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Informazioni personali

Laureato in giurisprudenza, cattolico e liberale, contro l'intolleranza, l'irrazionalismo, la sofferenza umana.

sabato 26 ottobre 2013

Crisi. Prigionieri del presente.




Su Il Sole24ORE del 25 ottobre 2013 Alessandro Plateroti chiude il suo ampio esame della situazione con un rilievo meritevole di approfondimento:

"Ormai è chiaro a tutti che ci muoviamo in uno scenario in cui la globalizzazione impedisce misure unilaterali, ma interessi divergenti condannano alla paralisi. Il vecchio sistema di regole e certezze sta crollando, il nuovo nessuno lo intravvede o tenta di costruirlo perché tutto si intreccia con la crisi e la minaccia di un aggravamento finanziario o dell'economia reale. Tutti vivono alla giornata - operatori, governi, istituzioni soprannazionali - e hanno paura di progettare il futuro. Sembra che nel mondo si sia diffusa una nuova malattia che si credeva soltanto italiana: inseguire il presente rimanendone prigionieri. E allora si spiega quel che sta succedendo sui mercati".

Come un buco nero il presente attrae ogni risorsa materiale ed intellettuale. Ciò pare determinante e ineluttabile nell'Occidente democratico, con poche eccezioni. Perfino la retorica obamiana conferma l'assunto: apparentemente guarda al futuro, in realtà tende a perpetuare l'alleanza tra l'illusione ed il bisogno che ha consentito l'elezione del presidente USA.
Per quasi tutte le società occidentali è molto difficile spezzare le catene del presente. E' venuto meno il supporto della memoria generazionale e le principali agenzie educative hanno fallito. Alla diffusa inadeguatezza degli strumenti di analisi si accompagna quella di valori e tradizioni, che può rivelarsi fatale per la democrazia liberale. Montesquieu è spesso citato a sproposito sulla cosiddetta separazione dei poteri, mentre restano memorabili le sue osservazioni sui presupposti di una democrazia libera e vitale:

"E' nel governo repubblicano che si ha bisogno di tutta la potenza dell'educazione...la virtù politica è una rinuncia a sè, cosa che è sempre molto penosa. Si può definire questa virtù, l'amore delle leggi e della patria. Quest'amore, richiedendo una preferenza continua verso l'interesse pubblico in confronto al proprio, conferisce tutte le virtù particolari: esse non sono altro che tale preferenza. Quest'amore è particolarmente legato alle democrazie. Soltanto in esse il governo è affidato ad ogni cittadino" (MONTESQUIEU, Lo spirito delle leggi, Capitolo quinto).
Tale patrimonio morale dà lungimiranza ai governanti, chiamati a non pensare soltanto al consenso elettorale, ed agli elettori che li giudicano. Esso caratterizzava i più notevoli esponenti dell'Italia che seppe tenere il passo dell'Europa migliore, statisti come Cavour, Giolitti, De Gasperi ed Einaudi, ma anche uno dei più brillanti generali del Ventesimo secolo, Enrico Caviglia, che nel suo diario annotò la seguente riflessione:

"L'uomo politico deve tenere conto delle grandi correnti di interessi e di sentimenti e saper distinguere le correnti transitorie da quelle che additano ai popoli la via da seguire a scadenza di generazioni.
Deve conoscere la situazione morale, politica ed economica generale per valutare con tranquilla coscienza gli elementi e i fattori che interessano il suo popolo.
Se sarà invece assorbito completamente dalla situazione interna del proprio Paese e da interessi immediati che premono ad ogni piè sospinto, egli non guiderà il suo popolo, ma andrà con quello alla deriva" (Enrico CAVIGLIA, I dittatori, le guerre e il piccolo re - Diario 1925-1945 - A cura di Pier Paolo Cervone, pag.39).


venerdì 18 ottobre 2013

Cina. Il ruolo della memoria generazionale.



Su Asianews del 5 ottobre 2013 Paul Wong riassume un'intervista che He Weifang, professore di diritto all'Università di Pechino (Beida), ha concesso al South China Morning Post.
Secondo il giurista cinese, autore di un microblog molto seguito, "il Partito comunista cinese deve fare dei passi per ridurre il suo monopolio sulla società, garantendo anzitutto l'indipendenza della magistratura e la libertà di stampa e passando poi alla libertà dei sindacati e delle organizzazioni sociali".
"Negli ultimi mesi" - scrive ancora Wong - "sulle pubblicazioni del Partito si è combattuto con forza l'idea del costituzionalismo, cioè il mettere la costituzione al di sopra del Partito. Secondo alcuni articoli, questa mossa fa perdere potere al Partito e rischia di portare la Cina al collasso, come è avvenuto per l'ex Unione sovietica".
Lo scontro verte dunque sul governo costituzionale e lo stato di diritto. Quali sarebbero le conseguenze sociali ed economiche dell'adesione della Cina al modello di stato che prevale in Occidente? In Cina il regime autocratico controlla investimenti e salari, decide il tasso di risparmio, conserva un welfare corto che copre e costa poco, impone le esternalità negative della produzione. Tutto ciò si risolve in un rilevante vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti occidentali. Ancora oggi, mentre la crisi continua, l'economia cinese rallenta ma non si arresta.
Ma perchè il peso dell'autocrazia e l'assenza di genuine garanzie dei diritti delle persone e dei corpi sociali intermedi non provocano rivolte in grado di rovesciare il regime? Uno dei principali fattori che frenano le tendenze eversive è rappresentato dalla memoria generazionale. Molti cinesi ricordano la drammatica povertà e la crudele repressione subite durante i lunghi decenni che seguirono la nascita della Repubblica Popolare, raggiungendo livelli intollerabili durante la Rivoluzione culturale. I giovani che non erano ancora nati ascoltano i loro padri e i loro nonni. Quando la memoria generazionale non rappresenterà più un efficace fattore di sopportazione, il regime dovrà fronteggiare un'opposizione più robusta, determinata e diffusa.
L'attuale mercato socialista cinese presenta chiare analogie con la NEP sovietica. In entrambi una limitata e vigilata libertà di impresa è accompagnata da un rigido monopolio del potere detenuto dal partito comunista. La NEP sovietica lasciò rapidamente il posto alla stretta staliniana perché le promesse della Rivoluzione erano ancora sufficientemente credibili ed attraenti, perché il vicolo cieco dell'utopia non era stato esplorato fino in fondo. Quando le nuove generazioni cinesi non ricorderanno l'orrore e non crederanno più ai racconti degli anziani le sirene rivoluzionarie, tuttora operanti, ritorneranno ad affascinare e a suggestionare. La distanza e il conflitto tra ideologia e realtà rappresenteranno di nuovo un potente fattore rivoluzionario.

venerdì 11 ottobre 2013

Destra radicale. Nostalgia della libertà o del suo contrario.


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Sul Corriere della Sera dell'11 ottobre 2013 Antonio Polito scrive:

" Come dimostrano i Tea Party, capaci di prendere in ostaggio il Grand Old Party repubblicano spingendo l'America fino al limite del default, o i sondaggi di Marine Le Pen in Francia, o l'affermarsi di partiti antieuro in Austria e in Germania, il vento della storia non soffia certo oggi nelle vele dei moderati".
Ma negli USA, come si ricava dai verbali di una recente riunione dei membri della Federal Reserve, "i progressi del mercato del lavoro ... «sono deludenti» e la crescita è ancora «debole»". Su questo sfondo va collocato l'attuale duro scontro tra Democratici e Repubblicani. Chi pone a rischio la tenuta finanziaria degli Stati Uniti senza ottenere risultati apprezzabili? Obama, con la sua politica economica "accomodante", o i Tea Party, che chiedono di ripristinare condizioni favorevoli per investimenti, impresa e lavoro richiamandosi alla tradizione?
E' sbagliato riferire le stesse espressioni di condanna a realtà molto diverse tra loro. Ciò che fa la differenza tra "conservatori"  e distingue un "reazionario" dall'altro è appunto ciò che si intende conservare o a cui si vuole ritornare. Evidentemente non è la stessa cosa guardare alla Dichiarazione di Indipendenza USA del 1776, al regime mussoliniano o alla Francia che si riconobbe nella visione del maresciallo Petain.
Oggi i cosiddetti moderati sono chiamati a scelte radicali in tema di welfare, concorrenza, lavoro e fisco. Sono queste indispensabili ma spesso impopolari riforme a contraddistinguere la buona politica. Viene in primo piano così la necessità di trovare a tali riforme un adeguato consenso. Occorre una evidente ed efficace lotta agli sprechi, ai privilegi intollerabili, allo sperpero del denaro pubblico. Altrimenti i tentativi di riforma consegneranno il potere proprio ai movimenti populisti e illiberali che destano la preoccupazione di chi sui media esamina gli sviluppi della crisi.

giovedì 3 ottobre 2013

Italia. Destra e libertà.




Su La Stampa del 3 ottobre 2013 Luigi La Spina ritorna su una questione a lungo dibattuta: perchè l'Italia non ha una genuina destra liberale, paragonabile ai partiti liberalconservatori che esercitano un importante ruolo nelle altre democrazie occidentali?
Tra le recenti opere che hanno affrontato anche questo interrogativo si distingue Tre giorni nella storia d'Italia di Ernesto Galli della Loggia, che qui scrive lucidamente: la "...democrazia illiberale - illiberale nella sostanza, nel modo concreto di funzionare, nella cultura generale della società - è stato il volto autentico della modernità politica italiana" (op.cit., 2010, p.18). Ma questo esito non era inevitabile.
 In vista delle elezioni del 1913 i liberali del cattolico Giovanni Giolitti conclusero un accordo con l'Unione Elettorale Cattolica Italiana (UECI), un'associazione laicale diretta da Vincenzo Gentiloni, alla quale lo stesso papa Pio X affidò il compito di far partecipare i cattolici italiani alla vita politica. L'informale Patto Gentiloni ebbe grande successo. Con il suffragio universale maschile nel 1913 i liberali di Giolitti ottennero il 51% dei voti e 260 eletti su 508, 228 dei quali avevano sottoscritto gli impegni previsti dall'accordo. Giolitti era riuscito a far entrare i cattolici nelle istituzioni nate dal Risorgimento, nel segno di un liberalismo pragmatico e rispettoso di ogni libertà, religiosa compresa.
 Questa compagine liberale, contraddistinta dalla presenza di numerosi cattolici, era maggioritaria e poteva evolversi in quel movimento moderato, liberale e aperto alla partecipazione dei cattolici che oggi molti auspicano. Ma altri esponenti del Cattolicesimo italiano tentavano di costituire un partito di cattolici, che fu fondato nel 1919 da don Luigi Sturzo. Il Partito Popolare di Sturzo si ispirava alla Dottrina sociale della Chiesa, con il programma di rinnovare a fondo la politica e la società italiane. Perseguendo questo ambizioso obiettivo si oppose al ritorno al governo del vecchio ma esperto Giolitti, solo statista italiano in grado di precludere a Mussolini la conquista del potere. Dino Grandi, forse il più intelligente gerarca fascista, ha espresso un duro giudizio sull'operato di Sturzo:

 "Il veto di Sturzo al ritorno di Giolitti fu in effetti il più grande servizio che il prete di Caltagirone avrebbe potuto rendere al movimento fascista per cui, non a torto, Sturzo è stato paradossalmente definito da taluni come uno dei padri della marcia su Roma" (Dino GRANDI, Il mio paese. Ricordi Autobiografici, ed.1985, pag. 157).

Con il regime mussoliniano si rafforzò la deriva illiberale della società e della cultura italiane, che  non riuscì a trovare poi un argine efficace. Tale non si rivelò l'opera di De Gasperi, pur segnata dalla collaborazione con uno dei pochi grandi liberali italiani, Luigi Einaudi,  a cui lo statista trentino affidò l'economia dell'Italia distrutta e sconfitta. De Gasperi era guidato da sincere convizioni liberali, mentre il secondo presidente della Repubblica era cattolico. Il liberalismo einaudiano, lontano da ogni astratto dogmatismo, guardava alla tradizione e alle istituzioni liberali delle democrazie occidentali.
Ma Einaudi non ottenne un secondo mandato come presidente della Repubblica e De Gasperi dovette lasciare la guida del governo. Ad essi va principalmente riconosciuto il merito della rapida ricostruzione del paese, eppure la loro influenza sulle istituzioni e sulla politica italiane non fu durevole. Nel 1942 Einaudi recensì sulla Rivista di storia economica (giugno, pp. 49-72)  Die Gesellschaftskrisis der Gegenwart di Wilhelm Röpke, il padre dell'economia sociale di mercato tedesca. La corrispondenza di idee e valori lascia intravedere ciò che sarebbe potuto avvenire e non è avvenuto. Röpke fornì il supporto teorico a un robusto movimento liberale e moderato, capace di dare un apporto decisivo alla costruzione di una ricca e libera democrazia, mentre quelle di Luigi Einaudi restarono Prediche inutili.
Tuttora il nostro paese, prigioniero di una cultura illiberale e statalista, è incapace di esprimere un partito conservatore non delle anomalie che hanno condotto al declino, ma dei valori e delle tradizioni che hanno rese grandi le democrazie occidentali.

giovedì 26 settembre 2013

Riforma dello stato sociale. Il modello olandese.







Sul Corriere della Sera del 24 settembre 2013 Alesina e Giavazzi scrivono:


"Il governo dice che la ripresa dell'occupazione richiede una forte riduzione delle tasse sul lavoro. Giusto, ma bisogna capire l'ordine di grandezza. Il ministro del Lavoro Giovannini punta a una riduzione del cuneo fiscale (la differenza tra ciò che paga l'impresa e quanto va in tasca ai dipendenti) di 5 miliardi: ne servono 50 per portarlo al livello tedesco".

Questo infatti è il punto fondamentale: l'ordine di grandezza. Gli stessi economisti nell'editoriale lo definiscono ricordando che:

"Solo nel 2013 il Documento di economia e finanza (Def), pubblicato la scorsa settimana, stima che la spesa al netto degli interessi aumenterà di circa 10 miliardi, da 714 a 724 miliardi".

"Spendiamo, al netto di interessi, pensioni, sanità e interventi sociali circa 250 miliardi l'anno".

Si deve sottolineare che i fattori della competitività e della capacità di attrarre gli investimenti non si risolvono nel solo cuneo fiscale. Basti pensare a burocrazia, legislazione sul lavoro, relazioni industriali, costo dell'energia, banda larga, corruzione, criminalità organizzata, sistema scolastico. Ma certamente la pressione fiscale/contributiva su lavoro e impresa riveste un ruolo determinante.
In Italia un taglio della spesa pubblica di 50 miliardi non basta. Occorre infatti molto di più per ridurre efficacemente la pressione fiscale e, nel contempo, realizzare le infrastrutture indispensabili che i privati non possono o non vogliono costruire, senza accrescere il già enorme debito pubblico. Sembra plausibile la necessità di risparmiare 150/200 miliardi.
Tale riduzione non si può evidentemente conseguire incidendo soltanto sui 250 miliardi "al netto di interessi, pensioni, sanità e interventi sociali". Va realizzata "spalmando" l'intervento su tutti gli oltre 800 miliardi di spesa pubblica. Ma soprattutto non limitandolo alla semplice razionalizzazione del sistema. Bisogna invece attuare un nuovo modello di paese e di società.

Pochi giorni fa il Re Guglielmo di Olanda, in un discorso che ha destato scalpore, ha previsto l'estinzione dell'attuale stato sociale, sostituito da  "... una società della partecipazione, nella quale i cittadini devono prendersi cura di se stessi, ed è la società civile a dover ideare soluzioni per questioni come la cura degli anziani”. L'Olanda si trova in una situazione economica migliore di quella italiana. Eppure il suo governo si appresta ad applicare con coraggio i principi della sussidiarietà e della responsabilità. Senza un radicale cambio di direzione di questo tipo il declino dell'Italia diventerà inarrestabile. Ma gli elettori italiani, soprattutto del ceto medio, sapranno accettare nuove responsabilità? Sapranno comprendere il senso e la necessità di una rivoluzione a cui non sono preparati?

martedì 17 settembre 2013

Papa Francesco risponde a Scalfari. Nel solco della Tradizione cattolica.



Con una lettera a Eugenio Scalfari del 4 settembre 2013, dunque non in sede magisteriale, il Pontefice interviene sui rapporti tra fede cristiana e cultura moderna.
Scrive Papa Francesco:

"... lungo i secoli della modernità, si è assistito a un paradosso: la fede cristiana, la cui novità e incidenza sulla vita dell’uomo sin dall’inizio sono state espresse proprio attraverso il simbolo della luce, è stata spesso bollata come il buio della superstizione che si oppone alla luce della ragione. Così tra la Chiesa e la cultura d’ispirazione cristiana, da una parte, e la cultura moderna d’impronta illuminista, dall’altra, si è giunti all’incomunicabilità. È venuto ormai il tempo, e il Vaticano II ne ha inaugurato appunto la stagione, di un dialogo aperto e senza preconcetti che riapra le porte per un serio e fecondo incontro".

" Questo, per la fede cristiana, è certificato dal fatto che Gesù è risorto: non per riportare il trionfo su chi l’ha rifiutato, ma per attestare che l’amore di Dio è più forte della morte, il perdono di Dio è più forte di ogni peccato, e che vale la pena spendere la propria vita, sino in fondo, per testimoniare questo immenso dono".

"...mi chiede se il pensiero secondo il quale non esiste alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità relative e soggettive, sia un errore o un peccato. Per cominciare, io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità “assoluta”, nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione! Tant’è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt’altro".

"...mi chiede se, con la scomparsa dell’uomo sulla terra, scomparirà anche il pensiero capace di pensare Dio. Certo, la grandezza dell’uomo sta nel poter pensare Dio. E cioè nel poter vivere un rapporto consapevole e responsabile con Lui. Ma il rapporto è tra due realtà. Dio — questo è il mio pensiero e questa la mia esperienza, ma quanti, ieri e oggi, li condividono! — non è un’idea, sia pure altissima, frutto del pensiero dell’uomo. Dio è realtà con la “R” maiuscola. Gesù ce lo rivela — e vive il rapporto con Lui — come un Padre di bontà e misericordia infinita. Dio non dipende, dunque, dal nostro pensiero".

Papa Francesco sottolinea e riafferma il nucleo cristologico della fede cristiana: Gesù è vero uomo e vero Dio, è figura storica, la sua Risurrezione è realmente avvenuta e attesta la verità del suo insegnamento. In questo senso la verità è relazione. Il cristiano la attinge dalla relazione con Dio. "Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt’altro".

Nel Cristianesimo convivono le istanze della verità rivelata, della libertà e della dignità umane. La prima non prevarica sulle altre ma le esalta. La Chiesa cattolica ha acquisito una precisa consapevolezza di ciò attraverso un lungo e tormentato percorso.
Ma già l'illuminista Montesquieu ne Lo  Spirito delle Leggi osservò che:

"La religione cristiana è lontana dal dispotismo puro: infatti, essendo la mitezza tanto raccomandata nel Vangelo, essa si oppone alla collera dispotica con cui il principe si farebbe giustizia e metterebbe in pratica le sue crudeltà.

La religione cristiana, che sembra non avere altro fine che la felicità nell'altra vita, fa per di più la nostra felicità in questa.

.....dobbiamo al cristianesimo, nel governo un certo diritto politico, e nella guerra un certo diritto delle genti, di cui l'umanità non potrebbe mai essere abbastanza riconoscente" (op. cit., libro ventiquattresimo, capitolo terzo). 

Mentre Tocqueville volle con la sua opera "contribuire alla riconciliazione dello spirito della libertà e dello spirito della religione, della società nuova e del clero" (cfr. la Lettera al fratello citata in Charles-Augustin SAINT-BEUVE, Ritratto di Tocqueville, 2013, p. 97).

Un secolo dopo Luigi Einaudi, secondo presidente della Repubblica italiana, giurista ed economista liberale eminente, in uno scritto purtroppo poco noto, manifestò il profondo legame della sua fede con la Tradizione cattolica:

 "Ma la comunità dei credenti non è composta dei soli uomini viventi oggi. Essa vive nelle generazioni che si sono succedute da Cristo in poi. Ognuna di quelle generazioni ha trasmesso quella parola alle generazioni successive; ed ogni generazione ha sentito quella parola e vi ha creduto perché essa era stata sentita e in essa avevano creduto i suoi avi. La parola di Cristo è viva in noi non perché essa sia stata scritta sulle pergamene e nei libri stampati. Sarebbe cosa morta se così fosse. Ma ognuno di noi l'ha sentita dalle labbra della mamma e della nonna. Mettiamoli in fila questi uomini e queste donne che in ogni famiglia hanno trasmesso oralmente gli uni agli altri i comanda­menti divini; amatevi gli uni gli altri, non fate agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a te stesso. Non sono molti: da venti a trenta persone bastano a ricondurre la tradizione trasmessa ad ognuno di noi da un antenato il quale viveva al tempo del Messia" (Introduzione a Pietro BARBIERI, L’ora presente alla luce del Vangelo, Roma,1945, pp. V-VII).

Dunque una parte importante della cultura moderna critica e liberale già è vicina al Cristianesimo, già ne conosce e apprezza la portata storica, sociale e culturale. L'appello del Pontefice trova un terreno fertile ed accogliente in questo pensiero critico, in grado di riconciliare cristianesimo e modernità proprio nel segno della libertà e della dignità umane.



mercoledì 11 settembre 2013

Afghanistan. L'altra guerra che seguirà.



Su La Voce della Russia del 9 settembre 2013 Vadim Fersovič delinea l'evoluzione dell'intervento occidentale in Afghanistan dopo il 2014. Scaduto il mandato NATO le forze occidentali saranno ridimensionate e si limiteranno a formare, consigliare ed assistere le truppe e la polizia nazionali afgane. Questi i compiti indicati ai media dai governi. Ma, secondo il redattore del sito internet russo, in realtà il loro impiego diretto continuerà. L'articolo, pur segnato da una traduzione manchevole e dal ricorso a sigle del passato (dal 2007 l'AISE ha sostituito il SISMI), offre un quadro non privo di plausibilità, anche se traspare una certa inclinazione a confondere le aspettative con la realtà.

Scrive Fersovič:

"Già nel 2010 il giornalista italiano Manlio Dinucci ha scritto che la CIA stava svolgendo in Afhanistan l’attivita di “esercito ombra” che si occupava non solo di raccolta di informazione ma anche di azioni di forza. Probabilmente, un lavoro analogo veniva realizzato nelle zone di propria responsabilità anche dai servizi speciali dell’Italia e della Germania".

"Così sarà risolto il problema della lotta contro i guerriglieri in cui vengono spese immense risorse umane e materiali. Quando nel 2015 i caporioni dei talebani usciranno fuori dai loro rifugi sicuri, gli agenti arruolati dalla CIA, dal BND e dal SISMI non avranno difficoltà non solo a seguire ma anche ad eliminare autonomamente gli “intransigenti”. Tali operazioni sono state già rodate nel corso dei raid congiunti dei reparti speciali afghani ed occidentali. Se tale strategia funzionerà, i caporioni dei guerrigieri subiranno su di sé i metodi da loro stessi usati.
In luglio esponenti ufficiali americani hanno dichiarato che nei prossimi due anni la CIA programma di ridurre fino a 6 il numero delle sue basi segrete in Afghanistan lasciando intatto il proprio centro a Kabul, uno dei maggiori al mondo. Centri analoghi saranno lasciati dalla Germania e dall’Italia. Gli agenti dell’intelligence ritorneranno al proprio lavoro diretto, mentre migliaia di afgani eseguiranno il lavoro che toccava prima a centinaia di migliaia di soldati della coalizione con spese incomparabimente minori e, più probabilmente, con un’efficienza di gran lunga maggiore".

Sono evidentemente anche e soprattutto questi i temi che possono riavvicinare Russi e Americani. Ma gli insorti afgani sanno bene cosa li attende.





martedì 3 settembre 2013

Parlamenti più forti, democrazie meno efficienti.

Luigi Einaudi

Sul Corriere della Sera del 2 settembre 2013 Antonio Polito ha esaminato il ruolo dei parlamenti occidentali, dando conto della tendenza al loro rafforzamento messa in luce dai più recenti sviluppi della crisi siriana:

"I due più antichi Parlamenti del mondo si sono presi una storica rivincita. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti il governo ha dovuto riconsegnare nelle loro mani il più sovrano dei poteri, quello sulla pace e sulla guerra".

"La democrazia parlamentare, una delle più grandi invenzioni della civilizzazione anglosassone, sembrava ormai sopraffatta dall'emergere di un mondo nuovo, fatto di decisioni globalizzate e sovranazionali, o dettate dai sondaggi e incarnate da leader che ne rispondono solo al popolo. E invece, tra il popolo e il leader, ecco rispuntare il Parlamento".

"La decisione politica sta certamente rimpatriando all'interno della sfera nazionale, l'unica dove possa esercitarsi il controllo democratico dei Parlamenti. Ma resta da vedere quanto questo processo sia compatibile con gli obblighi di una comunità globale sempre più interdipendente".

"Festeggiando il ritorno dei Parlamenti, sarà dunque bene non dimenticare che nella forza della democrazia risiedono anche le sue debolezze, e che su quelle hanno sempre contato tiranni come Assad e autocrati come Putin. Anche perché una democrazia indecisa e imbelle smette presto di essere una democrazia".

La netta prevalenza del governo sul parlamento ha caratterizzato da molti decenni la forma di governo delle più forti e influenti democrazie occidentali. A lungo il parlamento di potenze come gli USA e la Gran Bretagna, sia pure con significative differenze,  ha svolto il ruolo di cassa di risonanza delle controversie politiche e ha sostanzialmente di solito ratificato le decisioni prese altrove dai grandi leader. Si tratta di un assetto ben noto ai costituzionalisti, che presuppone il bipolarismo e la selezione di statisti dotati di adeguate capacità.

Luigi Einaudi, economista e giurista liberale eminente, secondo presidente della Repubblica italiana, già sullo scorcio della Seconda guerra mondiale del parlamentarismo europeo scrisse:

"I parlamenti non sono società di cultura od accademie scientifiche. Sono organi, il cui scopo unico è quello di formare governi stabili e di controllarne l'azione. Come disse il primo ministro del primo governo laburista, Ramsay Mac Donald, le elezioni non si fanno per contare le opinioni, per fare il censimento (census, in inglese) delle sette, dei ceti, dei partiti, dei movimenti, dei gruppi sociali, religiosi, politici, ideologici in cui si fraziona una società, la quale sia composta di uomini vivi e pensanti; ma si fanno per mettersi d'accordo in primissimo luogo sul nome della persona che in qualità di primo ministro sarà chiamato a governare il paese, e in secondo luogo sul nome di coloro che collaboreranno con lui o che ne criticheranno l'operato. Le elezioni hanno cioè per scopo di creare il consenso (consensus e non census) intorno ad un uomo ed al suo gruppo di governo ed intorno a chi oggi sarà il suo critico e domani ne prenderà il posto se gli elettori gli daranno ragione. Se non si vuole l'anarchia, questo e non una sterile accademica rassegna di opinioni è lo scopo unico preciso di un buon sistema elettorale". 

Solo pochi possono governare, mentre tutti devono poter giudicare chi governa. Dai lontani tempi della democrazia ateniese di Pericle questo è il principio fondamentale della democrazia rappresentativa, di una democrazia efficiente, capace di risolvere problemi.
I parlamenti, grandi assemblee esposte alla pressione della volubile opinione pubblica, non riescono a prendere rapidamente le decisioni sovente impopolari in cui si deve risolvere l'attività di governo di un grande paese.
La crisi politica, economica e morale in cui sono cadute le grandi democrazie occidentali si esprime anche nella selezione di leader politici deboli, saliti spesso al potere cavalcando e fomentando il populismo e la demagogia. Non traggano in inganno i più recenti avvenimenti. L'abbandono dello schema contraddistinto dalla prevalenza del governo solo occasionalmente, come sulla prospettiva di un'azione militare in Siria, produce effetti positivi. Normalmente invece determina un indebolimento dei sistemi democratici, resi meno capaci di adottare e realizzare misure efficaci.


martedì 27 agosto 2013

Per uscire dalla crisi un approccio microeconomico.






Il Sole 24 Ore del 26 agosto 2013 riporta alcune dichiarazioni del presidente della Bundesbank Jens Weidmann. Le parole di Weidmann hanno suscitato ampia ostilità ma rappresentano un lucido richiamo a sciogliere i nodi fondamentali della crisi in atto.

"Le banche centrali - ha proseguito il numero uno della Bundesbank e membro del board Bce - non possono risolvere la crisi poiché i problemi che sottendono ad essa non sono legati alla politica monetaria. I dibattiti mostrano che la crisi non è finita e che c'è ancora molto da fare per superarla".

"La crisi in Grecia può essere superata solo con l'adozione di riforme, dal momento che «nuovi aiuti non bastano da soli a far diventare competitive le aziende ed a porre le basi durevoli per finanze solide». Il presidente della Buba aggiunge che l'intervento di Mario Draghi dello scorso anno di salvare l'euro a qualunque costo ha solo calmato i mercati, ma questa calma è «ingannevole». La discussione sui nuovi aiuti ad Atene mostra infatti che «la crisi non è finita e per superarla c'è ancora molto da fare». La conclusione di Weidmann è che «parlare di una rapida fine della crisi è sbagliato e indebolisce gli sforzi per le riforme»".

L'economia reale dell'Eurozona e degli Stati Uniti dà ancora segnali di sofferenza. Continuano le delocalizzazioni, soprattutto in Italia. L'occupazione non migliora significativamente. Gli investimenti restano largamente insufficienti: gli ordini di beni durevoli negli Stati Uniti sono calati in luglio molto più delle previsioni.
Per uscire dalla crisi occorre "far diventare competitive le aziende e porre le basi durevoli per finanze solide". Gli imprenditori e gli investitori devono trovare condizioni favorevoli per operare con successo. Le agenzie pubbliche hanno bisogno di riferimenti normativi e strumenti operativi adeguati. Le politiche monetarie cosiddette accomodanti, che guardano ai grandi aggregati statistici, possono far acquistare tempo, nella migliore delle ipotesi, ma non ripristinano i presupposti di una solida e vitale capacità del sistema di creare lavoro e reddito.

martedì 20 agosto 2013

Protezionismo e concorrenza nell'economia globalizzata.






 La Voce della Russia del 19 agosto 2013 richiama l'attenzione sul protezionismo, uno dei principali temi del prossimo G20 di San Pietroburgo:

"Appartiene ormai al passato il protezionismo classico, diretto, come il blocco continentale dell’Inghilterra durante le Guerre napoleoniche o il Boston Tea Party, quando le colonie americane insorsero contro il protezionismo inglese nel commercio del tè. Stanno scomparendo anche le guerre tariffarie, come, ad esempio, la contrapposizone sul mercato automobilistico tra Cina ed USA, che per mezzo dei dazi doganali difendevano dai concorrenti i propri mercati. Adesso i relativi metodi sono diventati di gran lunga più eleganti e la retorica più ricercata. Al summit del G20 tutti i paesi, più probabilmente, dichiareranno di sostenere il divieto del protezionismo e poi… troveranno metodi per aggirarlo, dice Viktoria Perskaja, vicedirettore del Centro di studi internazionali presso la Scuola per imprenditori di Mosca. Secondo Viktoria, a questi paesi non resta nient’altro da fare. Il protezionismo è richiesto dall’attuale economia post-crisi, mentre la diplomazia esige una rinuncia pubblica allo stesso.
Si sviluppa il settore reale nazionale, la reale produzione nazionale, mentre il segmento dei servizi si sta contraendo. Quei paesi che si rendono conto della necessità di un’economia nazionale più equilibrata e strutturata adotteranno misure per favorire il produttore nazionale. In questo caso non è affatto necessario introdurre dazi doganali. Basta utilizzare il sistema di stardard tecnici e così tutti i potenziali esportatori si vedranno costretti a corrispondere a tale livello".

Su Orizzonte Cina (giugno 2013), mensile d'informazione e analisi sulla Cina contemporanea a cura dell'Istituto Affari Internazionali (IAI) e del Torino World Affairs Institute (T.wai), Giuseppe Gabusi estende l'analisi alle ALS, aree di libero scambio, ponendo in rilievo la pressante istanza di sicurezza economica che continua a condizionare l' azione dei governi:

"La crescente tensione commerciale tra Bruxelles e Pechino riflette in realtà il deterioramento della sicurezza economica, intesa come sicurezza economica complessiva percepita dai governi e dall’opinione pubblica, in un periodo di recessione globale e di transizioni politiche interne. I nuovi accordi di libero scambio in corso di negoziato contribuiscono a rafforzare il senso di insicurezza delle maggiori potenze commerciali".

Le "... ALS rappresentano accordi commerciali di nuova generazione, il cui focus è soprattutto sulle barriere non-tariffarie, sui servizi, sugli standard e sulle normative, e sulle architetture istituzionali del commercio. Perciò, le ALS contribuiscono a erodere la distinzione tra politica estera economica e politica interna, e richiedono una visione (finanche una cultura) politica comune, assente tra le democrazie occidentali e la RPC".

"Non è un caso che Mark Tokola, vice-capo missione all’ambasciata americana a Londra, abbia dichiarato: “l’ALS tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti potrebbe diffondere le norme occidentali in tutto il mondo”. Non si tratta più quindi di dazi o altri strumenti tecnici, ma di norme e di sottesi valori: è la prova del passaggio della politica commerciale dalla sfera della low politics a quella dell’ high politics". 

La crisi economica in atto ha le proprie profonde radici in una globalizzazione disordinata e tumultuosa, caratterizzata dalla mancata o insufficiente convergenza delle forme di stato e degli ordinamenti giuridici. I nodi di questa competizione viziata dalla radicale diversità dei sistemi, dalla diffidenza reciproca e dal protezionismo più o meno scoperto vengono al pettine.

Così conclude Gabusi:

"Il  rilancio  del  WTO  potrebbe  davvero  rappresentare un’occasione migliore e più efficiente per raggiungere un consenso multilaterale, rispetto alle discussioni segrete sui nuovi ALS, che stanno solamente aggiungendo insicurezza a un ordine economico liberale che, con tutti i suoi limiti, ha finora servito degnamente, in termini di crescita, Washington, Bruxelles e Pechino".

In realtà il mercato globale contemporaneo ha ben poco di liberale, non poggiando su regole comuni. Questo disordinato ordine economico rappresenta il contesto in cui sono diventati insostenibili non solo i vizi e le inadeguatezze ma anche alcuni dei tratti migliori delle democrazie occidentali.
Bisogna essere consapevoli del valore della concorrenza virtuosa, che deve essere il più possibile ampia, aperta e tutelata. L'istanza della sicurezza economica non deve soffocare tale consapevolezza e il conseguente tentativo di rimuovere barriere che penalizzano il merito e l'innovazione. In questa prospettiva l'ALS tra Europa e Stati Uniti potrebbe davvero essere "la risposta realista dell’Occidente all’impossibilità di progredire in sede WTO". Mentre non si può escludere che una chiara e ferma posizione occidentale si riveli un positivo stimolo per regimi autoritari che rispettano soprattutto la forza priva di accenti provocatori. 

martedì 13 agosto 2013

Tocqueville. Saggio sulla povertà.







Nel 1835, anno in cui pubblicò la prima parte de La Democrazia in America, Tocqueville presentò alla Società accademica di Cherbourg il Mémoire sur le paupérisme, recentemente riproposto in edizione digitale dalla Casa editrice dell'Istituto Bruno Leoni con il titolo Saggio sulla povertà.
In questo denso scritto Tocqueville esamina lo sviluppo della povertà e i metodi per combatterla. Ad un certo punto della storia umana si diffondono bisogni artificiali e secondari, soddisfatti dal lavoro non agricolo.

Ma "...circostanze avverse possono portare la popolazione a rifiutare certi bisogni superficiali, dei quali godrà in altri tempi senza difficoltà. Ora c’è il gusto e l’uso di questi piaceri sui quali gli operai contano per vivere. Se vengono a mancare, non resta alcuna risorsa. Il suo raccolto è per lui bruciato; i suoi campi sono colpiti dall'infertilità, e per poco che un simile stato si protragga, non si prevede che un’orribile miseria e la morte.
Non ho parlato che del caso in cui la popolazione limiterà i propri bisogni. Molte altre cause possono portare allo stesso effetto: una produzione esagerata dei cittadini, la concorrenza degli stranieri...
La classe industriale che provvede alla spinta verso il benessere degli altri è dunque ben più esposta di loro a difficoltà improvvise ed irrimediabili".

Come fronteggiare la miseria? Con l'esercizio della virtù individuale della carità o con l'assistenza pubblica?

"Non c’è, a prima vista, un’idea che sembri più bella e più grande che quella della carità pubblica".

 " L’uomo, come tutti gli esseri organizzati, ha una passione naturale per l’ozio. Ci sono pertanto due motivi che lo portano al lavoro: il bisogno di vivere e il desiderio di migliorare le condizioni della sua esistenza". 

"Ora, un’organizzazione caritatevole, aperta indistintamente a tutti coloro che sono nel bisogno, o una legge che dà a tutti i poveri, qualunque sia l’origine della loro povertà, un diritto al soccorso pubblico, indebolisce o distrugge il primo stimolo al lavoro e lascia intatto soltanto il secondo". 

"Ma sono profondamente convinto che tutto il sistema legislativo, permanente, amministrativo, il cui scopo sarà di provvedere ai bisogni del povero, farà nascere più miserie di quelle che può guarire, depraverà la popolazione che vuole soccorrere e consolare, ridurrà con il tempo i ricchi a non essere altro che i servitori dei poveri, trarrà le risorse dai risparmi, arresterà l’accumulo dei capitali, comprimerà lo sviluppo del commercio, debiliterà l’attività e l’operosità umane e finirà per produrre una rivoluzione violenta nello Stato, quando il numero di quelli che ricevono l’elemosina sarà diventato quasi tanto grande quanto il numero di quelli che la offrono, e che l’indigente non potendo più aspirare ad impoverire i ricchi per provvedere ai suoi bisogni, troverà più facile di depredarli tutto d’un colpo dei loro beni che di chiedere il loro soccorso".

Lucidamente il grande intellettuale francese distingue virtù individuale e moralità pubblica, lanciando un duro monito. Il compito della grande politica non è riprodurre la perfezione personale, ma fronteggiare efficacemente grandi problemi. Una severa lezione sempre attuale, da meditare attentamente.    

lunedì 5 agosto 2013

America ed Europa senza fabbriche. Troppi resterebbero fuori.







Su La Stampa del 5 agosto 2013 Enrico Moretti delinea un quadro della produzione e dell'occupazione nell'età della globalizzazione tecnologica soltanto in parte condivisibile.

Scrive Moretti:

" In tutti i Paesi occidentali, l’occupazione nell’industria manifatturiera sta calando ormai da trent’anni...  questo trend accomuna un po’ tutte le società avanzate, dagli Stati Uniti al Giappone, dalla Gran Bretagna all’Italia e persino la Germania".

"Questo declino non è solo l’effetto di fenomeni a breve termine, come le recessioni: l’industria perde posti di lavoro anche durante le fasi di espansione. Le ragioni sono due forze economiche profonde: progresso tecnologico e globalizzazione. Grazie agli investimenti in sofisticati macchinari di nuova concezione, le fabbriche occidentali sono molto più efficienti che in passato e per produrre la stessa quantità di beni impiegano sempre meno manodopera".

"La seconda forza che sta decimando l’occupazione manifatturiera dei paesi occidentali è la globalizzazione. Le produzioni più tradizionali sono state le prime a essere delocalizzate".

"A differenza della maggior parte dei Paesi Europei, e dell’Italia in particolare, negli ultimi cinquant’anni, gli Stati Uniti si sono reinventati, passando da un’economia fondata sulla produzione di beni materiali a un’economia basata su innovazione e conoscenza. L’occupazione nel settore dell’innovazione è cresciuta a ritmi travolgenti. L’ingrediente chiave di questo settore è il capitale umano, e dunque istruzione, creatività e inventiva. Il fattore produttivo essenziale sono insomma le persone: sono loro a sfornare nuove idee. Le due forze che hanno decimato le industrie manifatturiere tradizionali – la globalizzazione e il progresso tecnologico – stanno ora determinando l’espansione dei posti di lavoro nel campo dell’innovazione. 
La globalizzazione e il progresso tecnologico hanno trasformato molti beni materiali in prodotti a buon mercato, ma hanno anche innalzato il ritorno economico del capitale umano e dell’innovazione. Per la prima volta nella storia, il fattore economico più prezioso non è il capitale fisico, o qualche materia prima, ma la creatività".

"Nei prossimi decenni la competizione globale sarà incentrata sulla capacità di attrarre capitale umano e imprese innovative. Il numero e la forza degli hub dell’innovazione di un Paese ne decreteranno la fortuna o il declino. I luoghi in cui si fabbricano fisicamente le cose seguiteranno a perdere importanza, mentre le città popolate da lavoratori interconnessi e creativi diventeranno le nuove fabbriche del futuro".

In realtà nulla esclude che i luoghi della fabbricazione e della concezione innovativa  possano essere gli stessi e che l'offerta di ingegneri e di lavoro creativo a minor costo determini lo spostamento in Asia anche della fase di progettazione. Si tratta di un processo in larga misura prevedibile.
Del resto bisogna essere ben consapevoli che l'occupazione nel settore dell'innovazione non può per sua natura soddisfare adeguatamente la richiesta di inclusione economico-sociale. Quanti non possiedono le doti necessarie per un contributo significativamente creativo? Basterà il supporto di un efficiente sistema formativo/educativo, peraltro spesso ancora da realizzare?
Emerge in Europa e in America una tendenza a radunare ai due estremi le occasioni di impiego. Da una parte il lavoro ad alta o altissima qualificazione, dall'altra un'ampia offerta di occupazione poco qualificata e mal retribuita nei settori della grande distribuzione, della grande ristorazione, del servizio sanitario e dell'assistenza agli anziani. Quanti non potranno o non vorranno essere parte attiva di un mercato del lavoro siffatto?
L'espulsione dai paesi occidentali della manifattura ad alto valore aggiunto non pare inevitabile. Una profonda ristrutturazione della legislazione del lavoro e dell'impresa, del welfare, del fisco e del sistema educativo/formativo può rendere decisivi i legami con le tradizioni produttive e il territorio, il taglio dei costi di trasporto, la capacità di adattare elasticamente la produzione alle esigenze particolari del consumatore. Si consideri poi che le nuove economie  orientali non sono prive di tensioni e contraddizioni. Il futuro resta aperto. 

lunedì 29 luglio 2013

Classe media USA. Più sicurezza o più responsabilità?




Obama chiede e promette per la classe media americana nuove buone occasioni e più sicurezza. Dietro la solita astuta demagogia almeno una affermazione vera: l'incremento della produzione di petrolio e gas di scisto (shale oil - gas) ha una portata davvero rivoluzionaria. Gli Stati Uniti in pochi anni diventeranno il primo produttore mondiale di tali materie energetiche. Queste risorse contribuiranno ad aumentare la competitività del sistema o, come nella vecchia Unione Sovietica, compenseranno la sua insufficienza. 
Il premio Nobel per l'Economia Edmund Phelps, pur esponente della scuola neo-keynesiana, su Il Sole 24 ORE del 24 luglio 2013 espone un programma che va al cuore della crisi economica e sociale americana.
Così Phelps:

"Una delle cause delle enormi disuguaglianze sociali in America è il dinamismo che ha reso così remunerativa l'attività economica. Un'economia aperta a nuovi principi e nuove iniziative è per sua stessa natura destinata a generare redditi diversi".

"Un grosso errore sarebbe anche interpretare in modo sbagliato il rapporto che esiste tra disuguaglianza sociale e innovazione. Negli ultimi decenni è stata la minore innovazione – e non la maggiore – ad aver esasperato le disuguaglianze negli Stati Uniti".

"I policymaker sono alle prese con una questione precisa: quali misure prendere. Si è fatto un gran chiasso per investire nelle infrastrutture...il dibattito pare non aver tenuto conto che il governo dovrà continuare a finanziare nuovi progetti, una volta che quelli in corso saranno stati portati a conclusione. Una simile interminabile serie di progetti nel settore edilizio non è una soluzione per fermare il calo del dinamismo al quale – in buona parte, se non interamente - è imputabile il rallentamento dell'innovazione".

"Si sostiene che il governo potrebbe incentivare l'innovazione nel settore privato fornendo finanziamenti per lo sviluppo e commercializzando i nuovi prodotti o sistemi nelle aziende o nelle industrie che offrono la promessa, quanto meno dal punto di vista del governo, di poter dare un forte slancio all'innovazione. Il presidente Obama ha implicitamente dato il proprio avallo a questo approccio".

"Questa tesi secondo la quale il governo sarebbe efficacemente in grado di prendere decisioni prese in passato da un settore privato che funzionava molto bene solleva però qualche serio dubbio... È già abbastanza difficile per i venture capitalist e gli investitori della prim'ora prendere le decisioni giuste".

"Sono convinto che un ritorno alla crescita della produzione e a un'inclusione economica ampia come in passato richiederà niente di meno che un revival di quel vigoroso dinamismo che ha puntellato quella performance. 
Questo indispensabile risveglio richiederà una riforma del settore finanziario e del settore imprenditoriale. Nel settore finanziario è basilare porre fine alla pianificazione a breve termine che indebitamente fa sì che ci si concentri sul raggiungimento di obiettivi di rendimento trimestrali invece che puntare su una redditività e una crescita sul più lungo periodo".

"Nel settore delle imprese, è indispensabile porre fine alle lotte interne alle aziende affermate, alla miopia dei dirigenti che sanno di avere soltanto un numero limitato di anni nei quali raggranellare il massimo dei bonus che riescono a mettere insieme. Una migliore vigilanza sul comportamento delle aziende da parte dei consigli di amministrazione e degli enti di regolamentazione del governo è pertanto fondamentale anch'essa".

"In ogni caso molto poco di ciò si concretizzerà, e tutte le riforme pubbliche potranno essere messe seriamente a repentaglio, qualora venisse a mancare un più ampio avallo della vecchia etica dell'inventiva, della ricerca, della sperimentazione e della scoperta. È proprio quella l'etica che ha gettato le premesse per il grande benessere della classe media americana negli anni del dopoguerra".

Nell'economia  globalizzata le superstar USA dominano il mercato. Ma molte piccole e medie imprese statunitensi sono rimaste indietro, non innovano, non sono competitive, sono costrette ad una svalutazione degli asset, dipendenti compresi. Il cattivo intervento pubblico è controproducente. Occorre piuttosto ripristinare la consapevolezza che non esistono pasti gratis, che il rischio è parte ineliminabile dell'impresa, che solo il nuovo costituisce una valida via per il futuro. Dunque non falsa sicurezza per i piccoli e medi imprenditori e per la classe media, ma più solida diffusione dell'etica della responsabilità e dell'innovazione.  

mercoledì 24 luglio 2013

Riduzione dello stock del debito pubblico. La meno pericolosa delle illusioni?



Matteo Rigamonti su Italia Oggi del 24 luglio 2013 ha chiesto a Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell'Istituto Bruno Leoni, una ricetta per ridurre lo stock del debito pubblico italiano.
Così Stagnaro:

"...Fino a tre o quattro anni fa, infatti, come in tutto il periodo pre-crisi del resto, la parte maggioritaria del debito era detenuta da investitori stranieri; diciamo che il 60 per cento del debito pubblico era in mani estere e il 40 per cento in mani italiane. Ora questo rapporto si è invertito, con il 55 per cento del debito pubblico detenuto da investitori italiani e il 45 per cento da stranieri".

"...tutto l'aumento di stock del debito intercorso in questi anni di crisi è stato essenzialmente acquistato dalle banche italiane, che se ne sono fatte carico per compensare la riduzione del debito prima in mano estera".

"Grazie a questa nuova composizione del debito, un eventuale default del paese sarebbe in un certo senso meno costoso, perché più facilmente mascherabile".

"...se il debito è in mano nostra basterebbe non pagare le famiglie italiane, oppure si potrebbe scongiurare il default con una patrimoniale o elevando la pressione fiscale, lasciando tutto apparentemente invariato da un punto di vista meramente contabile. Peccato però che così non torneremmo più a crescere".

"Si tratta di aggredire lo stock di debito alla sua base, alimentando al tempo stesso la crescita del Pil attraverso liberalizzazione dei servizi pubblici e privatizzazioni su larga scala. L'Istituto Bruno Leoni ha stimato che così in 5 anni si potrebbero tagliare almeno 150 miliardi di euro di debito pubblico. Poi si dovrebbero abbassare le tasse sul lavoro e sulle imprese, in particolare l'Irap e l'Irpef, per rilanciare la crescita, tagliare la spesa pubblica e riformare la pubblica amministrazione a partire dalla giustizia".

Tutto condivisibile, con alcune dolorose considerazioni, sia pure senza pretesa di precisione assoluta. La spesa pubblica corrente italiana ammonta oggi a circa 800 miliardi, più della metà del PIL. Il servizio del debito pubblico (interessi) grava su tale spesa per 80/100 miliardi. Lo stock del debito ammonta a circa 2.000 miliardi. Ridurlo di 150 miliardi, meno del 10%, comporta una riduzione della spesa per interessi probabilmente inferiore al 10% = meno di 10 miliardi su una spesa corrente di 800 miliardi. Anche calcolando un conseguente minore tasso applicato, è del tutto evidente che con riduzioni della spesa per il servizio del debito di questo ammontare non è possibile diminuire adeguatamente la pressione fiscale. Servono infatti tagli alla spesa pubblica corrente di almeno 200/250 miliardi.
Come Stagnaro ha auspicato "si dovrebbero abbassare le tasse sul lavoro e sulle imprese, in particolare l'Irap e l'Irpef, per rilanciare la crescita, tagliare la spesa pubblica e riformare la pubblica amministrazione a partire dalla giustizia". Ma la spesa pubblica corrente è in maggioranza da riferire a pensioni, assistenza sociale, sanità e istruzione. Senza riforme strutturali in questi settori delicatissimi, decisivi per il consenso elettorale, non si potrà ridurre a sufficienza la pressione fiscale. Stagnaro ha proposto liberalizzazioni dei servizi pubblici e privatizzazioni su larga scala, utili per la crescita del PIL e per qualche riduzione della spesa pubblica. Una realistica via d'uscita resta però da definire. I suggestivi progetti di taglio dello stock del debito non bastano certo a metterci sulla strada giusta. 

martedì 16 luglio 2013

Democrazia islamica.



L'insigne islamista Bernard Lewis ha chiuso il suo La crisi dell'Islam con queste parole di misurata speranza:

"Lo studio della storia islamica e della vasta e ricca letteratura politica islamica conforta la convinzione che sia realmente possibile  far nascere istituzioni democratiche, non necessariamente nel senso che noi occidentali diamo a questo abusato termine, ma in un senso che derivi dalla loro storia e dalla loro cultura e che garantisca a modo loro un sistema di governo condizionato dalla legge, da forme di consultazione e dalla trasparenza, in una società civile e umana. Basta quello che c'è, nella cultura tradizionale dell'Islam da una parte e nell'esperienza moderna dei popoli musulmani dall'altra, per avere una base da cui procedere verso la libertà, nel vero senso della parola" (B. LEWIS, La crisi dell'Islam, 2004, p.148).

Ma quale influenza ha questo Islam capace di condurre a una società civile e umana? Oggi il tentativo di dare uno sbocco democratico all'Islam politico pare non riuscito o, quantomeno, segnato da difficoltà gravissime. I governi occidentali, compreso quello statunitense, sembrano incapaci di fronteggiare una situazione sempre più pericolosa. Roberto Toscano su La Stampa del 14 luglio 2013 ne ha dato conto con efficace sintesi:

"Obama ha preso atto di un fatto ovvio ma che in precedenza gli americani avevano preferito rimuovere: che laddove le popolazioni accolgono maggioritariamente il messaggio islamista la democrazia può solo essere islamica. Islamica moderata, auspicabilmente. Un’ipotesi che l’esperienza della Turchia sembrava confortare, con la sua combinazione di pluripartitismo, forte sviluppo economico, buoni rapporti con gli Stati Uniti. 
Questa interpretazione risulta oggi in crisi profonda, e a Washington regnano non solo lo sconcerto, ma anche un’evidente confusione". 

" Quello che è certo è che nessuno a Washington può pensare che, nonostante lo scontento e la delusione per la cattiva prova di un anno di governo islamista, l’islam politico egiziano sia finito, e tanto meno che si possa immaginare che le sparute e divise schiere dei laici filo-occidentali possano aspirare di costituire una forza politica capace di fornire una terza alternativa fra militari da una parte e islamisti dall’altra. 
Per Obama, quindi, pessime notizie da Piazza Tahrir, ma anche da Piazza Taksim, dato che un altro tassello dell’opzione islamista moderata, quello turco, mostra anch’esso tutti i suoi limiti, nonostante la ben maggiore solidità dello stato turco e del governo Erdogan. Anche in Turchia, come in Egitto, gli «islamisti moderati» si sono rivelati tutt’altro che moderati nella loro concezione e gestione del potere, caratterizzate da pesanti elementi di autoritarismo".  

Vittorio Emanuele Parsi su Il Sole 24 Ore del 10 luglio 2013 critica l'approccio interpretativo prevalente:

"È incredibile come si sia progressivamente affermato in Occidente un pregiudizio di matrice culturalista, che ha voluto vedere nelle forme di "islamismo moderato" una strada alternativa per l'instaurazione della democrazia nelle società a maggioranza musulmana. Ma questa presunta "scorciatoia" non è altro che un cul de sac, perché ovunque arrivino al potere i fondamentalisti religiosi prima o poi tentano di realizzare la propria agenda, di imporre i propri valori ritenuti ovviamente "assoluti" e "non negoziabili"".

"Quella parte della popolazione egiziana scesa in piazza per sfiduciare Morsi ci ricorda la necessità che la fede continui ad essere una scelta individuale, non un fattore di divisione politica. Riafferma qualcosa la cui importanza tendiamo a scordare persino in Occidente: cioè la supremazia del concetto repubblicano di cittadinanza su quello comunitario di fedele. Non lo fa però aggredendo frontalmente la premessa, ovvero la necessaria separazione e autonomia tra ambito religioso e politico".

Nei paesi islamici la transizione a istituzioni fondatamente riconducibili allo stato di diritto e alla libera democrazia è oggi certamente ostacolata anche dalla crisi economica internazionale. Quando rispondere adeguatamente alle richieste di pane e lavoro è comunque difficile, risulta più arduo il concreto passaggio a istituzioni libere e democratiche, non schiacciate dalla piazza, che realizzino la subordinazione alla legge della pubblica amministrazione.
Ma, diversamente da quanto sembra pensare il professor Parsi, le difficoltà decisive sono costituite dalla troppo debole distinzione tra ambito politico e religioso ma soprattutto dalla troppo forte propensione a far prevalere l'istanza della verità su quella della libertà che caratterizzano proprio la componente tradizionalmente egemone dell'Islam.
Le religioni non sono tutte uguali. Gli stessi fondamentalismi non sono uguali tra loro. La libertà occidentale si è affermata in Inghilterra, dove il monarca è anche il capo della Chiesa anglicana. Solide democrazie come Olanda, Svizzera e gli stessi Stati Uniti d'America si sono sviluppate in ambiti socio-culturali contraddistinti dalla forza del fondamentalismo cristiano. Così i grandi precursori  del pensiero liberale:

Tocqueville (La Democrazia in America,  Libro Terzo, Parte Prima, Capitolo Quinto):

"....nel Corano non solo dottrine religiose, ma anche massime politiche, leggi civili e criminali e teorie scientifiche. Il Vangelo, invece, parla solo dei rapporti generali degli uomini con Dio e fra loro. Al di fuori di questo non insegna nulla e non obbliga a credere nulla. Questo soltanto, fra mille altre ragioni, basta a mostrare che la prima di quelle due religioni non può dominare a lungo in tempi di civiltà e di democrazia, mentre la seconda è destinata a regnare anche in quei secoli come in tutti gli altri".

Montesquieu (Lo Spirito delle leggi, Libro Ventiquattresimo, Capitoli Quarto e terzo):

"Per quanto riguarda il carattere della religione cristiana e quello della religione musulmana, si deve senz'altro abbracciare l'una e respingere l'altra: perché per noi è molto più evidente che una religione debba addolcire i costumi degli uomini, di quanto non sia evidente che una religione è la vera.
E' una sciagura per la natura umana che la religione sia data da un conquistatore. La religione maomettana, la quale non parla che di spada, influisce ancora sugli uomini con quello spirito distruttore che l'ha fondata".

"La religione cristiana è lontana dal dispotismo puro: infatti, essendo la mitezza tanto raccomandata nel Vangelo, essa si oppone alla collera dispotica con cui il principe si farebbe giustizia e metterebbe in pratica le sue crudeltà".

"...dobbiamo al cristianesimo, nel governo un certo diritto politico, e nella guerra un certo diritto delle genti, di cui l'umanità non potrebbe mai essere abbastanza riconoscente."

Le religioni insomma non producono le stesse conseguenze, anche sulle istituzioni.

martedì 9 luglio 2013

Europa e Stati Uniti. Le ragioni di un' alleanza.





La democrazia liberale e cristiana descritta da Tocqueville ne La Democrazia in America è uno dei frutti migliori della vecchia Europa. Ma la stessa Europa ha prodotto anche i grandi totalitarismi che hanno insanguinato il Novecento. Quando ha dovuto difendersi dai suoi figli perversi gli Stati Uniti d'America hanno fornito l'aiuto decisivo. E' oggi necessario ripensare e ricostruire il rapporto tra le due sponde dell'Atlantico. Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 5 luglio 2013 e Vittorio Emanuele Parsi su Il Sole 24 Ore del 30 giugno 2013 espongono vecchie e nuove ragioni per ridare slancio alla sperimentata collaborazione.

Scrive il professor Parsi:

"La peculiare natura della Guerra fredda aveva finito con l'esaltare la dimensione della sicurezza nei rapporti tra le due sponde dell'Atlantico, lasciando quasi sullo sfondo l'ambito economico e culturale che avevano consentito la costruzione di una relazione tanto salda in campo politico e strategico".
"...così non può certo stupire che proprio attraverso l'Atlantico tornino a intrecciarsi i destini delle due più grandi economie di mercato planetarie che condividono lo stesso sistema di istituzioni democratiche e di valori liberali".

E il professor Panebianco:

"... l'accordo di libero scambio fra Stati Uniti e Europa, la Ttip (Transatlantic trade and investment partnership) ..., in prospettiva, potrebbe dare un salutare colpo di frusta all'economia euro-atlantica ma anche, forse, contribuire a falsificare le più cupe profezie sul «declino dell'Occidente» e l'inarrestabile ascesa dell'Oriente".
"I probabili effetti economici positivi avrebbero potenti ripercussioni politiche. L'area euro-atlantica riacquisterebbe, nei tanti tavoli ove deve trattare con la Cina, con la Russia e le altre potenze già emerse o emergenti, una forza che negli ultimi anni ha perduto. 
Si consideri anche un altro aspetto. Obama è il presidente degli Stati Uniti culturalmente più lontano dall'Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ma anche lui ha constatato quanto inconcludente sia stata una politica che, mentre snobbava i vecchi alleati europei, privilegiava il rapporto con le potenze autoritarie (Cina) o semi-autoritarie (Russia) nella speranza di stabilire durevoli relazioni di cooperazione e di fiducia.
Giocava l'errata convinzione che la natura dei regimi politici (o dei movimenti politici: vedi l'atteggiamento verso i Fratelli Musulmani egiziani) sia irrilevante ai fini della cooperazione internazionale. Ma non lo è".

" ...se Obama, alla fine, ha scoperto che gli Stati Uniti non possono fare a meno dell'Europa, di sicuro gli europei non possono fare a meno dell'America. Per tre ragioni. La prima ha a che fare con la sicurezza: senza la cooperazione americana, l'Europa non è in grado di proteggersi dalle minacce (terroristiche in primo luogo). La seconda è che l'Europa, contando sulle proprie sole forze, non ha saputo fare di meglio che incartarsi politicamente rischiando l'autodistruzione. Se la storia degli ultimi sessanta anni insegna qualcosa, essa mostra che quando la comunità euro-atlantica è coesa anche l'integrazione europea si rafforza. Quando i legami euro-atlantici si sfilacciano, i rapporti interni alla Unione europea seguono la stessa sorte. 
La terza ragione è geopolitica. Nel mondo si giocano complesse partite per il potere e l'egemonia internazionale. Rilanciare la comunità euroatlantica, facendo leva sull'accordo per il libero scambio, è, anche per l'Europa, il solo modo disponibile per partecipare a quelle partite con qualche buona carta in mano".

Resta da sottolineare un aspetto non secondario dell'alleanza militare: la possibilità di ridurre le spese militari. L'integrazione delle forze armate nazionali nell'organizzazione euroatlantica consente di evitare duplicazioni, di contenere il costo dei sistemi d'arma, di razionalizzare l' addestramento. Uno strumento efficace per costruire la comune sicurezza senza sovraccaricare le sfiancate finanze pubbliche.

martedì 2 luglio 2013

Geopolitica. Evoluzione delle risorse energetiche.




Leonardo Maugeri è un ex dirigente dell'ENI e attualmente insegna economia e geopolitica dell’energia all’Università di Harvard. Sua è una importante ricerca sul petrolio di scisto estratto negli Stati Uniti. Secondo Maugeri gli USA possono produrne cinque milioni di barili al giorno entro il 2017, se il prezzo del petrolio non cala drasticamente, e diventare in pochi anni il più grande produttore mondiale di tale fonte di energia. 
L'economista italiano sottolinea che il rapido incremento della produzione da scisto realizzato negli Stati Uniti è difficilmente replicabile in altre parti del mondo. Solo qui sono oggi presenti le condizioni necessarie: caratteristiche del suolo e del territorio, assetto imprenditoriale, mentalità e legislazione. Il suo lavoro pone inoltre in rilievo le possibili conseguenze geopolitiche di tale evoluzione. I produttori americani, mediorientali e nordafricani dovranno infatti trovare nuove soluzioni produttive e commerciali.
Della nuova capacità estrattiva statunitense, che si estende al gas di scisto, e dei suoi effetti geopolitici si è ormai ben consapevoli anche in Russia. Olga Khvostunova su Kommersant e su Russia Oggi del 1 luglio 2013 scrive:

"A metà aprile 2013, gli esperti dell’Istituto di Studi Energetici dell’Accademia Russa delle Scienze e il Centro di Analisi del governo della Federazione Russa hanno pubblicato un documento importante in più pagine, intitolato “Previsioni di sviluppo del settore energetico in Russia e nel mondo fino al 2040”, nel quale si analizzano le principali tendenze di sviluppo del settore energetico globale e i possibili rischi per il settore russo dei combustibili e dell’energia e per l’economia in generale".

"Nei prossimi decenni i rappresentanti più influenti del mercato del gas, a parte la Russia, saranno Stati Uniti e Cina. Gli esperti dell’Istituto di Studi Energetici dell’Accademia Russa delle Scienze prevedono che la Russia manterrà la sua leadership nell’estrazione ed esportazione di gas, ma che la sua partecipazione a progetti costosi, che stanno diventando sempre più marginali in tutti i mercati di esportazione, renderà il Paese ostaggio delle fluttuazioni del mercato, indebolendo la sua posizione geopolitica".

Ilya Dashkovsky su Russia Oggi del 28 giugno 2013 scrive:

"Il basso livello di disoccupazione nella Russia di oggi è in realtà la continuazione delle tradizioni sovietiche. I posti di lavoro vengono pagati dal bilancio. “Il livello esistente dei prezzi per il petrolio e la struttura economica che vige oggi, per la quale le entrate derivanti dal petrolio sono regolate dall’economia, permettono di garantire un alto tasso di occupazione. C’è anche da considerare il basso livello degli stipendi. A tali condizioni possiamo praticamente fornire un’occupazione generalizzata”, ritiene Sergei Smirnov, direttore dell’Istituto di Politica sociale e dei Programmi socio-economici dell’Alta Scuola Economica di Mosca. Si trova impiego nelle aziende e negli enti statali e in altre organizzazioni governative che possono anche non preoccuparsi dell’efficienza del lavoro, pur pagando stipendi piuttosto alti grazie alla possibilità di attingere al bilancio".

"Secondo le previsioni di Sergei Smirnov, nei prossimi due anni la situazione rimarrà stabile. Anche la prossima crisi, che in base alle proiezioni del Ministero dell’Economia e dello Sviluppo è attesa per il 2018, non cambierà lo stato delle cose. Il governo dovrà affrontare, come in passato, l’ennesimo aumento di disoccupazione a spese delle entrate derivanti dal petrolio".

La nuova produzione energetica statunitense, mentre rappresenta ormai il più importante "stimolo" per l'economia del paese, può nel medio periodo creare problemi alla Russia, che disporrà probabilmente di meno risorse per compensare le insufficienti competitività e produttività. Ma occorre prestare attenzione alla logica paradossale che contraddistingue questi sviluppi. I successi in ambito energetico potrebbero infatti mascherare i ritardi e i vizi del sistema USA, nel contempo spingendo la Russia a ridurre i propri.

lunedì 24 giugno 2013

Educazione al mercato.



Il professor Luigi Zingales, soprattutto con il suo recente Manifesto capitalista, ha dato un significativo contributo al dibattito pubblico. Una sorta di riconoscimento dell'importanza di tale contributo è costituita dall'inserimento nelle tracce dei temi della Maturità di un brano dell'economista che, commentando la notizia su Il Sole 24 Ore del 20 giugno 2013, così offre una sintesi della sua posizione:

" ...Il delicato equilibrio tra capitalismo e democrazia, che ha beneficiato il mondo occidentale negli ultimi 65 anni, sembra essersi rotto. Declinato in modo diverso in America ed Europa, questo equilibrio si basava su un capitalismo in grado di arricchire tutti e di una democrazia che rinunciava agli eccessi redistributivi per garantire il prosperare del sistema di mercato. A sigillare questo patto contribuiva un sistema fiscale e previdenziale che gratificava le generazioni presenti, trasferendo i costi su quelle future. Fintantoché le generazioni future erano più numerose e più ricche, il peso di questo trasferimento era minimo: la cosa più vicina ad un "free lunch" (pasto gratis) che esista in economia. 
Purtroppo le premesse sottostanti questo equilibrio si sono infrante. La globalizzazione, che ha portato enormi vantaggi ai paesi in via di sviluppo, ha anche facilitato una distribuzione del reddito più ineguale nei paesi sviluppati. Mentre i lavoratori non qualificati, tanto in America come in Italia, vedono i propri salari erosi dalla competizione cinese ed indiana, le superstar, dal calcio alla moda, dal cinema all'economia, beneficiano enormemente di un mercato globale per i loro talenti. Il rallentamento della crescita economica e l'azzeramento della crescita demografica hanno ridotto i margini di manovra, rendendo più difficile sostenere un welfare generoso. Nell'Occidente il capitalismo non sembra più in grado fornire un benessere diffuso. A peggiorare le cose contribuisce una percezione diffusa che le regole del gioco siano falsate a favore di pochi: testa vinco io, croce perdi tu. Se questo è vero in tutto il mondo occidentale, è particolarmente vero in Italia, dove la crescita si è fermata già da vent'anni e dove, con qualche nobile eccezione, l'élite economica e politica è frutto di clientelismo e nepotismo, invece che di un sistema meritocratico".

E' ormai ben noto che il mercato ha bisogno di regole vigenti e di uno stato efficiente. Meno frequente è la consapevolezza del difficile rapporto tra mercato e democrazia. Raramente poi si ammette che il mercato può essere vitale e migliorare la condizione di molti solo quando produttori, consumatori e cittadini elettori ne conoscono, sia pure sommariamente, le premesse, il meccanismo, i problemi, la fragilità, le opportunità, il valore. E' necessaria una vera e propria educazione al mercato, che prepari alla competizione regolata come preziosa fonte di innovazione, efficienza, crescita e che formi il cittadino elettore alla sua manutenzione.
In un articolato eppure commosso intervento su La Stampa del 16 maggio 2013 il professor Mario Deaglio ha raccontato la "generazione perfetta" dei nati nel 1943:

"Gli anni Sessanta non erano certo un paradiso, ma per moltissime famiglie italiane rappresentò l’uscita dall’inferno della povertà senza speranza. La guerra era ancora molto vicina e tutti i giorni i giornali ci ricordavano che ci poteva piovere in testa l’atomica. Della guerra, come di politica, si raccontava e si discuteva nelle lunghe sere dell’era pre-televisiva. Per questo, quando eravamo quindicenni-diciottenni la nostra sensibilità (e cultura) politica era nettamente superiore a quella attuale dei quindicenni-diciottenni di oggi".

" Per i settantenni l’impressione è di essere gli ultimi di un mondo, che subito dopo di noi si sia operato uno stacco lacerante; siamo, in una certa misura, dei sopravvissuti. In un momento di crisi profonda, però, in quanto estremi portatori di valori che hanno contribuito al successo passato di questo Paese, anche i testimoni del passato servono. Forse questa generazione - ancora largamente in salute grazie ai progressi della medicina - può ancora dare qualcosa a un Paese stordito".

Questa generazione ha sentito vicina la guerra, ha fatto sacrifici, ha continuato a considerare il lavoro e la famiglia valori preziosi. Ma non è riuscita a costruire un'Italia capace di crescere nel lungo periodo, di rispondere alle sfide della globalizzazione. Molti dei presupposti necessari erano presenti, eppure ha fallito. Perchè? Perchè "Precisamente nel Sessantotto, per noi, a differenza dei più giovani, la stabilità cominciava a far premio sulla crescita, la normalità sull’innovazione. Una canzoncina della mia gioventù diceva: «Lavoro in banca/ stipendio fisso/ così mi piazzo/ e non se ne parla più». 
E' mancata un'educazione al mercato, alla competizione responsabile e regolata, all'innovazione lungimirante. Scuola e informazione sono state segnate dall'egemonia di culture e visioni illiberali. Così gli uomini per tanti versi migliori non hanno saputo fare cose buone.

martedì 18 giugno 2013

Il welfare secondo Putin.



Su La Stampa del 13 giugno 2013 un'intervista a Vladimir Putin realizzata dai giornalisti dell’agenzia russa Ria Novosti in vista del vertice del G8. Il presidente russo si diffonde nell'esame del modello europeo di stato sociale:

"Non la politica sociale, ma la vita con spese superiori alle proprie risorse, la perdita di controllo sullo stato generale dell’economia, gli squilibri strutturali sono ciò che ha portato alle conseguenze che possiamo vedere oggi in Europa. In molti paesi europei inoltre sta fiorendo il parassitismo: non lavorare è spesso assai più proficuo che lavorare. Questa è una minaccia non solo all’economia, ma alle basi morali della società. È ben noto che molti cittadini dei paesi meno sviluppati arrivano in Europa apposta per “vivere dell’assistenza sociale”, come si dice in Germania". 

"Oggi proprio la crescita dei redditi della popolazione, delle spese di consumo, dei prestiti bancari sono i fattori principali che stimolano l’economia del nostro paese. I grandi mezzi finanziari dello stato si spendono per l’aumento dell’occupazione, per la creazione dei nuovi posti di lavoro e per la realizzazione dei programmi dell’impiego. Allo stesso tempo i redditi in termini reali stanno crescendo, l’adeguamento delle pensioni e dei sussidi sociali all’inflazione è una realtà, il sistema pensionistico in generale si sta modernizzando. In seguito a questo il livello della disoccupazione nella Russia nei primi quattro mesi del 2013 è rimasto abbastanza basso (– 5,7%). Più attenzione va dedicata invece alle questioni del miglioramento della situazione demografica, allo sviluppo del sistema della sanità. Stiamo realizzando i rispettivi programmi e progetti. Per quello che riguarda l’Europa, a quanto vediamo, i paesi europei principali svolgono le riforme strutturali per aumentare la competitività delle proprie economie, lottano alla disoccupazione. Allo stesso tempo per via del miglioramento del coordinamento delle politiche del bilancio ed economiche l’approccio verso l’austerità finanziaria diventa più flessibile. Ed i loro obblighi sono stati formalizzati nella Strategia dello sviluppo economico-sociale dell’UE fino al 2020. Quindi non bisogna dare per sconfitto il modello sociale europeo".

"Non bisogna dare per sconfitto il modello sociale europeo", afferma Putin, pur denunciandone i problemi. Il presidente delinea i successi in ambito sociale del governo russo. Dimentica però di dire che tali risultati, per altro non eclatanti, sono stati ottenuti non con un significativo aumento della produttività e dell'efficienza del sistema, bensì con l'intenso sfruttamento delle risorse naturali del suo grande paese, che già ha reso a lungo sostenibile l'economia sovietica. L'obiettivo di una diversificazione produttiva, che renda l'economia russa non  dipendente dall'esportazione di materie prime, gas e petrolio, rimane lontano.
Condivisibile è invece la preoccupazione per le conseguenze negative di un welfare mal congegnato, che disincentiva l'iniziativa, il lavoro e il risparmio, diventando sempre più insostenibile. La preoccupazione per gli effetti perversi dell'assistenza pubblica contraddistingue il pensiero già dei grandi precursori del liberalismo. Basti citare il Saggio sulla povertà di Tocqueville, recentemente ripubblicato dalla casa editrice dell'Istituto Bruno Leoni:

"Chi oserà lasciar morire di fame il povero perché egli è vittima del proprio difetto? Alla vista della miseria del nostro prossimo, lo stesso interesse personale tace; l’interesse del tesoro pubblico ne sarà meglio capace? E se l’anima dell’amministratore dei poveri rimarrà inaccessibile a queste emozioni, sempre belle, anche se dissipate, resterà essa inflessibile alla paura? Tenendo egli tra le sue mani il dolore o le gioie, la vita o la morte di una porzione considerevole dei suoi simili, della porzione più disordinata, più turbolenta, più rozza, non indietreggerà dinnanzi l’esercizio di questo terribile potere?" 

"Qualsiasi strategia che fonda la beneficenza legale su una base permanente e che le dà una forma amministrativa crea dunque una classe oziosa e composta da parassiti, che vive sulle spalle della classe industriale e lavoratrice. È questa, oltre il suo effetto immediato, la conseguenza inevitabile... Una tale legge è un seme avvelenato, messo nel cuore della legislazione; le circostanze, come in America, possono impedire al seme di svilupparsi rapidamente, ma non possono distruggerlo; e se la generazione corrente sfugge alla sua influenza, divorerà il benessere delle generazioni a venire.
Se voi studiate da vicino lo stato delle popolazioni nelle quali una simile legislazione è in vigore da molto tempo, scoprirete facilmente che le sue conseguenze non agiscono in maniera meno deprecabile sulla moralità quanto sulla prosperità pubblica, e che essa deprava gli uomini ancora di più di quanto li impoverisce".

Parole dure, ma non prive di fondamento. Dopo secoli una questione irrisolta, anche sotto il profilo speculativo.


martedì 11 giugno 2013

Germania. Studenti in azienda.



Sul Corriere della Sera dell'11 giugno 2013 l'inviata Giuliana Ferraino intervista la ministra tedesca del Lavoro e Affari sociali Ursula von der Leyen. Le domande vertono sui giovani e la disoccupazione giovanile. Così la ministra:

"Abbiamo bisogno di un’iniziativa per la crescita nei Paesi che hanno una grande disoccupazione giovanile, come la Grecia, la Spagna, il Portogallo e l’Italia. Dobbiamo creare possibilità d’impiego sostenibili. Per questo abbiamo bisogno di un moderno sistema di formazione professionale duale per i giovani e dobbiamo combattere la stretta creditizia, che soffoca le piccole e medie imprese".

"La Germania 10 anni fa era il malato d’Europa, con 5 milioni di disoccupati. Abbiamo dovuto riformare molto. I due pilastri della svolta? La riforma ha reso più flessibile un mercato del lavoro molto rigido, e ha rivoluzionato il sistema dei servizi all’impiego. A chi è disoccupato per prima cosa offriamo un lavoro o un corso di formazione, in passato c’era solo il sussidio. Il personale dei servizi all’impiego è tenuto ad eliminare gli ostacoli che ci sono tra la persona disoccupata e il posto di lavoro. Per esempio, i genitori possono ricevere assistenza per i figli piccoli. Dal primo agosto entrerà in vigore una legge che garantisce un posto all’asilo a tutti i bambini di almeno un anno di età".

"Il consolidamento dei conti pubblici è inevitabile. Serve a riportare fiducia tra gli investitori e ad attrarre investimenti dall’estero, a restare competitivi nell’economia globale. Ciò non funziona con trucchi contabili, ma solo con veri risparmi. Dove ci sono meno risorse, si devono usare in modo più mirato".

" La metà dei ragazzi tedeschi frequenta un corso di formazione professionale. Abbiamo 340 vocazioni diverse, dall’infermiere al bancario, dal meccanico all’elettronico. È una combinazione di teoria e pratica: tre giorni alla settimana di training in azienda e due giorni in aula...Alla base c’è una partnership tra pubblico e privato, perché le imprese devono offrire i posti e pagare la retribuzione dei giovani, e poi serve un ente che gestisca i certificati, in Germania lo fa la Camera di Commercio".

"Italia e Germania non sono in competizione tra loro, ma insieme competono con la globalizzazione. È in gioco il nostro destino europeo e l’Europa deve essere unita".

Ciò che contraddistingue invariabilmente la posizione dei governanti tedeschi è l'attenta considerazione dei problemi posti dalla globalizzazione. Essi sanno bene che proprio la competizione in una economia globalizzata ha in realtà determinato la crisi attuale e che tale crisi si fronteggia con più competitività, più produttività, più innovazione.
L'intero welfare e il sistema scolastico vanno ristrutturati in senso produttivistico. Lo stato sociale deve concentrare la propria attenzione su chi non ce la fa da solo, colpire la pigrizia e rimettere in condizione di svolgere un ruolo attivo chi è uscito dal mercato. Il sistema scolastico deve preparare i giovani al lavoro, avvicinando la scuola all'azienda e alle sue esigenze.
Senza la manifattura ad alto valore aggiunto la crisi occupazionale e reddituale non può essere superata. Le aziende manifatturiere pongono richieste precise sotto il profilo dell'istruzione professionale, tecnica e scientifica. La scuola deve dare risposte altrettanto precise. Le riforme che incidono sulla struttura produttiva e della pubblica amministrazione rappresentano la sola alternativa al famigerato "rigore". Il resto è illusione e alibi per politici inetti.

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