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Laureato in giurisprudenza, cattolico e liberale, contro l'intolleranza, l'irrazionalismo, la sofferenza umana.

mercoledì 24 luglio 2013

Riduzione dello stock del debito pubblico. La meno pericolosa delle illusioni?



Matteo Rigamonti su Italia Oggi del 24 luglio 2013 ha chiesto a Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell'Istituto Bruno Leoni, una ricetta per ridurre lo stock del debito pubblico italiano.
Così Stagnaro:

"...Fino a tre o quattro anni fa, infatti, come in tutto il periodo pre-crisi del resto, la parte maggioritaria del debito era detenuta da investitori stranieri; diciamo che il 60 per cento del debito pubblico era in mani estere e il 40 per cento in mani italiane. Ora questo rapporto si è invertito, con il 55 per cento del debito pubblico detenuto da investitori italiani e il 45 per cento da stranieri".

"...tutto l'aumento di stock del debito intercorso in questi anni di crisi è stato essenzialmente acquistato dalle banche italiane, che se ne sono fatte carico per compensare la riduzione del debito prima in mano estera".

"Grazie a questa nuova composizione del debito, un eventuale default del paese sarebbe in un certo senso meno costoso, perché più facilmente mascherabile".

"...se il debito è in mano nostra basterebbe non pagare le famiglie italiane, oppure si potrebbe scongiurare il default con una patrimoniale o elevando la pressione fiscale, lasciando tutto apparentemente invariato da un punto di vista meramente contabile. Peccato però che così non torneremmo più a crescere".

"Si tratta di aggredire lo stock di debito alla sua base, alimentando al tempo stesso la crescita del Pil attraverso liberalizzazione dei servizi pubblici e privatizzazioni su larga scala. L'Istituto Bruno Leoni ha stimato che così in 5 anni si potrebbero tagliare almeno 150 miliardi di euro di debito pubblico. Poi si dovrebbero abbassare le tasse sul lavoro e sulle imprese, in particolare l'Irap e l'Irpef, per rilanciare la crescita, tagliare la spesa pubblica e riformare la pubblica amministrazione a partire dalla giustizia".

Tutto condivisibile, con alcune dolorose considerazioni, sia pure senza pretesa di precisione assoluta. La spesa pubblica corrente italiana ammonta oggi a circa 800 miliardi, più della metà del PIL. Il servizio del debito pubblico (interessi) grava su tale spesa per 80/100 miliardi. Lo stock del debito ammonta a circa 2.000 miliardi. Ridurlo di 150 miliardi, meno del 10%, comporta una riduzione della spesa per interessi probabilmente inferiore al 10% = meno di 10 miliardi su una spesa corrente di 800 miliardi. Anche calcolando un conseguente minore tasso applicato, è del tutto evidente che con riduzioni della spesa per il servizio del debito di questo ammontare non è possibile diminuire adeguatamente la pressione fiscale. Servono infatti tagli alla spesa pubblica corrente di almeno 200/250 miliardi.
Come Stagnaro ha auspicato "si dovrebbero abbassare le tasse sul lavoro e sulle imprese, in particolare l'Irap e l'Irpef, per rilanciare la crescita, tagliare la spesa pubblica e riformare la pubblica amministrazione a partire dalla giustizia". Ma la spesa pubblica corrente è in maggioranza da riferire a pensioni, assistenza sociale, sanità e istruzione. Senza riforme strutturali in questi settori delicatissimi, decisivi per il consenso elettorale, non si potrà ridurre a sufficienza la pressione fiscale. Stagnaro ha proposto liberalizzazioni dei servizi pubblici e privatizzazioni su larga scala, utili per la crescita del PIL e per qualche riduzione della spesa pubblica. Una realistica via d'uscita resta però da definire. I suggestivi progetti di taglio dello stock del debito non bastano certo a metterci sulla strada giusta. 

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