando di individuare l'orientamento degli elettori e di ottenere il loro consenso.
Allora che fare? Come attenuare gli effetti perversi della democrazia? L'educazione, in particolare dei giovani, appare la via maestra per una democrazia libera ed efficiente. L'idea che si possa separare l'informazione dall'educazione e che si debba evitare di adottare un preciso indirizzo educativo non appartiene realmente al pensiero liberale. Come ha sottolineato uno dei filosofi liberali più influenti del Novecento in una nota intervista televisiva (5:40) "il liberalismo classico ha sempre accordato una grande importanza all'educazione e un'importanza ancor più grande alla responsabilità".
Tutte le "agenzie" in senso lato educative, a partire dalla scuola, dovrebbero convergere sull'obiettivo di formare un cittadino idoneo alle sue funzioni pubbliche, informato dei lineamenti dello stato democratico contemporaneo e dei suoi problemi. La larga diffusione di una cultura democratica e liberale deve essere sempre accompagnata da una semplice ma efficace informazione sui presupposti e le condizioni di una democrazia sostenibile, nell'ambito di una educazione alla responsabilità, all'autocontrollo, all'accettazione della complessità.
E' illusorio perseguire il fine di una genuina cultura liberale di massa, soprattutto in una paese come il nostro, dove l'influenza del marxismo e di una interpretazione illiberale della tradizione cattolica è stata profonda? Forse. Ma deve guidarci la consapevolezza che una società non lontana da questo modello ideale è storicamente esistita. Karl Popper nella sua autobiografia intellettuale, La ricerca non ha fine, ha confessato:
"L'America mi piacque fin dal primo istante, forse perchè prima avevo qualche pregiudizio nei suoi confronti. Nel 1950 c'era un senso di libertà, di indipendenza personale, che non esisteva in Europa e che, pensavo, era ancor più forte che in Nuova Zelanda, il paese più libero che io conoscessi" (1978, pag. 132).
Si trattava di una libertà responsabile, fondata sulla tradizione e sull'autocontrollo. Una lezione da non dimenticare.



mercoledì 30 novembre 2011

I soldati USA lasciano l'Iraq.

Analisi Difesa è una rivista on-line che si occupa di difesa, sicurezza, forze armate. E' diretta da Gianandrea Gaiani. Nel numero di novembre un ampio rapporto sul ritiro delle truppe USA dall'Iraq, che dovrebbe essere completato entro il 2011.
Gli ultimi 39.000 mila militari americani lasceranno ai civili del Dipartimento di Stato la responsabilità dei programmi di sicurezza e addestramento intrapresi dagli Stati Uniti.
Alla tutela del personale e delle strutture dovranno provvedere almeno 5.000 contractors, civili addetti alla sicurezza.
Pur essendo il ritiro previsto da un accordo tra i due paesi stipulato nel 2008, il governo iracheno ha chiesto che 5.000 soldati restino in Iraq con compiti ufficialmente di addestramento. Ma non ha garantito alle truppe USA l'immunità per errori e reati compiuti nell'esercizio delle loro funzioni, considerata irrinunciabile dal governo americano.
L'amministrazione USA sta fornendo all'Iraq armi per la difesa da attacchi esterni, tra le quali blindati, carri armati Abrams e cacciabombardieri F-16. Però le forze irachene resteranno a lungo inidonee. Per tentare di porre rimedio a tale debolezza gli Stati Uniti schiereranno nuove forze in Kuwait e probabilmente accresceranno la presenza navale nel Golfo Persico.
I soldati americani lasciano l'Iraq. Tra un po' forse lasceranno anche l'Afghanistan. Ma i problemi in ambito internazionale che Obama ha trovato sono irrisolti e spesso aggravati. Gli Stati Uniti non hanno più le risorse materiali e morali sufficienti per esercitare globalmente un'influenza determinante. L'attuale amministrazione, svanite le illusioni e le suggestioni utilissime in campagna elettorale, naviga a vista non trovando partners adeguati neppure nei tradizionali alleati europei.
Il movimento Occupy Wall Street toglie spazio nei media al Tea Party, mentre Obama addebita agli europei i guai economici dell'Occidente. Sono preoccupanti sintomi del declino della grande e libera democrazia americana, che può uscire davvero dalla crisi soltanto affrontando efficacemente i problemi di competitività e ridando ampia vigenza ai valori tradizionali.








martedì 22 novembre 2011

Russia e Cina. Una relazione complicata.

Dai ricercatori del SIPRI un ampio e puntuale rapporto sullo stato delle relazioni tra Russia e Cina. Dopo lo scioglimento dell'Unione Sovietica i governi dei due grandi paesi hanno presto avviato una collaborazione fondata su alcuni interessi condivisi.
Sicurezza dei confini comuni, più efficace contrasto del fondamentalismo islamico, del terrorismo e della proliferazione di armi non convenzionali, affermazione del principio di non ingerenza nelle questioni interne degli altri stati, costruzione di un assetto internazionale multipolare hanno costituito gli obiettivi della cooperazione strategica intrapresa già nel 1996 da Jiang Zemin e Boris Yeltsin, anche se preponderante è subito apparsa la collaborazione in ambito militare.
Negli anni successivi la Cina è diventata la seconda economia mondiale e il primo o secondo importatore di petrolio, mentre occupa il secondo posto nel mondo anche per la spesa militare.
Dagli anni Novanta ad oggi la cooperazione in ambito politico militare e addestrativo è stata continua e fruttuosa. Si stima inoltre che nel periodo 1991 - 2010 più del 90% delle principali armi convenzionali importate in Cina sia stato fornito dalla Russia. Ma dopo il 2005 gli ordini da parte del governo cinese sono crollati. La Cina resta assai interessata alle tecnologie militari russe, ma con lo scopo prevalente di sviluppare la sua industria degli armamenti e di incrementare le proprie già imponenti esportazioni di armi. Le tecnologie militari e l'esportazione di armi sono oggi tra i più importanti punti di frizione nei rapporti fra i due paesi.
La Cina è il secondo - per alcuni il primo - importatore di petrolio. Mentre la Russia ne è forse il maggior produttore, raggiungendo il secondo posto per produzione di gas naturale. Ma le divergenze sui prezzi e la volontà di ridurre la dipendenza energetica hanno limitato le importazioni cinesi, negli ultimi anni mai superiori al 10% del totale.
Continua una pragmatica collaborazione suggerita dalla convenienza, ma sembrano mancare una comune visione del mondo e interessi strategici fondamentali condivisi. La Russia si considera un paese europeo ed i suoi gruppi dirigenti nutrono una profonda diffidenza per la Cina, vista come principale minaccia strategica. Entrambe le potenze sono interessate a sviluppare soprattutto le relazioni con gli Stati Uniti. La Russia per i cinesi diventa sempre meno importante.





sabato 12 novembre 2011

Poteri forti o Occidente debole?

Ormai da alcuni anni le due sponde dell'Atlantico sono unite da una comune grave crisi economica, che in questo momento colpisce in particolare le finanze pubbliche. Le lobbies finanziarie-bancarie spingono i governi ad intervenire, mentre i loro esponenti riescono spesso a ottenere cospicui guadagni. La gente vede tutto questo e addebita le difficoltà e i danni subiti proprio a tali lobbies, a operatori economici senza scrupoli, pretendendo dai governi misure drastiche contro gli speculatori.
Finanzieri e banchieri cercano di massimizzare i profitti, mentre le loro lobbies esercitano una incisiva influenza. Ma in realtà si tratta di condotte abituali nelle economie occidentali, anche in periodi di crescita e diffuso benessere. L'attenzione dovrebbe invece soprattutto fermarsi su alcuni dati capaci di indirizzare la ricerca in altre direzioni.
La Cina ha una pressione fiscale oltre venti punti più bassa di quella italiana, tedesca e francese (meno del 20% contro oltre il 40% del PIL). Ha un debito pubblico quasi certamente inferiore al 20% del PIL, mentre sono intorno al 90% Francia e Germania, a loro volta virtuose rispetto a Italia e Giappone, che presentano un debito pubblico ben maggiore del 100% del PIL.
Bassa pressione fiscale e debito pubblico contenuto sono ottenuti grazie ad un welfare cortissimo, che "copre" poco, costa poco, utilizza strumenti semiprivati, costringe individui e famiglie a risparmiare, studiare e lavorare duramente. Anche a ciò è connessa l'alta capacità di esportare. Tutto questo consente di accumulare ingenti riserve valutarie.
E' poi indispensabile confrontare mentalità, tradizioni, visione del mondo e della vita. Pur con qualche adattamento, sono largamente applicabili considerazioni svolte dal professor Luca Ricolfi a proposito degli immigrati in Italia (La Repubblica delle tasse, 2011, pagg. 45 e 46):

"E infatti i nuovi posti sono spesso di livello modesto, e finiscono per essere accettati soltanto dagli stranieri".
"La differenza è che "loro" vivono in un altro tempo, che noi abbiamo dimenticato. Un tempo in cui la cosa fondamentale era avere un lavoro, non importa quanto adeguato all'immagine che abbiamo di noi stessi, un tempo in cui fare sacrifici era normale, un tempo in cui il benessere non era considerato un diritto".


A tali fattori si devono aggiungere processi decisionali pubblici più rapidi, burocrazia in via di razionalizzazione, stipendi tuttora più bassi.
Considerazioni analoghe valgono per altri paesi asiatici e, in parte, per Russia e Brasile.
La finanza internazionale guarda l'Occidente in crisi e valuta realisticamente prospettive di crescita, sostenibilità del debito pubblico, struttura dello stato sociale, possibilità di sviluppo dei consumi interni, in una economia globalizzata, vendendo, acquistando, speculando di conseguenza.
Dunque cinici poteri forti o piuttosto Occidente debole, in declino? I nostri politici ed economisti non nascondano ai loro concittadini l'inevitabile risposta.


giovedì 10 novembre 2011

La Repubblica delle tasse.

E' in libreria dal mese scorso La Repubblica delle tasse, di Luca Ricolfi. Il professor Ricolfi è docente di analisi dei dati presso l'Università di Torino. Il libro costituisce una rielaborazione dei suoi ultimi scritti pubblicati sulla "Stampa" e su "Panorama".
I principali temi che infiammano il dibattito pubblico - sistema fiscale, fattori politici del declino italiano, federalismo, questioni meridionale e settentrionale, effetti della globalizzazione, prospettive del paese - sono discussi con ricchezza di argomenti. Particolare attenzione è prestata al problema della insufficiente crescita economica.
Ricolfi chiude il suo lavoro con queste parole:

"D'altronde la spudoratezza con cui le forze politiche eludono il problema della crescita ha la sua base nell'immaturità dei cittadini-contribuenti. L'unico tema che sembra davvero appassionare i cittadini è chi dovrà pagare di più: il Nord o il Sud, i pensionati o i lavoratori, i dipendenti o gli autonomi, i ricchi o i poveri, gli evasori o gli onesti. Mentre il punto centrale per il futuro di tutti noi è un altro: non tanto se le misure saranno giuste, ma se saranno efficaci. Ed è su questo, solo su questo, che - temo - ci giudicheranno i mercati".
Un taglio insolitamente franco in un paese come il nostro, dove gli intellettuali sono spesso al prevalente servizio di corporazioni e gruppi politici, da cui dipende la propria personale affermazione.
La Repubblica delle tasse è un' agile opera indispensabile per comprendere l'Italia contemporanea. Rappresenta una lettura utilissima anche per i nostri giovani, che possono trovare in essa un modello di approccio critico e di ricerca della verità.


Luca Ricolfi è direttore della rivista Polena, dove è possibile leggere numerosi suoi interessanti scritti.




giovedì 3 novembre 2011

Che fare?

Piero Ostellino in un coraggioso editoriale sul Corriere della Sera di oggi (pdf) denuncia l'immobilismo e le piccole furbizie della classe dirigente italiana:

"Le divisioni, sia nella maggioranza, sia fra le opposizioni, riflettono il rifiuto di ogni cambiamento, che le tocchi da vicino, delle corporazioni, socialmente, economicamente ed elettoralmente più forti. Sono riformiste solo quando si tratta di dissodare il terreno altrui. La politica ha abdicato alla propria funzione di indirizzo, e di guida, per assolvere il compito di remunerare, di volta in volta, questa o quella corporazione, sulla base di una cultura politica vecchia e disastrosa e in funzione del proprio consenso elettorale. Non è l'italiano qualunque ad avere scarsa credibilità all'estero; è l'establishment. A doversi chiedere se non abbia fatto il suo tempo — qualora non trovi un minimo di coesione su un «che fare» frutto di una più matura idea dell'Italia — è la classe dirigente".
La crescita economica in Europa e USA, secondo l'OCSE, resterà minima nel 2012. Il PIL dell' area euro aumenterà soltanto del 0,3 %.
Ciò è in larga misura inevitabile perchè è inevitabile ridurre tempestivamente il consumo a debito. Ma restano tutti i temi scottanti che la competizione internazionale ci costringe ad affrontare. Estensione ed obiettivi dello stato sociale, pensioni, lavoro, strumenti per limitare e ripianare il debito pubblico, concorrenza e libertà economica, efficienza della pubblica amministrazione, sistema fiscale, prerogative della magistratura ed amministrazione della giustizia, assetto delle istituzioni di rilievo costituzionale.
Un paese dove si raggiungono meschini accordi di facciata solo al prezzo della rinuncia a discutere sinceramente e costruttivamente del " che fare" merita il declino. Le crisi sono una straordinaria occasione per capire e cambiare. Ma occorrono adeguate risorse morali ed intellettuali. Il conflitto politico ideologico del secolo scorso e l'indebolimento di preziose tradizioni hanno determinato una drammatica perdita di tali risorse. Forse non siamo più pronti a infliggere sofferenze in nome dell'utopia e dell'ideologia ma non siamo nemmeno più capaci di costruire con lungimiranza.




martedì 25 ottobre 2011

Mezzogiorno. Un disastro senza alibi.

Il professor Luca Ricolfi in un articolo su Panorama del 19 ottobre 2011 denuncia con considerazioni assai incisive la gravità della situazione in cui versa gran parte del Mezzogiorno italiano, un "mondo che è incluso nell'Italia, ma in cui nulla è come nel resto del Paese".
I dati medi relativi all'evasione fiscale e contributiva, al tasso di occupazione, soprattutto giovanile e femminile, alla qualità e all'efficienza della spesa pubblica, all'istruzione, se confrontati con quelli del resto dell'Italia sono impressionanti.
Ma particolarmente lucide e significative appaiono le seguenti parole: "Né si pensi che l'abisso che separa le due metà del Paese sia limitato alle modalità di funzionamento dell'economia o delle grandi istituzioni pubbliche. Se proviamo a misurare il cosiddetto capitale sociale, ossia quanta fiducia, solidarietà, spirito civico, senso della comunità circola fra la gente, i risultati sono ancora più sconfortanti. Nel Mezzogiorno fa volontariato meno di una persona ogni 16, nel resto d'Italia una su 10, nel Nord quasi una su 8".
"Né il quadro cambia se dalle donazioni in denaro passiamo a quelle di sangue: nel Sud le donazioni sono 20 ogni 1.000 abitanti, nel Nord sono 41".
Il quadro che emerge induce a rigettare la retorica della "società civile" da contrapporre alle consorterie criminali, che non raramente vela il giudizio su situazioni francamente inaccettabili. L'inadempimento dei doveri più elementari si riscontra ad ogni livello della società, nell'ambito delle mansioni dirigenziali e di quelle meramente esecutive. Il degrado delle coscienze individuali pare largamente diffuso.
Il fallimento educativo delle istituzioni scolastiche è evidente. Ma anche la Chiesa deve interrogarsi sull'adeguatezza del proprio impegno formativo.
Papa Benedetto XVI nella sua enciclica Deus caritas est (28 a) ha scritto, indicando efficacemente uno dei compiti fondamentali della comunità cristiana:

"Così lo Stato si trova di fatto inevitabilmente di fronte all'interrogativo: come realizzare la giustizia qui ed ora? Ma questa domanda presuppone l'altra più radicale: che cosa è la giustizia? Questo è un problema che riguarda la ragione pratica; ma per poter operare rettamente, la ragione deve sempre di nuovo essere purificata, perché il suo accecamento etico, derivante dal prevalere dell'interesse e del potere che l'abbagliano, è un pericolo mai totalmente eliminabile.
In questo punto politica e fede si toccano. Senz'altro, la fede ha la sua specifica natura di incontro con il Dio vivente — un incontro che ci apre nuovi orizzonti molto al di là dell'ambito proprio della ragione. Ma al contempo essa è una forza purificatrice per la ragione stessa. Partendo dalla prospettiva di Dio, la libera dai suoi accecamenti e perciò l'aiuta ad essere meglio se stessa. La fede permette alla ragione di svolgere in modo migliore il suo compito e di vedere meglio ciò che le è proprio. È qui che si colloca la dottrina sociale cattolica: essa non vuole conferire alla Chiesa un potere sullo Stato. Neppure vuole imporre a coloro che non condividono la fede prospettive e modi di comportamento che appartengono a questa. Vuole semplicemente contribuire alla purificazione della ragione e recare il proprio aiuto per far sì che ciò che è giusto possa, qui ed ora, essere riconosciuto e poi anche realizzato".
"La Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile. Non può e non deve mettersi al posto dello Stato. Ma non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia. Deve inserirsi in essa per la via dell'argomentazione razionale e deve risvegliare le forze spirituali, senza le quali la giustizia, che sempre richiede anche rinunce, non può affermarsi e prosperare. La società giusta non può essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia l'adoperarsi per la giustizia lavorando per l'apertura dell'intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la interessa profondamente".

Queste chiare direttive chiedono un maggiore impegno soprattutto nella ricostruzione delle coscienze individuali, necessaria premessa di ogni possibile soluzione dei problemi che mediamente affliggono il Sud italiano. Risultano lontani da questa impostazione molti dei temi e dei discorsi svolti nel recente raduno delle organizzazioni cattoliche a Todi. L'impegno cristiano che contribuisce a risolvere i problemi sociali e politici delle società democratiche è invece quello ben delineato da Tocqueville nella sua Democrazia in America ( (Libro Terzo, Parte Prima, Capitolo Quinto):
"... nei tempi di civiltà e di eguaglianza...le religioni devono mantenersi più discretamente nei loro limiti senza cercare di uscirne poiché volendo estendere il loro potere fuori del campo strettamente religioso, rischiano di non essere credute in alcun campo".
Proprio rispettando questi limiti, concentrandosi sull'evangelizzazione e sul rinnovamento delle coscienze individuali, la Chiesa riesce a contribuire nel modo migliore all'edificazione di una società libera e più giusta.




martedì 18 ottobre 2011

Indignati. Il futuro di un'illusione.

Sul tema degli scontri e delle devastazioni di Roma scrive il direttore della Stampa Mario Calabresi:

"In 950 città le manifestazioni sono state assolutamente pacifiche: colorate, rumorose ma ordinate.
In una soltanto si è scatenata una violenza spaventosa e senza freni: a Roma. Anche ieri abbiamo mostrato al mondo un’anomalia italiana".
"Perché l’Italia si ritrova ancora prigioniera della violenza e degli estremisti? Perché siamo sempre condannati a veder soffocare le spinte per il cambiamento tra i lacrimogeni?".
"Penso spesso al nostro destino beffardo: da questa parte dell’Oceano le proteste del ‘68 si sono trasformate nel terrorismo o negli scontri del ‘77, uccidendo non solo uomini ma anche idee e ideali. Dall’altra parte la violenza non ha vinto e il movimento che sognava di cambiare il mondo è riuscito a farlo inventandosi le energie alternative o la Silicon Valley: al posto dei leader dell’Autonomia l’America ha avuto Steve Jobs...".
"Da noi accade ancora perché non abbiamo mai preso (uso il plurale perché dovrebbe farlo la società tutta) le distanze in modo netto e definitivo dalle pratiche violente. Perché siamo i massimi cultori del «Ma» e del «Però», che servono a giustificare qualunque cosa in nome di qualcos’altro".
"Tutto questo da noi accade però anche per un altro motivo: perché la nostra malattia è la mancanza di un pensiero costruttivo. Se ripetiamo continuamente ai giovani che non c’è futuro ma solo declino e precarietà, se li intossichiamo di cinismo, scenari catastrofici e neghiamo spazio alla speranza, allora cancelliamo ogni occasione per una spinta al cambiamento".
"Una sola speranza ci resta ed è legata a quei giovani che non ascoltano, che si tappano le orecchie di fronte ai discorsi improntati al pessimismo e che nel loro cuore sognano e sperano".

Perchè questa anomala violenza in Italia?
Perchè "non abbiamo mai preso le distanze in modo netto e definitivo dalle pratiche violente" e perchè "la nostra malattia è la mancanza di un pensiero costruttivo", risponde Calabresi, rifiutando di spiegare le violenze romane con la congiuntura politica e indicando un percorso esplicativo storico e culturale. Pare davvero l'approccio più corretto e promettente.
Secondo Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate Rosse, "le Brigate Rosse non sono nate dal nulla. Non sono un prodotto da laboratorio, magari di qualche Servizio segreto, ma il frutto di una cultura e di una tradizione politica della sinistra italiana. Quindi hanno radici nella storia di questo paese" (Giovanni FASANELLA - Alberto FRANCESCHINI, Che cosa sono le BR, 2004, pag. 4).
A differenza di quelle delle democrazie del Nord Europa, Francia compresa (De Gaulle), la Resistenza al nazifascismo italiana non è stata guidata da una forte componente nazionale e democratica ma da movimenti stalinisti finanziati e diretti dall'Unione Sovietica.
Questo peccato originale ha determinato struttura, metodi e cultura politica della sinistra italiana, fino allo scioglimento dell'Unione Sovietica stessa (1991).
In tutti questi decenni la nostra sinistra è stata egemonizzata dal più grande ed astuto partito comunista dell'Occidente, che ha a lungo partecipato alla vita democratica del paese accantonando la via insurrezionale alla conquista del potere a causa degli sfavorevoli rapporti di forza internazionali. Ancora il partito comunista di Enrico Berlinguer, soltanto una trentina di anni fa, accettava finanziamenti e direttive dai sovietici.
Queste sono le radici della doppiezza culturale e politica che ha a lungo caratterizzato la componente maggiore della sinistra italiana. Il mito fondante e legittimante, quello della Rivoluzione d'Ottobre, e l'influenza determinante del marxismo leninismo non sono mai venuti davvero meno. Da qui l'atteggiamento doppio, contraddittorio e reticente verso la violenza politica. E da qui, in larga misura, il rifiuto del riformismo e la mancanza di una cultura liberale.
Del resto anche il nucleo del patrimonio ideale fondamentale delle democrazie dell'Occidente è rappresentato da uguaglianza e libertà. Si tratta di idee suggestive che, se non concepite e diffuse in termini realistici e rispettosi della complessità dei problemi, possono produrre le cause della loro fine.
Uguaglianza e libertà possono costituire pericolose illusioni o la Stella Polare di un'attività politica quotidiana efficacemente rivolta a ridurre le sofferenze degli uomini. L'educazione dei giovani fa la differenza.





sabato 8 ottobre 2011

La Russia tra Oriente e Occidente.

In un recente articolo su La Stampa Enzo Bettiza delinea un condivisibile quadro della Russia di Putin.
Scrive Bettiza:

"Ma, al tempo stesso, non va dimenticato che l’enigmatico Putin definì il collasso dell’Unione Sovietica nel 1991 «la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo». Quell’accento così drammatico sulla «catastrofe geopolitica» può aiutarci a comprendere, fino ad un certo punto, i suoi sforzi mirati a ricomporre oggi pezzo per pezzo, con la mezza finzione di un mercato o bazar comune, un’entità che almeno in parte possa evocare gli spazi «geopolitici» dell’impero perduto".

"Il controllo sulla stampa e sulle televisioni si è assolutizzato; il partito putiniano «Russia Unita» è divenuto di fatto un partito unico circondato e sostenuto da simulacri pseudodemocratici; contemporaneamente la popolarità del presidente reale, che fingeva di fare il primo ministro, è cresciuta a balzi esponenziali. Oggi il volto sorridente e rassicurante del presidente Medvedev ci appare simile alla faccia intensamente dipinta di una matrioska che al proprio interno conteneva da sempre, fin dall’inizio, dal 2008, la grinta gelida dello zar autentico di tutte le Russie.
Il gioco delle parti, lo scambio fisiologico delle consegne tra burattinaio e burattino, è affare concluso da tempo e da tempo accettato dalla maggioranza dei «consumatori» votanti. Al terzo mandato al Cremlino di Putin potrà seguire il quarto e la durata prolungarsi fino al 2024. Praticamente presidente a vita. Una simile longevità politica ricorda solo quella di Stalin. Così come il rimpianto, più o meno segreto, della grandezza di Stalin sembra riflettersi in chiave minore nell’«Urss leggera» che Putin sta pianificando e già realizzando da Minsk al cuore dell’Asia".

Tutto vero. Ma è sbagliato mettere sullo stesso piano Russia e Cina in quanto regimi autoritari, senza distinzioni. Le parti del Rapporto 2011 di Amnesty International relative appunto a Russia e Cina (pdf) lasciano intravvedere un controllo sociale e una lesione di diritti e dignità umani per estensione ed intensità chiaramente differenti.
La Cina dei campi di "rieducazione e lavoro" laogai, che ancora esercitano un significativo ruolo economico, dell'estesa brutale applicazione della pena di morte senza giusto processo, del capillare controllo di internet e delle reti sociali, delle dure limitazioni della libertà religiosa, dei figli unici per legge, della netta diversità di trattamento di città e campagna, pare regime dai tratti ancora fortemente totalitari.
La Russia di oggi è un grande paese composito e contraddittorio, in ogni senso sospeso tra Occidente e Oriente. I suoi dirigenti, come nel periodo prerivoluzionario, tentano di promuovere e controllare la modernizzazione guardando anche a modelli esterni. Le attuali insufficienti prestazioni economiche e le tensioni sociali dei paesi occidentali rendono non attraenti ai loro occhi standard di democrazia e libertà per noi irrinunciabili e non negoziabili.
Solo un Occidente forte, capace di coniugare di nuovo democrazia, libertà, competitività ed efficienza potrà ancora porsi come solido polo di attrazione per una Russia in bilico, dove l'influenza del nuovo autoritarismo asiatico sembra ogni giorno più incisiva.




venerdì 30 settembre 2011

Il Largo dal Serse. Cavalli, Bononcini, Handel.

Il Largo dal Serse di Handel (1738) in versione soltanto strumentale





è abbastanza noto anche fuori della cerchia degli appassionati di musica barocca. In realtà si tratta dell'aria iniziale dell'opera. Il protagonista, mentre guarda l'ombra di un platano, canta:

                              Frondi tenere e belle
                              del mio platano amato
                              per voi risplenda il fato.  
                             Tuoni, lampi, e procelle                                           
                              non v'oltraggino mai la cara pace,
                              nè giunga a profanarvi austro rapace.
                              Ombra mai fu
                              di vegetabile,
                              cara ed amabile,
                              soave più.





Il Serse di Handel è l'adattamento del Xerse del compositore modenese Giovanni Bononcini, scritto nel 1694 su libretto di Silvio Stampiglia. Mentre l'opera di Bononcini è la rielaborazione del Xerse di Francesco Cavalli, del 1654, su libretto di Nicolò Minato. Tra il lavoro di Cavalli e l'adattamento di Handel intercorrono dunque più di ottanta anni, un tempo maggiore di quello che ci separa dall'instaurazione del regime nazista in Germania.

Musicista a Venezia, Cavalli compose anche per la Corte di Francia.
Bononcini lavorò in Italia, Austria, Prussia, Inghilterra, Francia e Portogallo.
Fu in Inghilterra, con poche interruzioni, dal 1720 al 1733, dove divenne uno dei principali competitori dello stesso Handel. Questo il giudizio di James Ralph, contemporaneo dei due compositori:

"Handel sarebbe in grado di scaldarci col gelo e con la neve, suscitando ogni specie di sentimento con note appropriate all'argomento, Bononcini nei giorni più caldi dell'anno potrebbe soffiare su di noi una brezza italiana e farci addormentare cullandoci con gentili bisbiglii "
In un periodo, quello tra Seicento e Settecento, di conflitti e contraddizioni sono da segnalare anche rilevanti continuità, tradizioni, retaggi culturali. Il genio individuale, come sempre, si sviluppa tra e da questi, li valorizza ancora, li esalta, ha in essi la necessaria premessa. Avremmo il Serse di Handel senza il Xerse di Cavalli e Bononcini?

giovedì 22 settembre 2011

Tocqueville. La religione nei suoi propri limiti.





Papa Benedetto XVI è oggi nella sua patria, la Germania. E' lì per riportare al centro dell'attenzione Dio e la fede cristiana, temi offuscati dallo scandalo dei sacerdoti pedofili.
Religione cristiana e libertà. Il potente processo di secolarizzazione in atto allontana dai cuori e dalle menti una relazione che i grandi precursori del liberalismo contemporaneo indicarono con chiarezza e che le bandiere delle più antiche e solide democrazie europee manifestano esponendo la croce.
Durante la cerimonia di benvenuto nella residenza ufficiale del presidente della Repubblica Federale Tedesca il papa ha detto: "Come la religione ha bisogno della libertà, così anche la libertà ha bisogno della religione". Parole che Tocqueville avrebbe certamente sottoscritto.
Fu proprio il grande francese, infatti, nella Democrazia in America (Libro Terzo, Parte Prima, Capitolo Quinto) ad affermare: "Per parte mia non credo che l'uomo possa mai sopportare insieme una completa indipendenza religiosa e un'intera libertà politica e sono portato a pensare che, se egli non ha fede, bisogna che serva e, se è libero, che creda".
Ma nelle stesse pagine scrisse anche:

"Ho fatto vedere come nei tempi di civiltà e di eguaglianza lo spirito umano non accetti volentieri credenze dogmatiche e ne senta il bisogno solo in fatto di religione. Ciò indica anzitutto che in questi secoli le religioni devono mantenersi più discretamente nei loro limiti senza cercare di uscirne poiché volendo estendere il loro potere fuori del campo strettamente religioso, rischiano di non essere credute in alcun campo. Esse debbono, dunque, tracciare con cura il circolo in cui pretendono fermare lo spirito umano e lasciarlo interamente libero di sè fuori di esso".

Non si tratta certo di limitare all'ambito privato il fenomeno religioso. E' anzi necessario favorirne la dimensione pubblica. Il presidente degli Stati Uniti giura sulla Bibbia, secondo regole e tradizioni che tale dimensione pubblica accolgono. Si tratta piuttosto di distinguere le religioni secondo i loro contenuti. Prosegue Tocqueville:

"....nel Corano non solo dottrine religiose, ma anche massime politiche, leggi civili e criminali e teorie scientifiche. Il Vangelo, invece, parla solo dei rapporti generali degli uomini con Dio e fra loro. Al di fuori di questo non insegna nulla e non obbliga a credere nulla. Questo soltanto, fra mille altre ragioni, basta a mostrare che la prima di quelle due religioni non può dominare a lungo in tempi di civiltà e di democrazia, mentre la seconda è destinata a regnare anche in quei secoli come in tutti gli altri".

Al cristianesimo, per recuperare la sua storica relazione con la libertà civile, basta essere veramente se stesso, conservando e se necessario ripristinando il ruolo centrale di Fede, Rivelazione e Tradizione. Bisogna evitare di costringerlo nelle pastoie di un razionalismo astratto ed acritico, di introdurre a forza nel suo patrimonio dogmatico filosofie soltanto umane, di trarne dottrine sociali elaborate con le migliori intenzioni ma destinate a restare vitali solo nel nucleo che recepisce direttamente la morale rivelata.
In questo modo l'uomo contemporaneo è chiamato a rinunciare alla sua ragione critica? No! Proprio questa, demolendo gli "assoluti terrestri", apre spazi alla Fede e alla Rivelazione, rende ragionevole credere, delegittima la presunzione dell'uomo stesso di riuscire a cogliere il bene e il male con le sole proprie risorse, arrogandosi le prerogative di Dio.

"Ho la nettissima impressione che tutta la materia sia troppo profonda per l'intelletto umano. Un cane potrebbe speculare altrettanto bene sulla mente di Newton".
Questo uomo fallibile, che probabilmente non riuscirà nemmeno a conoscere l'intima struttura della natura, può sostituirsi a Dio? Può conquistare e conservare la propria libertà senza Dio?



mercoledì 14 settembre 2011

Welfare cinese.


La comparazione dei modelli di welfare rappresenta oggi uno strumento indispensabile. La struttura dello stato sociale è infatti uno dei principali fattori della competitività di un sistema paese.
Il professor Maurizio Ferrera è uno dei più autorevoli studiosi italiani della materia. In questo recente articolo sul Corriere della Sera ha scritto:

"I diritti sono una cosa seria, ma proprio per questo bisogna riconoscere che non sono tutti uguali. Alcuni (quelli civili e politici) tutelano libertà e facoltà dei cittadini e sulla loro certezza non si può transigere. I diritti sociali sono diversi: conferiscono spettanze, ossia titoli a partecipare alla spartizione del bilancio pubblico, che a sua volta dipende dal gettito fiscale e dal funzionamento dell'economia. Dato che al mondo non esistono pasti gratis, i diritti sociali non possono essere considerati come delle garanzie immodificabili nel tempo. Il loro contenuto deve essere programmaticamente commisurato alle dimensioni della torta di cui si dispone e all'andamento dell'economia e della demografia.
Purtroppo il welfare italiano è stato costruito ignorando questa elementare verità".

"Le manovre estive non hanno affrontato la sfida dei tagli strutturali alla spesa pubblica. Se si vuole agire sul serio, sul welfare va fatta al più presto un'operazione verità, che spieghi perché e come debbano essere cambiate le dissennate promesse del passato. Altrimenti di «acquisita» resterà solo la prospettiva di una bancarotta collettiva, senza più alcuna torta da spartire".

Ma dalla struttura del welfare non dipende soltanto la tenuta della finanza pubblica. In realtà essa determina in larga misura anche la capacità di un paese di crescere economicamente.
Ormai da anni la Cina in tutto il mondo acquista titoli dei debiti pubblici, acquisisce partecipazioni in grandi compagnie, accaparra materie prime, finanzia la realizzazione di infrastrutture. Ma come si procura le necessarie risorse finanziarie? Come trova i soldi? Certo non esportando petrolio o minerali, di cui è piuttosto uno dei maggiori paesi importatori.
Lo stesso professor Ferrera, in un articolo del 10 maggio 2004, ci presenta dati e considerazioni utili:

"Se è vero che il fiume dello sviluppo economico porterà il welfare state anche in Asia, non è detto però che si tratti di un welfare all'europea. Non è detto, in altre parole, che le economie asiatiche vedano in futuro esaurirsi il proprio vantaggio comparativo sotto questo profilo. Ciò che sta emergendo in Corea, Taiwan e Singapore è un sistema diverso dal nostro, molto più strettamente integrato con il mercato, tanto che la letteratura specialistica ha coniato il nuovo termine di «welfare state produttivistico». Tre sono gli ingredienti principali di questo modello: priorità all'istruzione e alla formazione; regolazione pubblica (ad esempio, obbligo di assicurazione medica o previdenziale), ma fornitura di prestazioni da parte di soggetti privati, tramite i canali del mercato; copertura gratuita solo per i più poveri. Anche la Cina sembra avviata in queste direzioni: in molti settori è stato ad esempio recentemente introdotto l'obbligo di copertura sanitaria, ma attraverso forme assicurative semi-private. La scelta di una via «produttivistica» al welfare ha in parte motivazioni ideologico-culturali: l' influenza dell' etica confuciana, la tradizione del paternalismo autoritario, oggi gli entusiasmi iperliberisti. In parte si tratta però di motivazioni prettamente economiche: a differenza dei Paesi europei, che hanno storicamente costruito il welfare all'interno di economie protette verso l' esterno, i Paesi asiatici devono incamminarsi verso la protezione sociale in un mondo di scambi e competizione globali. La crisi finanziaria del 1997 ha suonato un campanello d'allarme: le élite locali hanno capito che basta poco a mettere in discussione i risultati economici raggiunti. Sapremo solo nei prossimi anni (forse decenni) se la via produttivistica al welfare avrà successo. Nel frattempo non possiamo permetterci però di dormire sonni tranquilli. Il modello asiatico di sviluppo ci pone una sfida che non è solo «di prezzo», ma di sistema. La ricerca di nuove, virtuose combinazioni fra competitività economica e tutele sociali deve continuare - ed anzi intensificarsi - anche in Europa".

Nonostante le recenti riforme, destinate a rendere lo stato sociale cinese meno lontano dal modello europeo, si può affermare che fin dai tempi di Deng Xiaoping la turbo "economia socialista di mercato" cinese presuppone un welfare che "copre" poco, impiega strumenti semiprivati, privilegia la città rispetto alle campagne e quindi costa relativamente poco. Restano così adeguate risorse per la formazione dei giovani, le infrastrutture, il supporto alla crescita, le acquisizioni all'estero.
Con questi sistemi paese dobbiamo competere in un mondo "globalizzato". La ristrutturazione del welfare occidentale contemporaneo appare inevitabile.


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