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Laureato in giurisprudenza, cattolico e liberale, contro l'intolleranza, l'irrazionalismo, la sofferenza umana.

domenica 22 aprile 2012

Crisi. La via delle illusioni.



Dopo Francia e Austria anche l'Olanda appare in qualche affanno sotto i colpi della crisi. Il salotto buono dei paesi più virtuosi dell'Eurozona è sempre meno frequentato. La Germania resta ormai in compagnia soltanto di Finlandia e Lussemburgo. Cosi Vito Lops sul Sole 24 Ore:

"La Tripla A dell'Olanda è a rischio. Il debito elevato e le difficoltà nel tenere sotto controllo il deficit potrebbero portare i Paesi Bassi fuori dal prestigioso club dei Paesi più affidabili dell'Eurozona".

"Nella lounge della Triple A rimarrebbero solo tre posti: Germania, Lussemburgo e Finlandia"

"...la congiuntura economica ha voltato le spalle anche alla virtuosa Olanda, entrata ufficialmente in recessione nel secondo semestre del 2011. Senza dimenticare, come ricorda il Wall Street Journal, che sul Paese incombe la spada di Damocle dei debiti ipotecari, balzati oltre il 100% del Prodotto interno lordo. Una preoccupazione non di poco conto dato che i prezzi delle case hanno imboccato la strada al ribasso dal 2008".

Complessivamente il PIL dei tre paesi primi della classe citati è circa un terzo del PIL dell'intera Eurozona. La Germania è ormai vicina al pareggio di bilancio, ma lo stock del debito pubblico rimane imponente. Il suo valore assoluto è superiore a quello italiano. Includendo passività da considerare pubbliche, è ormai oltre il 90% del PIL. Si consideri inoltre che paesi come Francia, Austria e Olanda non hanno intere regioni devastate dalla criminalità organizzata e non offrono il tragicomico spettacolo italiano dello sperpero del denaro pubblico e di una pubblica amministrazione gravemente inefficiente. Evidentemente soffrono gli effetti di un welfare insostenibile.
Se questi sono i termini quantitativi e qualitativi della crisi finanziaria europea, paiono illusorie le terapie oggi invocate da molti. Mutualizzazione dei debiti, eurobond, eliminazione dei vincoli imposti alla Banca Centrale Europea renderebbero agli occhi degli investitori internazionali più debole la Germania, solida ma troppo piccola per caricare sulle proprie spalle il fardello finanziario europeo, senza migliorare apprezzabilmente le prospettive di crescita delle economie del resto dell' area, appesantite dall'insufficiente competitività, non compensata davvero neppure da un indebolimento dell'euro. Basti pensare all'aumento conseguente dei costi delle materie prime, energetiche e non, dei semilavorati e dei prodotti tecnologici di ampio consumo che non vogliamo o non sappiamo più produrre.
In una recente intervista la cancelliera tedesca Angela Merkel ha chiarito la propria visione:

"L’Europa ha bisogno di più crescita e più occupazione: anche in futuro deve potersi affermare nella concorrenza mondiale. Io voglio che l’Europa, anche fra venti anni, sia apprezzata per il suo potenziale innovativo e per i suoi prodotti. Si tratta di come noi riusciremo ad affermarci in futuro nell’era della globalizzazione, e quindi a garantire anche in futuro il nostro benessere".

"Noi siamo solidali, non dobbiamo però neppure dimenticare la responsabilità propria. Sono due lati della stessa medaglia. Non ha senso promettere sempre più soldi, senza combattere contro le cause della crisi".

"Con tutti gli aiuti miliardari ed i meccanismi salva stati, noi in Germania dobbiamo fare attenzione che alla fine, neppure a noi, vengano a mancare le forze, perché neanche le nostre possibilità sono infinite, e questo non servirebbe a nessuno in Europa".

"...non sarebbe utile a nessuno se la Germania si indebolisse. Ovviamente, col tempo dobbiamo correggere gli squilibri in Europa, per raggiungere questa meta sono gli altri Paesi che devono aumentare di nuovo la loro competitività e non la Germania che deve diventare più debole".

"Non voglio un’Europa museo di tutto ciò che una volta era valido, bensì un’Europa in cui con successo si creano novità. So che per molti questo comporta un cambiamento molto, molto grande, dobbiamo quindi sostenerci a vicenda. Ma se ci tiriamo indietro dinanzi a questi sforzi, siamo solo gentili tra di noi e annacquiamo ogni tentativo di riforma, allora sicuramente rendiamo un pessimo servizio a l’Europa".

Merkel chiama l'Europa intera ad incrementare competitività e innovazione, a riformare welfare e legislazione del lavoro. Un richiamo severo che ai nostri orecchi poco avvezzi al discorso realistico può sembrare pura espressione di una teutonica inclinazione a dominare. Ma fortunatamente ci sono anche intellettuali italiani capaci di indicare all'opinione pubblica percorsi non illusori di uscita dalla crisi.
Tra questi:

Nicola Rossi

"... l’attuale modo di essere del settore pubblico italiano ammette solo due possibilità: moderata crescita ed alto debito (come negli anni ottanta) o finanze pubbliche in ordine, elevata pressione fiscale e nessuna crescita. La prima strada è per fortuna preclusa. La seconda è quella scelta dai governi degli ultimi quindici anni. Incluso l’attuale. Auguri!".

"l’obbiettivo è invece la modifica sostanziale della “way of life”, del modo di essere del settore pubblico italiano. La chiusura di parte dei programmi di spesa esistenti. La ridefinizione dell’ambito d’azione e di intervento dello Stato".

"Come può non essere pronto a regole vere di responsabilità fiscale un paese soffocato da una pressione fiscale nominale del 45% e reale del 55% a fronte della quale si fatica a trovare i corrispondenti servizi pubblici?".

Luca Ricolfi

"Spiace dovere battere così spesso sul medesimo ferro, ma mi pare davvero una generosa illusione quella di pensare che per uscire dalla stagnazione l’Italia abbia oggi bisogno innanzitutto di cambiare il suo software (il suo modo di pensare), e non sia invece il suo hardware (la macchina della sua economia) che è diventato un ferrovecchio. L’Italia è sempre stata priva di spirito civico, o capitale sociale, ma questo fragile software - fino a venti anni fa - non le ha impedito di crescere di più delle altre economie avanzate, fino a conquistare il benessere che ora stiamo cominciando a perdere. Quel che è venuto a mancare, dagli Anni 90, è invece l’hardware del Paese, ossia quell’insieme di condizioni materiali che permettono di fare impresa e competere con gli altri Paesi: buone infrastrutture, prezzi dell’energia competitivi, contributi sociali ragionevoli, basse aliquote societarie. Insomma, cose molto prosaiche, ma che fanno la differenza, ad esempio convincendo gli investitori stranieri a creare posti di lavoro nel nostro Paese".

"È vero, i mercati sono diventati «animali molto sensibili», e i segnali, gli umori, le emozioni, sono diventate cose sempre più importanti nel mondo di oggi. Ma non tutta l’economia è finanza (per fortuna) e, alla fine, quel che conta davvero - quel che sposta i capitali e fa vincere sui mercati - sono i costi di produzione. Da un governo tecnico, per di più pieno di economisti, non mi sarei mai aspettato tanta attenzione alle impalpabili vicissitudini dell’animo umano, e tanto poca considerazione per la dura, concreta, pietrosa, realtà di chi produce e cerca di stare sul mercato".

Maurizio Ferrera

"Più di due milioni di lavoratori disoccupati, quasi tre di scoraggiati, crescita sotto zero: l'Italia non sta bene. I governi dell'Unione Europea stanno consegnando a Bruxelles i nuovi Programmi nazionali di riforma (Pnr). La distanza dai Paesi con cui ci confrontiamo è enorme. I nostri punti di partenza erano già molto bassi due anni fa, quando fu lanciata la Strategia «Europa 2020» per rendere l'Unione competitiva. Da allora non abbiamo fatto altro che peggiorare".

"...serve una politica esplicita e coerente per l'inclusione di quanti sono rimasti fuori dal mondo del lavoro. Altrimenti si corre il rischio che, se e quando la crescita arriverà, i suoi effetti si facciano sentire solo all'interno delle tradizionali cittadelle. Nell'agenda del Pnr manca una riforma (migliorativa) che sarebbe essenziale: quella dell'assistenza, delle politiche e dei servizi alla persona. La spending review , la revisione della spesa, il riordino del fisco e la revisione dell'Isee (lo strumento che seleziona i beneficiari delle agevolazioni in base alla situazione economica) potrebbero fornire le risorse necessarie".

Irene Tinagli

"Il vero problema, come indicava Draghi e come ha ribadito un paio di giorni fa l’attuale governatore Visco, risiede nella produttività. Proprio la Banca d’Italia in uno studio sui primi dieci anni di Unione Monetaria (1998-2008) ha mostrato come la produttività sia aumentata del 18% in Francia, del 22% in Germania e del 3% in Italia.
Se l’Italia non è in grado di trasformare in maniera efficiente i suoi fattori produttivi in prodotti e servizi competitivi sui mercati internazionali (e farlo su larga scala, non in pochissime nicchie), non possiamo aspettarci che aumentino le retribuzioni, il Pil, i consumi e quant’altro".

Gian Maria Gros-Pietro

"ciò non vuol dire che i mercati finanziari si regolino sulla bussola dell'economia reale; ad essi interessano primariamente gli inevitabili effetti finanziari, che cercano di prevedere e anticipare nelle quotazioni: in questo caso scontano un'ulteriore flessione dell'attività in Europa, un conseguente appesantimento delle finanze pubbliche locali, quindi un minor valore dei titoli di Stato di cui si sono imbottite le banche europee, che pertanto sono le più bersagliate dalle vendite".

"È sempre più intollerabile assistere alla continua aggiunta di pesi – imposte, accise, adempimenti – e riduzione di trasferimenti verso la parte del Paese che produce e compete, mentre nessun sacrificio tocca a chi non compete, non è misurato nel suo sforzo, non è controllato negli adempimenti. Qui sì che occorre una svolta decisa, dalle privatizzazioni alle liberalizzazioni alla riduzione della sfera pubblica nel senso più ampio. Se lo si facesse, si scoprirebbe che i mercati finanziari sanno tradurre in valore le aspettative, come accadde sul finire dello scorso anno".

La via delle illusioni conduce al declino, ma non è inevitabile.


venerdì 13 aprile 2012

Soldi e politica. Dal finanziamento illecito dei partiti all'appropriazione indebita.

In questo interessante video, relativo al processo Cusani, Bettino Craxi risponde alle domande del pubblico ministero Antonio Di Pietro.



Ha scritto il professor Ernesto Galli della Loggia in Tre giorni nella storia d'Italia, 2010, pp. 108 e segg.:

"Nella Prima Repubblica, insomma, la politica diviene erogatrice, amministratrice e intermediaria di imponenti flussi finanziari dalla natura così varia e a così tanti livelli istituzionali da sfuggire ad ogni realistica possibilità di controllo".

"Per tutta la durata della Prima Repubblica, attraverso il sistema delle partecipazioni statali, la politica, nel nostro paese, era stata la proprietaria diretta di oltre un terzo dell'economia".

"Complessivamente, dal 1973 al 1979, secondo la documentazione sovietica esaminata da Victor Zaslavsky, arriva al Pci, da Mosca, la bella somma di 32-33 milioni di dollari".

"Dall'America giungono alla Democrazia cristiana, nel periodo 1948-68, secondo una commissione d' indagine Usa, 65 milioni di dollari (sono circa tre milioni l'anno)".

"Nell'Italia della Prima Repubblica, insomma, intorno all'attività politica gira molto denaro. Soprattutto perché la politica costa: giornali, sedi di partito, funzionari, feste, congressi, e soprattutto le elezioni inghiottono un mare di soldi".

Con il dichiarato fine di porre un freno ad abusi ed irregolarità nel 1974 il Parlamento votò la legge sul finanziamento pubblico ai partiti, con la previsione di pene severe per la sua inosservanza. Gli interventi della Magistratura furono rarissimi fino alla primavera del 1992, quando iniziarono le inchieste di Mani Pulite. Nel 1989 era caduto il Muro di Berlino. Al 1990 risale l'amnistia dei finanziamenti illeciti ai partiti. Nel 1991 si sciolse l'Unione Sovietica. Mentre la Democrazia cristiana ed il Partito socialista si dissolsero per effetto di tali inchieste, l'ex Partito comunista restò sostanzialmente indenne.
Un referendum popolare abrogò nel 1993 il finanziamento pubblico ai partiti ma il Parlamento, con interventi legislativi ripetuti dallo stesso 1993 ad oggi, disponendo l'erogazione di imponenti "rimborsi elettorali", ha di fatto reintrodotto tale finanziamento.
Queste le vicende che conducono alla situazione attuale segnata, rispetto alla cosiddetta Prima Repubblica, dalla riduzione del settore dell'economia direttamente gestito dalla politica, dalla persistente rilevante ingerenza della politica stessa nelle attività economiche, dal bipolarismo sgangherato che ha preceduto l'attuale governo "tecnico", dal discredito in cui sono caduti i partiti e i movimenti politici.
Non più consolidati dalla situazione internazionale e dal cemento ideologico, la loro credibilità è ogni giorno più lesa dagli scandali e dall'incapacità di fronteggiare la crisi economica. I trasferimenti di denaro pubblico alla politica sono oggi avversati radicalmente dall'opinione pubblica, che chiede tagli drastici. E' difficile dare una nuova efficiente disciplina alla materia sotto la pressione degli eventi. Ma, come sempre, i risultati migliori sono prodotti da un attento approccio comparativo. La legislazione delle altre democrazie occidentali deve ispirare la riforma. Senza dimenticare che anche le buone leggi hanno bisogno di un adeguato livello di osservanza spontanea.






domenica 8 aprile 2012

Una grande politica per il nostro tempo.

Oggi il professor Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere della Sera, ha commentato le recenti vicende politiche italiane con queste parole:

"Ma così ancora una volta il Nord, quel Nord che ho definito sopra «ideologico», ha dimostrato la sua antica, direi storica, difficoltà a fare politica, la sua incapacità a rappresentare un soggetto politico all'altezza dei suoi propositi.
Difficoltà e incapacità che hanno una sola origine: l'idea, condivisa tanto dalla Lega che dal berlusconismo, che al dunque la politica possa essere, e di fatto sia, solo rappresentanza di interessi (inclusi quelli di coloro che la fanno...), e nulla più. Non già, come invece è, visione generale, indicazione di traguardi collettivi e di strumenti adeguati, impulso autonomo mosso da valori, e su queste basi, poi, ma solo poi, anche mediazione creativa tra esigenze diverse".

Senza "visione generale, indicazione di traguardi collettivi e di strumenti adeguati, impulso autonomo mosso da valori", superamento della mera rappresentanza di interessi, non c'è grande politica capace di risolvere problemi. Si tratta di considerazioni condivisibili ma ovvie e non prive di una certa astrattezza, non toccando le condizioni, i presupposti, i limiti e i pericoli di ogni politica che guardi oltre gli interessi particolari tentando di dar corpo a visioni generali e soluzione a grandi problemi.
Molti pensano che sia soprattutto necessaria la disponibilità di statisti adeguati per ingegno e integrità. Ma forse è ancora più importante la ricettività dell'elettorato, la capacità degli elettori di cogliere l'essenza dei problemi, di premiare con il voto politiche ampie, lungimiranti. Elettori così non si ottengono facilmente. Presuppongono tradizioni e clima colturale idonei, spesso con vicende storiche impressionanti per intensità e tragicità come catalizzatori.
Si deve poi sottolineare il pericolo insito in ogni approccio esteso, in ogni visione generale dalla forte connotazione etica. Il rischio è quello di tentare di sottrarsi alla critica ed al giudizio, di continuare a percorrere con ostinazione vie che si sono rivelate sbagliate, di non riuscire a correggere gli errori. La grande politica corre sul filo del rasoio. Possono talvolta essere inaccettabili i suoi grandi obiettivi e/o intollerabili i suoi strumenti, i suoi metodi. Ma di essa non si può fare a meno, anche negli anni in cui la vita è meno difficile.
Le democrazie occidentali hanno conosciuto statisti lungimiranti come:


Churchill


De Gasperi


   Adenauer   


De Gaulle


Reagan


I video proposti mostrano l'ammirazione dei sostenitori ed il rispetto degli avversari. Ma non possiamo non indagare le condizioni e i limiti dei loro successi, le ragioni dei loro insuccessi, le tradizioni, i valori, le idee che hanno reso possibile e sorretto la loro opera.


martedì 3 aprile 2012

Riforma elettorale.

In uno dei suoi più recenti interventi nel dibattito pubblico Karl Popper riaffermò la sua visione della democrazia (La lezione di questo secolo - Intervista di Giancarlo Bosetti, 1992, Appendice, pp. 84 -87):

"La parola "democrazia" che significa "dominio del popolo" è purtroppo un pericolo. Ogni membro del popolo sa di non comandare, perciò sente che la democrazia è una truffa. E' qui che sta il pericolo. E' importante che si impari fin dalla scuola che "democrazia", a partire dalla democrazia ateniese, è il nome tradizionale che si dà a una costituzione che deve impedire una dittatura, una tyrannis".

"... non tutti noi possiamo governare e dirigere, ma tutti possiamo partecipare al giudizio sul governo, possiamo avere la funzione di giurati".

"Proprio questo dovrebbe essere...il giorno delle elezioni, non un giorno che legittima il nuovo governo, ma un giorno in cui noi sediamo a giudizio sul vecchio governo. Il giorno in cui il governo deve rendere conto del suo operato".


"...la differenza fra la democrazia come dominio del popolo e la democrazia come giudizio del popolo ha anche effetti pratici: non è affatto solo verbale. Lo si vede dal fatto che l'idea del dominio del popolo porta ad approvare una rappresentanza popolare proporzionale".

"Considero una disgrazia la proliferazione dei partiti e quindi anche la legge elettorale proporzionale. La frammentazione dei partiti infatti porta a governi di coalizione in cui nessuno si assume la responsabilità di fronte al tribunale del popolo perchè tutto è un inevitabile compromesso. Inoltre diviene molto incerto riuscire a liberarsi di un governo, perchè gli basterebbe trovare un nuovo piccolo partner nella coalizione per poter continuare a governare".

Il grande filosofo austriaco descrive correttamente la "democrazia" possibile e, insieme, capace di risolvere problemi. Del resto l'avversione per il proporzionalismo appartiene al miglior pensiero liberale. Basti leggere, per l'Italia, quanto lucidamente scritto da Luigi Einaudi.
Ma, come paventato da Popper, l'illusione della democrazia come governo del popolo è largamente diffusa. Da ciò la pressochè generale richiesta di maggiore "partecipazione" e di una rappresentanza politica a tal punto "specchio del popolo" da realizzare un genuino "governo popolare".
A questa visione comune a molti si aggiunge l'oggettiva difficile condizione in cui si trova l'Italia odierna, afflitta da problemi strutturali che possono essere affrontati con qualche speranza di successo solo prendendo misure impopolari.
Chi si accinge a riformare la legge elettorale deve fare i conti con queste due esigenze: venire incontro alla domanda di "partecipazione", di legittimazione popolare della rappresentanza politica, e consentire la formazione anche di governi di coalizione al di fuori della logica bipolare.
Tale situazione può condurre, qualora si giunga ad una riforma, ad una legge elettorale più proporzionale della attuale, con una attenuazione dei tratti bipolari del sistema. Una sciagura per il paese? Non necessariamente. L'Italia non può sopportare oltre un conflitto politico distruttivo. Sembra necessario accentuare la flessibilità del sistema, anche al provvisorio prezzo di rendere meno diretta l'efficacia del voto popolare.
Vale forse la pena di tollerare, esaminando i tentativi di riforma in atto, qualche distanza dai buoni principi della tradizione liberale. Con il proposito di giudicare severamente alla prossima occasione i politici che abbiano fatto cattivo uso di tale deviazione dalle migliori regole.


domenica 25 marzo 2012

Il modello Lee Kuan Yew. Singapore.


Lee Kuan Yew è stato il primo ministro di Singapore dal 1959 al 1990. Successivamente ha svolto nel governo un ruolo di influenza e consulenza. Si è ritirato nel 2011, pur continuando a partecipare al dibattito pubblico nazionale ed internazionale con scritti, interviste e conferenze.
Dopo una breve fusione con la Malesia, firmò nel 1965 un accordo di separazione che fece di Singapore uno stato indipendente e sovrano. Nei lunghi anni del suo governo il paese ha conosciuto un intenso sviluppo economico, realizzato grazie a una originale combinazione di autoritarismo politico, pianificazione familiare, approccio multiculturale, apertura agli investimenti stranieri, impulso alla costruzione di infrastrutture, edificazione di un efficiente sistema scolastico.
Il modello di governo di Singapore, caratterizzato da una repressione capillare del dissenso, dal ricorso alla pena di morte ed alle punizioni corporali (fustigazione), ma anche dalla lotta alla corruzione e dal conseguimento di obiettivi economici e sociali eclatanti, viene attentamente studiato dai gruppi dirigenti dei paesi nuovi protagonisti nel contesto internazionale segnato dalla globalizzazione.
Spesso il dibattito su questi temi esce dalle stanze del potere e dagli ambienti accademici e occupa spazi significativi sui media, vecchi e nuovi. Si confrontano sistemi autoritari come quello cinese e forme di stato democratiche, come quella indiana, che hanno consentito un notevole sviluppo economico. Alla democrazia rappresentativa liberale vengono riconosciute una maggiore efficacia legittimante, una maggiore trasparenza e una migliore capacità di gestire i conflitti. Non si deve nascondere però che le istituzioni della democrazia rappresentativa liberale vengono messe a dura prova nei periodi di grave crisi economica. Basti pensare al discredito in cui caddero negli anni Trenta del secolo scorso e che oggi si ripresenta in forme sempre più preoccupanti.
La tradizionale democrazia rappresentativa occidentale ha mostrato rilevanti problemi di efficienza. Processi decisionali pubblici farraginosi e inconcludenti, tendenza ad una espansione incontrollata della spesa pubblica, alta pressione fiscale, incapacità di far crescere le economie di mercato assicurando l'applicazione di regole generali adeguate, compromettono tradizioni e istituzioni che hanno permesso di attribuire e tutelare diritti individuali e collettivi in una misura mai prima conosciuta.
Occorre riprendere un percorso di sviluppo insieme economico e civile. La via maestra resta l'educazione alla libertà responsabile e all'autocontrollo. La manutenzione della nostra democrazia è infatti non da ora affidata ai cittadini elettori. Si formi un largo genuino consenso sulle misure necessarie. I governanti disposti a realizzarle si trovano sempre.




domenica 18 marzo 2012

Crisi: competitività decisiva.

Nonostante la cospicua riduzione dello spread relativo al tasso di interesse applicato al debito pubblico italiano, nei primi due mesi del 2012 sono rapidamente aumentate le ore di cassa integrazione autorizzate.
Secondo il segretario confederale Cgil Vincenzo Scudiere: "Il nostro sistema produttivo è invischiato in una crisi profondissima con prospettive pericolose di declino. La cosiddetta recessione tecnica comincia a dispiegare i suoi effetti sui lavoratori con un balzo deciso nella richiesta di ore di cassa. È sempre più difficile immaginare una inversione di tendenza senza una ripresa nelle produzioni e nei consumi". Scudiere riporta al centro dell'attenzione la produzione, correttamente, e i consumi, meno correttamente, perché se la competitività delle imprese che producono in Italia è bassa i consumatori acquisteranno in larga misura beni e servizi prodotti fuori del nostro paese.
Prima che il governo attualmente in carica suscitasse enormi speranze, il professor Pietro Reichlin, con riferimento alla manovra di inizio estate del precedente governo, aveva scritto sul Sole 24 ORE :

" La scommessa alla base dell'Uem è la determinazione di un equilibrio in cui un insieme di Paesi con culture, redditi e istituzioni diverse, possono crescere insieme senza ricorrere a trasferimenti unilaterali eccessivi nei confronti delle aree svantaggiate".

"Le caratteristiche del mercato interno di ogni Paese dell'Eurozona deve adattarsi alle condizioni economiche sovranazionali. Ciò significa una maggiore liberalizzazione nella circolazione di lavoro e capitale, politiche che favoriscano l'afflusso di investimenti diretti verso i Paesi periferici, liberalizzazioni per ridurre il peso dei settori protetti, una riqualificazione della spesa pubblica che favorisca la crescita del capitale umano e dell'innovazione, un sistema più efficiente di relazioni industriali e un alleggerimento della tassazione su lavoro e imprese".

"I commenti sulla manovra del Governo di questi giorni si sono concentrati molto sulla dimensione dei tagli e delle entrate. Ma se la manovra non affronta i problemi che sono alla base della mancanza di competitività del nostro Paese, l'obiettivo di portare il disavanzo primario in territorio negativo nei tempi previsti potrebbe non essere sufficiente".

Le considerazioni di Reichlin sembrano tuttora valide. Porre un freno al deficit pubblico o addirittura riportare il bilancio in pareggio non basta. Solo riducendo il divario di competitività che presentano molte imprese italiane e l'intero sistema paese si potranno creare nuovi vitali posti di lavoro e nuova ricchezza, realizzando la necessaria premessa di una riduzione del debito pubblico che non determini un insostenibile impoverimento di ampi settori della società.
Alle indicazioni dell'economista citato giova aggiungere quelle ricavabili da un incisivo studio/manifesto della Cgia di Mestre, ancora sostanzialmente corrispondente alla situazione italiana, che propone un "decalogo dei «costi diretti e indiretti che il nostro sistema economico sconta, rispetto alla media Ue, in materia di tasse, infrastrutture, giustizia civile, energia, pagamenti della Pubblica Amministrazione e competitività».
Pressione fiscale, infrastrutture, ritardi nei pagamenti della Pubblica Amministrazione, giustizia civile e istruzione, costi dell'energia, qualità delle istituzioni, criminalità organizzata, legislazione del lavoro, burocrazia, welfare costoso e inefficiente, alimentato con trasferimenti che gravano sulle regioni più produttive. Ecco il programma di governo di cui il paese ha bisogno. Vedremo se retorica e propaganda non sostituiranno una attività di governo pronta e coraggiosa.


sabato 10 marzo 2012

Cina e USA secondo Kissinger.



In un recente editoriale su La Stampa Gianni Riotta ha scritto:

"E' scontato che il prossimo conflitto del nostro pianeta veda Stati Uniti e Cina affrontarsi in guerra per l’egemonia? Lo sostengono a Pechino i falchi, persuasi da 3000 anni di timori di accerchiamento del Regno di Mezzo".

" Insomma per interessi economici, geopolitica, cultura e valori, è «inevitabile» la guerra Usa-Cina?".

"Per scongiurare la catastrofe della III guerra mondiale, la prima del XXI secolo, interviene il decano della diplomazia Henry Kissinger, con il saggio «The future of U.S. Chinese relations», che qui anticipiamo dal prossimo numero della rivista Foreign Affairs, e che già sta facendo discutere Casa Bianca e Dipartimento di Stato".

" Dopo aver criticato gli oltranzisti di Pechino e Washington, Kissinger compie il passo più astuto del buon stratega, cerca di capire quali sono le paure dei contendenti che possano scatenare mosse azzardate. La paura cinese, scrive, è essere accerchiati nei confini nazionali, senza accesso alle vie dei commerci e della comunicazione globale: ogni volta che la fobia scatta, Pechino va in guerra, Corea 1950, India 1962, Urss 1969, Vietnam 1979. La speculare angoscia americana è perdere accesso e influenza sull’Oceano Pacifico, e Kissinger, profugo europeo da bambino, ricorda che solo questo fattore trascina gli Usa in guerra nel 1941".

"Con freddezza che impressiona, Kissinger, l’uomo che col presidente Nixon ha riportato la Cina nel mondo e isolato l’Urss ai tempi della Guerra Fredda, ammonisce i rivali: non fatevi illusioni, lo scontro sarebbe nucleare, feroce e vi indebolirebbe entrambi per sempre. Devastando città ed economia e paralizzando anche, per la prima volta nella storia dell’umanità grazie alla cyber guerra, Internet e le comunicazioni, satelliti tv, Gps inclusi. «Le stesse culture» cinesi ed americane, conclude Kissinger, porterebbero i duellanti a non darsi tregua fino in fondo, lasciandosi alle spalle macerie e vittime".

L'analisi pare sbagliata a partire dalle sue premesse storiche. Secondo l'ex segretario di stato USA, come citato da Riotta, ogni volta che la fobia dell'accerchiamento scatta "Pechino va in guerra": Corea 1950, India 1962, Urss 1969, Vietnam 1979. Si tratta di conflitti profondamente diversi tra loro. Ma quello che sembra in ogni caso inesistente è proprio il fattore "accerchiamento" delineato da Kissinger.
La guerra di Corea cominciò per iniziativa del regime nord coreano e solo con il consenso di Stalin, quando la Repubblica popolare cinese, appena costituita, era ancora legata all'Unione Sovietica (Christopher ANDREW e Vasilij MITROKHIN, L'Archivio Mitrokhin - Una storia globale della guerra fredda, 2005, p. 265).
Victor Zaslavsky in Storia del sistema sovietico, 2009, pag.142, ha ben riassunto le ragioni e le circostanze dell'intervento cinese in questa guerra:

"Stalin ha formulato molto chiaramente la sua posizione riguardo alla inevitabilità e persino all'opportunità della Terza guerra mondiale in una lettera a Mao Tse-tung dell'ottobre 1950 in cui proponeva alla Cina di inviare le sue truppe in Corea". "La politica estera staliniana, basata sull'idea dell'inevitabilità della guerra, stava portando sull'orlo della Terza guerra mondiale".

Successivamente la Cina diventò un duro avversario dell'URSS. Il contrasto cino-sovietico venne alla luce nella primavera del 1960 (v. ANDREW e MITROKHIN, op.cit., pag. 273). Nel corso del 1969 ci furono alcuni scontri armati tra truppe cinesi e sovietiche, poco più che scaramucce, ma lo stesso Kissinger, come risulta da un altro suo scritto, espresse la convinzione che gli aggressori fossero i sovietici (Henry KISSINGER, White House Years, 1979, pp. 174-177).
Nel febbraio 1979 forze cinesi invasero il Vietnam, alleato dell'Unione Sovietica. Un mese prima Cina e USA avevano instaurato regolari relazioni diplomatiche, a suggello di un'intesa in funzione antisovietica (v., ancora, ANDREW e MITROKHIN, op cit, p. 288). L' invasione cinese dell'India nell'ottobre 1962 rappresentò invece una fase cruenta dell'annosa controversia sul confine tra i due paesi tuttora in atto.
Nel pensiero di Kissinger, presentato da Riotta, "L’alternativa alle armi è l’idea di una «Comunità del Pacifico», con Pechino e Washington a convivere intorno ad organizzazioni tipo Trans-Pacific Partnership, zona di libero scambio economico cui il presidente Obama vuole associare la Cina. Se i due ultimi giganti si legano reciprocamente - sul modello di Usa e Europa - possono risolvere i conflitti negoziando, magari con maratone diplomatiche estenuanti. Washington, Londra, Parigi, Berlino e Roma possono dividersi e riunirsi, ma senza spargere mai sangue".
Però Europa e USA condividono istituzioni democratiche e principi liberali. Si tratta di un'apertura reciproca fondata su comuni principi e regole fondamentali. Comunanza che non è senza conseguenze sulla competizione economica. Democrazia, libertà, rispetto dei diritti umani e dell'ambiente "costano", fanno crescere pressione fiscale, debito pubblico, costo del lavoro, costi di produzione, rallentano i processi decisionali pubblici e la costruzione di infrastrutture.
La Cina in questo senso trae dai tratti autoritari del suo regime importanti vantaggi competitivi in ambito economico. Quando l'Occidente sostiene i dissidenti cinesi persegue indirettamente l'obiettivo di una competizione economica leale, secondo regole comuni che non attribuiscano ai cinesi vantaggi ingiustificati. Una pressione di questo tipo spingerà la superpotenza cinese alla guerra? Diversamente da ciò che sembra sostenere Kissinger, pare da escludere. I governanti cinesi non sono più pesantemente condizionati dall'ideologia e non sono realmente accecati dal nazionalismo. Sono tecnocrati astuti, che non porteranno alla distruzione il loro paese e il loro popolo. Più Ronald Reagan e meno Kissinger dunque, se si vuole evitare che l'Occidente diventi sempre più terra di speculatori e di disoccupati.


sabato 3 marzo 2012

Mario Draghi. Un' Europa meno sociale e più competitiva.


Il presidente della Bce Mario Draghi in una recente intervista al Wall Street Journal ha dichiarato:
"Il modello sociale europeo è già andato nel momento in cui alcuni paesi hanno un tasso di disoccupazione giovanile elevato. Le riforme strutturali sono necessarie per aumentare l'occupazione, specialmente giovanile, e, quindi, i consumi e la spesa".
"Rudi Dornbusch era solito dire che gli europei sono così ricchi da potersi permettere di pagare tutti per non lavorare. Questo tempo è andato"

Il welfare europeo è stato costruito in economie protette. Ma la globalizzazione ha posto le economie europee in competizione con quelle di paesi caratterizzati da un "welfare produttivistico" che protegge gratuitamente, e neppure sempre, soltanto gli indigenti.
Da un lato un modello sociale che determina elevata spesa pubblica, alta pressione fiscale e spesso un imponente debito pubblico. Dall'altro sistemi che consentono di contenere spesa pubblica, pressione fiscale e debito pubblico, stimolando l'impegno individuale ed il risparmio.
Ciò si traduce in uno svantaggio competitivo che non può durare a lungo senza compromettere la vitalità delle imprese e la possibilità di conseguire un alto tasso di occupazione.
Sembra dunque indispensabile riformare il nostro stato sociale. Del resto, come ha efficacemente precisato il professor Maurizio Ferrera, "I diritti... non sono tutti uguali. Alcuni (quelli civili e politici) tutelano libertà e facoltà dei cittadini e sulla loro certezza non si può transigere. I diritti sociali sono diversi: conferiscono spettanze, ossia titoli a partecipare alla spartizione del bilancio pubblico, che a sua volta dipende dal gettito fiscale e dal funzionamento dell'economia. Dato che al mondo non esistono pasti gratis, i diritti sociali non possono essere considerati come delle garanzie immodificabili nel tempo. Il loro contenuto deve essere programmaticamente commisurato alle dimensioni della torta di cui si dispone e all'andamento dell'economia e della demografia".
Ma gli osservatori più avveduti del nostro difficile tempo vedono gli ostacoli e le difficoltà. Scrive Antonio Polito sul Corriere della Sera:
"si sta creando una tensione molto forte tra ciò che va fatto e ciò che gli elettorati sono disposti ad accettare, e questa tensione «democratica» è da sempre il pericolo maggiore per l'Unione, progetto di élite e tecnocratico per eccellenza. La Merkel è nei guai che abbiamo visto, e deve conquistarsi un terzo mandato l'anno prossimo. Ma già tra poche settimane in Francia una vittoria del socialista Hollande potrebbe portare alla richiesta francese di rinegoziare il Trattato fiscale appena varato. Senza contare che i sondaggi in Grecia pronosticano un trionfo di estremisti di ogni colore, e che in Italia nessuno sa chi governerà tra un anno, e se per vincere dovrà promettere di fermare la marcia delle riforme. Neanche ancora scampato ai mercati, l'euro è ora nelle mani degli elettorati".
L'editorialista del Corriere non esplora a sufficienza una prospettiva inquietante. Si moltiplicano i segnali della trasformazione dell'opposizione alle riforme in una temibile questione di ordine pubblico. Lo scenario diverrebbe segnato da convulsioni politico - sociali difficili da superare.
Probabilmente è nel giusto chi, al di là delle apparenze, vede in insufficienze culturali e morali i fattori decisivi della inadeguata risposta alla crisi. Emergono chiari il fallimento delle principali agenzie educative, l'efficacia devastante di lunghi decenni di propaganda politica demagogica, la pochezza intellettuale e morale di tanti cattivi maestri che hanno occupato cattedre, riempito di assurdità gli scaffali delle librerie, imbrattato le pagine dei quotidiani.
Non bisogna però pensare che sia troppo tardi per iniziare una correzione di rotta. Uno sforzo sufficientemente condiviso, che trovi la propria premessa nell'accettazione di amare verità, può rallentare il declino, quel tanto che basta a rendere insostenibili le contraddizioni dei nostri spregiudicati competitori. Poi si vedrà.






venerdì 24 febbraio 2012

Tocqueville e Russell. Le donne americane.

Tocqueville (La Democrazia in America, libro terzo, parte terza, capitolo dodicesimo):

"Gli americani mostrano continuamente una piena fiducia nella ragione della loro compagna e un rispetto profondo per la sua libertà. Essi giudicano che il suo spirito sia altrettanto capace di scoprire la verità quanto quello dell'uomo ed il suo cuore abbastanza costante per seguirla".

"Se ora che mi avvicino alla fine di questo libro, in cui ho mostrato tante cose considerevoli fatte dagli americani, mi si domandasse a cosa io credo si debba attribuire la singolare prosperità e la forza sempre crescente di questo popolo, risponderei che la si deve alla superiorità delle sue donne".

Un secolo dopo, Bertrand Russell:

"L'azione della donna è sempre stata maggiore negli Stati Uniti che in qualsiasi altro paese, e nelle comunità di frontiera essa si svolse nel senso della civiltà. Ciò era dovuto in parte al fatto che esse non bevevano whisky, in parte al desiderio di una distinzione sociale, in parte al sentimento materno e in parte al fatto che erano imbevute meno dei loro mariti del selvaggio desiderio, proprio dell'avventuriero, di liberarsi delle pastoie di una società artificiale. Alla frontiera vi erano naturalmente meno donne che uomini, e questo le aiutava a imporre rispetto. Nonostante la sfrenatezza delle riunioni all'aperto, la religione era nel complesso una forza purificatrice, e in genere le donne erano più religiose degli uomini. Per tutti questi motivi, le donne tenevano viva l'aspirazione a una esistenza ordinata, anche in condizioni che, per il momento, la rendevano impossibile" (Bertrand RUSSELL, Storia delle idee del secolo XIX, 1968, pagg. 363 e 364, tit. orig. Freedom and Organization, 1814–1914).

Un grande paese deve soprattutto alle sue donne la propria fortuna.




venerdì 17 febbraio 2012

Obama e i talebani. Come rendere inutili dieci anni di guerra.

I governi statunitense e afghano hanno intrapreso trattative segrete trilaterali per porre fine al conflitto in Afghanistan. Questi sviluppi sono stati resi possibili dalla recente apertura di un ufficio diplomatico dei talebani a Doha (Qatar) e dalla disponibilità dell'amministrazione USA a favorire il trasferimento in Qatar di non più di cinque terroristi detenuti a Guantanamo.
Oltre alla liberazione dei detenuti nel carcere cubano i talebani chiedono l' uscita dall'Afghanistan delle truppe straniere. Mentre il governo americano dichiara di esigere la fine della lotta armata, la rescissione dei legami con al-Qaeda e l'accettazione della nuova costituzione afghana, con la garanzia dei diritti di uomini e donne.
Le elezioni si avvicinano. Obama è gravato del bilancio fallimentare della sua presidenza. Lo sbrigativo ritiro dall'Iraq e dall'Afghanistan si spiega con la necessità di recuperare consensi e di contenere la spesa pubblica. Ma la sofferta vittoria in Iraq viene così posta a rischio mentre appare certa l'incapacità del governo afghano di provvedere alla sicurezza del proprio territorio senza il decisivo contributo delle truppe occidentali.
AsiaNews è una agenzia del Pontificio Istituto Missioni Estere (P.I.M.E.). Solitamente molto ben informata, è una fonte preziosa per chi vuole sapere cosa succede in Asia.
Secondo le fonti di AsiaNews " Stati Uniti e governo afghano sono in una posizione di debolezza rispetto ai ribelli, che in questi mesi hanno ripreso il controllo di diverse aree del Paese e in settembre sono riusciti a sferrare un attacco nella capitale. "Se le truppe internazionali lasciassero ora l'Afghanistan - sottolineano - il Paese piomberebbe nel caos. A tutt'oggi l'esercito afghano è troppo impreparato e non ha sufficienti mezzi per garantire la sicurezza. L'uscita da al-Qaeda non è una garanzia di abbandono totale della guerriglia. Ci sono molti gruppi terroristi afghani legati ai talebani che nulla hanno a che fare con l'organizzazione. Inoltre nessun leader islamico si è espresso sul riconoscimento della costituzione afghana".
Tali fonti "criticano l'eccessiva esuberanza con cui l'amministrazione Obama sta gestendo gli incontri. Per spingere gli estremisti islamici a iniziare subito i colloqui, nelle scorse settimane Barak Obama, presidente USA, ha proposto il rilascio di tre detenuti dal carcere di massima sicurezza. "Gli Stati Uniti - sottolineano - sono troppo sbrigativi. Alcuni dei detenuti hanno commesso stragi di civili e sono in carcere per crimini contro l'umanità e non possono essere rilasciati senza garanzie". "Il futuro del Paese - concludono - dipende dal dialogo con i talebani, la guerra non può più andare avanti. Per non rendere inutili questi anni di continui combattimenti e spargimenti di sangue, i negoziatori dovranno però essere risoluti a non cedere sulle conquiste della lotta contro i talebani: democrazia e rispetto dei diritti umani".
Ma si tratta in realtà di richieste inconciliabili. Il disimpegno bellico degli alleati occidentali in Afghanistan non potrà avvenire senza compromettere lo sviluppo della democrazia afghana e senza consentire il ritorno al potere dei gruppi talebani più influenti, secondo l'opinione prevalente controllati dal Pakistan.
Obama conferma il suo ruolo di curatore fallimentare. Può darsi che i suoi elettori apprezzino l'abbandono di responsabilità oggi difficili da sostenere, non vedendo le conseguenze negative che potranno derivarne.


sabato 11 febbraio 2012

Il successo di Newton. Il pericoloso fascino della scienza trionfante.

Isaac Newton

E' diffusa la consapevolezza della immensa influenza che la scienza esercita sulla vita umana aprendo la via a nuovi prodotti e processi produttivi. Si riflette invece troppo poco sulle relazioni tra l'impresa scientifica e il clima intellettuale e politico. Il successo straordinario di alcuni programmi di ricerca scientifici, le teorie di Newton, Darwin e Einstein, ha contribuito potentemente a mutare visioni morali e politiche e quindi il corso stesso della storia. Una migliore conoscenza della storia della scienza ed una più attenta considerazione della portata dell'impresa scientifica sono oggi più che mai indispensabili.
La meccanica celeste newtoniana ha rappresentato il primo programma di ricerca capace di conseguire un successo imponente ed assoluto. La sua divulgazione in termini agiografici ha trasfigurato Newton costruendo il mito dello scienziato illuminista e positivista.
Imre Lakatos ha fornito una efficace sintesi di questi sviluppi (La metodologia dei programmi di ricerca scientifici, 2001, pag. 278):

"L'influenza del successo newtoniano raggiunse anche il pensiero politico".

"La lotta per il riconoscimento della meccanica celeste di Newton come episteme prese un certo tempo; ma, quando ciò accadde, l'intero clima intellettuale subì un tremendo mutamento. Buona parte del pensiero del del diciottesimo secolo fu determinato dai due principali eventi del secolo precedente, i cui effetti furono contrastanti. Il primo fu costituito dalle terribili sofferenze e dal caos creati dalla guerra fra cattolici e protestanti. Il secondo dalle scoperte di Newton. La reazione al primo evento fu un tollerante illuminismo scettico: non c'era modo di ottenere la verità dimostrata sulle questioni più importanti, quindi chiunque doveva aver diritto alle proprie credenze. Il più noto esponente di questa posizione fu Bayle. La reazione al secondo evento fu un intollerante illuminismo dogmatico: la luce della scienza - che andava estesa a tutti i domini della conoscenza umana - doveva scacciare le tenebre pre-newtoniane e anche le tenebre della Chiesa. Il leader di questo movimento fu il newtoniano Voltaire. L'influenza di questo intollerante illuminismo dogmatico superò ben presto quella della sua controparte scettica e tollerante e generò le idee della democrazia totalitaria."

Ma il trionfo conseguito dalle teorie di Newton influenzò profondamente anche Kant. Sul tema le lucide considerazioni di Karl Popper (Congetture e confutazioni, 2000, pagg. 161 e 162):

"Forse è difficile per degli intellettuali dei giorni nostri, avvezzi e assuefatti di fronte allo spettacolo dei successi scientifici, comprendere quel che significava la teoria newtoniana, non solo per Kant ma per qualunque pensatore del diciottesimo secolo".

"In un tempo come il nostro, in cui le teorie vanno e vengono come gli autobus a Piccadilly, e ogni scolaro ha sentito dire che Newton è stato da tempo sostituito da Einstein, è difficile riprovare il senso di persuasione, esultanza e liberazione che la teoria newtoniana ispirava. Nella storia del pensiero era accaduto un evento unico, per sempre irripetibile: la prima e definitiva scoperta della verità assoluta intorno all'universo. Un antico sogno si era avverato. L'umanità aveva conseguito la conoscenza, reale, certa, indubitabile e dimostrabile - scientia o episteme divina, e non meramente doxa, opinione umana.
Per Kant, dunque, la teoria newtoniana era semplicemente vera, e la credenza nella sua verità restò intatta per un secolo dopo la sua morte"

Popper sottolineò il ruolo rivoluzionario delle teorie di Einstein (op. cit., pag. 52):

"... può apparire strano che nella sua filosofia della scienza Kant non abbia adottato lo stesso atteggiamento del razionalismo critico, la ricerca critica dell'errore. Sono certo che solo l'accettazione della cosmologia di Newton come autorità - risultato del successo quasi incredibile nel superare i controlli più severi - impedì a Kant di farlo. Se questa interpretazione è corretta, allora il razionalismo critico, e anche l'empirismo critico da me sostenuto, non è altro che il tocco ultimo apportato alla filosofia critica di Kant. E ciò fu reso possibile da Einstein, il quale ci insegnò che, nonostante il suo schiacciante successo, la teoria di Newton può anche essere errata".

La rivoluzione scientifica realizzata dal fisico tedesco determinò in larga misura l'incisiva revisione dell'idea di scienza che ha segnato la migliore filosofia contemporanea. Ancora il grande filosofo austriaco sugli effetti della rivoluzione einsteiniana (Karl POPPER, La ricerca non ha fine, 1978, pag. 85):

"L'elemento decisivo in tutto questo, il carattere ipotetico di tutte le teorie scientifiche, mi appariva chiaramente come una conseguenza del tutto naturale della rivoluzione einsteiniana, che aveva dimostrato che nemmeno una teoria controllata col massimo successo, come la teoria di Newton, poteva essere considerata più che un'ipotesi, un'approssimazione alla verità".

Anche la portata extrascientifica del successo della teoria dell'evoluzione di Darwin merita una approfondita analisi. Sull'argomento ha scritto brillantemente il biologo e paleontologo statunitense Stephen Jay Gould.

Resta da biasimare l'involuzione che caratterizza il dibattito pubblico contemporaneo sulla scienza in Italia. Le opere divulgative di noti matematici, astrofisici e biologi bene in vista sugli scaffali delle librerie troppo spesso ripropongono la visione della scienza sostanzialmente dogmatica e intollerante criticata con successo dai grandi filosofi della scienza della seconda metà del Novecento (Popper, Lakatos, Kuhn, Feyerabend). Un regresso da indagare con attenzione, sottolineando il ruolo delle passioni politico-ideologiche.




sabato 4 febbraio 2012

Alta pressione fiscale e crescita. Una convivenza impossibile.

E' di qualche giorno fa un importante articolo di Antonio Martino:

"...il potenziamento del fondo salva Stati cos’è se non una sorta di assicurazione offerta agli Stati gratuitamente per l’eventualità che non rispettino la disciplina fiscale loro imposta?... Da un lato si vuole rigore nella gestione del pubblico bilancio, dall’altro si garantisce che eventuali violazioni di quel rigore saranno premiate con risorse fornite dal fondo!".

"...il tentativo di eliminare i deficit di bilancio degli Stati ai livelli di spesa pubblica attuali condanna l’intera Europa a una grave recessione, le cui dimensioni, temo, saranno ben maggiori di quanto già previsto. Il principio del pareggio del bilancio su base annua è fondamentale principio di trasparenza nella gestione della cosa pubblica quando le spese del settore pubblico sono contenute. Diventa, invece, garanzia di recessione quando, come oggi in Italia, la spesa pubblica supera il 52% del reddito nazionale. Per pareggiare il bilancio sarebbe necessaria una pressione fiscale del 52% e il contribuente medio dovrebbe sopportare un’aliquota del 52%. Se il prelievo medio è a quel livello, dato che esistono anche contribuenti poveri, quelli che hanno un reddito superiore alla media dovranno versare al fisco ben più della metà di quanto producono. L’aliquota media gravante sulle imprese supererebbe agevolmente il 70-80%".

"Lo sviluppo diventa matematicamente impossibile: se deve consegnare più di metà del suo reddito, è assai dubbio che il contribuente possa darsi alla pazza gioia, accrescendo i consumi, o che possa stringere la cinghia risparmiando quanto necessario a una crescita degli investimenti".

"Stiamo senza esitazione condannando il vecchio continente e forse l’intero pianeta a una crisi grave ed evitabile. L’Italia ha bisogno urgente di riforme, che portino alla trasformazione dell’attuale, insostenibile sistema di trasferimenti. Il servizio sanitario nazionale dovrebbe smettere di essere universale, prendendo a tutti per dare (non sempre) a tutti, e diventare selettivo, prelevando dagli abbienti per dare agli indigenti. Costerebbe molto meno, sarebbe meno esposto alla corruzione e non sarebbe più regressivo; oggi grava di tributi anche i meno abbienti per fornire servizi gratuiti anche ai ricchi, la sua inefficienza è testimoniata dalla frequenza di episodi di malasanità, la sua corruzione è ampiamente documentata e il suo costo è astronomico".

"La governance locale non è sostenibile: i quattro quinti degli oltre ottomila comuni sono del tutto superflui, la maggior parte delle province non ha ragion d’essere e le regioni sono troppo grandi o troppo piccole per essere un efficiente ente locale. Quanto ai parchi nazionali ne basterebbe un numero drasticamente minore, lo stesso vale per le comunità montane, le autorità indipendenti e così via".

"Queste riforme consentirebbero di ridurre la spesa pubblica a un livello inferiore al quaranta per cento del reddito nazionale e potrebbero con grande tranquillità essere accompagnate da una radicale riforma fiscale che porti le aliquote medie delle imposte dirette a livelli non superiori al venti per cento".

Il professor Antonio Martino, con coraggio e lucidità, si pone fuori dal coro dei conformisti e mette il dito sulla piaga:
"Lo sviluppo diventa matematicamente impossibile: se deve consegnare più di metà del suo reddito, è assai dubbio che il contribuente possa darsi alla pazza gioia, accrescendo i consumi, o che possa stringere la cinghia risparmiando quanto necessario a una crescita degli investimenti".
L' Italia può sperare di risalire la china della competitività solo riducendo la pressione fiscale, ormai superiore alla metà del PIL, mentre in Cina probabilmente non supera il 20%. E può conseguire questo risultato solo riformando dalle fondamenta il suo welfare, che "oggi grava di tributi anche i meno abbienti per fornire servizi gratuiti anche ai ricchi".
Alle considerazioni di Martino si deve aggiungere che uno stato sociale più corto e diretto alla protezione di chi ha realmente bisogno della mano pubblica è esattamente quello previsto dalla Costituzione italiana vigente. La Repubblica è infatti chiamata a garantire cure gratuite "agli indigenti" (art. 32 Cost.) e a rendere effettivo il diritto dei " capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi", di "raggiungere i gradi più alti degli studi" "con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso" (art. 34 Cost.).

domenica 29 gennaio 2012

L' Europa di Angela Merkel.

In una recente intervista la cancelliera tedesca Angela Merkel ha delineato una coerente visione dell' Europa e delle sue prospettive. I problemi dei paesi europei sono correttamente considerati nell' ambito dell' economia globalizzata.
All' inizio, dichiara Merkel, "si è discusso molto se noi in Europa non fossimo semplicemente solo le vittime dei cosiddetti speculatori". Ma " è evidente che i mercati testano la nostra volontà di coesione. Gli investitori di lungo periodo, che investono il denaro di tanta gente, vogliono sapere quale sarà la condizione dell’Europa fra venti anni".

"L’Europa ha bisogno di più crescita e più occupazione: anche in futuro deve potersi affermare nella concorrenza mondiale. Io voglio che l’Europa, anche fra venti anni, sia apprezzata per il suo potenziale innovativo e per i suoi prodotti. Si tratta di come noi riusciremo ad affermarci in futuro nell’era della globalizzazione, e quindi a garantire anche in futuro il nostro benessere".

"Noi siamo solidali, non dobbiamo però neppure dimenticare la responsabilità propria. Sono due lati della stessa medaglia. Non ha senso promettere sempre più soldi, senza combattere contro le cause della crisi. In Spagna, ad esempio, oltre il 40% dei giovani è senza lavoro, fenomeno dovuto anche alla legislazione... Io mi adopero affinché noi in Europa impariamo gli uni dagli altri. In certi settori anche la Germania può orientarsi verso altri Paesi".

"Noto che alcune persone, quando si tratta di crescita, pensano solo a onerosi programmi congiunturali. Programmi che erano opportuni nella prima crisi e anche ora dovremmo vagliare con attenzione i fondi europei nei quali c’è ancora denaro inutilizzato. Vorrei che lo impiegassimo miratamente per misure che promuovono la crescita e l’occupazione. Mi riferisco ai sostegni per le medie imprese o per chi vuole avviare un’attività in proprio, a programmi occupazionali per i giovani o a fondi per la ricerca e l’innovazione. La Germania è disposta a impiegare i fondi strutturali per questi utili scopi".

"Vi sono anche altre possibilità di favorire la crescita che non costano praticamente denaro. Prendiamo la legislazione sul lavoro, che deve diventare più flessibile, soprattutto laddove vengono erette barriere troppo alte per i giovani. Non è accettabile che interi comparti professionali siano accessibili solo a un gruppo ristretto di persone. Il settore dei servizi può venire potenziato molto rapidamente. Abbiamo bisogno di più privatizzazione. Vi sono molte possibilità di allentare i freni alla crescita tramite riforme strutturali di questo genere".

"... non sarebbe utile a nessuno se la Germania si indebolisse. Ovviamente, col tempo dobbiamo correggere gli squilibri in Europa, per raggiungere questa meta sono gli altri Paesi che devono aumentare di nuovo la loro competitività e non la Germania che deve diventare più debole".

"Non voglio un’Europa museo di tutto ciò che una volta era valido, bensì un’Europa in cui con successo si creano novità. So che per molti questo comporta un cambiamento molto, molto grande, dobbiamo quindi sostenerci a vicenda. Ma se ci tiriamo indietro dinanzi a questi sforzi, siamo solo gentili tra di noi e annacquiamo ogni tentativo di riforma, allora sicuramente rendiamo un pessimo servizio a l’Europa".

"Ma, per tornare nuovamente alla sua metafora musicale, al momento non si dovrebbe parlare della bellezza della musica in generale e dell’importanza culturale dell’orchestra. Dovremmo invece suonare nel concerto dei mercati mondiali. Che vogliono sentire qualcosa di accettabile".

L' Europa che Merkel disegna dovrebbe rispondere alle sfide della globalizzazione con l' innovazione e gli incrementi di produttività e competitività. Si tratta di una visione largamente condivisibile ma grandi ostacoli si frappongono.
Innanzi tutto la struttura del welfare che caratterizza gran parte dell' Unione Europea. Sarà possibile ridurre a sufficienza pressione fiscale e spesa pubblica in presenza di uno stato sociale così ampio e costoso? Un welfare spesso oltremisura generoso è compatibile con la necessità di incentivare l' impegno e il risparmio?
Si deve inoltre considerare la profondità del divario di competitività che divide i paesi periferici dell' Unione Europea da quelli già meglio in grado di reggere alla competizione internazionale. Come reagirà il "popolo dei forconi" all' imposizione di modelli e regole incompatibili con abitudini e interessi consolidati?
Ed infine va sottolineato il diffuso indebolimento dell' etica del lavoro, della responsabilità e della famiglia. L' Europa distrutta del Secondo dopoguerra è stata ricostruita e portata ad un alto livello di benessere da uomini certamente più capaci di affrontare le difficoltà.
Ma quelle tradizioni, quella solidità individuale e familiare non esistono più. Esse non sono state sostituite da un altro efficiente assetto morale. I cittadini europei sono oggi in grado di reagire adeguatamente alla crisi?


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martedì 24 gennaio 2012

Imre Lakatos e il Cile di Allende. Per una storiografia integra ed integrale.

Imre Lakatos è stato uno dei più importanti filosofi della scienza del Novecento. Nato in Ungheria ed alto funzionario durante i primi anni del regime comunista, appoggiò la rivoluzione del 1956. Si trasferì poi in Gran Bretagna, dove morì nel 1974. Dopo una formazione hegeliana e marxista fu allievo e successore di Karl Popper. Del grande filosofo austriaco fu il critico più lucido e costruttivo. E' il padre della metodologia dei programmi di ricerca scientifici.
In una lezione tenuta alla London School of Economics all'inizio del 1973, trattando la differenza tra teorie newtoniane e marxiste, fece un'affermazione che può sembrare sorprendente:

"Non è cioè lecito avanzare la teoria che tutti i regimi socialisti sono meravigliosi tranne la Russia, la Cina, Il Cile, Cuba, e tutti quelli esistenti".

(Imre LAKATOS, Paul K. FEYERABEND, Sull'orlo della scienza, 1995, pag. 119)

Il Cile della presidenza socialista di Allende, come Russia, Cina e Cuba, una "democrazia popolare" senza libertà? Lakatos, che conosceva bene queste "democrazie", mirando ad altro ha colto probabilmente nel segno. Del Cile conosciamo il sanguinario regime di Pinochet. Meno sappiamo delle vicende che condussero al colpo di stato.
Abbiamo bisogno di una storiografia integra ed integrale. Non per prevedere il futuro, certamente imprevedibile, ma per assumere un atteggiamento più saggio e critico quando tentiamo di capire e risolvere i problemi che oggi ci assillano.




domenica 15 gennaio 2012

Crisi economica. Il nuovo conformismo.



" Abbiamo bisogno di certezze e di capri espiatori. La certezza di non perdere quel che abbiamo. I capri espiatori su cui scaricare ogni responsabilità per i tempi duri che viviamo.
Così, una plumbea nuvola di cecità e di conformismo sta lentamente avvolgendo un po’ tutto e tutti".

"In un clima siffatto, io vedo il pericolo che, nel dibattito pubblico dei prossimi mesi, si mettano da parte alcuni dati di fondo, che sono cruciali per prendere decisioni sagge, ma appaiono urticanti o «politically taboo» a quasi tutti i soggetti in campo. Quali dati? Il primo dato è che la pressione fiscale sull'economia regolare è la più alta del mondo sviluppato (intorno al 60%), e così il livello di tassazione sulle imprese, il cosiddetto Total Tax Rate (68.6%)".

"Il secondo dato di fondo è la strabica selettività della repressione dell'evasione. Ci sono intere zone del Paese in cui quasi tutto è in nero.... Il fatto è che se volesse intervenire contro l'illegalità, lo Stato dovrebbe militarizzare circa un quarto del territorio nazionale, e distruggere un paio di milioni di posti di lavoro, che si reggono sui bassi salari".

"C'è un terzo dato di fondo, che mi pare fondamentale ora che si sta per aprire lo spinoso capitolo del mercato del lavoro: da un paio di anni l'Italia sta riducendo la sua base produttiva. Fallimenti, chiusure volontarie di attività, bassi investimenti, distruzione di posti di lavoro, si stanno susseguendo senza interruzione dal 2008...lavorare e produrre in Italia sta diventando sempre più proibitivo sul piano dei costi di produzione".

Con lodevole continuità Ricolfi riporta l'attenzione sui difetti strutturali del sistema Italia. Ma per squarciare la cappa di conformismo che ci sovrasta occorre toccare altre spinose questioni.
Jin Liqun è presidente del consiglio dei supervisori del fondo sovrano da 400 miliardi di dollari China Investment Corporation ed ex vice ministro delle finanze della Repubblica Popolare Cinese. In una recente intervista ad Al Jazeera ha duramente criticato il welfare europeo:

"If you look at the troubles which happened in European countries, this is purely because of the accumulated troubles of the worn out welfare society. I think the labour laws are outdated. The labour laws induce sloth, indolence, rather than hardworking. The incentive system, is totally out of whack".

"Why should, for instance, within [the] eurozone some member's people have to work to 65, even longer, whereas in some other countries they are happily retiring at 55, languishing on the beach? This is unfair. The welfare system is good for any society to reduce the gap, to help those who happen to have disadvantages, to enjoy a good life, but a welfare society should not induce people not to work hard."

Sono i difetti del welfare, secondo Jin Liqun, le cause della crisi. Le leggi sul lavoro sono obsolete, spingono alla pigrizia e all'indolenza invece che al duro lavoro. Il "welfare system" è buono per ogni società per ridurre il divario, per aiutare gli svantaggiati, ma una società del benessere non deve indurre la gente a non lavorare duramente. Questa Europa non attrae più a sufficienza investimenti stranieri.
L'Italia soffre di più, ma paesi come Francia ed Austria non ridono. Le peculiarità italiane, indicate da Ricolfi, spiegano le maggiori difficoltà. Però Francia ed Austria non hanno la nostra evasione fiscale, la nostra Pubblica Amministrazione inefficiente, la nostra giustizia lenta, la nostra criminalità organizzata, la nostra energia costosissima. E allora?
Evidentemente c'è altro. Forse Jin Liqun, che colloca i problemi in un contesto globale, ha in qualche misura ragione. Difficile ridurre la pressione fiscale e il debito pubblico senza riformare lo stato sociale. Che nella Europa migliore copre troppo e costa troppo, mentre in quella peggiore costa troppo senza raggiungere i propri obiettivi.
Sembra opportuno cercare di individuare i fattori della crisi ed i possibili rimedi senza concentrare l'attenzione su speculatori, banchieri, governanti egoisti ed inflessibili, agenzie di rating. Impareremo comunque dai nostri errori, se non sarà troppo tardi.





sabato 7 gennaio 2012

Comunisti a Washington. Quando Stalin sbirciava nello studio di Roosevelt.


Il film di Clint Eastwood J. Edgar presenta la controversa figura di J. E. Hoover, il vero creatore dell'FBI, toccando anche la questione delle indagini sui "sovversivi", sui "rossi", sui "comunisti", tanto spesso bersaglio delle sue invettive. Fissazione paranoica o pericolo reale per la sicurezza degli Stati Uniti?



Dagli anni Venti Willi Munzenberg, con i suoi collaboratori e le sue organizzazioni, per conto dei sovietici attuò negli USA una efficace propaganda a favore del comunismo e del nuovo stato nato dalla Rivoluzione d'Ottobre. Nei lunghi anni delle presidenze Roosevelt (1933-45) prevalentemente per motivi ideologici alcuni cittadini americani collaborarono con i servizi sovietici.
Il professor Christopher Andrew, ex preside della facoltà di storia presso l'Università di Cambridge, è da molti considerato il massimo studioso del ruolo dei servizi segreti nel Novecento. In L'Archivio Mitrokhin (1999, pp. 152 e 153), scritto con l'ex agente del KGB Vasilij Mitrokhin, ha sottolineato il successo dell'intelligence sovietica con queste parole:

"La maggior parte degli altri agenti di prima della guerra, in ogni caso, fu con successo rimessa in attività; tra questi Lawrence Duggan (FRANK) e Harry Dexter White (JURIST). Henry Wallace, vicepresidente durante il terzo mandato di Roosevelt (dal 1941 al 1945), affermò in seguito che, se Roosevelt fosse morto in quel periodo ed egli fosse diventato presidente, sarebbe stata sua intenzione nominare Duggan suo segretario di Stato e White suo segretario del Tesoro. Il fatto che Roosevelt sopravvisse tre mesi in un quarto mandato senza precedenti alla Casa Bianca, e che sostituì Wallace con Harry Truman come vicepresidente nel 1945, privò il sistema informativo sovietico di quello che sarebbe stato il suo successo più spettacolare: l'infiltrazione in un grande governo occidentale. L'NKVD riuscì in ogni caso a infiltrarsi in tutte le sezioni importanti dell'amministrazione Roosevelt".

"Vi era un abisso enorme tra le informazioni sugli Stati Uniti fornite a Stalin e quelle a disposizione di Roosevelt sull'Unione Sovietica. Laddove il Centro si era infiltrato in ogni ramo importante dell'amministrazione di Roosevelt, l'OSS, così come il SIS, non aveva un solo agente a Mosca. Alla conferenza di Teheran dei Tre Grandi, nel novembre del 1943, la prima volta che Stalin e Roosevelt si incontrarono, una informazione di gran lunga superiore diede a Stalin un considerevole vantaggio nella negoziazione".

Dunque quelle di Hoover non erano certo fisime. Soltanto per poco gli agenti americani di Stalin non arrivarono a ricoprire gli incarichi chiave di ministri degli Esteri e del Tesoro degli Stati Uniti. Sono vicende note da tempo, ma non in Italia. E non dobbiamo stupirci. Quanti sanno che soltanto pochi anni fa il Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer accettava i finanziamenti ed eseguiva le direttive dell'Unione Sovietica?






domenica 1 gennaio 2012

Newton filosofo naturale. L'archivio Portsmouth.

 


Isaac Newton nacque in Inghilterra il 4 gennaio del 1643, secondo il calendario gregoriano. Morì a Londra nel 1727. Figlio di piccoli proprietari terrieri, fu prima studente poi professore al Trinity College di Cambridge. Durante la sua lunga vita conseguì fama intellettuale e successo pubblico. Membro e quindi presidente della Royal Society, divenne direttore della Zecca e cavaliere.
Celebrato per la sua teoria della gravitazione universale e per il suo contributo allo sviluppo del calcolo infinitesimale, ha rappresentato l'immagine positivista dello scienziato. Ma nel Novecento l'esame approfondito dei suoi manoscritti ha consentito di rivedere la sua figura, ora presentata coi tratti di un filosofo naturale del suo tempo. Su Newton la video lezione del professor Paolo RossiDa segnalare anche questa recentissima biografia  scientifica: Niccolò GUICCIARDINI, Newton, 2011.
La nuova filosofia naturale del Seicento si confrontò criticamente con la tradizione aristotelica. Si trattò di un approccio globale, riguardando "la visione del mondo, dell'uomo, della conoscenza, e infine di Dio stesso e delle sue relazioni con la Natura" (op. cit. pag. 33). Newton si occupò a lungo non solo di fisica e matematica ma anche di alchimia, teologia, cronologia. Convinzioni non conformiste e antitrinitarie, eretiche anche rispetto all'anglicanesimo, caratterizzarono la sua religiosità, tanto da costringerlo ad una grande riservatezza.
Incline all'esoterismo, lo sfondo concettuale connesso ai suoi interessi alchemici e teologici influenzò la concezione delle teorie fisiche. "Tutte le ricerche newtoniane, anche quelle di ottica, di fisica e di astronomia, sono in una certa misura intrecciate ... alle sue convinzioni religiose e alla sua teologia eretica" (op. cit. pag. 119).
Ben più vicina alla visione oggi prevalente appare la posizione del cattolico Galilei, espressa nella Lettera a padre Benedetto Castelli, che ha ottenuto un ampio consenso anche in ambito teologico:
"... Io crederei che l'autorità delle Sacre Lettere avesse avuto solamente la mira a persuader a gli uomini quegli articoli e proposizioni, che, sendo necessarie per la salute loro e superando ogni umano discorso, non potevano per altra scienza né per altro mezzo farcisi credibili, che per la bocca dell'istesso Spirito Santo. Ma che quel medesimo Dio che ci ha dotati di sensi, di discorso e d’intelletto, abbia voluto, posponendo l’uso di questi, darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo conseguire, non penso che sia necessario il crederlo, e massime in quelle scienze delle quali una minima particella e in conclusioni divise se ne legge nella Scrittura; qual appunto è l’astronomia, di cui ve n’è così piccola parte, che non vi si trovano né pur nominati i pianeti".
Infine qualche cenno del cosiddetto archivio Portsmouth, il "baule di Newton". Nella seconda metà del Settecento la maggior parte dei manoscritti di Newton era ancora in possesso del Duca di Portsmouth, discendente di sua nipote. Le vicende di questo archivio sono strettamente connesse agli sviluppi della storiografia newtoniana.
Esso rivela un Newton lontano dal mito positivista ed illuminista. Tale distanza determinò la sua divisione e ritardi nella pubblicazione delle sue parti più significative. Gli scritti di immediata rilevanza scientifica passarono alla University Library di Cambridge già alla fine dell' Ottocento, mentre quelli alchemici, teologici e storici furono venduti all'asta negli anni Trenta del Novecento.
La dispersione della collezione di manoscritti li rese disponibili agli studiosi. Tramite i due principali acquirenti, il semitista Abraham Yahuda e l'economista John Maynard Keynes, importanti documenti sono pervenuti, rispettivamente, alla biblioteca dell'Università Ebraica di Gerusalemme e al King's College di Cambridge.
Il ritardo nella pubblicazione del contenuto più scottante del "baule di Newton" deve indurre ad attenta riflessione. Quanto spesso le battaglie politico-culturali indeboliscono l'interesse per la verità e la sua ricerca?



venerdì 23 dicembre 2011

Tocqueville. Per una libera repubblica.





Tocqueville
, giovane magistrato, ottenne un congedo non retribuito per condurre una ricerca sul sistema carcerario negli Stati Uniti. Nel 1831 si imbarcò con l'amico e collega Beaumont e ritornò in patria l'anno successivo.
In America studiò a fondo la nuova società democratica, le sue istituzioni, la sua cultura, i costumi e le tradizioni che la resero possibile. Registrò dati, impressioni, riflessioni e interviste in alcuni quaderni, poi raccolti nel Viaggio negli Stati UnitiLa Democrazia in America, l'opera più nota del grande intellettuale francese, nasce in larga misura da questa prolungata indagine sul campo, fissata in quegli appunti di grandi valore storico e forza narrativa. Le seguenti considerazioni, tratte dal Quaderno E ( pag. 262 - 1990), illuminano il tema dell'affermazione della libertà repubblicana americana:

"Vi è un' importante ragione che supera ogni altra e che, dopo che tutte sono state soppesate, da sola fa pendere la bilancia: il popolo americano, considerato nel suo complesso, è non soltanto il più illuminato del mondo, ma, cosa che considero molto superiore a tale vantaggio, è il popolo che possiede l'educazione politica-pratica più evoluta".

Per Tocqueville dunque ideali e cultura diffusi non bastano a spiegare il durevole successo della libertà repubblicana. Il cittadino elettore è chiamato a compiere la sua manutenzione, che solo un adeguato addestramento e una sufficiente conoscenza pratica delle sue esigenze e dei suoi meccanismi consentono.
Nelle giurie, nei comitati, nelle associazioni, nelle assemblee municipali ed ancor prima nelle famiglie e nelle comunità religiose i cittadini degli Stati Uniti sperimentavano i problemi concreti della convivenza in una società libera, la loro complessità, le difficoltà, le ineliminabili conseguenze impreviste di ogni condotta. Acquistavano consapevolezza del necessario legame tra responsabilità individuale, autocontrollo e libertà sostenibile.
Gli intellettuali più avveduti sottolineano l'inefficienza delle democrazie dei nostri giorni, l'insostenibilità di apparati costosi e incapaci di risolvere i problemi che ci assillano. Ma nelle grandi democrazie rappresentative i governanti cercano di adeguarsi all'orientamento presunto degli elettori che li giudicheranno. Cittadini attenti soltanto ai propri interessi a breve termine e/o prigionieri dell'utopia hanno così governi inadeguati.
Il dibattito pubblico ritorni sulla questione dell'educazione dei giovani, che devono essere preparati con grande realismo non solo a corrispondere alle esigenze del mercato del lavoro ma anche a fronteggiare i problemi di efficienza che ormai provocano il discredito delle istituzioni democratiche. Il pensiero di Tocqueville appare ancora una volta prezioso.



mercoledì 14 dicembre 2011

Annuario SIPRI 2011. I numeri della guerra e della pace.

E' disponibile in pdf una sintesi del SIPRI Yearbook 2011. L'edizione italiana è a cura di Stefano Ruzza. Lo Stockholm International Peace Research Institute, fondato nel 1966, è "un istituto internazionale indipendente impegnato in ricerche nel settore dei conflitti, degli armamenti, del loro controllo e del disarmo".
Dal documento emerge un quadro in preoccupante evoluzione. In evidenza " tre questioni che hanno segnato la sfera della sicurezza negli ultimi anni: l’intensificarsi dell’influenza di fattori non-statali; l’emergere di potenze globali e regionali; una crescente inefficienza, incertezza e debolezza delle istituzioni".
"La sicurezza del mondo sta diventando più dinamica, complessa e transnazionale per effetto del crescente flusso di informazioni, individui, capitali e beni". Sempre maggiore è l'importanza regionale e globale degli attori non-stato e quasi-stato, mentre l'ampiezza del ruolo delle nuove potenze pone il problema di una loro equilibrata integrazione in istituzioni internazionali come il Consiglio di sicurezza dell'ONU e il G20.
E' significativo che nel decennio 2001-10, 2007 escluso, ogni anno i conflitti per il governo siano stati più numerosi di quelli per il territorio. In tale decennio solo 2 conflitti su 29 sono stati interstatali.
Vengono sottolineati la fragilità del consenso su principi, scopi e metodi delle missioni di pace, la loro sovraestensione e l'indebolimento del sostegno politico.
La crisi economica non ha impedito l'aumento delle spese militari, tranne in Europa. Nel 2010 gli USA hanno raggiunto il 43% del totale. Protagoniste le nuove potenze Cina, India e Brasile con Russia, Sud Africa e Turchia, anche se mai l'incremento è stato maggiore di quello del PIL.
Da segnalare la spesa militare italiana stimata dal SIPRI: 37 miliardi di dollari, di poco inferiore ai 45,2 della Germania. Una somma ragguardevole, ma la cui effettiva portata può essere compresa soltanto precisando la parte destinata al personale. Del resto quando gli investimenti cadono al di sotto di un livello minimo lo strumento militare diventa inservibile ed il denaro speso è sperperato.
Dal 2006 al 2010 i trasferimenti internazionali degli armamenti convenzionali maggiori sono cresciuti del 24% rispetto al periodo 2001 - 2005. Stati Uniti e Russia sono i maggiori esportatori. India in testa tra gli importatori, seguita dalla Cina.
Infine le armi nucleari: più di 20.500, di cui più di 5.000 dispiegate e pronte all'uso. Certamente in possesso di tali armi otto paesi: USA, Russia, Francia, Regno Unito, Cina, India, Pakistan e Israele.




martedì 6 dicembre 2011

Italia. La democrazia inefficiente.

In una recente conferenza stampa il Presidente del Consiglio Mario Monti ha detto (2:00) che:

"Quando si parla di costi della politica si pensa al costo che i cittadini sopportano per gli apparati amministrativi... Ma non si pensa al vero costo della politica, come purtroppo è stata fatta per decenni in Italia: che chi governa prenda decisioni miranti più all'orizzonte breve delle prossime elezioni che all'orizzonte lungo dell'interesse del paese, dei nostri figli, dei nostri nipoti".

E, ancora, uno dei più lucidi intellettuali italiani, il professor Luca Ricolfi, nel suo La Repubblica delle tasse, con riferimento al referendum su acqua, servizi pubblici locali, nucleare e legittimo impedimento, ha scritto:

"Anzichè cercare di guidare l'opinione pubblica, facendola ragionare, i politici hanno definitivamente deciso di seguirla acriticamente, come un pastore che rincorre il suo gregge di pecore" (pag. 180).
"Ma in fondo non dobbiamo lamentarci troppo. Se i politici seguono il gregge, è perchè il gregge è gregge. Finchè ci lasceremo suggestionare dagli slogan, finchè saremo accecati dalle nostre simpatie e antipatie, la politica non smetterà di usarci" (pag. 182).

Sia pure con qualche tortuosità logica - i politici seguono il gregge e nel contempo lo usano (Ricolfi) - entrambi i due protagonisti del dibattito pubblico mettono il dito su una piaga. La ricerca del consenso elettorale può rendere inefficiente la democrazia.
Ma occorre essere chiari. Già Pericle, nell'Atene democratica del V secolo a. c., affermò che: "Benchè soltanto pochi siano in grado di dar vita a una politica, noi siamo tutti in grado di giudicarla". E' la democrazia rappresentativa: non tutti possono governare ma tutti possono giudicare (e quindi mandare a casa) chi ha governato. Comprensibilmente i politici si adeguano cercando di individuare l'orientamento degli elettori e di ottenere il loro consenso.
Allora che fare? Come attenuare gli effetti perversi della democrazia? L'educazione, in particolare dei giovani, appare la via maestra per una democrazia libera ed efficiente. L'idea che si possa separare l'informazione dall'educazione e che si debba evitare di adottare un preciso indirizzo educativo non appartiene realmente al pensiero liberale. Come ha sottolineato uno dei filosofi liberali più influenti del Novecento in una nota intervista televisiva (5:40) "il liberalismo classico ha sempre accordato una grande importanza all'educazione e un'importanza ancor più grande alla responsabilità".
Tutte le "agenzie" in senso lato educative, a partire dalla scuola, dovrebbero convergere sull'obiettivo di formare un cittadino idoneo alle sue funzioni pubbliche, informato dei lineamenti dello stato democratico contemporaneo e dei suoi problemi. La larga diffusione di una cultura democratica e liberale deve essere sempre accompagnata da una semplice ma efficace informazione sui presupposti e le condizioni di una democrazia sostenibile, nell'ambito di una educazione alla responsabilità, all'autocontrollo, all'accettazione della complessità.
E' illusorio perseguire il fine di una genuina cultura liberale di massa, soprattutto in una paese come il nostro, dove l'influenza del marxismo e di una interpretazione illiberale della tradizione cattolica è stata profonda? Forse. Ma deve guidarci la consapevolezza che una società non lontana da questo modello ideale è storicamente esistita. Karl Popper nella sua autobiografia intellettuale, La ricerca non ha fine, ha confessato:
"L'America mi piacque fin dal primo istante, forse perchè prima avevo qualche pregiudizio nei suoi confronti. Nel 1950 c'era un senso di libertà, di indipendenza personale, che non esisteva in Europa e che, pensavo, era ancor più forte che in Nuova Zelanda, il paese più libero che io conoscessi" (1978, pag. 132).
Si trattava di una libertà responsabile, fondata sulla tradizione e sull'autocontrollo. Una lezione da non dimenticare.



mercoledì 30 novembre 2011

I soldati USA lasciano l'Iraq.

Analisi Difesa è una rivista on-line che si occupa di difesa, sicurezza, forze armate. E' diretta da Gianandrea Gaiani. Nel numero di novembre un ampio rapporto sul ritiro delle truppe USA dall'Iraq, che dovrebbe essere completato entro il 2011.
Gli ultimi 39.000 mila militari americani lasceranno ai civili del Dipartimento di Stato la responsabilità dei programmi di sicurezza e addestramento intrapresi dagli Stati Uniti.
Alla tutela del personale e delle strutture dovranno provvedere almeno 5.000 contractors, civili addetti alla sicurezza.
Pur essendo il ritiro previsto da un accordo tra i due paesi stipulato nel 2008, il governo iracheno ha chiesto che 5.000 soldati restino in Iraq con compiti ufficialmente di addestramento. Ma non ha garantito alle truppe USA l'immunità per errori e reati compiuti nell'esercizio delle loro funzioni, considerata irrinunciabile dal governo americano.
L'amministrazione USA sta fornendo all'Iraq armi per la difesa da attacchi esterni, tra le quali blindati, carri armati Abrams e cacciabombardieri F-16. Però le forze irachene resteranno a lungo inidonee. Per tentare di porre rimedio a tale debolezza gli Stati Uniti schiereranno nuove forze in Kuwait e probabilmente accresceranno la presenza navale nel Golfo Persico.
I soldati americani lasciano l'Iraq. Tra un po' forse lasceranno anche l'Afghanistan. Ma i problemi in ambito internazionale che Obama ha trovato sono irrisolti e spesso aggravati. Gli Stati Uniti non hanno più le risorse materiali e morali sufficienti per esercitare globalmente un'influenza determinante. L'attuale amministrazione, svanite le illusioni e le suggestioni utilissime in campagna elettorale, naviga a vista non trovando partners adeguati neppure nei tradizionali alleati europei.
Il movimento Occupy Wall Street toglie spazio nei media al Tea Party, mentre Obama addebita agli europei i guai economici dell'Occidente. Sono preoccupanti sintomi del declino della grande e libera democrazia americana, che può uscire davvero dalla crisi soltanto affrontando efficacemente i problemi di competitività e ridando ampia vigenza ai valori tradizionali.








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