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Informazioni personali

Laureato in giurisprudenza, cattolico e liberale, contro l'intolleranza, l'irrazionalismo, la sofferenza umana.

lunedì 5 settembre 2011

Festivalfilosofia di Modena: la Natura. Ma una morale naturale è impossibile.


Il Festivalfilosofia di Modena, operazione culturale ormai tradizionale, vetrina prestigiosa per gli intellettuali di sinistra e le loro opere in libreria, si occupa questa volta della Natura, trattata da diversi punti di vista. Uno dei più importanti è quello del rapporto tra natura e morale. Perché la "vita secondo natura" è un tema, un programma, uno slogan che sempre affascina, suggestiona, inganna, prestandosi ad ogni sorta di strumentalizzazione.
Scrive il cattolico professor Dario Antiseri nel suo Cristiano perchè relativista, relativista perchè cristiano, 2003, pag. 62:

"...da proposizioni descrittive possono venir logicamente dedotte unicamente proposizioni descrittive: l'informazione non produce imperativi. E, dunque, non è logicamente possibile passare dall'essere al dover essere. Questa, in breve, è la legge di Hume, la grande divisione tra asserzioni indicative e asserzioni prescrittive, tra fatti e valori. Tale legge è una legge di morte per il diritto naturale e ci dice che i valori non si fondano sulla scienza: essi trovano fondamento sulle nostre scelte di coscienza".

Mentre il compianto biologo e paleontologo statunitense Stephen Jay Gould, in un scritto compreso anche nel suo I Have Landed, ha sottolineato che:

" La scienza però non può mai decidere la moralità della morale. Supponiamo di scoprire che un milione di anni fa, nelle savane africane, l'aggressività, la xenofobia, l'infanticidio selettivo e la sottomissione delle donne offrisse dei vantaggi darwiniani ai nostri progenitori cacciatori-raccoglitori. Una tal conclusione non sancirebbe – nel presente come nel passato – il valore morale di questi comportamenti, né di qualsiasi altro".

Amore e odio sono entrambi ben presenti in natura. E' l'uomo che decide ed è responsabile delle proprie decisioni.





mercoledì 31 agosto 2011

Democrazia e spesa pubblica: una relazione perversa.

Il professor Ernesto Galli della Loggia, in due recenti editoriali sul Corriere della Sera, ha lucidamente delineato le "democrazie della spesa" contemporanee.
Il 17 agosto 2011 ha scritto:

"Tutto ha inizio con il suffragio universale, cuore di quei regimi. Nei quali, come si sa, ogni tot anni chi è al potere deve per l’appunto cercare di avere un voto in più dei rivali, dimostrare che i propri risultati (ovviamente limitati) sono superiori alle promesse (potenzialmente illimitate) degli avversari. La questione decisiva è dunque ogni volta la seguente: come ottenere quel voto in più? Nel corso del tempo le risposte si sono andate riducendo in pratica ad una sola: spendendo, impiegando risorse per soddisfare le esigenze o comunque le richieste dei più vari gruppi sociali in modo da ottenerne così il favore elettorale. Ma spendere significa trovare i soldi per farlo, cioè tassare. Spendere con una mano e tassare con l’altra è divenuta così la regola generale dei regimi democratici".


" Il deterioramento qualitativo delle classi politiche, infatti, è innanzi tutto un prodotto inevitabile di quella «democrazia della spesa» vigente da tempo nei nostri Paesi, in forza della quale governare significa in pratica solo spendere, e poi ancora spendere, per cercare di soddisfare quanti più elettori possibile (e quindi tassare e indebitarsi: con relative catastrofi finanziarie). Quando le cose stanno così, per governare basta disporre di risorse adeguate, non importa reperite come, o prometterne. L'esercizio del potere si spoglia di qualunque necessità di conoscere, di capire, di progettare, e soprattutto di scegliere e di decidere. Non solo, ma il denaro diviene a tal punto intrinseco alla politica che esso finisce per apparirne il vero e ultimo scopo: a chi l'elargisce come a chi lo chiede o lo riceve. Con la conseguenza, tra l'altro, che dove il denaro è tutto, inevitabilmente la corruzione s'infila dappertutto. La «democrazia della spesa», insomma, è un meccanismo che, oltre a svilire progressivamente la sostanza e l'immagine della politica, contribuisce a selezionare le classi politiche al contrario, non premiando mai i migliori (per esempio quelli che pensano all'interesse generale)".

Analisi largamente condivisibili. Ma quale possibile rimedio? Come, dove intervenire per frenare la degenerazione e risalire la china? Si tratta davvero di un declino che le società aperte contemporanee non possono evitare?
La diffusa convinzione che il meccanismo perverso possa essere disattivato semplicemente colpendo i "politici", infedeli rappresentanti di una "società civile" incolpevole vittima, è gravemente fuorviante.
Si deve invece denunciare non solo il "tradimento" della grande maggioranza degli intellettuali, che ha abbandonato il servizio della verità, ma anche e soprattutto il fallimento della scuola italiana che non ha saputo formare cittadini/elettori responsabili.
Sono mancate l'informazione e l'educazione dei nostri giovani, nel contempo tenuti all'oscuro della realtà delle istituzioni democratiche, dei loro veri problemi, del concreto modo di operare degli stati contemporanei, e spinti a pretendere dai governanti il conseguimento di obiettivi irrealistici, ben lontani dalle nostre possibilità.
In un articolo sul Tempo del 15 luglio 2011, riguardo al problema del debito pubblico, Antonio Martino ha scritto:
" la percentuale di spesa pubblica sulla quale il governo ha, a legislazione invariata, potere d'intervento rappresenta una percentuale molto ridotta del totale. Le spese per interessi, per i dipendenti pubblici, per le "prestazioni sociali" (assai deludenti e niente affatto sociali) sono incomprimibili e rappresentano oltre i quattro quinti del totale. Ha senso tentare di ridurre il 100% agendo solo sul 20%? A me non sembra".
Considerazioni coraggiose nell'Italia di oggi, ma che in un paese serio qualsiasi adolescente di normale intelligenza riterrebbe ovvie, grazie all'educazione ricevuta sui banchi di scuola.


domenica 21 agosto 2011

Mont Pelerin Society.


La Mont Pelerin Society è un'associazione costituita nel 1947 tuttora operante con il fine di difendere e diffondere il liberalismo e la società aperta.
Ideata da Friedrich August von Hayek, premio Nobel per l'economia, ebbe tra i suoi membri Karl Popper, Milton Friedman, Ludwig von Mises, Michael Polanyi, Ludwig Erhard, successore di Konrad Adenauer, e Luigi Einaudi, secondo presidente della Repubblica italiana.
Hayek racconta la sua nascita con queste parole ( in F. A. HAYEK, Hayek su Hayek, 1996, pagg. 183 e 184):

"Il dott. Hunold, comunque, ottenne il consenso... per utilizzare i soldi, che erano già stati raccolti in Svizzera, per finanziare il convegno che avevo proposto io. Così, quando riuscii ad ottenere un po' di soldi in più da un ammiratore americano del mio La via della schiavitù, potemmo finalmente organizzare quel convegno, nella primavera del 1947. Fu lasciato a me il compito di stilare sia la lista degli invitati sia il programma del convegno, mentre tutto il lavoro organizzativo fu affidato al dott. Hunold. Il convegno, della durata di dieci giorni, che tenemmo a Mont Pèlerin su Vevey sul lago di Ginevra, riunì 36 studiosi e pubblicisti americani, inglesi e provenienti da vari Paesi dell'Europa continentale. Il convegno ebbe un tale successo che decidemmo di trasformarlo in una associazione permanente che prese il nome dal posto in cui ci incontrammo per la prima volta".

Una delle prime personalità contattate e consultate da Hayek fu il suo amico Karl Popper che rispose con una lettera datata 11 gennaio 1947 (in KARL POPPER, Dopo la Società Aperta, 2009, pagg. 203 e 204) :

"Caro professor Hayek,

al mio ritorno dalla Svizzera ho trovato la Sua lettera del 28 dicembre. Posso ringraziarLa di questo e dirLe che ritengo davvero un grandissimo onore essere incluso da Lei in un elenco che contiene nomi così eminenti?
Penso che l'idea di un'accademia internazionale di filosofia politica sia eccellente; ma sono seriamente preoccupato per una difficoltà.
Ritengo che, per una simile accademia, sarebbe utile, e addirittura necessario, assicurare fin dall'inizio la partecipazione di persone note per essere socialiste o vicine al socialismo".

Popper, rivolgendosi a Hayek, espone diversi motivi di questa opinione, in particolare il seguente:


"La mia posizione personale, come ricorderà, è sempre stata quella di tentare una riconciliazione tra liberali e socialisti; e Lei ha condiviso questa tendenza. Questo non significa, ovviamente, che si debba eliminare o diminuire l'enfasi sui pericoli del socialismo (i pericoli per la libertà). Al contrario. Ma significa che si dovrebbe evitare tutto ciò che possa allargare il fossato fra coloro che amano realmente la libertà e che potrebbero ancora essere conquistati per una cooperazione".

La posizione di Popper manifesta una lucida comprensione del contesto storico politico. Egli, molti anni dopo, nel 1992, così si espresse ( in KARL POPPER, op. cit., pag. 534):

"Benchè" (Hayek) "fosse un grande studioso e un distinto signore, piuttosto riservato nel suo modo di vivere, di pensare e d'insegnare, e benchè avversasse l'azione politica, fondò, poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, la Mont Pelerin Society. La sua funzione era quella di fornire un contraltare agli innumerevoli intellettuali che optarono per il socialismo. Hayek riteneva che si dovesse fare di più che scrivere saggi e libri. Così fondò una società di studiosi e di economisti pratici che si opponevano alla tendenza socialista allora di moda della maggior parte degli intellettuali che credevano in un futuro socialista. La società fu fondata in Svizzera nel 1947 sul Monte Pèlerin, sulla sponda meridionale del lago di Ginevra. Io ebbi l'onore di essere invitato da Hayek ad essere uno dei membri fondatori".

"Questa società esiste ancora, e per molti anni ha esercitato una notevole influenza nell'ambito della schiera degli intellettuali, in particolare tra gli economisti. Ritengo che il suo primo e forse maggiore risultato sia stato quello di incoraggiare quanti stavano lottando contro l'allora enorme autorità di John Maynard Keynes e della sua scuola".


sabato 13 agosto 2011

Le amministrazioni locali banco di prova per un welfare sostenibile.

I nuovi tagli dei trasferimenti agli enti locali, imposti dalla grave situazione economica, costringeranno molte amministrazioni locali a rinnovare metodi e strutture del welfare. Secondo quali linee guida?
Una preziosa indicazione si può trarre da un recente articolo di Antonio Martino, che scrive:

"Le amministrazioni pubbliche - governo centrale, amministrazioni locali, enti previdenziali, autorità autonome e quant'altro - sono in realtà un sistema di trasferimenti: si finanziano prelevando quattrini dalle tasche di alcuni italiani per trasferirli in quelle di altri italiani. Le dimensioni di questi trasferimenti sono aumentate enormemente nel corso del tempo: se posso ripetermi, nel 1900 rappresentavano il 10% del prodotto interno lordo, negli anni Cinquanta a circa il 30%, oggi superano il 51%. Cosa giustifica questa spaventosa crescita? Certamente non la lotta alla povertà: eravamo più poveri nel 1900 che non negli anni Cinquanta e più poveri nei Cinquanta che non adesso. Del resto, chi crede che le spese delle amministrazioni pubbliche abbiano davvero lo scopo di alleviare il disagio dei nostri concittadini meno fortunati? Se il 51% del reddito nazionale andasse al 20% più povero della popolazione, lo renderebbe immediatamente agiato. Le cose sono assai meno semplici, bisogna considerare altri elementi.

Primo: quanto la collettività riceve ammonta a molto meno di quanto la collettività deve versare all'apparato di trasferimenti pubblico, per via dei costi di trasferimento (burocrazia, politica, corruzione, eccetera). Secondo: chi paga non necessariamente appartiene alle fasce di reddito più alte, chi riceve non necessariamente a quelle più basse. Il finanziamento dell'università, della sanità, e degli enti locali molto spesso proviene dalle tasche di contribuenti a reddito medio-basso o basso, e va in quelle di persone non indigenti, e la redistribuzione diventa regressiva".

"L'indennità parlamentare mi colloca nell'uno per cento più ricco dei contribuenti (ineffabile efficienza del nostro sistema tributario!) eppure ricevo "gratis" i servizi e le medicine fornite dal sistema sanitario nazionale: tassiamo il 99% meno abbiente per dare all'uno per cento più ricco!"

Martino, con la sua abituale coraggiosa lucidità, mette in rilievo uno dei principali fattori di insostenibilità della spesa pubblica italiana: tendenzialmente si vuole dare tutto a tutti. La protezione pubblica, spesso inefficiente, copre anche chi non ne ha davvero bisogno e può da solo meglio provvedere alle proprie necessità, conservando parte del reddito che oggi trasferisce alla finanza pubblica.

Occorre dunque che la mano pubblica tuteli, in modo efficiente, chi non riesce a far da sè. Nulla di meno, nulla di più. Si tratta di collegare le prestazioni al reddito, riducendo l'ampiezza degli interventi della pubblica amministrazione e quindi la sua dimensione e l'entità della spesa pubblica.
L'ostacolo principale che trova questa auspicata rivoluzione del welfare italiano è rappresentato dalla tradizionale incapacità di far emergere i redditi reali, a cui si accompagna un'imponente evasione fiscale. Gli enti locali sono i più vicini al cittadino. Sono perciò in grado di contribuire in modo decisivo anche all'accertamento della sua situazione reddituale. Siano i primi a sperimentare un nuovo modo di costruire assistenza e sanità pubbliche, imperniato sul collegamento tra prestazione e reddito.


lunedì 8 agosto 2011

Il Settecento negli scritti autobiografici di Rousseau e Franklin.




Gli scritti autobiografici delle personalità eminenti rappresentano una via di approccio diretta e privilegiata alla storia. Per il Diciottesimo secolo sono da segnalare per importanza, tra i tanti rilevanti, Le Confessioni di Jean-Jacques Rousseau e l'Autobiografia di Benjamin Franklin.

Nelle Confessioni Rousseau presenta la propria vita non risparmiando dettagli intimi a volte sorprendenti, citando persino episodi di esibizionismo. Sullo sfondo la società e la cultura settecentesche. I melomani troveranno il suo giudizio sulle doti musicali delle ragazze degli orfanotrofi veneziani per cui prestò la propria opera anche Antonio Vivaldi.

L'Autobiografia di Franklin, sia pure incompleta, disegna con efficacia la sua figura poliedrica. Autodidatta, in gioventù tipografo, fu tra i padri fondatori degli Stati Uniti d'America. Incarnò perfettamente l'illuminismo prudente, pragmatico, deista e massone diffuso nei paesi di lingua inglese. Ancora in vita divenne un vero e proprio mito. Rappresenta un modello di successo personale tuttora influente.

L'opera di Rousseau si trova ancora in libreria.
L'ultima edizione italiana dell'Autobiografia di Franklin risale alla fine degli anni Novanta. In inglese si può leggere in rete qui.


domenica 31 luglio 2011

Debito pubblico. Articolo 81: la costituzione tradita.


"Le Camere approvano ogni anno i bilanci e il rendiconto consuntivo presentati dal Governo.

L'esercizio provvisorio del bilancio non può essere concesso se non per legge e per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi.

Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese.

Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte".

Dunque, secondo la costituzione italiana vigente, ogni legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte.
Quale è la ratio della disposizione? Cosa vuol dire "indicare i mezzi per farvi fronte"?
La dottrina costituzionalista circoscrive il ruolo dei lavori preparatori ma, in questo caso, i lavori dell'Assemblea Costituente, con gli interventi di Einaudi, Mortati e Vanoni, indirizzano l'interpretazione in modo univoco. Lo scopo della norma è quello di limitare la produzione di leggi che importano nuova o maggiore spesa pubblica, soprattutto di iniziativa parlamentare.
Se questa è la precisa ratio della parte dell'art. 81 qui discussa, diventa inevitabile adottare un'interpretazione rigorosa dell'espressione "indicare i mezzi per farvi fronte".
Essi devono essere costituiti da proventi tributari o da entrate extratributarie quali il corrispettivo della cessione di beni pubblici o utili distribuiti da imprese in mano pubblica.
E' invece vietato il ricorso a prestiti o all'emissione di titoli di debito pubblico, in particolare a medio/lungo termine, da collocare sui mercati finanziari.
Talmente vasta è stata la disapplicazione di questa parte della costituzione che, deficit dopo deficit, lo stock del debito pubblico italiano è diventato imponente. Il servizio di questo debito risulta così costoso, soprattutto in presenza di alti tassi di interesse, da condizionare negativamente e pesantemente non solo l'economia del nostro paese ma anche la vita stessa delle sue istituzioni democratiche.
Si può legittimamente parlare di un vero e proprio tradimento della costituzione, che risale agli anni Sessanta del secolo scorso.
Oggi i diretti eredi delle forze politiche che, come si ricava da questo studio della Banca d'Italia, più hanno contribuito a devastare la finanza pubblica italiana sono spesso i più impegnati a denunciare attuali vere o presunte violazioni della costituzione stessa. Ma le responsabilità di chi ha posto le premesse delle attuali difficoltà finanziarie sono ormai chiare.



domenica 24 luglio 2011

Crisi economica. I tagli e la crescita.

Su La Stampa di ieri il professor Mario Deaglio esamina ampiamente la crisi economica internazionale, imperniando il discorso sulle alternative tagli/stimoli e stagnazione/crescita.
Scrive Deaglio:

"Il sofferto accordo sul debito greco, raggiunto giovedì sera a Bruxelles dopo una trattativa difficile ed estenuante, è ricchissimo di codicilli e molto povero di idee, un accordo senza vincitori, dal quale tutti escono un po’ sconfitti".
"I mercati internazionali rimangono scettici e l’opinione pubblica nervosa.
L’accordo avviene all’insegna di una ampia politica di tagli, che si tradurranno in un freno aggiuntivo all’economia, proprio mentre l’Europa ha bisogno di stimoli alla crescita."

Poi, trattando la situazione statunitense, il professore bacchetta duramente "la maggioranza repubblicana della Camera dei Rappresentanti che si rifiuta di innalzare il tetto del debito pubblico (che negli Stati Uniti è stabilito per legge) senza ottenere in cambio imponenti tagli alla spesa pubblica".
Mentre in realtà i repubblicani intendono così denunciare "l’evidente fallimento della politica di stimolo monetario che fino a fine giugno per nove mesi ha "iniettato" nell’economia 2,5 miliardi di dollari al giorno. Con il solo risultato di far salire il prezzo delle materie prime, mentre la disoccupazione torna ad aumentare".

Restano fuori dall'analisi dell'economista torinese alcune questioni rilevantissime. Le economie occidentali, gravate di imponenti debiti pubblici, possono permettersi di non contenere con fermezza la spesa pubblica?
Ma soprattutto lo strumento fiscale e gli investimenti pubblici rappresentano davvero l'arma vincente per superare la crisi e conferire una nuova solida vitalità alle economie occidentali?
Rimane insomma senza una valida risposta la seguente domanda fondamentale. In un contesto "globalizzato" spesso gli operatori economici preferiscono realizzare stabilimenti industriali o centri di elaborazione dati e ormai anche di ricerca e sviluppo in Cina, India, Brasile ecc. ecc. Come rendere di nuovo conveniente investire negli USA o in Europa occidentale, "localizzando" nei loro territori, creando realmente nuova ricchezza, senza esaurire quella prodotta in passato?
I lettori aspettano da Deaglio e dai suoi colleghi parole chiare e coraggiose, analisi economiche, non espressioni riconducibili a preferenze politiche personali.



giovedì 14 luglio 2011

Tocqueville: religione e libertà.







Tocqueville, l'autore della Democrazia in America e dell'Antico regime e la Rivoluzione, fu per lunghi tratti della sua vita sostanzialmente agnostico, ma scrisse le sue grandi opere sempre da cristiano. Leggiamo in una lettera a Gobineau del 2 ottobre 1843:

"Io non sono credente (e non lo dico certo per vantarmi), ma per quanto non credente, non ho mai potuto impedirmi un'emozione profonda alla lettura del Vangelo. Numerose tra le dottrine che vi sono contenute m'hanno sempre colpito come assolutamente nuove, e soprattutto l'insieme forma qualcosa di interamente diverso dal corpo di idee filosofiche e di leggi morali che prima aveva retto le società umane. Non concepisco come, leggendo questo libro ammirabile, la vostra anima non abbia provato come la mia quella sorta di aspirazione alla libertà che solo un'atmosfera più vasta e più pura può generare".

"Il cristianesimo ci è arrivato attraverso secoli di profonda ignoranza, grossolanità, disuguaglianza sociale e oppressione politica: è stato un'arma nelle mani dei re e dei preti. Sarebbe equo giudicarlo per se stesso e non per l'ambiente attraverso il quale è stato costretto a passare. Quasi tutti gli abusi che voi gli rimproverate, spesso con ragione, devono essere attribuiti a queste cause secondarie".

Come scrive Umberto Coldagelli (Vita di Tocqueville, 2005, pagg. 202 e 203):

"La conclusione era chiara: il gran merito dei Lumi, la loro vera "novità" consisteva nella riscoperta dei valori originali del cristianesimo occultati dalla storia, nel recupero del suo messaggio universale.
Naturalmente i Lumi cui si riferiva Tocqueville non erano gli stessi che Gobineau aveva incautamente esaltato nella sua lettera, cioè quelli che si riassumevano nello spirito voltairiano che ancora permeava la cultura borghese del tempo, per il quale lo sviluppo della libertà era concepibile soltanto nella dimensione d'una sempre più accentuata secolarizzazione del mondo. Voltaire è sempre stato per Tocqueville il non amato contraltare di quei grandi spiriti, come Pascal, Montesquieu e Rousseau, con i quali, secondo una celebre lettera che conosciamo, viveva un poco ogni giorno".

Ma è nella Democrazia in America che Tocqueville delinea compiutamente la portata storico-civile, sociale e culturale del cristianesimo, mettendo in evidenza il suo stretto rapporto con la libertà. Si legga, in particolare, nel Libro Terzo, Parte Prima, Capitolo Quinto:

"Non vi è quasi azione umana, per quanto particolare, che non nasca da un'idea generale che gli uomini hanno concepito di Dio, dei suoi rapporti con l'umanità, della natura dell'anima e dei doveri verso i loro simili".
"Gli uomini hanno, dunque, un immenso interesse a farsi idee ben salde su Dio, l'anima e i doveri generali verso il Creatore e verso i loro simili, poiché il dubbio su questi primi punti abbandonerebbe tutte le loro azioni al caso e li condannerebbe, in un certo senso, al disordine e all'impotenza.
Questa è, dunque, la materia su cui è necessario che ognuno abbia idee ferme, e disgraziatamente è anche quella in cui è più difficile fermare le proprie idee con il solo sforzo della ragione".

"Le idee generali relative a Dio e alla natura umana sono, quindi, fra tutte le idee quelle che è più conveniente sottrarre all'azione abituale della ragione individuale, la quale ha a questo riguardo più da guadagnare che da perdere nel riconoscere un' autorità".

"Per parte mia non credo che l'uomo possa mai sopportare insieme una completa indipendenza religiosa e un'intera libertà politica e sono portato a pensare che, se egli non ha fede, bisogna che serva e, se è libero, che creda".

Tocqueville in realtà si riferisce precisamente alla religione cristiana:

"....nel Corano non solo dottrine religiose, ma anche massime politiche, leggi civili e criminali e teorie scientifiche. Il Vangelo, invece, parla solo dei rapporti generali degli uomini con Dio e fra loro. Al di fuori di questo non insegna nulla e non obbliga a credere nulla. Questo soltanto, fra mille altre ragioni, basta a mostrare che la prima di quelle due religioni non può dominare a lungo in tempi di civiltà e di democrazia, mentre la seconda è destinata a regnare anche in quei secoli come in tutti gli altri".

Karl Popper ha premesso alla Addenda alla Società aperta e i suoi nemici queste parole:

"La più grande malattia filosofica del nostro tempo è costituita dal relativismo intellettuale e dal relativismo morale, il secondo dei quali trova, almeno in parte, nel primo il proprio fondamento".
L' avversione del grande filosofo austriaco anche per il relativismo morale nasce con ogni probabilità dalla preoccupazione per il destino della Società aperta, che sopravvive solo quando i principi di libertà e tolleranza sono fuori discussione, sentiti come assoluti ed assolutamente difesi.
Ma la profonda aspirazione popperiana all'oggettività anche in ambito morale trova nella cosiddetta legge di Hume, nel dualismo fatti/norme, che lo stesso Popper accetta, un ostacolo invalicabile.
La soluzione insuperata del problema resta quella di Tocqueville: se l'uomo "non ha fede, bisogna che serva e, se è libero, che creda".

Qui, in inglese, La Democrazia in America

- Volume I

- Volume II






giovedì 7 luglio 2011

Primarie.





Ha scritto Karl Popper in Congetture e confutazioni (ristampa 2000, pag. 595):

"La differenza fra una democrazia e una tirannide è che nella prima il governo può essere eliminato senza spargimento di sangue, nella seconda no". Dobbiamo proprio al grande filosofo austriaco il concetto di democrazia come strumento non per scegliere i migliori governanti ma per far cadere cattivi governi senza ricorrere alla violenza. Il voto popolare elimina un'ipotesi di governo che si è rivelata sbagliata. Analogamente le primarie non premiano sempre il migliore dei candidati, il più capace degli amministratori, il politico più intelligente, bensì consentono a militanti e simpatizzanti di scegliere la figura più idonea ad entusiasmare e a mobilitare, conferendole una legittimazione diretta sempre più richiesta ed apprezzata dagli elettori. 
Se questi sembrano gli scopi principali delle elezioni primarie, la regolamentazione va attentamente formulata per favorirne il conseguimento. Pare quindi controproducente stabilire criteri per l'ammissione delle candidature tanto rigidi da ostacolare un proficuo contatto e scambio tra politica e società civile, mentre molto attenti e severi dovrebbero essere i controlli sui votanti. Le regole devono per quanto possibile impedire ogni improprio tentativo di condizionare la vita dei partiti e dei movimenti. Utilissimo sarà riflettere sulle istituzioni e sulle tradizioni statunitensi. Una democrazia, quella americana, imperfetta come tutte le opere dell'uomo, ma sempre capace di salvaguardare una società libera ed aperta.


domenica 26 giugno 2011

Il diritto di visita negli accordi internazionali per l'abolizione della schiavitù. Dal Congresso di Vienna (1815) al Trattato di Londra del 1841.

E' secolare la storia degli accordi internazionali che prevedono l'uso della forza militare per fini umanitari. Già il Congresso di Vienna nel 1815 condannò la schiavitù e la tratta degli schiavi in quanto contrarie al diritto delle genti e alla moralità internazionale.
Assume spesso i toni della polemica la discussione sulla matrice ideale dell'abolizionismo. Pare prevalente l'influenza del Cristianesimo. Pur presentando anche tratti contraddittori, il Magistero della Chiesa cattolica e la religiosità cristiana protestante prepararono largamente la strada all'abolizione della schiavitù. Più incerto sembra il contributo degli illuministi e dei precursori dell'Illuminismo: Locke e Voltaire non erano abolizionisti e investirono nel commercio degli schiavi.
Il programma abolizionista adottato a Vienna fu parzialmente attuato con accordi tra le grandi potenze. Quello del 1831 già attribuiva alle parti contraenti, Gran Bretagna e Francia, reciprocamente, il cosiddetto diritto di visita. La marina militare di ciascuna delle due potenze in base al trattato poteva "visitare" la navi dell'altra per controllare che non trasportassero schiavi.
Il Trattato di Londra del 1841, stipulato anche da Austria, Prussia e Russia, estese e precisò l'utilizzo di questo strumento. Forti resistenze in Francia spinsero però Guizot a differirne la ratifica. Prevalsero sentimenti nazionalisti ma non mancarono rilievi sostenuti da argomentazioni degne di particolare attenzione.
Tocqueville, eletto alla Camera nel 1839, abolizionista convinto, componente della commissione parlamentare chiamata a pronunciarsi sul tema, dimostrò che il diritto di visita aumentava spesso le crudeltà subite dai prigionieri, gettati in mare per sfuggire alla sorveglianza. Propose in alternativa un'azione delle potenze europee diretta ad eliminare i mercati degli schiavi.
Proprio nel 1839 è ambientato il bel film di Spielberg Amistad, con Anthony Hopkins.



Un modo efficace e suggestivo per presentare ai nostri giovani un problema che mobilitò coscienze e scatenò conflitti.


venerdì 17 giugno 2011

Giustizia lenta.


"ROMA - La giunta distrettuale di Roma dell'Associazione nazionale magistrati lancia l'allarme: il tribunale di Roma rischia la paralisi. "La profonda crisi di risorse umane e materiali attuale sta conducendo il tribunale di Roma al rischio paralisi"
"Per l'Anm la conclusione è una sola: "Mentre si favoleggia di una informatizzazione degli uffici già in gran parte avvenuta (e che gli operatori della Giustizia sanno essere invece, tuttora, nel libro dei sogni), o si discute della riforma costituzionale della giurisdizione, l'unica riforma epocale già in atto è quella di una riduzione progressiva della giurisdizione quotidianamente resa, della chiusura di uffici e servizi per assenza di personale e di risorse materiali".

La giustizia italiana è in profonda crisi ormai da tanti anni. Ma quali sono cause e responsabilità? Sempre sul Corriere Della Sera i professori Alberto Alesina e Francesco Giavazzi scrivono:

"La giustizia civile in Italia non solo è lenta: i suoi tempi si stanno ancor più allungando. Negli anni Ottanta una procedura fallimentare durava, in media, poco più di 4 anni, ora ne dura più di 9 (dati Istat). E così le aziende trovano sempre maggiori ostacoli alla crescita. Che fare? Scartiamo subito la risposta ovvia e sbagliata: che si dovrebbe spendere di più per la giustizia. La Commissione europea sull'efficienza della giustizia (un organo del Consiglio d'Europa) calcola che lo Stato italiano spende per la giustizia 70 euro per abitante (dati relativi al 2008). La spesa in Francia è 58 euro per abitante. E non perché la Francia abbia molti meno giudici e cancellieri. I numeri sono simili: i giudici sono 9 per 100mila abitanti in Francia e 10 in Italia; i dipendenti dei tribunali con qualifica diversa da giudice sono 4 per ciascun giudice in Italia, 3 in Francia. Ciononostante la lunghezza media di un procedimento civile è la metà in Francia che in Italia. I giudici italiani sono anche pagati un po' meglio: lo stipendio base è superiore del 20% circa al corrispondente stipendio francese".

Da considerare anche il dato seguente, citato dallo stesso ministro Alfano:

"La sola immissione di risorse economiche non risolve alcun profilo di inefficienza'', spiega il Guardasigilli, citando il caso del settore dell'informatica giudiziaria, dove, dal 1996 al 2007, sono stati spesi complessivamente ''piu' di 2 miliardi di euro'', anche se ''nello stesso periodo l'arretrato sia nel settore civile che nel settore penale e' aumentato inesorabilmente".


"La situazione di partenza degli uffici giudiziari italiani non era certo delle migliori: un "bricolage informatico", come lo ha descritto il Guardasigilli, dove ognuno organizzava da sé il proprio programma di informatizzazione o, per dirla con le parole del ministro Brunetta, un apparato "balcanizzato", dove ogni ufficio aveva il suo sistema e conseguentemente il suo contratto di assistenza, con costi molto variabili. E la giungla dei costi, si sa, crea inevitabilmente sprechi di risorse. "Interrompere la balcanizzazione e creare un contratto di servizio unico per l'assistenza informatica consentirà, come è già avvenuto per le intercettazioni, di razionalizzare i costi e di diminuirli".

Ricordiamo poi le importanti disposizioni del D. Lgs. 25 luglio 2006, n. 240 che attribuiscono ai magistrati capi degli uffici giudiziari funzioni di indirizzo anche in materia amministrativa, pur nel rispetto dei compiti dei dirigenti amministrativi:

Art. 2 Gestione delle risorse umane:

"1. Il dirigente amministrativo preposto all'ufficio giudiziario e' responsabile della gestione del personale amministrativo, da attuare in coerenza con gli indirizzi del magistrato capo dell'ufficio e con il programma annuale delle attività di cui all'articolo 4".


Esaminiamo infine con attenzione questi dati sulla durata dei processi. Relativi alla sola materia civile, mostrano una variabilità da distretto a distretto riscontrabile anche nel settore penale, in parte non spiegabile guardando alle sole caratteristiche degli illeciti più diffusi nel territorio.

Da queste premesse non pare possibile trarre conclusioni univoche. La situazione, anche sotto il profilo delle responsabilità, appare difficile da districare. Si tratta del resto di un ambito dove la battaglia politico-culturale senza esclusione di colpi in atto nel nostro paese produce danni gravissimi. Ed a pagare sono soprattutto i più deboli.



mercoledì 1 giugno 2011

Debito e crescita. La soluzione non è a portata di mano.

Sul Corriere della Sera Dario Di Vico propone un'analisi del discorso del governatore uscente della Banca d'Italia Mario Draghi. Diversi i rilievi mossi dal governatore. Il governo è accusato di aver realizzato tagli lineari alla spesa. Tagli selettivi, uniti al recupero dell'evasione, avrebbero invece consentito di diminuire la pressione fiscale su lavoratori e imprese, accrescendo nel contempo la produttività del sistema.
La critica dei tagli lineari ricorre spesso, ma pare non tener conto a sufficienza delle caratteristiche della spesa pubblica italiana, rappresentata prevalentemente dalla spesa sanitaria, dalle retribuzioni dei dipendenti pubblici e dalla spesa previdenziale.
Alla sanità i tagli cosiddetti intelligenti gioverebbero grandemente e rilevanti sarebbero i risparmi. Ma qui è decisiva la competenza delle regioni. La loro gestione dovrebbe dare attuazione ai buoni propositi espressi a livello centrale.
Altrettanto difficile è intervenire selettivamente sul numero e soprattutto sulle retribuzioni dei dipendenti pubblici per risparmiare e aumentare la produttività. La spesa previdenziale poi, per sua stessa natura, mal si presta ad interventi di questo tipo.
Condivisibile è la fiducia espressa dal governatore nell'indipendenza della istituzione che dirige e nelle qualità dei suoi collaboratori. Ma le banche centrali e le agenzie indipendenti avrebbero dovuto prevenire la recente crisi economica. L'errore e la negligenza non sono evidentemente una prerogativa esclusiva delle agenzie governative.
Poi il biasimo per le riforme non realizzate. "La lista del Governatore" - scrive Di Vico - "è fatta di otto proposte e si apre con l'efficienza della giustizia civile, il sistema dell'istruzione, la concorrenza, il mercato del lavoro e gli investimenti nelle infrastrutture. Si tratta di riforme alcune delle quali, da sole, valgono un punto di Pil e che vanno realizzate pensando "a quale Paese lasceremo ai nostri figli".
Il governo in carica ha già modificato il processo civile italiano, introducendo importanti novità. Non si dimentichi però che la giustizia italiana ha caratterstiche peculiari. L'ordinamento non solo tutela rigorosamente l'autonomia e l'indipendenza dei magistrati nell'esercizio delle funzioni giurisdizionali ma attribuisce ai magistrati capi degli uffici giudiziari anche compiti di indirizzo per la gestione delle risorse umane (personale amministrativo), finanziarie e strumentali. E' certo necessario ridurre il numero di tali uffici giudiziari e razionalizzare la loro distribuzione sul territorio. Ma spesso sono le qualità dei magistrati dirigenti a fare la differenza sotto il profilo della produttività.
Quanto al settore dell'istruzione, sono note le vicende della riforma Gelmini. Fondati sembrano poi molti dei rilievi di Draghi a proposito delle mancate liberalizzazioni. Ma su queste esiste in Italia un vero consenso popolare?
Altrettanto fondate sono le considerazioni del governatore sulle deficienze strutturali e culturali delle aziende italiane. La pressione esercitata dal mercato globalizzato già determina un'evoluzione non priva di dure conseguenze personali.
Nella relazione insomma non mancano aspetti discutibili. Draghi conosce bene la complessità della situazione italiana. Qualche cenno in più alle peculiari difficoltà che si incontrano nel tentare di riformare il nostro paese avrebbe costituito una ulteriore chiara manifestazione di indipendenza ed autorevolezza.

mercoledì 25 maggio 2011

Tocqueville: le preferenze religiose dei popoli democratici.


Nella Democrazia in America - libro terzo, parte prima, capitolo settimo - Tocqueville scrisse:

"In questi tempi lo spirito umano tende ad abbracciare contemporaneamente una quantità di oggetti diversi; e aspira senza posa a collegare moltissime conseguenze ad una sola causa. L'idea dell'unità lo assilla, l'assedia; l'uomo la cerca ovunque e quando crede di averla trovata si adagia volentieri in essa e vi riposa. Non solamente egli viene a scoprire nel mondo una creazione e un creatore; questa prima divisione delle cose lo urta; ed egli cerca volentieri di ingrandire e semplificare il suo pensiero riunendo Iddio e l'universo in un tutto unico. Se trovassi un sistema filosofico secondo il quale le cose materiali e immateriali, visibili e invisibili, racchiuse nel mondo non sono più considerate che come parti diverse di un essere immenso, che solo resta eterno nel mezzo del cambiamento continuo e della trasformazione incessante di tutto ciò che lo compone, non avrei difficoltà a concludere che un simile sistema, sebbene distrugga l'individualità umana o, piuttosto, perchè la distrugge, avrà delle attrattive segrete per gli uomini che vivono nelle democrazie; i quali sono preparati a concepirlo e ad adottarlo da tutte le loro abitudini intellettuali. Esso attira naturalmente la loro immaginazione e la fissa, alimenta l'orgoglio del loro spirito e accarezza la loro pigrizia.
Fra i differenti sistemi per mezzo dei quali la filosofia cerca di spiegare l'universo, il panteismo mi sembra uno dei più adatti a sedurre lo spirito umano nei secoli democratici; è contro di esso che tutti coloro i quali sono persuasi della vera grandezza dell'uomo debbono riunirsi e combattere".

Anche nel cinema la conferma di questa lucida previsione. Avatar di James Cameron rappresenta l'esempio più rilevante: la divinità è un tratto della Natura. La sete di senso dell'uomo contemporaneo è placata da una visione che dissolve nel Tutto ogni individualità.
Il recente splendido The Tree of Life di Terrence Malick non si presta invece a semplificazioni riduttive e a letture unilaterali. La Grazia evocata ed invocata nel film non sembra del tutto estranea all'esito dell'elaborazione delle teologie cristiane. Ne risulta la prospettiva di una comunione che non cancella l'individualità, bensì la esalta.

domenica 15 maggio 2011

Impiegati. Il lavoro che oggi sognano i giovani.

Due interessanti articoli, di Isidoro Trovato sul Corriere della Sera e del professor Luca Ricolfi su Panorama del 12 maggio 2011, mettono in evidenza alcuni aspetti inquietanti della condizione in cui versano i giovani italiani.

"...negli anni 10 del terzo millennio scopriamo che l'impiegato è il mestiere più agognato. Altro che sogni di gloria, di fama e di potere. Tutto quello che vogliamo è un posto sicuro che ci protegga dalle avversità del mondo. Un posto da impiegato, appunto. A dimostrarlo è un'indagine di Adecco, la più grande agenzia per il lavoro in Italia che ha condotto la ricerca su un campione di 6.500 persone di età compresa tra i 26 e i 50 anni (il 49% degli intervistati ha un'età compresa tra i 26 e i 35 anni) e chiedendo quale fosse il lavoro dei loro sogni. E l'impiegato è quello che ha raccolto più voti".

"A rendere ancora più incisivo l'esito della ricerca basta fare il raffronto con la stessa (condotta sempre da Adecco) dieci anni fa: allora il sogno era quello di mettersi in proprio e di tentare la fortuna e le sfide dell'imprenditorialità. E l'impiegato si trovava in fondo la classifica, appena sopra il netturbino e l'operaio".

Restano dunque penalizzati nelle aspirazioni dei giovani i lavori più umili, i posti da operaio specializzato, anche in presenza di retribuzioni interessanti, le professioni e le iniziative imprenditoriali.
Questa ridefinizione delle aspirazioni giovanili, accompagnata da un calo della percentuale di nuovi laureati e diplomati, appare il riflesso di una società ingessata, che cresce troppo poco, mentre la mobilità al suo interno si riduce a livelli preoccupanti.
Perchè? Da un lato, come scrive Trovato, "A rinunciare sono soprattutto i figli della classe media, dove la laurea non è una tradizione familiare da generazioni e dove il capitale sociale di relazioni (così utile per trovare un lavoro) è inesistente o scarso". Dall'altro vanno poste in evidenza le rigide modalità di accesso alle libere professioni, non sempre giustificate dall'interesse pubblico.
Da sottolineare anche il ruolo della crisi economica, che rende più difficile l'accesso all'impresa. Se ora è particolarmente arduo continuare un'impresa di dimensioni piccole o medie, le difficoltà per chi vuole iniziare sono spesso insuperabili. Ma importanti motivi attengono alla formazione dei giovani stessi. Scrive il professor Ricolfi:

" A me pare però che ci sia anche un'altra ragione, su cui per lo più si preferisce glissare: la qualità sempre più scadente di professori e studenti, a tutti i livelli dell'istruzione, dalla scuola elementare all'università.
Contrariamente a quanto comunemente si crede, l'abbassamento degli standard non favorisce affatto l'istruzione di massa. O meglio, la favorisce nella scuola dell'obbligo, dove vige la regola non scritta "è proibito bocciare", ma alla lunga la ostacola nell'istruzione superiore, perché i danni cognitivi che la scuola facile (fino a 13 anni) infligge alle menti dei ragazzi sono spesso irreversibili, e comunque troppo ampi per consentire di portare a termine studi che, per quanto dequalificati, richiedono conoscenze e capacità che la scuola ha rinunciato a trasmettere a tutti i suoi allievi".
Ovviamente tale abbassamento degli standard finisce per compromettere anche la preparazione di chi il sempre più svalutato "pezzo di carta" lo ottiene. L'impatto con la realtà del mercato del lavoro e delle attività professionali diventa così non raramente doloroso, con un netto vantaggio per i privilegiati provenienti da famiglie dove la professione è già una posizione acquisita.
Quali i possibili rimedi? Per la scuola l'abolizione del cosiddetto valore legale del titolo di studio, con conseguente selezione più severa di studenti ed insegnanti, accompagnate da un efficiente sistema di borse di studio per i meno abbienti capaci e meritevoli.
Opportuna pare anche una revisione delle modalità di accesso alle libere professioni che, senza diminuire la qualità degli operatori, si ispiri ai principi della libera concorrenza e persegua l'obiettivo di una adeguata mobilità sociale.
Auspicabile pure un riassetto del sistema delle imprese. La costituzione di imprese di maggiori dimensioni, o comunque di reti di imprese, più aperte alle opportunità del mercato globale e più soggette alle sue pressioni, può favorire il ricambio nei ruoli manageriali.
Ed infine due parole sull'educazione familiare dei giovani. L'assunzione di rischi ragionevoli e di responsabilità deve essere incentivata. L'abitudine alla fatica e ad una corretta competizione va favorita. Perché una grande società aperta ha bisogno di tutti e dell'impegno di tutti.




venerdì 6 maggio 2011

La morte di Osama bin Laden: un successo da non sopravvalutare.

L'eliminazione di bin Laden ha permesso a Barack Obama di riconquistare parte del consenso perduto. Ma la sua presidenza continua ad apparire fallimentare a molti suoi concittadini.
Al debito pubblico fuori controllo non corrispondono una valida ripresa economica e una apprezzabile riduzione della disoccupazione. Una ripresa vitale, non effimera, può arrivare solo da un aumento degli investimenti privati, da un incremento della produttività e della competitività diffuso, non limitato ad alcune grandi compagnie, da una minor adesione a stili di vita distruttivi e autodistruttivi, accompagnata dal concreto raggiungimento di migliori standards di etica del lavoro e della responsabilità.
Fuori dai confini statunitensi i problemi, vecchi e nuovi, sono lontani da una soluzione. In Medio Oriente e Nord Africa le recenti rivolte popolari aprono anche inquietanti prospettive. Dove i regimi autoritari sono caduti le richieste di più alti salari e maggiori spese pubbliche comportano rischi sotto il profilo della tenuta dei conti pubblici. Mentre le entrate derivanti dal turismo e gli investimenti stranieri potrebbero diminuire.
Altre preoccupazioni crea il più importante ruolo esercitato dai movimenti islamici. In Siria e soprattutto in Iran i regimi autoritari esistenti sembrano in grado di restare in sella incattivendosi ulteriormente. Il conflitto israeliano - palestinese non è componibile. I Palestinesi non accettano e non accetteranno l'esistenza di uno stato ebraico. Gli Israeliani non accettano e non accetteranno il ritorno in Israele dei profughi palestinesi. Gli ostacoli sembrano insuperabili. L'aumentata influenza delle masse islamiche, educate nell'odio verso Israele, non può che far diminuire le residue speranze di pace.
E poi Iraq e Afghanistan. Il disimpegno dall'Iraq, anche se non totale, compromette una vittoria ottenuta a carissimo prezzo, aprendo la porta a sempre maggiori ingerenze iraniane. L'Afghanistan, oggetto di tante promesse elettorali del presidente Obama, probabilmente verrà in larga misura riconsegnato ai Talebani. Una fuoriuscita politica in realtà corrispondente ad una resa, che la scomparsa di bin Laden non può coprire efficacemente agli occhi dell'opinione pubblica americana.
Infine il reset dei rapporti con la Russia. Assistiamo ad una battuta d'arresto, spiegabile più con la insufficiente autorevolezza che con una accresciuta fermezza di Barack Obama.
Questi sono soltanto alcuni dei problemi che potrebbero precludere a Obama la riconferma presidenziale. Oggi il presidente USA ottiene un consenso più ampio. Ma gli elettori statunitensi, formati in una vecchia e solida democrazia, difficilmente ripetono due volte lo stesso errore.

giovedì 28 aprile 2011

Saddam e Gheddafi. Due pesi, due misure.




Il recente intervento occidentale in Libia richiama inevitabilmente alla memoria la Seconda guerra del Golfo, cioè l'intervento anglo - americano in Iraq deciso per abbattere il regime di Saddam Hussein.
Saddam non è mai stato un "uomo degli Americani", nonostante le tante leggende in senso contrario. Qui si possono trovare dati precisi sulle forniture di armi all'Iraq nel decennio 1980 - 1990 (il Kuwait fu appunto occupato nel 1990). I grandi fornitori di armi di Saddam erano Unione Sovietica, Cina e Francia. Le importazioni in Iraq di armi americane risultano quantitativamente e qualitativamente trascurabili.
Risale al 1991 la Prima guerra del Golfo, cioè l'operazione militare internazionale, guidata dagli Stati Uniti, che si concluse con la liberazione del Kuwait e con l'imposizione all' Iraq di un rigido embargo economico da parte dell'ONU, poi temperato dall'attuazione del cosiddetto programma Oil for food, che consentiva l'esportazione controllata di greggio iracheno per l'acquisto di viveri e medicinali. Anche dopo questa sconfitta disastrosa Saddam rimase al potere, torturando e uccidendo in massa i suoi oppositori interni. Continuarono i finanziamenti iracheni ai gruppi estremisti e terroristi palestinesi.
Gli alleati occidentali dovettero mantenere nella regione, soprattutto in Arabia Saudita e Kuwait, ingenti forze militari, costosissime anche sotto il profilo della percezione da parte delle masse islamiche, ma necessarie per esercitare una costante pressione sul regime iracheno.
Ciononostante Saddam continuò a violare l'embargo e a tentare di riprendere l'iniziativa. La gabbia costruita intorno a lui con le decisioni delle Nazioni Unite si rivelò inefficace.
Nella primavera del 2003 iniziò la Seconda guerra del Golfo. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna invasero l'Iraq e posero fine al regime di Saddam. La guerra irachena, intrapresa con una incerta legittimazione ONU, trovò nell'opinione pubblica internazionale una forte opposizione. Ma soprattutto divise lo schieramento occidentale. Francia e Germania infatti non appoggiarono l'azione militare promossa dagli Stati Uniti.

Da sottolineare la forte mobilitazione contro la guerra dell'intelligencija dei paesi occidentali, tranne poche eccezioni, sia pure talvolta autorevoli. Questa stessa intelligencija ora appoggia l'intervento per abbattere il regime di Gheddafi. Può bastare la copertura ONU, oggi completa, a giustificare un giudizio tanto differente? O siamo piuttosto in presenza dell'uso di due pesi e due misure? Questi intellettuali, al consapevole servizio di una visione politica e non della verità, rappresentano un fenomeno esploso nel Novecento dei grandi totalitarismi. Un vero e proprio tradimento, che priva la società aperta di una delle sue migliori risorse.









mercoledì 20 aprile 2011

Il tema musicale della Follia dal Seicento a Stanley Kubrick.


Il tema musicale della Follia ha attraversato i secoli. Probabilmente di origine portoghese, dal Rinascimento ai nostri giorni ha continuato a segnare la musica occidentale. Con esso si sono cimentati i più grandi compositori. La sua versione di Handel è entrata a far parte della colonna sonora di uno dei film più noti di Stanley Kubrick: Barry Lyndon.
Di seguito i link alle versioni di:





















che entra a far parte della colonna sonora del Barry Lyndon di Kubrick (1975)


martedì 12 aprile 2011

Economicismo.

L'espressione economicismo (o economismo), pur essendo usata anche per contrassegnare preferenze e visioni morali, acquista particolare importanza nel dibattito sui fattori che determinano i processi storico-sociali, le vicende economiche e gli stessi sviluppi del pensiero umano.
Ha scritto Karl Popper in Congetture e confutazioni, 2000, pagg. 564 e 565:

"...sono convinto che l'economicismo di Marx - l'enfasi da lui posta sullo sfondo economico quale base ultima di ogni sorta di sviluppo - è sbagliato e di fatto insostenibile. Ritengo che l'esperienza della realtà sociale mostri chiaramente che in determinate circostanze l'influenza delle idee (rafforzate magari dalla propaganda) può superare in importanza e sostituirsi alle forze economiche. Inoltre, concesso che è impossibile comprendere compiutamente gli sviluppi mentali senza comprendere il loro sfondo economico, è almeno altrettanto impossibile comprendere gli sviluppi economici trascurando, per esempio, lo sviluppo delle idee scientifiche o religiose".

Ideologie, teorie scientifiche e religioni sono opere della mente umana, seppure non progettate da singoli individui. Anche se non incarnate in oggetti fisici producono effetti nella realtà e devono quindi essere considerate reali. Nella tripartizione istituita da Popper appartengono al "Mondo 3", quello, appunto, " dei contenuti di pensiero, o per meglio dire, dei prodotti della mente umana" (L'Io e il Suo Cervello, vol. I, 1982, pagg. 52 e segg.).

Uno straordinario esempio di influenza determinante di fattori non economici è stata autorevolmente considerata la rapida espansione araba del VII secolo. Henri Pirenne, tra i massimi esponenti della storiografia europea del Novecento, studioso incline alle indagini quantitative e attento ai fattori economici, nel suo Maometto e Carlomagno, parte seconda, capitolo primo, ha scritto:

"La conquista araba, che si scatena contemporaneamente sull'Europa e sull'Asia, non ha precedenti: la rapidità dei suoi successi può essere paragonata soltanto a quella con cui si costituirono gli imperi mongoli di un Attila, o, più tardi, di un Genghiz Khan o di un Tamerlano. Ma quelli furono tanto effimeri quanto la conquista dell'Islam fu duratura. Questa religione ha ancora oggi i suoi fedeli in quasi tutte le terre in cui si era imposta sotto i primi califfi. La sua diffusione fulminea è un vero miracolo paragonata alla lenta espansione del cristianesimo.
Di fronte a questa irruzione cosa sono le conquiste, tanto a lungo arginate e così poco violente dei Germani che dopo secoli riuscirono appena a rosicchiare i confini della Romania?"

"Tutto questo si spiega senza dubbio con l'imprevisto, con lo smarrimento degli eserciti bizantini disorganizzati e sconcertati di fronte a un nuovo modo di combattere; con il malcontento religioso e nazionale dei monofisiti e dei nestoriani di Siria, ai quali l'Impero non vuol fare alcuna concessione; col malcontento della Chiesa copta d'Egitto e con la debolezza dei Persiani.
Ma tutte queste ragioni non sono sufficienti a spiegare un trionfo così assoluto. L'immensità dei risultati conseguiti è sproporzionata rispetto all'importanza del conquistatore".

Evidentemente l'entusiasmo religioso ha svolto un ruolo decisivo. Va insomma sottolineata l'importanza di ideologie, teorie e visioni religiose nella spiegazione storica. La storia delle idee rappresenta una componente fondamentale della ricerca storica. Per il Novecento in particolare sono da citare Francois FURET, Il passato di un' illusione e Robert CONQUEST, Il secolo delle idee assassine.



martedì 5 aprile 2011

La loggia P 2 secondo Francesco Cossiga.



Il 3 febbraio 1871 Roma diventò capitale del Regno d'Italia. Nel 1877 nacque la loggia massonica Propaganda, destinata a raccogliere notabili del nuovo stato italiano giunti a Roma. Sciolta durante il regime fascista, fu ricostituita dopo la Liberazione con il nome Propaganda Due, P 2. Le sue vicende, in particolare durante gli anni Settanta, fino al 1981, sono state oggetto di indagini della Magistratura e di una commissione parlamentare guidata dalla democristiana Tina Anselmi.
Aveva almeno un migliaio di iscritti, soprattutto militari, membri dei servizi segreti, diplomatici, politici e giornalisti. Sulla natura di questa associazione e sulla sua attività si scatenarono battaglie politiche e polemiche giornalistiche che periodicamente riprendono vigore, alimentate dalla presenza nella vita pubblica italiana di alcuni ex membri di tale associazione segreta. Le indagini giudiziarie e parlamentari, pur non dissipando tutti i dubbi, portarono al suo scioglimento ed a una riforma della legislazione sulle associazioni segrete.
L'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, recentemente scomparso, ha delineato una personale lettura di quelle vicende, interpretate soprattutto con riferimento alla dura contrapposizione tra Unione Sovietica e Stati Uniti d'America, particolarmente intensa proprio alla fine degli anni Settanta ed all'inizio degli anni Ottanta.
La presenza in Italia del più grande partito comunista dell'Occidente, ancora in quegli anni, durante la segreteria Berlinguer, dipendente dai finanziamenti e dalle direttive sovietichecontribuisce a rendere verosimile la ricostruzione presentata da Cossiga nel suo La versione di K. Sessant'anni di controstoria, 2009, pagg. 129 e segg. Scrive il presidente emerito:

"Io alla storia di Licio Gelli e della loggia massonica P2, almeno come è stata raccontatata, non ci ho mai creduto".

"La P2 non è stata un'invenzione di Gelli. La P2, che vuol dire Propaganda 2..., è quella del Gran Maestro, nata con la presa di Porta Pia. Fu creata per trasferirvi tutte le autorità politiche e militari che venivano a Roma"

"La mia ipotesi è questa. Io mi sono letto tutti i nomi della lista P2, tutti. Alcuni non li conosco, altri li conosco, però erano quasi tutti filo americani e anticomunisti. Quasi tutti fermi, anzi, fermissimi filo americani e anticomunisti. La chiave del giallo, secondo me, è proprio qui.
Per capire, è però inevitabile che io apra un'altra delle mie parentesi. Durante il secondo conflitto mondiale, nel governo svizzero c'era una corrente filo germanica. E il comandante in capo dell'Esercito svizzero tentennava di fronte all'eventualità di una resistenza a oltranza. Ufficiali e sottufficiali di diverso orientamento formarono allora una società segreta, si chiamava "Lega di Nidvaldo" (conosciuta anche come Gotthardverein), in ricordo della ferma lotta dei nidvaldesi contro lo straniero Napoleone. Giurarono, formalmente predisponendosi al tradimento, che se il governo federale, il loro governo, avesse concesso il passaggio ai tedeschi attraverso la Svizzera, loro si sarebbero opposti. Poi, avendo gli alleati vinto la guerra, il governo elvetico e il procuratore generale della confederazione si guardarono bene dal procedere contro di loro. Anche se si erano mobilitati segretamente per opporsi agli ordini del governo legittimo.
Perchè dico questo? Perchè quando ho letto la lista della P2 ho subito pensato che quella era la nostra Lega di Nidvaldo: non contro i nazifascisti, ma contro i comunisti. Lo dissi anche in un'intervista al "Corriere della Sera", ma Gelli volle smentirmi, non so perchè".

"Allora, mettiamo che l'amministrazione americana cercasse di creare la Gotthardverein in Italia. Che fa? Cerca di mettere insieme un'organizzazione in cui ci sono i vertici della diplomazia, delle Forze Armate, della Polizia e così via. E prende a modello quello che è il modello comune degli Stati Uniti e cioè il modello della loggia massonica".

La narrazione di Cossiga ha almeno un grande merito: inserisce le vicende italiane nel più ampio contesto internazionale. Senza questo approccio globale la comprensione appare impossibile. L'Italia non basta per spiegare se stessa.

sabato 26 marzo 2011

Cultura di stato, stato della cultura.

Nel 1991 l'Unione Sovietica si dissolse. Victor Zaslavsky, esaminando il passaggio dall'URSS alla Russia post-sovietica, a proposito dell'intelligencija russa ha scritto:

"la cultura di massa occidentale penetra nella società russa e riceve il consenso popolare; la popolazione sempre di più focalizza la sua attenzione sui problemi della vita quotidiana e della sopravvivenza. In queste nuove condizioni, "l'intelligencija russa come strato sociale, con la sua missione di diffondere una cultura ideologica e una particolare visione del mondo, diventa obsoleta e inutile".

E, riferendosi ai suoi membri che non riescono ad adattarsi alla nuova situazione:

"E' l'intelligencija sovietica che produce una valanga di scritti catastrofisti sulla rovina imminente della Russia e della civiltà russa. Queste previsioni sono provocate da un fenomeno sociale ben noto che si manifesta quando un gruppo, destinato a scomparire dalla scena storica, confonde la propria sparizione con la fine generale della società e della cultura".
(Victor ZASLAVSKY, Storia del sistema sovietico, 2009, pagg. 272 e 273).

Leggendo queste parole è difficile non vedere qualche analogia con l'attuale situazione italiana. Nel Secondo dopoguerra i rapporti di forza tra le grandi potenze hanno costretto il Partito comunista italiano ad operare nella legalità costituzionale.
L'obiettivo di ottenere un'egemonia irreversibile, il cui raggiungimento era precluso in ambito politico istituzionale dalla vigenza delle regole democratiche, è stato perseguito in ambito culturale avvalendosi di un ceto intellettuale gravato della "missione di diffondere una cultura ideologica e una particolare visione del mondo".
I relitti di questo ceto, rafforzati da elementi formati negli ideali e nei metodi del nuovo radicalismo occidentale militante, rappresentano la componente forse prevalente, certamente più rumorosa, della "cultura" posta a rischio dal minacciato taglio dei finanziamenti ministeriali. Taglio ora ridimensionato grazie ad un aumento delle imposte sulla benzina.
Certi vizi della "cultura di stato" di stampo sovietico sono riscontrabili perfino nella lirica e nel cinema che assorbono gran parte del discusso Fondo unico per lo spettacolo: impostazione ideologica e scelte artistiche conseguenti, insufficiente produttività, spreco. Il Corriere della Sera ci offre dati significativi.
Molto discutibili sono spesso, come detto, anche le stesse scelte artistiche. Qui un video che presenta uno dei momenti più belli dell' Europa Riconosciuta di Antonio Salieri.




L'opera, eseguita al Teatro alla Scala di Milano nel 2004, è stata prodotta con interpreti di altissimo livello (Diana Damrau), con la regia di Ronconi e la direzione di Muti. E' probabile che pure i costi siano stati altissimi.
Ma, benchè interessante sotto il profilo storico, è uno spettacolo complessivamente noioso, poco attraente anche per un pubblico attento e preparato. Per questa via, tanto spesso percorsa, l'autofinanziamento pare davvero impossibile.
Quali rimedi? Buona gestione finanziaria, più produttività, scelte artistiche innovative ma sagge, grande qualità coniugata con una costante attenzione al pubblico, autofinanziamento, apertura all'impresa privata. Insomma meno cultura di stato per migliorare lo stato della cultura.


giovedì 17 marzo 2011

Le lampade di Quintino Sella.

Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II di Savoia fu proclamato Re d'Italia. Celebriamo il centocinquantesimo anniversario della unificazione italiana ricordando che il lavoro ed il risparmio, non la tronfia retorica, hanno costruito l'Italia unita che guarda al futuro con fondata speranza.
E allora dobbiamo citare il primo grande statista dell'Italia unita, Giovanni Giolitti, e il ministro delle finanze che dette al nuovo stato le risorse finanziarie indispensabili per consolidarsi, Quintino Sella. Sella, ingegnere e scienziato di formazione e professione, durante i primi dieci anni di vita del Regno d'Italia fu ripetutamente ministro delle finanze. Giolitti, nelle Memorie, mette in rilievo le sue grandi intelligenza, cultura e laboriosità. Racconta anche un curioso episodio, rivelatore di un clima morale prima che politico contrassegnato da rigore e senso dello stato.
Scrive Giolitti:
"Era allora in funzione la Commissione per la perequazione dell'imposta fondiaria...la quale...prolungava le sue sedute e i suoi lavori nella notte. Il lavoro si faceva ad un tavolo con lampade a petrolio, e i commissari si lagnavano del puzzo di quelle lampade e chiedevano si sostituissero con lampade ad olio. Ma Sella, che si era accorto che l'olio veniva sottratto, non ne voleva sapere. Allora si presentarono a lui, in forma fra allegra e solenne, due dei commissari, Depretis e Valerio, per commuoverlo, e Valerio esclamò: " Vedi, per non soffrire del puzzo del tuo petrolio, verrò a lavorare con due candele in tasca." "Bravo!" gli rispose il Sella, "così mi risparmi anche il petrolio!" E rifiutò la piccola concessione".

I campioni della retorica nazionalista, gli interventisti della Prima guerra mondiale, il Mussolini dell'alleanza con il regime nazista e delle leggi razziali, i capi di un partito comunista finanziato e diretto dall'Unione Sovietica, hanno posto a rischio l'unità, la libertà e la grandezza dell'Italia. I sostenitori del lavoro, dell'impresa e del risparmio, Giolitti, Sella, De Gasperi e Einaudi le hanno conservate e sviluppate.
Questa è la lezione della storia che i nostri giovani, particolarmente in questa giornata di festa, devono apprendere.

mercoledì 9 marzo 2011

Giustizia. In nome del popolo italiano.



L'ampio ricorso alle giurie popolari, quando non è supportato da solide tradizioni come negli Stati Uniti, non è privo di inconvenienti. Ma, questo premesso, quella statunitense è una giustizia che guarda alle esigenze dei cittadini e risponde a questi del proprio andamento.
I rappresentanti della pubblica accusa americani sono sostanzialmente semplici avvocati dello stato o degli enti pubblici territoriali. Direttamente o indirettamente l'esercizio della pubblica accusa è soggetto al controllo degli elettori. E' un'organizzazione della giustizia che distingue nettamente le funzioni e le prerogative della pubblica accusa da quelle della magistratura giudicante. Si tratta di una distinzione che, sia pure in forme e con accentuazioni diverse, rappresenta la regola nelle democrazie.








Il caso italiano costituisce un'eccezione. La distinzione tra magistratura giudicante e requirente (pubblico ministero) è così debole da porre la difesa in posizione di subalternità. Mentre la collaborazione dell'ordine giudiziario con i poteri e gli organi costituzionali risulta sfavorita. Difficile poi è far valere una precisa responsabilità per gli errori compiuti.
Montesquieu, nel suo Spirito delle leggi, chiedeva che il potere giudiziario fosse affidato a tribunali non permanenti, formati da non professionisti tratti dal popolo. Questi giudici popolari temporanei, secondo il filosofo francese, dovrebbero essere soltanto "la bocca della legge", costituendo così un potere "invisibile e nullo". Bisogna infatti evitare, pensava Montesquieu, che il giudice sia anche legislatore. Perché in questo caso il potere sulla vita e la libertà dei cittadini sarebbe arbitrario. Le preoccupazioni del grande francese sono tuttora da condividere, anche se la complessità contemporanea impone di lasciare lo spazio necessario alla professionalità. 
Secondo l' articolo 101 della Costituzione italiana :

"La giustizia è amministrata in nome del popolo.
I giudici sono soggetti soltanto alla legge".

In termini liberali potremmo dire che la giustizia deve essere amministrata in nome dei cittadini per soddisfare il loro bisogno di tutela. Nulla di più e nulla di meno.

martedì 1 marzo 2011

Le origini delle rivolte in Nord Africa e Medio Oriente. Le ragioni dei pessimisti.

Meno di dieci anni fa Bernard Lewis nel suo fondamentale La crisi dell' Islam (2004, pag. 103) ha scritto:

"La combinazione fra bassa produttività e alto tasso di natalità in Medio Oriente contribuisce alla formazione di una miscela instabile, composta in larga e crescente misura di giovani disoccupati, ignoranti e frustrati. Secondo tutti gli indici delle Nazioni Unite, della Banca mondiale e di altre autorità, i paesi arabi - in settori come la creazione di posti di lavoro, l'istruzione, la tecnologia, e la produttività - sono sempre più indietro rispetto all'Occidente. Peggio ancora, le nazioni arabe sono indietro anche rispetto alle più recenti reclute della modernità di tipo occidentale, come la Corea, Taiwan e Singapore"

Le considerazioni del professor Lewis sono ancora in larga misura illuminanti, pur dovendosi oggi porre in rilievo la straordinaria crescita di grandi paesi come la Cina, l'India e il Brasile.
Al loro rapido sviluppo si è accompagnato un aumento dei prezzi degli alimentari, da molti ritenuto uno dei principali inneschi delle rivolte.
Sergio Romano, su Panorama del 24 febbraio 2011, pag. 109, scrive:

"Le rivoluzioni hanno spesso una matrice ideologica. Ma le rivolte scoppiano generalmente quando la fame richiama nelle piazze, insieme agli studenti universitari, il popolo minuto delle periferie, i disoccupati, gli operai a cui il salario non garantisce più una decorosa sopravvivenza. Quelle di Tunisi, del Cairo e di Alessandria sono scoppiate quando l'aumento dei consumi nei paesi emergenti (Cina, India e Brasile), insieme alla carestia nelle campagne della Repubblica Popolare Cinese, ha provocato la brusca impennata dei prezzi delle derrate alimentari".

Come vedono tutto ciò gli abitanti dei paesi in rivolta? Con quali occhi leggono questi devastanti effetti della globalizzazione? Tre sembrano gli elementi fondamentali da evidenziare.
Il primo, troppo spesso misconosciuto, è rappresentato dalle esacerbate sensibilità e consapevolezza storiche dei musulmani e degli arabi in particolare.
Scrive Bernard Lewis nell'opera citata, pag. 5:
"I popoli musulmani, come tutti i popoli del mondo, sono stati plasmati dalla loro storia, ma a differenza di altri ne sono fortemente consapevoli".
Fin dall'infanzia i musulmani vengono formati nella memoria di un grande passato. Tale memoria contribuisce ad accrescere la delusione per il presente.
Si deve poi sottolineare la lunga sopravvivenza, pressoché nell'intera regione, di sistemi caratterizzati da un forte ruolo dello stato nell'economia. Iraq, Siria, Egitto, Libia, Algeria. In questi paesi i regimi autoritari baathisti o socialisti hanno costruito società in cui sempre più gli individui chiedevano allo stato, non al proprio lavoro, la soddisfazione dei bisogni fondamentali. E lo stato riusciva a trovare un minimo di consenso spesso soltanto grazie alla vendita del petrolio e del gas o agli aiuti delle superpotenze. In tali società si è diffusa una mentalità per diversi aspetti simile a quella dell'"uomo sovietico" stato-dipendente descritta dagli studiosi dell'URSS e dei sistemi sovietici (si veda, per tutti, Victor ZASLAVSKY, Storia del sistema sovietico, 2009, pag. 182 e segg.).
Vanno infine posti in evidenza gli effetti delle nuove tecnologie. Internet e trasmissioni satellitari hanno consentito un contatto purtroppo in genere superficiale con la modernità, con le sue opportunità e, più spesso, con le sue promesse. In questo contatto affondano le radici le diffuse aspettative irrealistiche che presumibilmente hanno spinto tanti giovani a sollevarsi contro i governanti corrotti ed autoritari.

Con queste premesse quali sviluppi si possono congetturare? A medio termine le rivolte produrranno danni alle economie nazionali. Meno turisti, meno investimenti stranieri, meno produzione, più disoccupazione, più emigrazione.
La sperata evoluzione democratica potrebbe determinare un aumento della spesa pubblica, del debito e dell'influenza del fondamentalismo religioso.
Nessuna speranza per queste popolazioni? E' impossibile prevedere il futuro. E non si possono controllare processi caotici come quelli in atto. Se qualcuno ha pensato di riuscire in queste imprese e trarne vantaggio si è sbagliato. Da nuovi assetti e consapevolezze potranno forse emergere novità positive. Ma nella storia il peggio è sempre possibile.




venerdì 25 febbraio 2011

L'ex ambasciatore Ronald P. Spogli sulle relazioni tra Italia e Stati Uniti.

Ronald P. Spogli, imprenditore di origini italiane, nato nel 1948, è stato ambasciatore degli Stati Uniti in Italia dal 2005 al 2009, durante la presidenza di George W. Bush.

"Nella frenesia di segnar punti a proprio vantaggio, che domina l'infuocata scena politica italiana in questo momento, ciò che è andato perso è il giudizio imparziale sui rapporti tra Italia e Stati Uniti instaurati da Silvio Berlusconi e dai governi da lui guidati".

"Gli Stati Uniti non hanno miglior alleato dell'Italia sul continente europeo".

"Dai Balcani, dal Libano, dall'intera area del Medio Oriente fino in Iraq e Afghanistan, il contributo italiano in termini di uomini, materiali e aiuti finanziari a sostegno di politiche e iniziative condivise resta impareggiabile. Quando è stata invitata ad appoggiare un obiettivo americano, l'Italia non si è mai tirata indietro. La nostra cooperazione alla difesa è in continuo sviluppo e oggi i nostri rispettivi Paesi godono di una relazione tra le più strette e variegate, tra tutti i rapporti bilaterali militari".

"Una collaborazione così intensa ha contribuito a innalzare l'Italia a una statura senza precedenti sulla scena politica internazionale. Spesso giudicata in passato un partner di secondo piano, dal 2000 in poi l'Italia ha assunto una posizione di grande rilievo sul palcoscenico mondiale tra i Paesi del G8. In un articolo pubblicato su questo quotidiano nel settembre del 2010, ho avuto modo di commentare come l'Italia abbia saputo, in meno di un decennio, abbandonare la tradizionale immagine di peso piuma a livello mondiale per trasformarsi in un importante e prezioso collaboratore per il mantenimento della pace e della stabilità.
Sotto il profilo storico, per quanto forti e reciprocamente vantaggiosi siano stati in passato, solo con l'insediamento del governo di Silvio Berlusconi nel 2001-2006 i nostri rapporti politici hanno raggiunto la preminenza di cui godono oggi. L'eccellente rapporto personale tra il presidente Bush e il premier Berlusconi è nato da una visione condivisa delle sfide e delle opportunità a livello globale e del modo migliore per affrontarle. Difatti, l'ascesa dell'Italia ad attore chiave sulla scena internazionale è coincisa con un periodo di intensa collaborazione tra Italia e Stati Uniti che si protrae fino ad oggi ed è stata favorita sul versante italiano in primo luogo dai governi Berlusconi del 2001-2006 e del 2008 fino ai nostri giorni. Benché la coalizione di Prodi del 2006-2008 abbia appoggiato anch'essa la maggior parte degli interventi americani - con l'importante eccezione dell'Iraq - nessuno ha mai sostenuto con pari lealtà e coerenza le posizioni politiche americane come Silvio Berlusconi".

"Per il suo spirito collaborativo, l'America ha un debito di gratitudine nei confronti del premier Silvio Berlusconi".

In realtà dopo la Seconda guerra mondiale l'Italia, potenza regionale sconfitta, e gli Stati Uniti, superpotenza globale impegnata prima nella dura contrapposizione all'Unione Sovietica poi nella lotta alle organizzazioni terroriste, hanno costantemente avuto un forte interesse alla collaborazione politico-militare.
Alle tradizionali ragioni dell'alleanza si aggiunge oggi la particolare esiguità delle risorse finanziarie che lo stato italiano può destinare alle Forze Armate. La stretta collaborazione in questo settore con gli Stati Uniti consente di rimediare parzialmente ai problemi creati dall'insufficienza degli investimenti.
Buono è il coordinamento anche con i principali paesi dell' Unione Europea. Ma l'efficienza di un'alleanza è in larga misura determinata da tradizioni e precedenti storici. Complessivamente senz'altro a favore degli Stati Uniti d' America.

lunedì 14 febbraio 2011

La dignità delle donne.





"I diamanti sono il miglior amico di una ragazza".
Questo scintillante personaggio interpretato da una splendida Marilyn Monroe è l'insuperata rappresentazione di "una donna che sia consapevole di essere seduta sulla propria fortuna e ne faccia - diciamo così - partecipe chi può concretarla". L'efficace espressione è di Piero Ostellino.

Dunque non da ora in questo senso la dignità della donna è in pericolo. In che modo le donne possono realmente affermare la loro dignità? Con lo studio ed il lavoro prima di tutto.
Scrive il professor Luca Ricolfi su Panorama del 3 febbraio 2011 (pag. 89):
"Non passa giorno senza che la stampa denunci il dramma dell'occupazione in Italia. Due milioni di disoccupati 1 miliardo di ore di cassa integrazione nel solo 2010, quasi 30 giovani su 100 alla ricerca di un lavoro. E poi il dramma del precariato, la difficoltà di conquistare un lavoro stabile e farsi una famiglia".

"Tutto vero". "Però... Però le cose non sono semplici come sembrano. Ancora alla fine del 2008, a crisi ampiamente iniziata, le aziende lamentavano una drammatica mancanza di laureati, in particolare nei settori tecnico-scientifici: ingegneria, matematica, biologia, geologia, chimica, farmacia, agraria. Ed è di pochi giorni fa la notizia che nei prossimi anni potremmo trovarci a dovere importare 15-20 mila medici dall'estero, specie in alcune specialità in sofferenza: anestesia, radiologia, pediatria, nefrologia, geriatria, chirurgia.
In breve, è vero che i laureati non trovano lavoro, ma è anche vero che ci sono in giro troppo pochi laureati nei settori pregiati. I giovani preferiscono le lauree deboli, facili e a basso contenuto scientifico, oppure si indirizzano in massa verso lauree erroneamente ritenute forti, come economia, giurisprudenza e psicologia, dove la promessa di grandi guadagni è bilanciata dal fatto che i laureati sono troppi rispetto ai posti disponibili. Non va meglio sul versante dell'istruzione tecnica e professionale. Da anni le organizzazioni imprenditoriali lamentano la mancanza di pavimentatori, idraulici, elettricisti, informatici, esperti di telecomunicazioni, infermieri, operai specializzati, solo per fare qualche esempio. Però gli istituti tecnici e professionali sono snobbati dalle famiglie, che per i propri figli, e specialmente per le ragazze, preferiscono un'istruzione di tipo liceale, anche se spesso questa non si conclude né con una laurea né con l'acquisizione di un mestiere ben definito.
Per non parlare di quel che accade nel caso dei lavori più umili, particolarmente diffusi in un paese arretrato come l'Italia. Qui i posti di lavoro che si creano ogni anno sono moltissimi, ma agli italiani interessano sempre meno. Basti pensare che fra la fine del 2007 e la fine del 2010, nel cuore della crisi, gli immigrati conquistavano più di 500 mila nuovi posti di lavoro, in gran parte in occupazioni a basso contenuto professionale, sebbene il livello medio di istruzione degli stranieri sia comparabile a quello degli italiani.
Alla fine, a ben rifletterci, il problema della disoccupazione in Italia ha due facce. La mancanza di una seria politica industriale ha fatto sì che nel nostro Paese i posti di lavoro altamente qualificati scarseggiassero. Nello stesso tempo le scelte delle famiglie, ostili al lavoro manuale non meno che agli studi impegnativi, hanno finito per illudere un'intera generazione, cui ora risulta difficilissimo cogliere le non molte occasioni che il mercato del lavoro ancora offre".

Già ora, complessivamente, in Italia le donne si laureano più e meglio degli uomini. Ma siano in testa anche nell'accettare la sfida posta dal mercato del lavoro nei termini esposti da Ricolfi. Siano le prime a dedicarsi agli studi e ai lavori più impegnativi. Non temano mercato e concorrenza, severi con le imprese che non impiegano i più capaci. E scelgano uomini determinati a fare altrettanto. Sarà l'intero paese a ringraziare, reso migliore dal lavoro, non dalla retorica.




giovedì 10 febbraio 2011

Il parlamento nelle democrazie liberali contemporanee.

Luigi Einaudi (1874 - 1961) è stato uno dei pochi grandi liberali italiani. Giurista ed economista, fu governatore della Banca d'Italia, titolare di ministeri economici nei governi De Gasperi e secondo presidente della Repubblica italiana.

"I parlamenti non sono società di cultura od accademie scientifiche. Sono organi, il cui scopo unico è quello di formare governi stabili e di controllarne l'azione. Come disse il primo ministro del primo governo laburista, Ramsay Mac Donald, le elezioni non si fanno per contare le opinioni, per fare il censimento (census, in inglese) delle sette, dei ceti, dei partiti, dei movimenti, dei gruppi sociali, religiosi, politici, ideologici in cui si fraziona una società, la quale sia composta di uomini vivi e pensanti; ma si fanno per mettersi d'accordo in primissimo luogo sul nome della persona che in qualità di primo ministro sarà chiamato a governare il paese, e in secondo luogo sul nome di coloro che collaboreranno con lui o che ne criticheranno l'operato. Le elezioni hanno cioè per scopo di creare il consenso (consensus e non census) intorno ad un uomo ed al suo gruppo di governo ed intorno a chi oggi sarà il suo critico e domani ne prenderà il posto se gli elettori gli daranno ragione. Se non si vuole l'anarchia, questo e non una sterile accademica rassegna di opinioni è lo scopo unico preciso di un buon sistema elettorale".

Einaudi conosceva bene l'evoluzione delle democrazie parlamentari nella prima metà del Novecento. In particolare appare qui chiaro il riferimento alla forma di governo inglese, caratterizzata dalla preminenza del primo ministro rispetto al resto del governo ed alla maggioranza parlamentare.
Il futuro presidente della repubblica mostra di essere ben consapevole delle esigenze delle società e delle economie occidentali. I processi decisionali pubblici devono conformarsi ad elevati standards di efficienza.
Egli cita i fondamentali compiti di controllo ed ispettivi del parlamento, chiamato ad esaminare l'attività della pubblica amministrazione.
Una lezione pienamente attuale, che ci richiama alla realtà.


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