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Laureato in giurisprudenza, cattolico e liberale, contro l'intolleranza, l'irrazionalismo, la sofferenza umana.

venerdì 28 novembre 2014

Russia e Occidente. Il ruolo della Germania.




Su analisidifesa.it del 26 novembre 2014 Luca Susic ha così commentato la posizione di Angela Merkel sulle difficili relazioni tra Russia e Occidente:

"Uno degli aspetti recenti più sorprendenti della crisi che sta scavando un solco fra Usa-Europa da una parte e Russia (e Cina) dall’altra è rappresentato dall’improvvisa accelerazione in materia di politica estera voluta dalla Bundeskanzlerin Angela Merkel. Inizialmente fredda sul tema delle sanzioni e fautrice di una linea più morbida verso Mosca, la leader tedesca ha deciso di cambiare passo, lanciando pesanti accuse contro il Cremlino e il suo modo (giudicato troppo aggressivo) di difendere gli interessi Nazionali. La posizione espressa dalla Cancelliera è stata subito fatta propria dai principali esponenti del suo governo che, come riporta Der Spiegel, si sono scagliati contro l’imprevedibilità delle azioni di Putin e la veemenza di quest’ultimo nel cercare di espandere la propria influenza in talune parti del mondo".

"Sebbene sembri chiaro che queste dichiarazioni sono il frutto della strategia politica della Merkel per aumentare l’influenza di Berlino in aree storicamente di interesse russo...".

"Dal canto loro, gli Stati Uniti hanno iniziato una vera e propria campagna di “riconquista” dei Paesi ancora esterni all’ambito euro-atlantico, con lo scopo dichiarato di favorirne quanto prima l’ingresso nella UE e, soprattutto, nella NATO. Si tratta, però, di un progetto estremamente ambizioso che, oltre a non tenere in considerazione le inclinazioni delle popolazioni in questione, si basa sul presupposto che tutto ciò debba avvenire a tappe forzate, al fine di impedire a Mosca di riottenere il prestigio perduto e ostacolare il piano".

Lo stesso 26 novembre, su bloomberg.com,  Patrick Donahue, Arne Delfs e Ilya Arkhipov hanno dato conto della ferma opposizione della stessa Merkel all'adesione alla NATO dell' Ucraina:

"German Chancellor Angela Merkel’s government is alarmed by President Petro Poroshenko’s plan to hold a referendum on Ukraine joining NATO, seeing it as a dead end that would only inflame tensions with Russia.
Ukrainian membership of the North Atlantic Treaty Organization is not on the table for Merkel, according to one German official, who said that a referendum wouldn’t bring Ukraine closer to NATO since decisions on membership are made by Alliance countries and not voters".

Si tratta di analisi che colgono l'ambiguo, difficile  ruolo che la Germania di Merkel è indotta a svolgere. Stretto tra le pressioni dello storico alleato americano e quelle degli imprenditori danneggiati dal peggioramento delle relazioni con la Russia, obbligato a destreggiarsi tra paesi vicini dall'atteggiamento divergente, il governo tedesco persegue un equilibrio inevitabilmente precario, fragile.
Occorre scegliere con lungimiranza. L'Occidente non ha interesse a destabilizzare la Russia.  Dalla compagine sorta dalle ceneri dell'Unione Sovietica può e deve ottenere un aiuto determinante nella lotta contro il fondamentalismo islamico. Il grande competitore delle democrazie occidentali è la Cina. Compito della Germania è riportare alla ragione gli Stati Uniti e la Russia di Putin. Merkel dispone delle doti e dell'influenza necessarie.

venerdì 21 novembre 2014

USA. La bolla dello shale oil complica il quadro economico.




Su Il Sole 24 Ore del 12 novembre 2014 Sissi Bellomo ha dato conto della crisi dello shale oil negli Stati Uniti. La caduta del prezzo del petrolio mette in grave difficoltà le piccole e medie compagnie che lo estraggono con la costosa tecnica del fracking:

"Finanziarsi sta diventando sempre più caro e più difficile per gli operatori dello shale oil: società quasi tutte di piccole o al massimo medie dimensioni, molto spesso costruite dal nulla e con fortissimi livelli di indebitamento, tanto che persino con il barile a 100 dollari faticavano in molti casi a pagare gli interessi".

"... per sua stessa natura l'estrazione di shale oil necessita di un flusso incessante di investimenti: la vita produttiva di questi pozzi è tuttora brevissima, tanto che l'output crolla del 65-90% dopo il primo anno. Anche solo per mantere stabile la produzione bisogna quindi trivellare continuamente nuovi pozzi, spendendo ogni volta milioni di dollari. Il che molto spesso significa contrarre nuovi debiti: un meccanismo perverso, che ha spinto alcuni osservatori a paragonare lo shale a un gigantesco schema Ponzi".

"Un ridimensionamento dello shale oil americano, con eventuale corollario di imprese in bancarotta, potrebbe comunque richiedere tempo. Il crollo del petrolio nell'immediato può anzi addirittura accelerare le estrazioni, se gli operatori – come sembra che stia accadendo – cercano di contrastare con maggiori volumi il calo delle entrate che minaccia di renderli insolventi".

La fragilità del settore petrolifero complica ulteriormente il quadro dell'economia statunitense, assai meno incoraggiante dell'immagine a lungo diffusa dai media prima delle recenti elezioni di medio termine.
Su Il Sole 24 Ore del 20 novembre 2014 la professoressa Adriana Castagnoli ha indicato alcuni nodi irrisolti dell'economia USA:

"...i salari ristagnano e la partecipazione alla forza lavoro si è ridotta al livello del 1978. Questa fiacchezza può dipendere dal tipo di occupazione in crescita: con contratti a termine, nei settori dei servizi alla salute e della ristorazione. Manifattura e costruzioni sono cresciute poco..."

"...anche negli Usa la polarizzazione politica su questioni cruciali per il lavoro, come la legge sull'immigrazione, nonché le elevate tasse sui redditi d'impresa (39,1%, almeno sulla carta) hanno finito per rallentare l'industria. Come ha sottolineato Janet Yellen, preoccupa la contrazione nel numero di nuove imprese, tradizionale segno di vitalità. Né si vede un significativo slancio nella ripresa dei consumi. Pertanto, alle elezioni del 4 novembre, gli americani hanno bocciato innanzitutto la politica economica del presidente Obama. E per questo i repubblicani hanno promesso di assicurare il loro appoggio a una rapida conclusione della Trans-Pacific Partnership".

"Si prevede che la Federal Reserve aumenterà i tassi di interesse nella prima metà del 2015. Ciò stimolerà la domanda per azioni, bond e nel settore immobiliare ma non si tradurrà in migliori condizioni di vita per molti americani. Anzi, tenderà ad acuire i già alti livelli di ineguaglianza perché la proprietà degli asset è concentrata nelle mani dei più ricchi, e premierà lo strapotere della finanza".

Le difficoltà della economia USA e di quella giapponese costituiscono un duro richiamo alla realtà per gli europei in cerca di modelli e visioni. Purtroppo non esistono pasti gratis. Meglio riflettere su fattori di crescita prosaici ma di solida efficacia: capitale umano (conoscenze tecniche, matematiche, scientifiche), pressione fiscale, investimenti privati, istituzioni economiche. Incisive riforme strutturali possono fermare il declino dei paesi che hanno già conosciuto il benessere legato alla modernità, ma che ora sono appesantiti da debito, pressione fiscale, stato sociale, insufficiente competitività e demografia sfavorevole.

venerdì 14 novembre 2014

Come uscire dalla crisi? Buoni produttori, buone istituzioni.




Il dibattito sulla crisi continua ad avvitarsi intorno ai temi del debito, pubblico e privato, della sua monetizzazione, del deficit, del rapporto di cambio tra le valute, della deflazione/inflazione.
Occorre essere chiari: la sistematica monetizzazione del debito appare misura da apprendisti stregoni. Può produrre un'inflazione incontrollata, che avvantaggerebbe i grandi debitori, lo stato prima di tutti, e gli speculatori. Gli altri vedrebbero ridotti i loro redditi e i loro risparmi. Inoltre comprometterebbe una corretta allocazione delle risorse e degli incentivi. Non verrebbero premiati i più capaci ed efficienti.
Altrettanto evidenti, ancorché taciuti, sono i veri effetti della svalutazione della moneta da molti auspicata. Una moneta serve non solo per vendere, ma anche per comprare. Materie prime, energetiche e non, semilavorati e tecnologia di consumo di buona qualità dovrebbero essere importati a prezzi reali immutati, cioè a caro prezzo con moneta svalutata. In realtà sarebbe ridotto il valore  soltanto del lavoro e dei risparmi nazionali. Inoltre provvedimenti analoghi sarebbero adottati dai paesi concorrenti. Dunque neppure la svalutazione e l'uscita dall'euro possono salvarci.
Meglio riflettere sui fattori di una crescita sana e sostenibile: capitale umano, investimenti privati, pressione fiscale, istituzioni economiche. Occorre ricostruire le principali agenzie educative, rendendole capaci di formare cittadini responsabili e dotati di una buona formazione tecnica, scientifica e matematica. E' urgente diminuire la pressione fiscale, riducendo la spesa pubblica e ricorrendo ampiamente a strumenti previdenziali privati. Bisogna allargare il ruolo del mercato e aprire professioni e servizi alla concorrenza. E' necessario combattere a fondo concorrenza sleale, corruzione, criminalità organizzata, capitalismo clientelare.
Soltanto buoni produttori possono essere buoni consumatori. E buoni produttori possono nascere e prosperare solo con istituzioni favorevoli, in una società fortemente caratterizzata dalla certezza del diritto. Un vasto programma, soprattutto nella economia globalizzata, che per non produrre effetti perversi deve convergere su modelli virtuosi. Ma le illusioni, la vuota retorica e il disprezzo dei fatti non rappresentano una valida alternativa. Stiamo affidando a giovani non educati a sostenerla un'Italia in declino, segnata da un degrado che solo massicce dosi di verità possono arrestare.

venerdì 7 novembre 2014

Stati Uniti. Cosa c' è dietro alla vittoria repubblicana?



                                      Civilian labor force participation rate


Sul Corriere della Sera del 6 novembre 2014 Serena Danna racconta un aspetto dell'evoluzione del costume USA che non va sottovalutato:  la normalità è diventata cool.

"...il «new normal» è quasi un prodotto degli hipster degli anni 00, ma con una differenza non da poco: mentre quelli rubavano dalle sottoculture le idee e gli stili più elitari e superficiali per affermare disperatamente una diversità apparente, i «normali» del nuovo millennio recuperano dal passato valori e principi: la famiglia (contro l’individualismo dell’egocentrico hipster), il cibo sano ma «laico» (contro la dittatura del bio), l’impegno politico (contro il cinismo del tutto-fa-schifo) e la fine dell’ambiguità sessuale come cifra stilistica (contro gli eunuchi con la barba in fondo più maschilisti di un idraulico bresciano degli anni Cinquanta). Ancora una volta, viene in mente un cantante italiano, Lucio Dalla, che in Disperato Erotico Stomp dichiarava quaranta anni fa «l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale...».

Si tratta della tessera non trascurabile di un mosaico idoneo a rappresentare la società americana che si è espressa nel recente voto mid-term. Ma gli elettori, votando o non votando, hanno manifestato soprattutto un chiaro malcontento per la situazione economica e il degrado sociale ed educativo. Il pesante deterioramento della situazione internazionale ha fatto il resto.
La politica economica di Obama ha lasciato irrisolti i problemi dell'economia statunitense, indebolita strutturalmente sul lato dell'offerta dal deficit di competitività e dal fallimento delle principali agenzie educative. Tale deficit è stato colmato solo parzialmente con software e automazione. Così la partecipazione alla forza lavoro (occupati o attivamente in cerca di lavoro) resta molto al di sotto del livello pre-crisi. A ciò si aggiunga che i nuovi posti di lavoro sono di solito di bassa qualità e mal retribuiti, creati nei settori dell'assistenza sanitaria e agli anziani, del commercio e della ristorazione. Restano perfettamente attuali le considerazioni espresse su La Repubblica del 9 febbraio 2014 da Maurizio Ricci:

"Se si scava nei dati, si scopre che la storia americana non è molto più allegra di quella europea: il tasso di disoccupazione, negli Usa, cala perché sempre più gente rinuncia a cercare un lavoro. Il totale di persone che lavorano o cercano attivamente lavoro (in gergo, la forza lavoro) è rimasto più o meno uguale in Europa, negli ultimi anni. Ma è drammaticamente crollato negli Stati Uniti, dove sempre più gente, esaurito il tempo in cui può fruire del sussidio di disoccupazione, rinuncia cercare un lavoro che non riesce a trovare: dal 2010 ad oggi, il tasso di partecipazione americano alla forza lavoro è diminuito di oltre il 3 per cento. Parallelamente, e per motivi del tutto statistici, è diminuito anche il tasso di disoccupazione, visto che i disoccupati si chiamano fuori dalla forza lavoro. Se Eurolandia avesse sperimentato una caduta della partecipazione alla forza lavoro di dimensioni simile a quella americana, il tasso di disoccupazione europeo non sarebbe del 12 per cento, ma del 9,5 per cento. Finanche inferiore a quello che era prima della crisi del debito europeo. Nella giusta prospettiva, la distanza fra i due tassi di disoccupazione è circa la metà di quello che dicono i numeri ad una prima lettura".

Importante  dunque, ma non determinante, il fallimento della politica estera di Obama. Il mondo di oggi non è più sicuro, bensì molto più pericoloso. Gli americani lo sanno però, come sempre, hanno votato assillati dai problemi economici e sociali del loro grande paese. 
Agli europei e agli italiani in particolare i media hanno somministrato una narrazione della situazione degli USA e dei risultati economici della presidenza Obama di solito edulcorata, apologetica, spesso priva di cenni ai nodi irrisolti della crisi. Perchè? In qualche caso si è trattato di giornalisti, opinionisti e analisti "catturati" dalla grande impresa non competitiva e dalla grande speculazione, vere, sole beneficiarie dell'approccio monetario alla crisi. Ma lo scarto tra narrazione e realtà si spiega in larga misura con il tradizionale fenomeno della militanza ideologica, che produce una informazione segnata dalla propaganda.
Karl Popper il 31 maggio 1970 in una lettera "confidenziale" a Lord Coleraine scrisse:

"Per motivi a me del tutto ignoti, la propaganda di sinistra ha ottenuto una vittoria in quasi tutti i Paesi occidentali che può essere definita solo come completa. Sembra che essi si siano accaparrato il monopolio nel controllo di tutti i "mass-media" (la loro orribile terminologia). Come ciò possa essere accaduto non so... Il vero problema è che nessuno sembra essersi reso conto di ciò che è accaduto: quale tipo di vittoria sia stata conseguita dalla sinistra; neppure gli stessi vincitori ritengono, o si rendono conto, che, per quanto riguarda i mezzi di propaganda, essi sono già diventati la "Classe dirigente"" (Karl POPPER, Dopo La società aperta, 2009, p. 386).

Questa propaganda egemone della sinistra, diventata "liberal", ha portato Obama al ripetuto successo, ma oggi non riesce più a coprirne il fallimento. Gli Stati Uniti voltano pagina, forse per sempre.


venerdì 31 ottobre 2014

USA e Russia. Chi non ha mantenuto la parola data?

Pratica di Mare 2002.

Joshua R. Itzkowitz Shifrinson su Foreign Affairs del 29 ottobre 2014 ha scritto:

"During negotiations over German reunification in 1990, did the United States promise the Soviet Union that NATO would not expand into eastern Europe? The answer remains subject to heated debate. Today, Moscow defends its invasion of Ukraine by claiming that NATO reneged on a promise to stay out of Russia’s backyard. Skeptics, meanwhile, counter that Russian claims are a pretext for aggression; in their view, Washington and its allies never formally committed to forego NATO expansion".

Poco prima dello scioglimento dell'Unione Sovietica, in occasione delle trattative sulla riunificazione della Germania, gli Stati Uniti promisero alla leadership sovietica che la NATO non si sarebbe espansa ad est e sarebbe rimasta fuori del cortile di casa della Russia.
Oggi la Russia difende la sua condotta in Ucraina denunciando l'inosservanza di tale promessa. Ma dove arriva il cortile di casa che i Russi sono fermamente determinati a difendere? Il comportamento successivo della leadership della Russia indurrebbe ad escluderne i paesi baltici e i paesi ex satelliti dell'URSS già entrati nella NATO o in procinto di entrarvi nel 2002 (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Bulgaria, Romania, Estonia, Lettonia e Lituania).
Infatti il 14 maggio 2002 i 19 ministri degli Esteri della NATO decisero di creare un "Consiglio a 20" con la Russia (nascerà a Pratica di Mare il 28 maggio). E il 23 maggio dello stesso anno il Consiglio di sicurezza nazionale dell'Ucraina, evidentemente con il consenso di Mosca, incaricò il  governo di avviare negoziati con la NATO per intensificare la cooperazione e giungere in una prospettiva di lungo termine all'entrata nell'organizzazione. Dunque nella primavera del 2002, quando l'espansione ad est della NATO era già una realtà, le relazioni USA - RUSSIA erano ancora non così deteriorate da impedire un'ampia collaborazione tra l'alleanza occidentale e la potenza sorta dalle ceneri dell'URSS.

Per una rilettura intelligente e argomentata di questo percorso si può leggere Myths and realities of Putinism and NATO expansion del professor Vladislav Zubok. Zubok dà conto del tormentato percorso della Russia dalle aspirazioni democratiche dei primi anni Novanta alla svolta autoritaria e imperialista di Putin. La grande storia è fatta spesso anche da idee devastanti.

venerdì 24 ottobre 2014

Opere pubbliche. Quelle che i privati non possono fare.




Dalle cattedre universitarie e dai banconi dei bar si invocano opere pubbliche per tornare alla mitica crescita. Ma quando spetta allo stato realizzarle? E servirebbero a rinvigorire il corpaccione stremato delle economie europee?

Luigi Einaudi:

" È errore inescusabile degli Stati moderni, i cui compiti crescono di giorno in giorno, i quali hanno bisogno di procacciarsi a prestito somme grandiose non solo oggi eccezionalmente per le opere di ricostruzione, ma domani permanentemente per ferrovie, strade, ponti, porti, scuole, ospedali e per tutte le svariate opere di civiltà le quali sono fuori della sfera privata, è errore inescusabile degli Stati moderni di partire in guerra contro i cosiddetti capitalisti, ossia contro i fornitori di risparmio nuovo allo Stato assetato di capitali" (Corriere della Sera, 1 dicembre 1946).

Qui l'economista liberale, secondo presidente della Repubblica italiana, segue uno dei massimi precursori del liberalismo contemporaneo, Adam Smith:

"Il terzo e ultimo dovere del sovrano o della repubblica è quello di erigere e conservare quelle pubbliche istituzioni e quelle opere pubbliche che, per quanto estremamente utili a una grande società, sono però di natura tale che il profitto non potrebbe mai rimborsarne la spesa a un individuo o a un piccolo numero di individui, sicché non ci si può aspettare che un individuo o un piccolo numero di individui possa erigerle o conservarle...opere e istituzioni di questo genere sono principalmente quelle per facilitare il commercio della società e quelle per promuovere l'istruzione della popolazione" (La ricchezza delle nazioni, Libro quinto).

Nel grande pensiero liberale una linea precisa: lo stato realizzi le opere pubbliche necessarie o estremamente vantaggiose per lo sviluppo civile ed economico che i privati non possono fare. Dunque niente buche da scavare per essere riempite. Bando a quei progetti ambiziosi che, conducendo al dissesto delle finanze pubbliche, determinano un aumento delle imposte o dell'inflazione. E basta con le illusioni:  nuove infrastrutture in Germania, costruite da operai polacchi, non daranno alcun apprezzabile contributo al recupero delle economie di Francia e Italia, ansimanti per il peso del welfare e la pressione fiscale, minate dal fallimento delle principali agenzie educative.

venerdì 17 ottobre 2014

Rendita o risparmio? Torniamo alla Costituzione.




  Su Phastidio.net del 16 ottobre 2014a proposito delle bozze della legge di stabilità, si rileva incisivamente:

"...questa gente vuole tassare a sangue i risparmiatori, appena respirano, dopo aver attuato una operazione “culturale” di pura depravazione, che arriva a definire “rendita” il risparmio previdenziale...A questo fine si raddoppia la tassazione sul risultato di gestione annuale dei fondi pensione, azzoppando il montante futuro. Epperò questa gente vuole anche stimolare gli agonizzanti investimenti, ignorando che il risparmio di oggi determina investimenti domani. Se ammazziamo il risparmio oggi, niente investimento domani. E invece no, non ci arrivano. Quando un paese riesce a produrre simili aberrazioni, è giusto che vada incontro al proprio destino. Altro da aggiungere non vi è".

"... il risparmio di oggi determina investimenti domani. Se ammazziamo il risparmio oggi, niente investimento domani". Esatto. Questa è una delle ragioni principali che indussero i Costituenti ad introdurre nella Costituzione italiana l' art. 47:

"La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito.
Favorisce l'accesso del risparmio popolare alla proprietà dell'abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese".

La Seconda guerra mondiale era appena terminata e l' Italia era povera di capitali, materie prime, macchinari. Einaudi e De Gasperi guidarono la ricostruzione, preoccupandosi di difendere il risparmio, il valore della Lira e la solidità delle finanze pubbliche. Luigi Einaudi, secondo presidente della Repubblica italiana ed economista insigne, così scrisse della tutela costituzionale del risparmio che si stava approntando:

"Ce n’è per tutti. La misericordia divina ha amplissime braccia: ma la misericordia costituzionale le allarga assai più. Incoraggia i risparmiatori in tutte le forme che il risparmio può assumere; ad investirsi nei titoli di Stato e nelle obbligazioni private, nella terra e nelle case, nelle industrie e nei commerci. Incoraggia il risparmio dei piccoli, dei medi e dei grandi risparmiatori. Dopo averlo incoraggiato, lo tutela, lo tiene su con le dande, perseguita i filibustieri sempre all’erta per portar via i danari altrui, li sgomina se si annidano nelle banche; e particolarmente veglia affinché la gente del popolo possa acquistar la casa, accedere alla terra, acquistare azioni delle grandi società industriali. Epperciò disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Mai non si vide alla costituente tanta concorde volontà di difendere coloro che rinunciano al godimento dei beni presenti a favore dei beni futuri, e consacrano i loro sforzi a produrre beni strumentali, quei beni cioè che non crescono oggi la capacità di godimento dei beni della terra, ma consentiranno all’uomo di ottenere domani maggior copia dei beni medesimi. Era bello, era commovente il quadro dello Stato, padre di tutte le misericordie terrene, intento ad incoraggiare, a tutelare, a disciplinare, a coordinare ed a controllare le maniere nelle quali il risparmio si forma e cresce e divenuto capitale, si investe e frutta e rende prospera la società umana" (Corriere della Sera, 27 maggio 1947).

Così ancora lo stesso Einaudi:

"Quel che è interesse dei risparmiatori – moneta stabile e bassi interessi – è anche interesse dello Stato. È errore inescusabile degli Stati moderni, i cui compiti crescono di giorno in giorno, i quali hanno bisogno di procacciarsi a prestito somme grandiose non solo oggi eccezionalmente per le opere di ricostruzione, ma domani permanentemente per ferrovie, strade, ponti, porti, scuole, ospedali e per tutte le svariate opere di civiltà le quali sono fuori della sfera privata, è errore inescusabile degli Stati moderni di partire in guerra contro i cosiddetti capitalisti, ossia contro i fornitori di risparmio nuovo allo Stato assetato di capitali. Il dilemma è chiaro: o lo Stato richiede capitali ai risparmiatori, ma ogni giorno li allarma con imposte, con svalutazioni, con proibizioni di entrata e di uscita dai confini nazionali ed i risparmi non si offriranno nella misura sufficiente ai bisogni pubblici, ed il Tesoro dovrà ricorrere al torchio dei biglietti e sui capitali ottenuti a prestito pagherà il 5 o il 6 e forse più per cento, gran parte dei quali alti saggi sarà compenso di rischio senza costrutto alcuno per i risparmiatori: ovvero lo Stato dà sicurezza di reddito netto e sicurezza di stabilità monetaria, ed al luogo di minacciare e vessare e proibire dice ai risparmiatori: tenetevi i vostri quattrini se non me li volete dare, esportateli, nascondeteli sotto terra, fatene quel che vi salta in mente: ed i risparmiatori andranno a gara a fabbricar risparmio e ad offrirlo allo Stato al 3, al 2 e all’1%. Tra le due maniere di socializzare il risparmio la maniera di gran lunga più economica, quella che meglio contribuisce all’avanzamento della attrezzatura tecnica, alla prosperità economica ed all’accrescimento relativo del reddito dei lavoratori intellettuali e manuali, compresi in questi gli imprenditori, in confronto a quello del ceto dei risparmiatori puri (capitalisti) non è la via dell’incutere paura, del controllare, del limitare, del tassare, ma quella dei ponti d’oro: sorrisi e sicurezza. Il risparmiatore è per natura sua invincibile e quasi per definizione animale timido: fugge e si nasconde se rincorso e preso a sassate, prolifica se accarezzato a seconda del pelo" (Corriere della Sera, 1 dicembre 1946).

"Gli economisti hanno un modo curioso di rispondere alle domande: il risparmiatore medio chiede: sfuggirò io, in questa occasione del Prestito della ricostruzione, al fato dei miei predecessori travolti dalla svalutazione? Ed io ho risposto cercando di dimostrare che dare stabilità di potenza d’acquisto alla lira conviene ai risparmiatori, conviene allo Stato, conviene al benessere delle moltitudini, promuove il progresso economico e la pace sociale ed è il mezzo più economico e rapido di favorire lo spirito di intrapresa e di lavoro in confronto al capitale puro. Come ottenere che si faccia quel che conviene a tutti? La risposta non è più di spettanza dell’economista. Il risparmiatore, il quale oggi sottoscrive per fondate ragioni tecniche e finanziarie largamente spiegate nella pubblica stampa, non ha finito la sua opera quando ha dato allo Stato i mezzi per provvedere alla ricostruzione del Paese senza emettere biglietti nuovi e senza dare esca alla svalutazione.
Egli è anche un cittadino: e come tale ha diritto e dovere di partecipare alla cosa pubblica. La stabilità monetaria non è un frutto spontaneo della natura e neppure della semplice volontà di ministri e di uomini di banca. Ogni cosa buona è frutto di fatiche dure e quotidiane. È passato, se pur ci fu mai, il tempo in cui il risparmiatore poteva fare investimenti tranquilli di tutto riposo. Vigilate e vi sarà aperto il regno dei cieli. Vigilate, occupatevi della cosa pubblica, difendete apertamente e tenacemente, contro i promotori di disavanzo nei bilanci pubblici, contro i fautori del disordine economico, contro i progettisti fantasiosi, contro i fabbricanti di piani squinternati, il vostro interesse alla stabilità monetaria, che è anche interesse dello Stato e della collettività: e l’età d’oro di una lira stabile ritornerà su questa terra" (Corriere della Sera, 1 dicembre 1946).

L'alternativa è "emettere biglietti nuovi", dando "esca alla svalutazione". Oggi molti pensano che questa via sia non solo percorribile, ma auspicabile. Si tratta di una pericolosa illusione, che giova soltanto agli speculatori e allo stato debitore irresponsabile. Per tutti gli altri, che non saprebbero o non potrebbero diventare piccoli speculatori per sbarcare il lunario, che cercano di arrivare alla fine del mese con un modesto reddito fisso, che non hanno lavoro, la stabilità monetaria e delle finanze pubbliche continua ad essere un obiettivo da perseguire.

venerdì 10 ottobre 2014

Crescita. Il valore aggiunto senza buone istituzioni non basta.




  Steven Kates insegna economia alla School of Economics, Finance and Marketing della RMIT University di Melbourne. Sul blog dello IEA ha sottolineato che solo la produzione idonea ad aggiungere valore è in grado di creare crescita economica. La spesa pubblica raramente crea valore. Perciò le politiche di stimolo fiscale/monetario sono destinate a fallire:

 " Say's Law was the bedrock principle of economic theory from the earliest years of the nineteenth century until swept away in a fit of distraction by the publication of Keynes's General Theory in 1936.
It is founded on recognising that only value adding production can create economic growth. The most central section of my book is the chapter on value added, a discussion found in no other text that I know of. Yet without understanding value added, understanding that every form of production not just creates more goods and services but also at the same time uses up existing goods and services during the production process, it is impossible to think about public spending and economic policy correctly.
Only if what is produced has greater value than the resources used up can an economy grow. Government spending seldom creates value. The stimulus was therefore doomed to fail, as are so many of the policies adopted today". 

 Però la creazione di valore aggiunto non determina crescita economica in assenza di istituzioni favorevoli. La recente battuta d'arresto dell'economia tedesca, pur caratterizzata dalla produzione ad alto valore aggiunto, si spiega non solo con ragioni congiunturali, ma anche con il peggioramento del quadro politico-istituzionale e della finanza pubblica. Giuliana Ferraino sul Corriere della Sera del 10 ottobre 2014 riporta le dichiarazioni di Michael Mertin, presidente e ceo di Jenoptik, il gruppo multinazionale di ottica ed elettronica:

 "«La frenata delle imprese tedesche è legata anche alle nuove leggi sociali varate dal governo di Berlino, come il salario minimo e il taglio dell’età pensionabile, scesa da 65 a 63 anni, mentre in un Paese che invecchia come il nostro si dovrebbe alzare a 70 anni. Tutto questo rende più cupe le prospettive economiche e spinge le aziende tedesche ad assumere meno», valuta Mertin. E cita un dato: «Il debito pubblico netto tedesco è l’80% del Pil, ma se si considera quello totale, includendo le pensioni, gli stipendi dei dipendenti pubblici e altre passività future del governo, ecco che sale al 285 % del Pil»".

 "Di sicuro i dati negativi hanno suonato un campanello d’allarme per Angela Merkel, che ha parlato di «congiuntura un po’ offuscata» e ha promesso «grande decisione» per aumentare gli investimenti privati con la sburocratizzazione, il settore digitale e l’ammodernamento delle infrastrutture energetiche. «La più alta priorità sono gli investimenti», le ha fatto eco da Washington il ministro Wolfgang Schäuble. Ma «senza nuovi debiti». Tedeschi inflessibili e ostinati? Mertin condivide: «Gli investimenti pubblici non servono. E la politica monetaria della Bce ha senso. In Germania le imprese possono finanziarsi con tassi inferiori al 2%, non lo fanno. In Europa c’è tantissima liquidità, ma senza vere riforme strutturali non ci sono le condizioni per investire». E una nuova fabbrica Mertin l’aprirebbe «negli Usa o in Cina»".

 "Non ci sono le condizioni per investire". Ma quali sono tali condizioni ? Certezza e semplicità del diritto, welfare sostenibile e quindi bassa pressione fiscale su produttori e risparmiatori, finanze pubbliche in equilibrio. Ciò deve essere ben chiaro all'opinione pubblica delle democrazie europee. Nella competizione economica globale nessuna illusoria scorciatoia ci salverà dal declino.

venerdì 3 ottobre 2014

Entusiasmo religioso e conquista militare.


 
Henri Pirenne


 Henri Pirenne, tra i massimi esponenti della storiografia europea del Novecento, studioso incline alle indagini quantitative e attento ai fattori economici, nel suo Maometto e Carlomagno, parte seconda, capitolo primo, ha scritto:

"La conquista araba, che si scatena contemporaneamente sull'Europa e sull'Asia, non ha precedenti: la rapidità dei suoi successi può essere paragonata soltanto a quella con cui si costituirono gli imperi mongoli di un Attila, o, più tardi, di un Genghiz Khan o di un Tamerlano. Ma quelli furono tanto effimeri quanto la conquista dell'Islam fu duratura. Questa religione ha ancora oggi i suoi fedeli in quasi tutte le terre in cui si era imposta sotto i primi califfi. La sua diffusione fulminea è un vero miracolo paragonata alla lenta espansione del cristianesimo. Di fronte a questa irruzione cosa sono le conquiste, tanto a lungo arginate e così poco violente dei Germani che dopo secoli riuscirono appena a rosicchiare i confini della Romania?"

Maometto morì nel 632. Nel 645, solo tredici anni dopo, gli arabi convertiti alla nuova religione avevano già conquistato quasi interamente Palestina, Siria, Iraq ed Egitto, sconfiggendo le armate dei due grandi imperi Bizantino e Persiano.

"Tutto questo si spiega senza dubbio con l'imprevisto, con lo smarrimento degli eserciti bizantini disorganizzati e sconcertati di fronte a un nuovo modo di combattere; con il malcontento religioso e nazionale dei monofisiti e dei nestoriani di Siria, ai quali l'Impero non vuol fare alcuna concessione; col malcontento della Chiesa copta d'Egitto e con la debolezza dei Persiani. Ma tutte queste ragioni non sono sufficienti a spiegare un trionfo così assoluto. L'immensità dei risultati conseguiti è sproporzionata rispetto all'importanza del conquistatore" (H. Pirenne, op. e loc. cit).

Occorre dunque  dar conto della sproporzione tra conquiste, estese e rapide oltre ogni previsione, e importanza del conquistatore. Certamente l'entusiasmo religioso ha svolto un ruolo importante, moltiplicando il peso dell'elemento mondano.
La storia non si ripete mai, però offre alla riflessione modelli e percorsi che stimolano l'elaborazione di ipotesi  promettenti.  Le conquiste dell'Isis nell'odierno Medio Oriente nascono in larga misura dalla sottovalutazione del  fattore religioso e dal dilettantesco approccio occidentale alle crisi regionali favorito dall'inadeguatezza della leadership USA, i cui errori hanno determinato uno slittamento di problema dal terrorismo alla sfida strategica. 




venerdì 26 settembre 2014

L'India di Modi. Make in India.




AsiaNews.it del 25 settembre 2014 dà conto della nuova campagna "Make in India" promossa da Modi:

"Alla vigilia del suo viaggio negli Stati Uniti, questa mattina il Primo ministro indiano Narendra Modi ha lanciato la campagna Make in India. Obiettivo dell'iniziativa è trasformare l'India in un centro industriale a livello mondiale".

"Dopo gli accordi miliardari che è riuscito a concludere con il premier nipponico Shinzo Abe e con il presidente cinese Xi Jinping, Narendra Modi prosegue la sua marcia per attrarre quanti più capitali possibili in India".

"La campagna ha lo scopo di trasformare l'economia indiana da un modello di crescita orientata al servizio a uno orientato alla produzione ad alta intensità. Questo contribuirà a creare posti di lavoro per oltre 10 milioni di persone. L'obiettivo è anche quello di attrarre le imprese straniere perché costruiscano le loro fabbriche in India e investano nelle infrastrutture del Paese".

L'India è già un gigante non solo per territorio e popolazione, ma anche sotto il profilo economico. Il settore dei servizi ICT, la siderurgia e l'industria automobilistica sono protagonisti nella nuova economia globale. Resta da sviluppare una manifattura ad alta intensità di manodopera, capace di soddisfare il bisogno di lavoro e di reddito. Modi ha presentato con efficacia agli investitori le opportunità che il suo paese offre. Per rispondere alle loro richieste è stato creato anche un portale web, ma non sarà facile passare dalle parole ai fatti.
L'Economist ha riassunto le difficoltà che gli imprenditori incontrano oggi in India. I diversi livelli di governo, la burocrazia, il capitale umano inidoneo, le infrastrutture inadeguate, le norme che costringono impresa e mercato ostacolano lo sviluppo auspicato. Ma il cambio di passo sembra reale. L'India lancia ormai una sfida produttiva anche all'Europa manifatturiera. Un motivo in più per concentrare il dibattito pubblico sul tema della competizione economica globale.

venerdì 19 settembre 2014

L' Occidente e Putin. Non ammirarlo, non temerlo.



Su La nuova Bussola Quotidiana del 19 settembre 2014 Stefano Magni ha intervistato Luigi Geninazzi, inviato de Il Sabato e di Avvenire nell’Europa dell’Est, sul consenso che ormai Putin ha conseguito anche tra i cattolici italiani. Ormai molti moderati e conservatori, non solo cattolici, approvano l'operato del presidente russo e sono attratti dall'immagine forte che di sè ha saputo diffondere. Così Geninazzi:

"Per quanto riguarda la destra occidentale e mi riferisco soprattutto alla destra italiana, anche moderata, si è diffusa un’ampia simpatia per Putin. Per due motivi. Primo: non si conoscono i fatti e si dà ascolto solo alla propaganda russa, crede alla tesi che Usa e Ue abbiano voluto “strappare” l’Ucraina al suo ambito naturale. Ma perché si vuole credere a questa assurdità? E qui entra in gioco il secondo fattore: l’Occidente odia se stesso. E purtroppo ce ne sono di motivi: Obama è un presidente riluttante che non sa che pesci pigliare, l’Ue sta annegando in una crisi economica da cui sembra non uscire più, a Bruxelles ci sono 28 Paesi che girano a vuoto. Non è un bello spettacolo. Abbiamo sviluppato un tale rigetto per le nostre classi dirigenti che, quando appare un uomo forte, che esprime l’idea chiara “qui comanda lo Stato!”, quando quest’uomo con metodi duri difende i valori tradizionali, difende la famiglia naturale, dice di voler difendere i cristiani in Medio Oriente, a molti appare come l’ideale dello statista. E non si accorgono che, questa retorica, fa parte del cinico gioco di Putin. Al presidente russo interessa solo l’affermazione dell’identità russa".

"... l’essenza del messaggio di Putin è l’opposto di quello di San Giovanni Paolo II. Il suo messaggio, lanciato ai russi, agli ucraini, ai georgiani, a tutti gli europei, è uno solo: “abbiate paura”. E io sono sconcertato che i cattolici non lo capiscano. Putin è l’essenza dell’anti-cristianesimo. La sua è una logica identitaria, nazionalista, autoritaria, che non ha nulla a che vedere con la tradizione evangelica: abbiate paura".

Alla propaganda russa corrisponde una speculare propaganda promossa da ambienti occidentali che per varie ragioni considerano vantaggiosi l'indebolimento e la destabilizzazione della Russia di Putin. In realtà Putin, ex ufficiale del KGB di stanza nella Germania Orientale, conosce bene l'Occidente e il proprio paese.  E' un politico duro e pragmatico. Sa che il solo collante efficace della Russia sorta dalle ceneri della vecchia Unione Sovietica è il nazionalismo e non può fare a meno dell'appoggio della Chiesa Ortodossa.
In questo contesto il leader russo ha cercato in ogni modo di creare e conservare di sé l'immagine di statista forte, decisionista, determinato a difendere gli interessi della Russia e dei russi anche fuori dei suoi confini, pur nella consapevolezza che il suo paese non può e non deve porre in discussione l'entrata nella NATO e nell'Unione Europea che molti paesi ex componenti o satelliti dell'Unione Sovietica hanno già portata a compimento.
Con questa Russia l'Occidente deve coltivare buone relazioni economiche e trovare un'intesa strategica fondata sui comuni interessi vitali. La sfida cinese e la minaccia islamica fondamentalista spingono alla composizione degli attuali contrasti. Bisogna che i governanti europei e la leadership USA comprendano che far "perdere la faccia" a Putin significa destabilizzare una compagine russa pervasa da sentimenti nazionalisti oggi insostituibili come fattore adesivo. La potenza regionale russa non può venir meno senza aprire un vuoto strategico devastante, gravemente lesivo degli stessi interessi occidentali. Dunque a Mosca come nelle capitali occidentali moderazione, responsabilità e lungimiranza devono prevalere.

venerdì 12 settembre 2014

Crisi. Una risposta liberale.




Su Il Foglio dell'11 settembre 2014 Alberto Mingardi e Natale D'Amico hanno scritto:

"Per fare spesa in deficit, uno stato deve trovare chi compri i suoi bond. E gli investitori, prima o poi, si pongono la domanda drammatica: lo stato che sto finanziando sarà in grado di onorare i suoi debiti? Nel 2011 non è stato il fantasma di Hayek a imporre all'Italia l'aggiustamento di finanza pubblica. Sono stati piuttosto i nostri creditori, che hanno preteso un tasso d'interesse velocemente crescente (l'estate dello spread) per continuare a finanziare la nostra spesa pubblica. Neanche i pasti keynesiani sono gratis". 

"...all'interno di un'area monetaria unica il funzionamento dei meccanismi di aggiustamento è simile a quello presente in un sistema di gold standard. Se un paese "perde competitività", perde moneta; o riporta la crescita della propria produttività verso quella dei paesi concorrenti, ovvero è costretto ad abbassare i propri costi, a partire dai salari".

"Non stupisce che anche personalità lontanissime dal "liberismo austriaco", e fra loro il pragmatico Mario Draghi, auspichino "riforme strutturali": riforme microeconomiche, dal lato dell'offerta, volte a perseguire una migliore allocazione dei fattori produttivi, pena una dolorosa compressione dei salari reali".

"Ma non serve che un po' di realismo per convincersi che non ne verremo fuori se non cambiando il nostro welfare, facendo funzionare la giustizia, la scuola, etc. Nostra opinione è che questi cambiamenti non ci saranno, o comunque non saranno efficaci, se non ridurremo il ruolo dello stato. Ma questa è per l'appunto la nostra visione ideologica, temiamo nient'affatto maggioritaria".

Seppure minoritaria, si delinea in Italia una risposta liberale alla crisi. E' ispirata dalla consapevolezza della globalizzazione, dei suoi effetti, della necessità di riforme microeconomiche dal lato dell'offerta, dell'urgenza di dare al welfare e agli enti territoriali un assetto produttivistico imperniato sulla disciplina pubblica di strumenti privati.
Non deve sorprendere la refrattarietà di larghi settori dell'imprenditoria confindustriale a questa visione. Una parte significativa di tale imprenditoria è cresciuta grazie a relazioni clientelari, chiedendo allo stato di compensare con svalutazioni e spesa pubblica le insufficienti capitalizzazione e produttività. Questo è il contesto che spiega il mancato sostegno alla cultura liberale, l'inclinazione al compromesso con movimenti e partiti illiberali, l'accettazione di relazioni industriali inidonee a sciogliere i nodi della produttività e della competitività.
Il sistema non ha bisogno delle ormai mitiche iniezioni di liquidità, ma di più verità, di più coraggio nel fronteggiare una crisi innescata dalla globalizzazione e dalla rivoluzione tecnologico-digitale. Dalla tradizione liberale le risorse per spiegare e cambiare.

venerdì 5 settembre 2014

Propaganda e realtà. Un approccio critico.



Consiglio NATO - Russia 28 maggio 2002


Da sempre la propaganda è utilizzata per convincere e vincere. L'informazione non è mai neutrale, non può essere tale. E' inevitabile scegliere immagini, parole, concetti, numeri, guidati da visioni e aspettative. Ma la propaganda è qualcosa di molto diverso. E' uno strumento che può contribuire a cambiare il corso della storia, soprattutto dopo che in questa hanno fatto irruzione le masse con un ruolo da protagoniste.
Tre esempi, due dal secolo da poco terminato, uno molto recente, mostrando la sorprendente distanza che può esistere tra narrazione e realtà, fanno davvero riflettere. Un approccio critico non deve mai mancare.

Il maccartismo

Il termine, dal nome del senatore del Wisconsin Joseph McCarthy, viene usato per indicare la crociata anticomunista che segnò gli USA dagli ultimi anni Quaranta alla metà degli anni Cinquanta. Accompagnata da inchieste spettacolarizzate e capillari indagini nella pubblica amministrazione, tra gli intellettuali e nell'ambiente del cinema, fu presentata come una vana caccia alle streghe, spesso nell'intento di screditare le istituzioni statunitensi. 
Il professor Christopher Andrew, ex preside della facoltà di storia presso l'Università di Cambridge, è da molti considerato il massimo studioso del ruolo dei servizi segreti nel Novecento. In L'Archivio Mitrokhin (1999, pp. 152 e 153), scritto con l'ex agente del KGB Vasilij Mitrokhin, ha sottolineato il successo dell'intelligence sovietica negli  USA con queste parole:

"La maggior parte degli altri agenti di prima della guerra, in ogni caso, fu con successo rimessa in attività; tra questi Lawrence Duggan (FRANK) e Harry Dexter White (JURIST). Henry Wallace, vicepresidente durante il terzo mandato di Roosevelt (dal 1941 al 1945), affermò in seguito che, se Roosevelt fosse morto in quel periodo ed egli fosse diventato presidente, sarebbe stata sua intenzione nominare Duggan suo segretario di Stato e White suo segretario del Tesoro. Il fatto che Roosevelt sopravvisse tre mesi in un quarto mandato senza precedenti alla Casa Bianca, e che sostituì Wallace con Harry Truman come vicepresidente nel 1945, privò il sistema informativo sovietico di quello che sarebbe stato il suo successo più spettacolare: l'infiltrazione in un grande governo occidentale. L'NKVD riuscì in ogni caso a infiltrarsi in tutte le sezioni importanti dell'amministrazione Roosevelt".

"Vi era un abisso enorme tra le informazioni sugli Stati Uniti fornite a Stalin e quelle a disposizione di Roosevelt sull'Unione Sovietica. Laddove il Centro si era infiltrato in ogni ramo importante dell'amministrazione di Roosevelt, l'OSS, così come il SIS, non aveva un solo agente a Mosca. Alla conferenza di Teheran dei Tre Grandi, nel novembre del 1943, la prima volta che Stalin e Roosevelt si incontrarono, una informazione di gran lunga superiore diede a Stalin un considerevole vantaggio nella negoziazione".

Andrew descrive un quadro di straordinaria gravità: soltanto per poco gli agenti di Stalin non arrivarono a ricoprire gli incarichi chiave di ministri degli Esteri e del Tesoro degli Stati Uniti. Dunque il maccartismo?


La Chiesa cattolica, il nazismo e gli ebrei.

Dopo la Seconda guerra mondiale si sviluppò una accesa polemica sul ruolo svolto dalla  Chiesa cattolica e dalla Santa Sede durante l'ascesa del nazismo in Germania e la persecuzione degli ebrei. Prevalsero lungamente le tesi della inazione, della tolleranza, della connivenza. 
Ma la posizione della Chiesa era ben chiara ai contemporanei. Enrico Caviglia, uno dei più brillanti generali del Ventesimo secolo, senatore del Regno, ex ministro della Guerra, insignito del Collare dell'Annunziata, cavaliere dell'Impero britannico, maresciallo d'Italia, colto e lucido osservatore, scrisse nel suo diario (I dittatori, le guerre e il piccolo re - Diario 1925-1945, 2009, pp. 226 e 227):

10 febbraio 1939

"E' morto il Santo Padre Pio XI...In generale la morte del Pontefice è sentita. Il suo atteggiamento in favore degli ebrei ha fatto un'ottima impressione in tutto il mondo, e l'autorità morale della Santa Sede ha acquistato influenza anche presso le altre religioni.
Oggi il Re è andato verso le 19 a visitare la salma. Mussolini non è andato: forse non ha voluto dare un dispiacere a Hitler".

2 marzo 1939

"In questi ultimi tempi l'autorità della Chiesa è accresciuta in tutto il mondo per aver difeso a viso aperto gli ebrei e la religione. Impressione enorme ha fatto il vecchio Papa, quasi morente, che dà per radio un messaggio a tutto il mondo in difesa degli ebrei. Pacelli fu il suo segretario e consigliere".

Testimonianza data in tempi e modi non sospetti. Quale peso darle?


La Russia di Putin e l' Occidente.





1999: Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca entrano nella NATO.

2000: "via libera" politico all' entrata nella NATO di Bulgaria, Romania, Estonia, Lettonia e Lituania (entreranno nel 2004).

2002 (14 maggio): i 19 ministri degli Esteri della NATO decidono di creare un "Consiglio a 20" con la Russia (nascerà a Pratica di Mare il 28 maggio) .

 2002 (23 maggio):  il Consiglio di sicurezza nazionale dell'Ucraina incarica il  governo di avviare negoziati con la NATO per intensificare la cooperazione e giungere in una prospettiva di lungo termine all' entrata nell' organizzazione.

A Pratica di Mare il 28 maggio 2002 Putin accetta che i paesi baltici ex sovietici e gli stati europei ex satelliti dell' URSS siano diventati o diventino membri della NATO.


Per una rilettura intelligente e argomentata di questo percorso si può leggere Myths and realities of Putinism and NATO expansion del professor Vladislav Zubok. Zubok dà conto del tormentato percorso della Russia dalle aspirazioni democratiche dei primi anni Novanta alla svolta autoritaria e imperialista di Putin. La grande storia è fatta spesso anche da idee devastanti.

venerdì 29 agosto 2014

Debito pubblico, prezzi e competitività.




Su Il Sole 24 ORE del 22 agosto 2014 l'economista tedesco  Hans-Werner Sinn richiama alla realtà l'Italia dell'illusione:

"L'Italia vive una terza ricaduta recessiva ma non ci è arrivata da sola. È il fallimento dei politici italiani sul fronte della competitività ma è un fallimento generalizzato in Europa".

"Negli ultimi sette anni la contrazione complessiva del Pil è stata del 9 per cento. Inoltre, la produzione industriale è precipitata di un inquietante 24 per cento".

"Il nuovo premier Matteo Renzi dice di voler stimolare la crescita, ma in realtà intende solo accumulare altro debito. È vero, il debito stimola la domanda, ma è un tipo di domanda artificiale ed effimero. La crescita sostenibile potrà essere raggiunta solo se l'economia italiana ritrova la sua competitività e all'interno dell'eurozona c'è solo un modo per farlo: riducendo i prezzi rispetto ai concorrenti dell'eurozona. Ciò che l'Italia è riuscita a fare svalutando la lira deve essere ora emulato attraverso un vero e proprio deprezzamento".

"Ma se Renzi dedica molta energia verbale all'economia, finora non ha fatto capire di aver compreso la vera natura del problema italiano. E non è l'unico. Anzi, praticamente l'intera classe politica europea, da Bruxelles a Parigi e Berlino, pensa ancora che l'Europa soffra di una semplice crisi finanziaria e di fiducia. Non parla della perdita di competitività che sta alla base del problema perché parlarne solamente non basterebbe a risolverla".

E' assolutamente corretto sottolineare il ruolo della perdita di competitività. Questa è la vera causa della crisi dell'Eurozona e dell'Italia in particolare. Ma Sinn sbaglia a restringere la prospettiva alla sola Eurozona e pone in termini rozzi il problema dei prezzi.
Occorre infatti rilevare che la competizione avviene nell'economia globale, oltre i confini dell'Eurozona, che la svalutazione della moneta sarebbe insieme insufficiente e controproducente, che prezzi competitivi si raggiungono per vie diverse, più o meno virtuose.
L'adeguamento dei prezzi non può e non deve emulare la svalutazione. Questa infatti non solo non muta la qualità di beni e servizi, che contribuisce a determinarne la competitività, ma rende più costosi semilavorati, materie prime ed energia. La svalutazione inoltre colpisce il risparmio, necessario agli investimenti e alla previdenza privata, la cui importanza è destinata ad aumentare.
Diverse vie poi conducono a prezzi adeguati. Una di queste è la moderazione salariale. Ma la più raccomandabile è la diminuzione della pressione fiscale sui produttori, imprenditori e lavoratori. Questa influisce favorevolmente non solo sui prezzi, ma direttamente anche sugli investimenti stessi, indispensabili per tornare a crescere.

venerdì 22 agosto 2014

Crisi. Il foglietto di Angela Merkel.




Danilo Taino sul Corriere della Sera del 16 agosto 2014 pone in evidenza l'insostenibilità del welfare europeo e il ruolo frenante che esercita sull'economia dell'Eurozona:

"Da anni, Angela Merkel tiene in tasca un foglietto con tre statistiche che cita in continuazione. Le permettono di inquadrare la posizione dell’Europa nel mondo: il continente ha il 7% della popolazione, il 25% del Prodotto lordo, il 50% delle spese per Welfare State".

"Il dato di fatto è che quella del Vecchio Continente è oggi l’unica importante economia del pianeta (forse assieme a quella giapponese) a non crescere: immagine di un’area in perdita continua di peso di fronte alla potente e dinamica economia americana e a quelle emergenti".

"La situazione si può riassumere così: la popolazione europea tende ad avere un peso sempre minore rispetto a quella mondiale perché gli europei fanno decisamente pochi figli (Germania e Italia sono i casi più acuti); la stagnazione farà diminuire, dal 25% di oggi, anche la quota di Pil prodotto; e, chiaramente, la generosità inefficiente del Welfare State europeo (il 50% delle spese mondiali per il 7% della popolazione) non può essere sostenuta ed è un elemento che pesa sulla competitività (i Paesi emergenti tendono ad aumentare la spesa per la sicurezza sociale, ma non illudiamoci che lo facciano a scapito della loro capacità concorrenziale)".

Capitale umano (conoscenze matematiche e tecnico-scientifiche), pressione fiscale, investimenti diretti esteri, istituzioni economiche e spinta al miglioramento delle condizioni sono i principali fattori di crescita. L'ampio  welfare europeo  contribuisce in modo determinante a renderli inadeguati.  Si pensi agli effetti sulla spesa pubblica e sulla pressione fiscale, talmente alta da scoraggiare i possibili investitori. Si considerino inoltre le conseguenze sull'impegno individuale. Il generoso sostegno pubblico può indebolire lo stimolo al lavoro e al risparmio.
Così appesantita dallo stato sociale l'economia dell'Eurozona non può efficacemente competere con quelle emergenti. Occorre dunque rivoluzionare il welfare europeo, dando largo spazio a strumenti privati con una lungimirante disciplina pubblica.  Si tratta di una rivoluzione necessaria ma attualmente avversata dagli elettori. Solo una lucida  consapevolezza dei politici e degli intellettuali più influenti e un incisivo dibattito pubblico possono rendere possibile ciò che oggi pare improponibile.
Il foglietto di Merkel rivela la qualità dei governanti e della politica tedeschi. Purtroppo in Italia e Francia la situazione è molto diversa.

venerdì 15 agosto 2014

Competitività e riforme strutturali.




Su linkiesta.it Francesco Cancellato esamina gli ultimi sviluppi della crisi economica nell' Eurozona. Con efficace sintesi e lucidità conclude così:

"Sono cali di export e Pil, quelli della Germania e dell’Italia, ma anche quello della Francia, che si spiegano attraverso un calo diffuso della competitività dell’Eurozona verso l’esterno, che si riverberano su un mercato interno intra-europeo già di per sé asfittico, per motivi congiunturali e strutturali, struttura demografica in primis.
E quindi?
Quindi non sarà la frenata tedesca, insomma, a liberarci del problema del nostro debito pubblico. Al contrario, potrebbe ulteriormente acuirlo".

La lunga crisi economica affonda le proprie radici nella globalizzazione. La competizione globale ha ridotto la povertà ed accelerato lo sviluppo dei paesi cosiddetti emergenti, determinando nel contempo una profonda crisi delle società più avanzate, dove i fattori della crescita - capitale umano, pressione fiscale, istituzioni economiche, investimenti diretti esteri e spinta al miglioramento delle condizioni - si rivelano inadeguati.
Per tentare di ripristinare idonei fattori di crescita bisogna realizzare le ormai mitiche riforme strutturali, riconducibili ad un riassetto produttivistico della società e delle istituzioni. 
Non è facile accettare che ai disoccupati si dia un sostegno soggetto a dure condizioni, che si incrementi largamente la concorrenza nel settore delle professioni, che dai giovani si pretenda un impegno scolastico assai più intenso del presente, che per diminuire la pressione fiscale non solo si riducano gli sperperi, ma si ponga fine al welfare ampio e insostenibile ormai tradizionale. Eppure per tornare a crescere bisogna comprendere e cambiare davvero. Nessun coniglio bianco uscito dal cappello di un illusionista ci salverà.

venerdì 8 agosto 2014

La persecuzione dei cristiani.




In un editoriale sul Corriere della Sera del 28 luglio 2014  Ernesto Galli della Loggia denuncia l'indifferenza dell'Occidente alla tragica persecuzione  dei cristiani che dilaga ormai in vaste regioni, così delineandone le ragioni:

"Da tempo essere e dirsi cristiani non solo non è più intellettualmente apprezzato, ma in molti ambienti è quasi giudicato non più accettabile. Il Cristianesimo non è per nulla «elegante», e spesso comporta a danno di chi lo pratica una sorta di tacita ma sostanziale messa al bando. L’atmosfera culturale dominante nelle società occidentali giudica come qualcosa di primitivo, al massimo un «placebo» per spiriti deboli, come qualcosa intimamente predisposto all’intolleranza e alla violenza, la religione in genere. In special modo le religioni monoteistiche. In teoria tutte, ma poi, in pratica, nel discorso pubblico diffuso, quasi soltanto il Cristianesimo e massimamente il Cattolicesimo, ad esclusione cioè del Giudaismo e dell’Islam: il primo per ovvie ragioni storico-morali legate (ma ancora per quanto tempo?) alla Shoah, il secondo semplicemente per paura. Sì, bisogna dirlo: per paura".

Resta da esaminare la reazione prevalente tra gli esponenti della Chiesa cattolica, lodevole in quanto dettata dal desiderio di non fornire ulteriori pretesti ai persecutori, ma criticabile sotto il profilo concettuale.

Non condivisibile è la convinzione che esista una sorta di essenza della religione verso la quale tutte le religioni esistenti devono convergere. Questa idea di religione sarebbe logicamente necessaria e segnata dal rigetto della violenza in nome di Dio e dai principi della fratellanza universale e della dignità umana. Si tratta di una convinzione teologicamente sbagliata e non corrispondente allo sviluppo storico del fenomeno religioso.
Il Dio cristiano é onnipotente. Non può essere pensato prigioniero di una astratta idea di divinità e di religione. Egli decide ciò che è bene e ciò che è male. Il cristiano conosce la divinità e la volontà di Dio grazie alla Rivelazione che si compie nel Cristo risorto. E la volontà di questo Dio padre amorevole è che l'adultera non sia lapidata dai suoi fratelli sempre peccatori. In altre religioni l'adultera deve essere lapidata.

Le profonde differenze tra le principali religioni monoteiste sono  state efficacemente sottolineate da due dei massimi precursori del liberalismo contemporaneo.

 Nella Democrazia in America Tocqueville individuò la portata storico-civile, sociale  e culturale del Cristianesimo, mettendo in evidenza proprio il suo stretto rapporto con la libertà:

"....nel Corano non solo dottrine religiose, ma anche massime politiche, leggi civili e criminali e teorie scientifiche. Il Vangelo, invece, parla solo dei rapporti generali degli uomini con Dio e fra loro. Al di fuori di questo non insegna nulla e non obbliga a credere nulla. Questo soltanto, fra mille altre ragioni, basta a mostrare che la prima di quelle due religioni non può dominare a lungo in tempi di civiltà e di democrazia, mentre la seconda è destinata a regnare anche in quei secoli come in tutti gli altri"(op. cit., Libro Terzo, Parte Prima, Capitolo Quinto).

Già Montesquieu, che lo stesso Tocqueville riconosceva come maestro, scrisse nel libro ventiquattresimo, capitoli terzo e quarto dello Spirito delle leggi:

"Per quanto riguarda il carattere della religione cristiana e quello della religione musulmana, si deve senz'altro abbracciare l'una e respingere l'altra: perchè per noi è molto più evidente che una religione debba addolcire i costumi degli uomini, di quanto non sia evidente che una religione è la vera".

"E' una sciagura per la natura umana che la religione sia data da un conquistatore. La religione maomettana, la quale non parla che di spada, influisce ancora sugli uomini con quello spirito distruttore che l'ha fondata".

"La religione cristiana è lontana dal dispotismo puro: infatti, essendo la mitezza tanto raccomandata nel Vangelo, essa si oppone alla collera dispotica con cui il principe si farebbe giustizia e metterebbe in pratica le sue crudeltà".

"...dobbiamo al cristianesimo, nel governo un certo diritto politico, e nella guerra un certo diritto delle genti, di cui l'umanità non potrebbe mai essere abbastanza riconoscente."

Infondata è poi la convinzione che un cattolico debba in ogni circostanza  condannare e rifiutare la guerra. Il tradizionale magistero della Chiesa cattolica ammette la "guerra giusta". Tale magistero è stato così riassunto da Benedetto XVI:

"Certamente la difesa del diritto può e deve, in alcune circostanze, far ricorso a una forza commisurata. Un pacifismo assoluto, che neghi al diritto l’uso di qualunque mezzo coercitivo, si risolverebbe in una capitolazione davanti all’iniquità, ne sanzionerebbe la presa del potere e abbandonerebbe il mondo al diktat della violenza. Ma per evitare che la forza del diritto si trasformi essa stessa in iniquità, è necessario sottometterla a criteri rigorosi e riconoscibili come tali da parte di tutti" (Discorso del 4 giugno 2004, in occasione delle celebrazioni per il 60° anniversario dello sbarco alleato in Normandia).

Si veda anche una lettera di sant'Agostino al generale Bonifacio (417 circa):

"Non credere che non possa piacere a Dio nessuno il quale faccia il soldato tra le armi destinate alla guerra". 

"La pace deve essere nella volontà e la guerra solo una necessità, affinché Dio ci liberi dalla necessità e ci conservi nella pace! Infatti non si cerca la pace per provocare la guerra, ma si fa la guerra per ottenere la pace! Anche facendo la guerra sii dunque ispirato dalla pace in modo che, vincendo, tu possa condurre al bene della pace coloro che tu sconfiggi. Beati i pacificatori - dice il Signore - perché saranno chiamati figli di Dio." 

"Sia pertanto la necessità e non la volontà il motivo per togliere di mezzo il nemico che combatte. Allo stesso modo che si usa la violenza con chi si ribella e resiste, così deve usarsi misericordia con chi è ormai vinto o prigioniero, soprattutto se non c'è da temere, nei suoi riguardi, che turbi la pace".

Così ancora il Concilio Vaticano II:

"La guerra non è purtroppo estirpata dalla umana condizione. E fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un'autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa. I capi di Stato e coloro che condividono la responsabilità della cosa pubblica hanno dunque il dovere di tutelare la salvezza dei popoli che sono stati loro affidati, trattando con grave senso di responsabilità cose di così grande importanza. Ma una cosa è servirsi delle armi per difendere i giusti diritti dei popoli, ed altra cosa voler imporre il proprio dominio su altre nazioni. La potenza delle armi non rende legittimo ogni suo uso militare o politico. Né per il fatto che una guerra è ormai disgraziatamente scoppiata, diventa per questo lecita ogni cosa tra le parti in conflitto.
Coloro poi che al servizio della patria esercitano la loro professione nelle file dell'esercito, si considerino anch'essi come servitori della sicurezza e della libertà dei loro popoli; se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono anch'essi veramente alla stabilità della pace" (Gaudium et Spes, 79).

venerdì 1 agosto 2014

Crisi. L'offerta e la domanda.




Su Il Sole 24 ORE del 31 luglio 2014 il professor Donato Masciandaro pone in evidenza la continuità di linea della Banca centrale USA. La politica monetaria espansiva continua. Ma la sua efficacia resta incerta e dipende dalla reale natura della crisi:

"...nella visione Yellen il beneficio atteso di mantenere un atteggiamento espansivo è quello di poter dare con la politica monetaria un contributo ad una stabile ripresa del mercato del lavoro. È una aspettativa robusta? Dipende da come si crede funzioni l'economia statunitense. Le colombe - a cui la Yellen appartiene - sono convinte che un ritorno alla piena occupazione dipenda da un sostegno continuo alla domanda aggregata, che può essere assicurato dal mantenimento di una politica monetaria espansiva. I falchi osservano al contrario che il ristagno del mercato del lavoro debba essere imputato a ragioni legate alla conformazione dell'offerta aggregata: i deficit di flessibilità, di competitività e di produttività non si sono mai curati attraverso espansioni monetarie".

Alcuni significativi parametri spingono ad attribuire ai deficit di flessibilità, di competitività e di produttività un ruolo determinante. Il permanente deficit della bilancia commerciale, il costante basso tasso di occupazione, la modesta qualità dei nuovi posti  di lavoro, creati prevalentemente nei settori del commercio al dettaglio, della ristorazione, della sanità e assistenza alle persone, indicano che i problemi più radicati e dolorosi sono nell'ambito dell'offerta.
L'Amministrazione USA con l'allentamento monetario e fiscale non ha risolto i problemi dell'economia reale. Questa linea di politica economica non cura i vizi profondi della società e dell'economia statunitensi, costituiti dall'indebolimento del capitale umano, dal fallimento delle principali agenzie educative, dal deterioramento delle istituzioni economiche, dalla prevalenza del capitalismo clientelare.
Non va inoltre sottovalutata la portata diseducativa di tale politica. I cittadini, soprattutto i giovani, sono indotti a pensare che lo sviluppo economico di un paese non dipenda dallo studio, dal lavoro e dal risparmio, dall'impegno e dalla lungimiranza degli imprenditori. Ma l'impegno strenuo di individui e famiglie e la dedizione degli imprenditori restano la sola vera risorsa per evitare il declino. Non siano i governanti, mossi dalla brama di facile consenso, a precluderne l'incremento e la piena operatività.

venerdì 25 luglio 2014

Italia. Cosa manca per farla ripartire?




Su Il Sole 24 ORE del 24 luglio 2014 Fabrizio Galimberti ha delineato le prospettive dell' economia italiana:

"... il livello più recente del cambio reale dell'euro si situa esattamente sulla media 1999-2014, cioè sul quindicennio di vita della moneta unica (lo stesso vale per il cambio reale dell'euro/Italia).
Il linguaggio crudo delle cifre non porta quindi molta acqua al mulino di quanti vedono nel cambio dell'euro un ostacolo alla competitività. E c'è da fare un'altra importante considerazione. Gli alti e bassi delle valute sono meno importanti di un tempo nel determinare la competitività dei prodotti di una nazione.
Le catene di offerta che si dipanano ormai lungo i continenti (un prodotto finito del Paese X ha dentro lavorazioni e semilavorati fatte e ricevuti dai Paesi W, Y, Z...) fanno ballare i vantaggi e gli svantaggi di deprezzamenti e apprezzamenti. Il vantaggio di un euro più debole viene pesantemente annacquato dallo svantaggio di maggiori costi per componenti e lavorazioni che vengono dall'estero".

"Perché, allora, il cambio dell'euro viene così spesso messo sotto accusa? Perché alcuni (e non sono pochi) auspicano addirittura un'uscita dell'Italia dall'unione monetaria? Si tratta di un tipico caso di deviazione delle frustrazioni. L'esasperazione (giustificata) di un'Italia stagnante viene dirottata verso facili bersagli".

Bene Galimberti sull' euro, ma si tratta di considerazioni riconducibili ad una importantissima ovvietà: una valuta viene utilizzata non solo per vendere ma anche per comprare. Sono invece tutto sommato fuorvianti le seguenti indicazioni:

"L'economia italiana non ha bisogno di un euro più debole, o, per meglio dire, un euro più debole non risolve i problemi della nostra economia. L'economia italiana ha bisogno di maggior domanda, ma questa affermazione, perché non sia lapalissiana, si dipana in due direzioni di marcia: riforme e flessibilità. Abbiamo bisogno di flessibilità negli obiettivi di bilancio, ma si tratta di una flessibilità che dobbiamo meritare con le riforme. Anche le riforme cosiddette istituzionali hanno molto più potere di stimolo all'economia di quanto si creda. La crescita è un fenomeno complesso, che ha alla base la voglia di crescere, la convinzione che un futuro migliore è possibile e a portata di mano. Portare la durata media di un processo civile dai 2900 giorni italiani ai 900 francesi o ai 750 spagnoli o ai 350 del Giappone stimolerebbe la nostra economia molto più di un deprezzamento del 20% dell'euro".

Qui Galimberti tocca solo marginalmente i grandi fattori della crescita economica, recentemente posti in luce dal professor Luca Ricolfi nel suo brillante L' enigma della crescita:

"...la qualità del capitale umano  - in particolare sotto forma di padronanza delle conoscenze di base in matematica e scienze - è la forza fondamentale che può sostenere la crescita dei paesi OCSE".

"La seconda forza fondamentale è il saldo degli "investimenti diretti esteri"".

"La terza forza è la qualità delle "istituzioni economiche"..., ossia il fatto di avere buone regole di funzionamento dell' economia".

"La quarta forza fondamentale sono le "tasse",... il cui ruolo è però negativo, di rallentamento della crescita" (Op. cit., 2014, p. 46 e seg.).

Per migliorare il capitale umano occorre tempo.  Risultati rapidi e cospicui si raggiungono in un solo modo: riducendo le tasse e, corrispondentemente, la spesa pubblica. Il taglio deve essere adeguato e strutturale: almeno il 10% PIL (centocinquanta miliardi di euro su ottocento di spesa pubblica). Eliminare lo sperpero di denaro pubblico non basta. Bisogna ristrutturare dalle fondamenta welfare e autonomie locali, applicando rigorosamente i principi di progressività della spesa pubblica e di sussidiarietà.
Non deve sorprendere che proprio sul quotidiano della Confindustria, nonostante i retorici proclami, si taccia larga parte della verità sulle necessità del paese. Troppi imprenditori italiani hanno fondato il proprio successo più sui vizi che sulle virtù di questo paese in drammatico declino.

venerdì 18 luglio 2014

Ucraina. Il partito della guerra.




Su La Voce della Russia del 17 luglio 2014 Petr Iskenderov delinea ufficiosamente la posizione della leadership russa sulla crisi ucraina:

"Tuttavia, proprio per evitare lo scoppio del conflitto e una guerra su ampia scala nel centro dell’Europa, Mosca ha deciso contro l’invio delle truppe. Chi potrebbe essere interessato a tale guerra? Di certo non la Russia né la popolazione civile di Donetsk e Lugansk, e neanche l’Europa. Farebbe comodo agli USA, perché così Washington potrebbe dare un impulso alla sua ansimante economia, far litigare definitivamente la Russia e l’UE, demolire con le mani altrui il sistema della sicurezza energetica in Europa e soggiogare gli europei obbligandoli a comprare lo shale gas americano e ad aprire il mercato alle merci statunitensi. Inoltre, la scalata della violenza nella regione provocherebbe la fuga dei civili, il numero di profughi potrebbe superare quello che si è avuto nella ex-Jugoslavia. Questo scenario non è assolutamente nell’interesse della Russia...".

Mentre è difficile riconoscere all'attuale leadership USA la capacità di elaborare una strategia così articolata, sembra plausibile la linea attribuita a quella russa. E' probabile che la Russia di Putin intenda mantenere lo statu quo. Le recenti vicende della Crimea corrispondono a questo disegno. In tale penisola infatti si trovavano già importanti basi militari russe e russa è gran parte della popolazione.
E' davvero nell'interesse dell' Occidente la destabilizzazione della Russia? In realtà l'Occidente intero, Stati Uniti compresi, condivide con la Russia interessi e obiettivi vitali. Su The National Interest del 24 giugno 2014 Dimitri K. Simes ha scritto:

"Likewise, it may be politically convenient to ignore the very real possibility of Russia drawing closer to China, but it is strategically reckless. By any logical criteria, American leaders should see China rather than Russia as their greatest challenge".

La Cina infatti rappresenta non ancora la minaccia ma ormai la sfida più grande. Già incombe invece la minaccia costituita dal fondamentalismo islamico. In questa ampia prospettiva la Russia deve essere considerata parte della possibile soluzione, non del problema.

venerdì 11 luglio 2014

Riformare vuol dire privatizzare.




Luca Ricolfi ha scritto su La Stampa del 6 luglio 2014:

"Il problema fondamentale è che ci mancano almeno 6 milioni di posti di lavoro. Se vogliamo che il nostro tasso di occupazione sia comparabile a quello medio degli altri Paesi avanzati dobbiamo, come minimo, creare 6 milioni di nuovi posti di lavoro. Il che significa, in concreto, permettere un ingresso massiccio di giovani e soprattutto di donne adulte nel mercato del lavoro. Può sembrare banale, ma è questo il nucleo del problema italiano. Perché intorno al tasso di occupazione ruota tutto: un tasso di occupazione patologicamente basso come il nostro accentua le diseguaglianze, deprime il reddito medio, ci rende schiavi del debito pubblico".

"La piena occupazione, infatti, è un obiettivo di sinistra, e lo è più che mai al giorno d’oggi, in un’epoca i cui i veri deboli non sono i lavoratori dipendenti, occupati e garantiti, ma sono i giovani e le donne escluse dal mercato del lavoro. Quell’obiettivo di sinistra, tuttavia, oggi che non possiamo più spendere in deficit può essere raggiunto solo con mezzi considerati di destra: il taglio della spesa pubblica, la liberalizzazione del mercato del lavoro e la riduzione delle tasse sui produttori, a partire dall’imposta societaria.
Di qui il nostro disorientamento. La sinistra sembra di sinistra perché parla di occupazione, la destra sembra di destra perché parla di tasse. Ma né l’una né l’altra stanno cercando di creare quei 6 milioni di posti di lavoro che mancano all’appello".

Così Franco Debenedetti su Il Sole 24 Ore sempre del 6 luglio 2014:

"Se si parte dalla difficoltà di definire senza riferimenti al mercato un "dover essere" della Pa, se si prende atto che in Italia questa difficoltà è ancora maggiore per ragioni che interessano lo storico più che il politico, la logica conclusione è adottare un criterio molto restrittivo nella definizione dei servizi che lo Stato vuole erogare in proprio, nel decidere quali reingegnerizzare tenendoli all'interno e quali rimettendoli al mercato".

Da due dei più lucidi analisti dell' Italia in declino parole chiare, che colgono nel segno. Più lavoro si ottiene con incisive liberalizzazioni e la riduzione dei compiti e dell' ampiezza dello stato, della spesa pubblica e quindi della pressione fiscale. Ma nulla di tutto questo è conseguibile senza privatizzare servizi oggi erogati dallo stato, senza attribuire largamente ad una larga parte della società italiana la responsabilità di se stessa. Riformare insomma vuol dire privatizzare, anche e soprattutto nel delicato settore del welfare.
 La disciplina pubblica di strumenti privati consente di ottenere uno stato sociale più snello, più corto, meno costoso, più efficiente, ispirato ai principi della progressività della spesa pubblica e di sussidiarietà. Lo stato italiano spende male, ma ridurre lo sperpero non basta. Per avere più lavoro occorre meno stato.

venerdì 4 luglio 2014

Il compromesso storico piaceva ai sovietici? Cossiga e Melograni.




Negli anni Settanta Enrico Berlinguer promosse il riavvicinamento tra il Partito comunista e la Democrazia cristiana in vista di una collaborazione di governo. Tale linea berlingueriana fu davvero osteggiata dall'Unione Sovietica?
Ha avuto largo seguito l'opinione secondo la quale il cosiddetto compromesso storico è stato avversato non solo dagli Stati Uniti ma anche dalla stessa Unione Sovietica, ansiosa di preservare la divisione in blocchi e di evitare la diffusione nella sua sfera di influenza delle idee democratiche del partito di Berlinguer.
Così Piero Melograni, uno dei più brillanti storici italiani del Secondo dopoguerra:

" Il fatto è che il principale veto" (alla partecipazione del PCI al governo) "era stato posto non dagli Usa e neppure dagli altri governi dell'Occidente europeo, ma proprio dall'Unione Sovietica. Un argomento, questo, rimasto un tabù per gli storici. La pace europea, e mondiale, si fondava sul rispetto delle sfere di influenza. L'Italia apparteneva alla sfera occidentale. Se i comunisti fossero andati al governo con loro ministri (anche con i soli "indipendenti di sinistra" eletti nelle loro liste), i cattolici polacchi, numerosissimi nella loro patria, avrebbero potuto pretendere un trattamento di reciprocità mettendo a repentaglio la sopravvivenza dell'impero sovietico. Finché gli occidentali accettavano la divisione dell'Europa in sfere di influenza Mosca restava più che zelante nel rispettare questo accordo. E gli occidentali lo rispettavano con altrettanto zelo fino al punto di non offrire nessun minuscolo aiuto ai dissidenti dell'Urss o ai rivoluzionari ungheresi del 1956" (Il Sole 24 ORE del 21 maggio 2006).

L'ex presidente della repubblica italiana Francesco Cossiga era invece convinto che l'iniziativa di Berlinguer non fosse stata ostacolata dai sovietici, non ostili ad una soluzione di governo che avrebbe in realtà indebolito la compagine atlantica della quale l'Italia era importante componente. A sostegno della convincente posizione di Cossiga si possono addurre le parole dell'ex ambasciatore USA  in Italia Richard Gardner, parte di una conversazione al Council on Foreign Relations di New York (2005):

" Berlinguer, despite the reputation he had in some quarters as being very evolved towards social democracy, repeatedly affirmed his links to the Soviet Union, to the Soviet foreign policy, to Marxism-Leninism. I quote all those speeches here. And what really annoyed me—and I think you’ll understand why—how annoyed I was—was when Berlinguer and leaders of the communist party, after the kidnaping of Aldo Moro, tried to convince the people of Italy that behind the Moro kidnaping was the United States. And the argument was, Moro was going to bring the communists to power, which was not true. He assured me many times—Aldo Moro—that he wasn’t going to do that. And therefore, the Americans did this to prevent the communist entry into the government".

Secondo l'ambasciatore americano Berlinguer conservò i suoi legami con l' Unione Sovietica e Aldo Moro non aveva intenzione di portare al governo i comunisti italiani.

venerdì 27 giugno 2014

La progressività della spesa pubblica.




Su Libero del 20 giugno 2014 Nicola Rossi ha così commentato la proposta di "flat tax", cioè di imposizione diretta con aliquota unica:

"...Di per sé è attuabile, bisogna sapere se deve essere realizzata a parità di gettito o meno. Realizzarla a parità di gettito significherebbe aliquote piuttosto elevate, perché per garantire la progressività bisogna organizzare un sistema di detrazioni che accompagni l'aliquota unica e ciò implica che l'aliquota sia alta».

Senza detrazioni sarebbe anche incostituzionale perché non progressiva, giusto? 

«Presterebbe obiezioni di costituzionalità, ma il punto fondamentale è che l'incremento della tassazione su ceti meno abbiente sarebbe insostenibile».

Mentre la flat tax con le detrazioni non sarebbe in contrasto con la Costituzione? 

«Il punto di fondo è soprattutto uno, bisogna partire dal principio che la progressività deve essere una proprietà del bilancio pubblico e non del sistema tributario: la progressività non riguarda solo le aliquote, ma l'intero complesso delle entrate e delle uscite del bilancio statale. Ciò significa che si può avere un'imposta ad aliquota unica e detrazioni, ma si deve lavorare sul fronte delle spese che ora è fortemente regressivo, cioè a vantaggio dei più abbienti». 

Dice che a parità di gettito l'aliquota sarebbe alta. Per avere un'aliquota più bassa bisogna tagliare la spesa pubblica. Non verrebbero colpiti sempre i più poveri?

«No, il tutto potrebbe essere finanziato attraverso tagli di spese che vanno ai più ricchi».

Tipo quali?

«Ce ne sono tante, l'esempio standard di trasferimento di soldi dalle classi povere a quelle più abbienti del paese è l'università. Altri esempi possono essere trovarti nei trasporti, basti pensare ai soldi messi dentro Alitalia, è evidente che è stato un finanziamento ad un sistema di trasporto utilizzato dai più ricchi». 

Quindi è un errore guardare solo alla progressività delle entrate? 

«È stato un abbaglio dei nostri padri costituenti, probabilmente un errore dovuto anche a quella fase storica. Ma se c'è una delle cose che dovrebbe essere rivista nella Costituzione è proprio quell'articolo che guarda al sistema tributario e non all'intero bilancio pubblico. Negli ultimi 60 anni si è guardato al solo lato delle entrate e quello che si ottenuto sono imposte altamente progressive e aliquote marginali molto elevate».

E perché siamo vittime di quest'abbaglio? 

«Perché si ha la sensazione di redistribuzione»".

Il professor Rossi indica esattamente il principio la cui risoluta applicazione può contribuire ad evitare il declino economico e sociale del paese: la progressività non deve riguardare solo le imposte, ma l'intero complesso delle entrate e delle uscite del bilancio statale.
 La necessaria cospicua diminuzione della pressione fiscale deve essere accompagnata da un adeguato taglio della spesa pubblica. La riduzione dello sperpero del denaro pubblico non basta. Sono necessarie una profonda riforma delle autonomie locali e una incisiva ristrutturazione dello stato sociale. Bisogna che la spesa sociale non sia regressiva e non venga spalmata su tutti i ceti.
Due significativi  rilievi possono però essere  mossi alle brillanti considerazioni  di Nicola Rossi.  Per rendere sostenibile il nuovo modello di bilancio pubblico occorre tagliare non solo le spese che vanno ai più ricchi ma anche molte di quelle che vanno ai semplici benestanti. I "più ricchi" infatti sono pochi.
Inoltre  si deve sottolineare che la costituzione italiana vigente già implicitamente accoglie il principio della progressività della spesa pubblica:

Art. 32 Cost.: "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti".

Art. 34 Cost.: "La scuola è aperta a tutti.
L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso".

Le cure gratuite sono garantite agli indigenti. Soltanto l'istruzione inferiore è gratuita. I capaci e meritevoli hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi, ma le provvidenze pubbliche devono essere attribuite per concorso ai soli privi di mezzi. La costituzione, se correttamente interpretata e applicata, già delinea un welfare sostenibile. La disapplicazione del modello previsto dai padri costituenti si è rivelata devastante per la finanza pubblica.

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