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Laureato in giurisprudenza, cattolico e liberale, contro l'intolleranza, l'irrazionalismo, la sofferenza umana.

martedì 19 marzo 2013

Il vescovo di Roma nella prospettiva ecumenica.


Secondo il vigente codice di diritto canonico della Chiesa cattolica

"Il Vescovo della Chiesa di Roma, in cui permane l'ufficio concesso dal Signore singolarmente a Pietro, primo degli Apostoli, e che deve essere trasmesso ai suoi successori, è capo del Collegio dei Vescovi, Vicario di Cristo e Pastore qui in terra della Chiesa universale; egli perciò, in forza del suo ufficio, ha potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può sempre esercitare liberamente" (can.331).

Tale potestà del successore di Pietro nell'episcopato romano è uno dei principali ostacoli all'unità dei cristiani. Le altre grandi chiese cristiane infatti riconoscono o possono riconoscere un primato d'onore del vescovo di Roma ma non una sua potestà piena, immediata e universale su tutti i cristiani.
La Chiesa cattolica  persegue il superamento delle divisioni tra le chiese cristiane, con una lucida comprensione dei problemi che rallentano il processo di unificazione. Tra essi particolare  attenzione desta quello rappresentato dal cosiddetto primato petrino, sopra delineato.
Sull'impegno ecumenico resta insuperato il magistero di Giovanni Paolo II che nella lettera enciclica Ut unum sint ha dato alla Chiesa cattolica un compito preciso:

" Quale Vescovo di Roma so bene, e lo ho riaffermato nella presente Lettera enciclica, che la comunione piena e visibile di tutte le comunità, nelle quali in virtù della fedeltà di Dio abita il suo Spirito, è il desiderio ardente di Cristo. Sono convinto di avere a questo riguardo una responsabilità particolare, soprattutto nel constatare l'aspirazione ecumenica della maggior parte delle Comunità cristiane e ascoltando la domanda che mi è rivolta di trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all'essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova. Per un millennio i cristiani erano uniti "dalla fraterna comunione della fede e della vita sacramentale, intervenendo per comune consenso la sede romana, qualora fossero sorti fra loro dissensi circa la fede o la disciplina"

"Ma ... è per il desiderio di obbedire veramente alla volontà di Cristo che io mi riconosco chiamato, come Vescovo di Roma, a esercitare tale ministero .... Lo Spirito Santo ci doni la sua luce, ed illumini tutti i pastori e i teologi delle nostre Chiese, affinché possiamo cercare, evidentemente insieme, le forme nelle quali questo ministero possa realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri" (95).

Passi decisivi verso l'attribuzione al servizio petrino di forme e contenuti compatibili con la piena comunione delle chiese cristiane sono stati realizzati dai due ultimi papi. Benedetto XVI, rinunciando al suo ufficio di Romano Pontefice e diventando vescovo emerito di Roma, ha sottolineato la centralità del ministero episcopale.
Il nuovo papa Francesco ha con chiarezza percorso la via indicata dal predecessore, con comportamenti la cui portata ecumenica può rivelarsi determinante. In questo senso va letta anche la decisione di rivolgersi ai fedeli durante il suo primo Angelus soltanto in lingua italiana.
Il vescovo di Roma ha parlato alla Chiesa di Roma prima che ai cristiani di tutto il mondo, chiamati  a vedere nel successore di Pietro il titolare di una potestà legata all'importanza della sede episcopale e che si esprime nel servizio all'unità della Chiesa universale.

martedì 12 marzo 2013

Il modello tedesco divide l'Europa.






Emerge con chiarezza un rinnovato modello tedesco, nato dalla riforma della tradizionale economia sociale di mercato. Al conseguimento di una maggiore competitività sono diretti la riduzione della pressione fiscale, la ristrutturazione del welfare, l'impostazione produttivistica di scuola e pubblica amministrazione tutta, il riassetto delle relazioni industriali, l'impulso all'innovazione produttiva, la disciplina della finanza pubblica.

"La Merkel invece si concentra sul futuro più immediato, sulla messa a punto entro giugno, di un patto europeo per la competitività". 
"Ora il copione si ripete a Varsavia ed è anche molto più facile da recitare. Il cancelliere venuto dall'Est in fondo gioca in casa, ne conosce bene la vecchia cultura e ne condivide quella nuova nata sulle macerie del comunismo. Perché è tutta imperniata sul recupero di competitività (in larga parte riuscito) di un modello di sviluppo aperto, fatto di costi e salari bassi, welfare leggero e regimi fiscali mirati a calamitare gli investimenti esteri. Che infatti piovono abbondanti, cinesi in testa. 
La ricetta piace alla Germania dell'economia sociale di mercato riformata. Tanto che medita di farne una sorta di laboratorio delle future riforme europee. I dati parlano chiaro: tra il 1999 e il 2012, grazie alla profonda revisione del suo modello nello scorso decennio, la competitività globale della Germania è salita del 22,5% contro un aumento dell'1,2% in Francia, dell'1,4 in Italia, del 3,3 in Spagna".
"Per colmare queste divergenze abissali, dopo aver imposto il fiscal compact, ora la Merkel sogna il patto per la competitività. Che naturalmente non passa per un euro più debole e neanche per una politica monetaria più accomodante, all'americana o alla giapponese, ma sempre e soltanto per rigore e riforme strutturali a tappeto".

Per tentare di riprodurre questo modello i paesi periferici dell'Eurozona devono realizzare riforme strutturali profonde ed adottare una incisiva austerità fiscale e di bilancio. Hans-Werner Sinn, professore di economia e finanza pubblica all'università di Monaco di Baviera, su Il Sole 24 Ore del 9 marzo 2013:

"Temo che tra la quantità di austerità necessaria per riportare in equilibrio i conti e quella che la popolazione può tollerare senza disordini in strada, c'è un grande dislivello". 

Assistiamo infatti a un diffuso ed aspro rifiuto del cosiddetto rigore fiscale, monetario e di bilancio. Anche il risultato delle recenti elezioni italiane è in larga misura interpretabile in questo senso. Ma rappresenta un'alternativa efficace quella suggerita da Cerretelli con l'accenno alla prospettiva di "euro più debole" e di "una politica monetaria più accomodante, all'americana o alla giapponese"? Bisogna dire chiaramente che questa alternativa non dà i risultati sperati.
A lungo esplorata dall'Amministrazione Obama, non ha consentito di fronteggiare con successo la crisi occupazionale e i problemi posti dalla globalizzazione della competizione economica, mentre si è rivelata insostenibile per gli effetti sulla finanza pubblica. Il perdurante squilibrio della bilancia  commerciale USA e i dati su occupazione/disoccupazione non consentono un giudizio meno severo. Anche le più recenti statistiche ufficiali devono essere lette in questo senso:

"Employment increased in professional and business 
services, construction, and health care". 
Nessun incremento nella manifattura.

"In February, the number of long-term unemployed (those jobless for 27 weeks 
or more) was about unchanged at 4.8 million. These individuals accounted for 
40.2 percent of the unemployed.
The employment-population ratio held at 58.6 percent in February. The civilian 
labor force participation rate, at 63.5 percent, changed little. 
The number of persons employed part time for economic reasons, at 8.0 million, 
was essentially unchanged in February. These individuals were working part 
time because their hours had been cut back or because they were unable to 
find a full-time job.
In February, 2.6 million persons were marginally attached to the labor force, 
the same as a year earlier. (The data are not seasonally adjusted.) These 
individuals were not in the labor force, wanted and were available for work, 
and had looked for a job sometime in the prior 12 months. They were not 
counted as unemployed because they had not searched for work in the 4 weeks 
preceding the survey".
 Il numero dei disoccupati di lunga durata, dei non occupati e degli occupati a tempo parziale per motivi economici resta molto lontano dai livelli auspicati.

Ma come fare accettare alla ricalcitrante opinione pubblica dei paesi più colpiti dalla crisi le  necessarie riforme? Iniettando robuste dosi di equità nell'attività riformatrice e di verità nel dibattito pubblico. Il peso del cambiamento più deve essere sopportato da chi in passato ha tratto maggior vantaggio dalle relazioni clientelari, dalle rendite di posizione, dalle chiusure corporative, dai privilegi più odiosi. Mentre devono essere posti a disposizione dei cittadini  elementi che consentano di formare opinioni più costruttive perchè meglio corrispondenti alla struttura dei problemi. 




martedì 5 marzo 2013

Einaudi e De Gasperi. L'Italia ricostruita con il rigore.








Luigi Einaudi, governatore della Banca d'Italia, ministro delle Finanze e del Tesoro e poi ministro del Bilancio nei Governi De Gasperi, difese strenuamente il valore della lira e limitò rigidamente la spesa pubblica. Questa condotta economica rese possibile la ricostruzione italiana dopo la Seconda guerra mondiale.






Randolfo Pacciardi fu dal 1948 al 1953 ministro della Difesa nei governi De Gasperi. Ha ricordato il secondo presidente della Repubblica italiana con queste  parole:

"Il prestigio di Einaudi in materia economica era indiscusso ed era a lui che spettava l'ultima parola sulle proposte di legge dei singoli ministri. Era rigidissimo. Le sedute del Consiglio dei Ministri con De Gasperi erano interminabili. Einaudi sembrava disinteressarsi delle lunghe discussioni che non riguardavano la sua specifica competenza. Si faceva portare regolarmente un brodo alle 11 del mattino e riteneva che quello fosse il tonico migliore per tener desta la sua attenzione. E' avvenuto anche a me di tentare di profittare a tarda ora della sonnecchiante distrazione di Einaudi per varare proposte di legge che comportavano spese per la Difesa, ma al punto culminante il Ministro del Bilancio si risvegliava regolarmente per dire di no. La difesa della lira faceva parte, egli diceva, del problema generale della difesa del paese".
"Pella, come Ministro del Tesoro aveva davvero le spalle al sicuro. Con questi cerberi alle finanze dello Stato non si facevano davvero spese inutili. Il raddrizzamento della situazione economica nei governi cosiddetti centristi lo si deve certamente a Einaudi" (Protagonisti grandi e piccoli, 1972, p. 186).

Oggi, quando il declino dell'Italia appare una prospettiva difficile da evitare, la lezione di Einaudi e De Gasperi è più che mai attuale. Mentre la demagogia contraddistingue i discorsi e la propaganda dei loro sedicenti eredi, si deve riaffermare con forza il valore della politica economica che consentì di ricostruire l'Italia devastata dalla guerra. 



martedì 26 febbraio 2013

Italia. La disperazione e il semplicismo.


Ormai più di trenta anni fa il compianto professor Piero Melograni scrisse nel suo brillante Saggio sui potenti:

"Ma in tutti i luoghi l'assetto politico-sociale è il risultato di tendenze e di forze numerose e complesse, materiali e spirituali, razionali e irrazionali, difficilmente controllabili. Nel continuo, intricato, ondeggiante accavallarsi di tutte queste forze e tendenze deve essere cercata la spiegazione delle diverse situazioni storiche nelle quali gli individui e le collettività si trovano concretamente ad operare. Gli stessi capi... sono profondamente condizionati e spesso addirittura travolti dalla circostante realtà" (ed.1977, pag. 123).

Anche e soprattutto la gente comune deve fonteggiare una realtà che travolge individui, famiglie, imprese. Ma più dei potenti ripone le proprie residue speranze in spiegazioni e misure semplicistiche, mentre riconoscendo ed accettando la complessità potrebbe trovare concrete soluzioni.
Fuori dei suoi confini oggi l'Italia è guardata con apprensione.




Preoccupano le scelte del suo elettorato, ma devono ancor più preoccupare la cultura politica diffusa, l'addestramento alla vita democratica, la capacità di competere con successo nel mercato globale. Queste sono le risorse più inadeguate.

martedì 19 febbraio 2013

Russia. L' agenda economica del governo.


Nella società sovietica matura "il potente Stato redistributivo garantiva alla popolazione un alto grado di stabilità e di salvaguardia sociale non giustificabili con il livello di produttività raggiunto dall'economia sovietica. Il "segreto" della politica economica di Breznev fu svelato soltanto dopo la morte del suo ideatore".
"Il regime brezneviano aveva rinunciato definitivamente a introdurre qualsiasi seria riforma strutturale e cominciato a sostituire le riforme con l'esportazione di materie prime ed energia. Gli sforzi principali si erano concentrati sullo sviluppo rapido e ipertrofico dell'industria estrattiva, in primo luogo, di petrolio e gas".
"Tale politica di sostituzione delle riforme con la svendita delle ricchezze naturali contribuì a mantenere lo sviluppo dell'industria e a creare un gran numero di posti di lavoro. Questa fu la ricetta brezneviana per l'organizzazione della stabilità e del consenso nella società sovietica" (Victor ZASLAVSKY, Storia del sistema sovietico, 2009, p. 194).

L'URSS si è dissolta nel 1991, ma questo assetto non ha subito mutamenti decisivi. La Russia è ancora in larga misura dipendente dall'esportazione di petrolio, gas e altre materie prime. Il governo russo tenta di realizzare riforme strutturali: diversificazione produttiva, riduzione del deficit, innovazione tecnologica, ristrutturazione del sistema assistenziale/previdenziale e rinnovamento istituzionale vengono riproposti come punti principali dell'agenda governativa.





Russia OGGI ne espone le linee guida, con un interessante riferimento all'evoluzione del mercato internazionale del gas:


"L’impennata nella produzione a basso costo del gas di scisto e la costruzione degli impianti per la sua liquefazione e il successivo trasporto in Europa costituiscono una reale minaccia per Gazprom, i cui ricavi vengono prodotti al 75 per cento dall’esportazione. Per parecchi anni Gazprom ha guardato con scetticismo alla realtà di una simile minaccia e quindi alla sua remota eventualità, ma a un tratto essa è apparsa come una prospettiva imminente".




Da sottolineare infine il ruolo tuttora centrale dell'industria degli armamenti russa. Nel 2011 la Russia ha mantenuto la posizione di secondo esportatore di armi al mondo dopo gli Stati Uniti. Nel Ventunesimo secolo non potrà più essere soprattutto un esportatore di armi e materie prime energetiche. Ma la strada delle riforme è in salita.

lunedì 11 febbraio 2013

La democrazia occidentale tra promessa e realtà.


Le idee sono potenti fattori della storia umana. Nel Settimo secolo la nuova religione islamica mutò rapidamente e imprevedibilmente non solo i tratti culturali ma lo stesso assetto politico del bacino del Mediterraneo. Il marxismo-leninismo e l'ideologia nazista produssero i grandi totalitarismi del Ventesimo secolo.
Riferendosi a tali totalitarismi Robert Conquest ha intitolato un suo brillante libro Il secolo delle idee assassine. Ma alcuni ideali hanno svolto un ruolo determinante anche nella formazione e nella evoluzione delle democrazie liberali. Sovranità popolare, uguaglianza di fronte alla legge, uguaglianza delle opportunità, diritto alla ricerca della felicità e libertà sono le idee che hanno fondato e legittimato le democrazie occidentali a partire almeno dalle rivoluzioni settecentesche, con le loro incisive dichiarazioni dei diritti dell'uomo e del cittadino.




Queste promesse fondanti e legittimanti rappresentano però l'origine di problemi e tensioni che possono rivelarsi fatali per gli stessi assetti sociali ed istituzionali che hanno potentemente contribuito a creare.
Francois Furet ha scritto:

"Libertà ed eguaglianza sono promesse illimitate". "Quelle promesse astratte in realtà creano un divario insormontabile tra le aspettative dei popoli e quello che la società può offrire". "Si spiega così quell'aspetto certamente singolare della democrazia moderna nella storia universale, che consiste nell'infinita capacità di produrre giovani e adulti che detestano  il regime sociale e politico nel quale sono nati e odiano l'aria che respirano, pur vivendone e non conoscendone altre". "Ho in mente... la passione politica costitutiva della democrazia, quella fedeltà esasperata ai principi che nella società moderna rende un po' tutti nemici del borghese, compreso lo stesso borghese" (Il passato di un' illusione, 1997, p. 23 e seg.).

Queste parole dell'insigne storico francese risalgono agli albori della globalizzazione contemporanea, quando il divario di produttività tra l'Occidente avanzato ed i paesi cosiddetti emergenti era ancora ampio a favore dei paesi occidentali più sviluppati. Proprio l'elevata produttività in termini assoluti e relativi ha consentito il notevole miglioramento delle condizioni di vita di larghi settori della popolazione e l'avvicinamento tra promessa e realtà che contiene il malcontento.
Oggi elevati livelli  di produttività si raggiungono anche nei paesi ormai ex emergenti, nei quali inoltre costo del lavoro, pressione fiscale, relazioni industriali, tutela dell'ambiente e situazione politica rendono vantaggiosa la produzione manifatturiera, lì spesso trasferita dai paesi di più antica industrializzazione. Così diventa sempre più difficile garantire buone opportunità nelle democrazie occidentali. La distanza tra promessa e realtà si allarga. Non si può escludere la rivolta di chi non ha accesso a uno standard considerato irrinunciabile.
Che fare? E' urgente eliminare privilegi, rendite di posizione, chiusure corporative. Occorre ripristinare sufficienti produttività e competitività, esercitando nel contempo pressioni sulle nuove potenze affinché aprano le loro economie, oggi ancora sottratte alla concorrenza leale con dazi, regole ed intervento pubblico. Bisogna favorire lo sviluppo di una cultura compatibile con le esigenze della democrazia liberale e della crescita economica. Si deve educare alla libertà responsabile, insegnando ai giovani a vedere ed accettare la complessità, ad imparare dagli errori. E' necessario diffondere la consapevolezza che non esistono pasti gratis, che per ogni pasto consumato qualcuno paga il conto. Troppo? Troppo difficile? L'alternativa è un doloroso declino. 

mercoledì 6 febbraio 2013

Cina e crisi. La durevole diversità.



Da un articolo di Stephen S. Roach, professore all'Università di Yale ed ex presidente della Morgan Stanley Asia, su Il Sole 24 Ore del 29 gennaio 2013:

" La Cina ha smentito gli scettici ancora una volta. Nell'ultimo trimestre del 2012, infatti, la crescita economica del Paese si è attestata al 7,9%, registrando un’accelerazione di mezzo punto percentuale rispetto alla crescita del Pil, pari al 7,4%, nel trimestre precedente. Dopo dieci trimestri consecutivi di decelerazione, si tratta di un incremento degno di nota che segna il secondo atterraggio morbido dell'economia cinese in poco meno di quattro anni".
"Malgrado i discorsi sull’imminente spostamento dell'asse verso la domanda interna, la Cina continua a dipendere fortemente dalle esportazioni e dalla domanda esterna, fattori determinanti per la sua crescita economica".
"La Cina è riuscita a resistere ai duri shock esterni degli ultimi quattro anni grazie al risparmio (53% del Pil) e alle riserve valutarie (3.300 miliardi dollari), che hanno funto da cuscinetto".
"L'economia cinese appare più instabile, avendo registrato importanti rallentamenti nella crescita del Pil reale sia nel 2009 che nel 2012. Anche i suoi squilibri interni si sono aggravati, con la percentuale di investimenti del Pil che sfiora il 50% e i consumi privati inferiori al 35%".

La Cina, grazie al suo welfare produttivistico che, utilizzando strumenti semiprivati, "copre" e costa meno di quelli dell'Europa occidentale, può attingere a imponenti riserve valutarie e a una elevata quota di risparmio per realizzare investimenti. Sembra improbabile che i governanti cinesi rinuncino ai vantaggi competitivi che tale modello offre nella economia globalizzata per aderire a quello europeo. I tecnocrati che oggi reggono la potenza asiatica sono ben consapevoli dei problemi che affliggono le democrazie europee. Significativa questa intervista a Al Jazeera di Jin Liqun, presidente del fondo sovrano cinese:




Sono i difetti del welfare, secondo Jin Liqun, le cause della crisi europea. Le leggi sul lavoro sono obsolete, spingono alla pigrizia e all'indolenza invece che al duro lavoro. Il "welfare system" è buono per ogni società per ridurre il divario, per aiutare gli svantaggiati, ma una società del benessere non deve indurre la gente a non lavorare duramente. Questa Europa non attrae più a sufficienza investimenti stranieri.

Luca Vinciguerra su Il Sole 24 Ore del 31 gennaio 2013 ha scritto:

"Ma nel caso della Cina il sostegno fornito ai colossi di Stato, e la totale schermatura contro qualsiasi forma di concorrenza esterna, ha raggiunto livelli parossistici. Che si sono materializzati in una serie di privilegi altrove impensabili: benefici fiscali, credito illimitato, sussidi a pioggia, concessioni di terreni a costo zero, accesso preferenziale alle commesse pubbliche".
"Risultato: la forbice tra i valori medi della produzione industriale delle aziende di Stato e del settore privato si è progressivamente allargata, passando da sei volte del 2004 a undici volte del 2010. "L'industria pubblica cinese ha raggiunto uno strapotere simile a quello detenuto dai kombinat in Unione Sovietica – avverte un bancario occidentale - Con la differenza, però, che a quei tempi Mosca non competeva e non voleva competere con nessuno sia sul mercato interno che su quello internazionale, mentre i national champion cinesi puntano a conquistare il mercato globale".

Proprio nel settore delle aziende di stato il regime cinese probabilmente concentrerà gli sforzi per incrementare la produttività e razionalizzare un assetto socioeconomico che non può e non vuole davvero stravolgere. I dirigenti cinesi non imboccheranno con decisione la via dell'aumento della domanda di beni di consumo e continueranno ad indurre un elevato risparmio privato con uno stato sociale "corto", che responsabilizza individui e famiglie. Chi in Occidente punta su una Cina che abbandoni le sue peculiarità per tentare di conseguire lo standard democratico-sociale europeo confonde i propri desideri con la realtà.

martedì 29 gennaio 2013

Nord Africa e Medio Oriente. La prospettiva propagandistica.




In una lucida analisi del rapporto tra sicurezza europea e destino dell'unione politica europea Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera del 28 gennaio 2013, ha riassunto le preoccupazioni per la situazione delle aree di espansione dell'islamismo radicale:

"Dodici anni dopo l'attacco dell'11 Settembre, appare chiaro che il mondo occidentale sta perdendo la battaglia per contenere la diffusione dell'islamismo radicale. Né la strategia di Bush né quella di Obama, pur diversissime, hanno dato i frutti sperati. In Afghanistan e in Pakistan la minaccia non è stata affatto debellata. Per parte loro, le rivoluzioni arabe, che tante speranze avevano suscitato, hanno accresciuto il pericolo.
Nel più importante Paese arabo, l'Egitto, l'opposizione si scontra ormai quasi quotidianamente nelle piazze con il governo islamista, democraticamente eletto ma già nel mirino di Amnesty International per le continue violazione dei diritti umani. Nel frattempo, i salafiti dilagano nell'Africa subsahariana (aiutati anche dalla dabbenaggine esibita da noi occidentali nella vicenda libica). Cercano di creare nuovi Afghanistan in grado di minacciare chiunque, europei inclusi, ostacoli il loro disegno espansionista".

A tali preoccupazioni si accompagnano spesso critiche rivolte ai governi occidentali che quelle rivoluzioni hanno appoggiato e forse fomentato. Perchè togliere l'appoggio a regimi dispotici ma amici dell'Occidente per dare aiuto ai compositi movimenti rivoluzionari? Non erano forse già allora chiari i rischi?
Bisogna prendere in considerazione l'alternativa. Continuare a puntellare i regimi corrotti e autoritari del Nord Africa e del Vicino Oriente si sarebbe rivelato dannoso anche sul piano politico-propagandistico. La memoria storica dei musulmani e degli arabi in particolare raggiunge livelli di intensità e sensibilità ormai non ravvisabili in Occidente, come ha ben sottolineato Bernard Lewis:  "I popoli musulmani, come tutti i popoli del mondo, sono stati plasmati dalla loro storia, ma a differenza di altri ne sono fortemente consapevoli" (La crisi dell' Islam, 2004, pag. 5) .
Le vicende passate forniscono chiare indicazioni sui danni a lungo termine prodotti da atteggiamenti impresentabili in ambito politico-propagandistico. Basti pensare al colpo di stato contro Mossadeq in Iran. Nel 1951 "l'autorità dello scià subì un duro colpo...quando, cedendo alle pressioni dell'opinione pubblica, nominò alla carica di primo ministro un eccentrico nazionalista, il dottor Muhammad Mossadeq. Questi, per prima cosa, nazionalizzò l'industria petrolifera, sfidando il governo britannico che possedeva il 50 per cento della Iranian Oil Company".
"La Gran Bretagna e ancor più gli Stati Uniti esagerarono sulla vulnerabilità di Mossadeq all'influenza dei comunisti". Nel 1953 "la CIA e il SIS organizzarono congiuntamente un colpo di Stato che rovesciò Mossadeq e restaurò l'autorità dello scià". "Il breve successo del colpo di Stato, tuttavia, fu abbondantemente offuscato dal danno a lungo termine subito dalla politica americana e britannica in Iran. Fu semplicissimo, per il KGB, alimentare tra gli iraniani la convinzione già ampiamente diffusa secondo cui la CIA e il SIS continuavano a manovrare oscuramente dietro le quinte. Persino lo scià giunse a sospettare, in alcuni casi, che la CIA stesse cospirando contro di lui" (Christopher ANDREW e Vasilij MITROKHIN, Una storia globale della guerra fredda, 2005, p.183 e seg.).

Il sostegno offerto alle rivoluzioni arabe, pur criticabile sotto altri profili, pone innegabilmente l'Occidente in una posizione meno difficile sotto quello propagandistico, di fronte alla stretta illiberale operata dai movimenti islamici radicali. Chi ha già difeso libertà e democrazia può oggi con qualche coerenza opporsi a chi intende soffocare ogni genuina aspirazione ad esse.

mercoledì 23 gennaio 2013

Gli USA di Obama evitano il baratro ma non il declino.





Gianni Riotta su La Stampa del 22 gennaio 2013 ha così delineato le prospettive della seconda presidenza Obama:

"Il brusco passaggio dall’utopia alla realtà è la cifra del secondo mandato di Obama".
"Non si può più - Obama lo sa, ma non ha fatto nulla, perfino stracciando le proposte di una commissione bipartisan convocata sul tema - spendere come se le tasse Usa fossero altissime e tassare come se la spesa Usa fosse ridottissima. Alta spesa e basse tasse sono, da G. W. Bush soprattutto, somma rovinosa. Con un numero record di americani che vanno in pensione, figli del boom del dopoguerra, le tre voci di spesa, difesa, sanità e pensioni, vanno tagliate. Gli economisti più intelligenti, come Rogoff, propongono di «tagliare la spesa attraverso l’innovazione», riformando cioè esercito, ospedali, sussidi agli anziani e scuole con le tecnologie, per fornire servizi a spesa ridotta. Ma nessuno ha il coraggio di dirlo agli elettori".

"Nessuno ha il coraggio di dirlo agli elettori". Sono le aspettative degli elettori, da sempre e sempre più nelle democrazie occidentali, ciò che fa la differenza.

Sul Corriere della Sera del 23 gennaio 2013 Giovanni Sartori ha scritto:

" Un libro molto letto, oggi, nelle università americane, è Prozac Leadership di David Collinson: un titolo che dice tutto, e cioè che il crac è figlio di una cultura che "premiando l’ottimismo ha indebolito la capacità di pensare criticamente, ha anestetizzato la sensibilità al pericolo"".

In America come in Europa è difficile dire agli elettori verità che non sono preparati a sentire e a capire. I problemi di competitività posti dalla globalizzazione e l' insostenibilità del nostro welfare appaiono spesso argomenti tabù. Eppure questi sono i temi decisivi e pressanti. Non a caso sono stati pubblicamente discussi nei paesi che meglio hanno retto l' urto della crisi. I politici tedeschi ne parlano, compresi da un elettorato che meno di altri si lascia suggestionare dagli imbonitori.
Alcuni recenti dati mettono a nudo le difficoltà strutturali dell' economia americana. Le grandi compagnie dell' hi-tech mostrano un' insolita caduta dei profitti:

"E' il poker dell'hi-tech a stelle e strisce: Google, Ibm, Apple e Microsoft. Ma questa volta la "mano" giocata degli utili tecnologici questa settimana non basterà a vincere la partita dei profitti a Wall Street: le aziende dell'alta tecnologia, abituate a sbancare con marce inesorabili dei bilanci e trainare l'intera stagione dei conti, questa volta usciranno sconfitte. Le performance, ammoniscono gli analisti, dovrebbero mostrare nell'insieme - cioe' una volta sommate 70 grandi società - un insolito calo dei profitti trimestrali" ( Marco Valsania - Il Sole 24 Ore).

Fondamentale importanza ha la bilancia commerciale. L' ormai abituale deficit aumenta, ma soprattutto tale aumento non è determinato dalle importazioni di petrolio nè dalle vicende del settore alimentare, bensì dall' andamento dei beni di consumo:

 "Brutta sorpresa per i mercati dagli Stati Uniti. A novembre il deficit commerciale Usa è cresciuto del 15,8%, a 48,73 miliardi di dollari, dai 42,06 miliardi di dollari di ottobre (dato rivisto al ribasso dai precedenti 42,24 miliardi). Gli analisti avevano previsto invece un ribasso a 41,2 miliardi, sulla scia del calo dei prezzi del petrolio.
Il risultato è dovuto principalmente all'aumento delle importazioni di beni non petroliferi, che hanno toccato livelli record. Se dal conteggio si esclude l'oro nero, il dato ha raggiunto i massimi degli ultimi cinque anni. Lo ha reso noto il dipartimento del Commercio americano.
In generale le importazioni sono aumentate del 3,8%, a 231,28 miliardi, con rialzi soprattutto per i beni di consumo. In particolare, gli acquisti di cellulari sono saliti del 27% e i prodotti farmaceutici quasi del 20%. L'import di greggio è sceso a 23,68 miliardi di dollari, dai 25,9 miliardi di ottobre. Il prezzo medio del barile è calato di 2,3 dollari, a 97,45 dollari" (FIRSTonline).

Quando il consumatore può spendere continua ad acquistare beni di produzione straniera, più competitivi rispetto a quelli prodotti negli Stati Uniti. Senza una manifattura ad alto valore aggiunto davvero competitiva gli USA  come l' Europa non possono risolvere i propri problemi, non riescono a creare nuova occupazione di buona qualità e a ottenere redditi più alti per ampi settori della popolazione.
E' sempre più evidente che il lassismo monetario e di bilancio praticato dall' Amministrazione Obama non è in grado di fronteggiare adeguatamente questi problemi strutturali, risultando controproducente. Un severo monito per chi in Italia vorrebbe allentare la disciplina fiscale e monetaria senza un efficace taglio della spesa pubblica corrente.

mercoledì 16 gennaio 2013

La spesa pubblica italiana.


Massimo Fracaro e Nicola Saldutti sul Corriere della Sera del 16 gennaio 2013 sottolineano un principio che dovrebbe apparire a tutti ovvio: 

" Un malvezzo antico, quello dei politici, di parlare delle tasse come piovessero dal cielo. Quasi fossero una specie di epidemia tollerata, ma non voluta.
E così tutti si stanno dichiarando pronti a tagliarle. Meno Imu, meno Irpef, meno Irap, niente aumenti Iva. Facendo finta di dimenticare un piccolo dettaglio, le tasse rappresentano le entrate dello Stato. Quindi c'è una sola strada per ridurle: ridurre la spesa pubblica. Non esistono altre scorciatoie sicure".

Per ridurre le tasse dunque bisogna tagliare la spesa pubblica. Ma nel dibattito pubblico parlare di tagli non basta. Occorre anche rendere l'opinione pubblica consapevole degli elementi costitutivi della spesa pubblica italiana, dell'impossibilità di diminuire adeguatamente la pressione fiscale incidendo soltanto sui settori minori di essa, non toccando quelli più onerosi finanziariamente e delicati sotto il profilo del consenso elettorale.
I dati seguenti si riferiscono al 2010 ma corrispondono ancora alla struttura della spesa pubblica italiana. I comparti più ampi sono costituiti da welfare, sanità ed istruzione. Il servizio del debito pubblico non ha una portata decisiva mentre le spese per gli organi esecutivi e legislativi appaiono percentualmente di modesta importanza.

Spesa pubblica 2010, in percentuale del PIL, classificazione COFOG


Fonte: elaborazioni Dipartimento di Ingegneria Gestionale, Politecnico di Milano, per Civicum , su dati EUROSTAT; data di estrazione 07.01.2013

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Economia/2013/01/12/pop_spesa-pubblica-2010.shtml



Spesa pubblica procapite - Italia (2010)

Fonte: elaborazioni Dipartimento di Ingegneria Gestionale, Politecnico di Milano, per Civicum , su dati EUROSTAT; data di estrazione 07.01.2013
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Economia/2013/01/12/pop_spesa-pubblica-procapite-2010.shtml



Entrate pubbliche - Italia (2010)


Fonte: elaborazioni Dipartimento di Ingegneria Gestionale, Politecnico di Milano, per Civicum, su dati Conto Economico delle AP

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Economia/2013/01/12/pop_entrate-pubbliche-2010.shtml


Roberto Perotti su Il Sole 24 Ore del 10 gennaio 2013 ha scritto:

"Tutti vogliono ridurre le tasse, almeno sui ceti medi e bassi. Ci sono parecchi modi per farlo".
"Il secondo metodo è aumentare le tasse sui ricchi. Purtroppo i conti non tornano: qualsiasi ragionevole definizione di "ricco" si adotti, e qualsiasi aumento ragionevole di aliquota si ipotizzi, il ricavato non sarà sufficiente per ridurre significativamente e in modo duraturo le tasse sui ceti medio e basso. Il terzo metodo è combattere l'evasione. Ma anche qui purtroppo i conti non tornano: la lotta all'evasione, se funziona, porta risultati tangibili solo dopo molto tempo, per via del contenzioso infinito che genera.
Il quarto metodo è ridurre la spesa pubblica. Per ridurre la pressione fiscale di cinque punti percentuali del Pil in cinque anni, e assumendo una crescita reale dell'1% annuo, bisogna ridurre la spesa di circa 70 miliardi ai prezzi attuali".

"Sgombriamo il campo da un equivoco. Vendere immobili e partecipazioni pubbliche va fatto, ma non è una soluzione al problema delle tasse. Se lo stato vende la propria partecipazione in Enel, e usa il ricavato per ridurre il debito lordo, la spesa pubblica primaria e le tasse sui cittadini non cambiano: a minori spese per interessi corrispondono minori introiti da dividendi e tasse sui profitti Enel. Se invece usa il ricavato della dismissione per ridurre una tantum le tasse sui cittadini, qualche altra tassa dovrà aumentare permanentemente per compensare la riduzione degli introiti da dividendi e da tasse sui profitti Enel".

Dal lato della spesa non si può non porre mano alla ristrutturazione di settori delicatissimi. Bisogna che welfare, sanità ed istruzione pesino meno e funzionino meglio. Disciplina pubblica e ricorso a strumenti privati devono caratterizzare uno stato sociale che fornisca servizi gratuiti soltanto agli indigenti. 
Mentre dal lato delle entrate occorre rivolgersi agli elettori con grande chiarezza: patrimoniali comunque modulate, alienazione dell'attivo pubblico, lotta all'evasione ed accentuazione della progressività del sistema fiscale non risolveranno il problema del suo peso insostenibile per una economia chiamata a fronteggiare i pressanti problemi posti dalla globalizzazione.
Solo uno stato più snello, leggero e circoscritto può pesare meno sulle imprese, sui lavoratori e sui consumatori, ritornando a  garantire i presupposti di uno sviluppo durevole ed equilibrato.

giovedì 10 gennaio 2013

Italia. La palude tra ricchezza privata e debito pubblico.


http://www.corriere.it/Primo_Piano/Economia/Corriereconomia/2012/10/16/pop_confronto-sorprendente.shtml


Secondo uno dei mantra più ripetuti nel dibattito pubblico italiano la situazione socio-economica del paese non deve destare grande preoccupazione perchè a fronte di un imponente debito pubblico esiste una notevolissima ricchezza privata.

"Il debito pubblico di tedeschi e americani è uguale al nostro. Impossibile? Eppure è vero. Basta metterlo in rapporto con la ricchezza delle famiglie al netto delle passività: Stati Uniti (23,3%), Italia (22,3%) e Germania (22,2%) sono praticamente allo stesso livello (vedi grafico). E questo accade perché, nonostante i guai, la stanchezza, la non crescita le famiglie italiane sono ancora tra le più ricche del mondo" (Giuditta Marvelli sul Corriere della Sera del 16 ottobre 2012).

Non si dimentichi però che la ricchezza privata diventa risorsa pubblica solo se acquisita all'erario con l'imposizione fiscale, in Italia già altissima. E che il risparmio contribuisce ad allargare la base imponibile, in una economia sana, attraverso l'investimento privato, reso conveniente da una cornice normativa e una struttura produttiva adeguate.

Ricchezza privata e debito pubblico sono nel contempo divisi e connessi dalla palude di norme, consuetudini, vizi, ritardi e inefficienza che contraddistingue la via italiana alla modernità. Il ricorso a narrazioni suggestive e consolatorie non giova al paese, che ha invece bisogno di coraggiose e lungimiranti riforme strutturali, dirette a consentire un efficace e determinante contributo del riparmio privato, espressamente tutelato dalla Costituzione  (art. 47), alla crescita economica e al progresso civile.





mercoledì 2 gennaio 2013

Capitalismo clientelare, crony capitalism.






Il capitalismo e il libero mercato piacciono meno, anche dove più erano visti favorevolmente dall'opinione pubblica. "Il sostegno popolare era fondato sul fatto che i benefici di questo sistema erano diffusi all'interno della società americana e sulla convinzione che il sistema fosse sostanzialmente equo. Purtroppo... questi due punti di forza hanno cominciato ad affievolirsi. La riduzione del tasso di crescita economica e della mobilità sociale hanno minato l'immagine del libero mercato come grande motore di benessere per tutti" (Luigi ZINGALES, Manifesto capitalista, 2012, pp. 24 e 25).
Una delle maggiori cause di questo crollo di consenso ed ancor prima di efficienza è la trasformazione dello stesso sistema, che sempre più ha assunto i tratti del cosiddetto capitalismo clientelare o crony capitalism. In questo il successo negli affari dipende dalle relazioni tra operatori economici e funzionari pubblici. La parte del PIL controllata dai governi è sempre maggiore. Sono ormai sussidi, incentivi, appalti, autorizzazioni e licenze, assegnati  spesso discrezionalmente dalle agenzie pubbliche, a determinare la fortuna e la semplice sopravvivenza di imprese e manager.
Le relazioni personali, le conoscenze, prevalgono sulla conoscenza, sul merito, sulle capacità personali. La mobilità sociale è frenata, l'allocazione delle risorse è distorta, la crescita economica risulta ridotta o bloccata e comunque incapace di distribuire i suoi benefici effetti in un modo considerato equo dai più.
Per uno dei tanti paradossi che segnano la storia l'insostenibilità e l'inefficienza di questa forma perversa di capitalismo sono state rese evidenti soprattutto dalla globalizzazione. Proprio dalle nuove potenze economiche, dove il capitalismo clientelare connota pesantemente uno sviluppo impetuoso caratterizzato da colossali esternalità negative, è praticata una concorrenza idonea a stressare in profondità le economie dei paesi dalla più antica e avanzata capacità produttiva.
Queste nuove potenze economiche conoscono una crescita imponente nonostante il capitalismo clientelare, non grazie ad esso. Sono finora prevalsi fattori politici, sociali e culturali capaci di compensare tali tratti del modello di sviluppo. Il ruolo delle nuove potenze è decisivo. Le economie delle democrazie occidentali sono schiacciate tra il martello da esse costituito e l'incudine rappresentata da uno stato sociale insostenibile e da un "welfare delle imprese" che anziché promuovere frena la crescita.
Occorre una nuova consapevolezza che conduca ad una graduale ma efficace riforma dei sistemi occidentali. Uno stato sociale più snello diretto a sostenere i più deboli e una cornice normativa che riduca l'intervento pubblico discrezionale in economia, valorizzando regole caratterizzate il più possibile da generalità e semplicità ed abbattendo sussidi ed incentivi, possono consentire di ridurre la pressione fiscale e ritrovare il dinamismo perduto.

venerdì 28 dicembre 2012

Troppo stato, troppe imposte.



Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 27 dicembre 2012  espongono alcune importanti considerazioni  sulla cosiddetta Agenda Monti, ritornando su un tema fondamentale: la struttura e la sostenibilità del welfare italiano.

"Per diminuire in modo significativo la spesa pubblica, e quindi consentire una flessione altrettanto rilevante della pressione fiscale, è necessario ridurre lo spazio che lo Stato occupa nella società, cioè spostare il confine fra attività svolte dallo Stato e dai privati. Limitarsi a razionalizzare la spesa all'interno dei confini oggi tracciati (la cosiddetta spending review) non basta. Nel 2012 il governo ha tagliato 12 miliardi di euro; altri 12 miliardi di risparmi sono previsti dalla legge di Stabilità per il 2013. Troppo poco per ridurre la pressione fiscale. Abbassare la spesa al livello della Germania (di quattro punti inferiore alla nostra) richiederebbe tagli per 65 miliardi. Per riportarla al livello degli anni Settanta (quando la nostra pressione fiscale era al 33 per cento), si dovrebbero eliminare spese per 244 miliardi".

"C'è poi un problema di finanziamento della spesa sanitaria. Come abbiamo ripetuto più volte, non possiamo più permetterci di fornire servizi sanitari gratuiti a tutti senza distinzione di reddito. Che senso ha tassare metà del reddito delle fasce più alte per poi restituire loro servizi gratuiti? Meglio che li paghino, e contemporaneamente che le loro aliquote vengano ridotte".

"Oggi l'università è pubblica e funziona male. È finanziata da tutti i contribuenti, ma frequentata soprattutto dai più ricchi. È un sistema che trasferisce (con grandi sprechi) reddito dai poveri ai ricchi. Perché non far pagare le rette universitarie in modo meno regressivo?".

"Con un debito al 126 per cento del reddito nazionale e una pressione fiscale tra le più alte al mondo non si può sfuggire al problema di ridisegnare i confini fra Stato e privati. Illudersi che sia sufficiente "riqualificare la spesa" con la spending review rischia di nascondere agli italiani la gravità del problema".

E' noto da tempo il legame tra struttura del welfare e crescita economica. In Italia, nel 2004,  sempre sul Corriere della Sera, il professor Maurizio Ferrera, con riferimento ai paesi asiatici allora emergenti, rilevò che:

"Se è vero che il fiume dello sviluppo economico porterà il welfare state anche in Asia, non è detto però che si tratti di un welfare all' europea. Non è detto, in altre parole, che le economie asiatiche vedano in futuro esaurirsi il proprio vantaggio comparativo sotto questo profilo. Ciò che sta emergendo in Corea, Taiwan e Singapore è un sistema diverso dal nostro, molto più strettamente integrato con il mercato, tanto che la letteratura specialistica ha coniato il nuovo termine di "welfare state produttivistico". Tre sono gli ingredienti principali di questo modello: priorità all' istruzione e alla formazione; regolazione pubblica (ad esempio, obbligo di assicurazione medica o previdenziale), ma fornitura di prestazioni da parte di soggetti privati, tramite i canali del mercato; copertura gratuita solo per i più poveri".

Eppure, nonostante i ripetuti interventi di Alesina e Giavazzi, nel nostro paese stenta a decollare un dibattito pubblico su questi problemi di vitale importanza. Quali sono le ragioni di questo disinteresse? Quelle proposte dai due autorevoli economisti sono misure impopolari. Il ceto medio non intende assumersi la responsabilità di se stesso, non intende partecipare a una scommessa su un futuro che vede troppo lontano e indistinto. I politici non vogliono perdere consensi in questo settore decisivo dell'elettorato. Gli intellettuali, giornalisti compresi, si accodano ai loro referenti politici ed evitano di irritare un uditorio che mostra di preferire le illusioni alle analisi dirette a rappresentare la complessità e l'inadeguatezza del paese reale.
Occorre un'ampia, sincera e coraggiosa discussione pubblica che stimoli nell'elettorato una riflessione attenta e aperta. Purtroppo la propaganda elettorale sembra ancora in larga misura volta a suggestionare e a cercare facile consenso.

venerdì 21 dicembre 2012

Italia e Germania.




Sul Corriere della Sera del 19 dicembre 2012 una lunga intervista al ministro degli esteri tedesco Westerwelle, realizzata da Paolo Lepri.

"Sono assolutamente sicuro che la grande maggioranza degli italiani sa che la Germania non è responsabile dei problemi dell'Italia e del suo elevato debito pubblico. Noi tedeschi non vogliamo diventare il capro espiatorio per le omissioni dei responsabili italiani del passato. Non vogliamo nemmeno che l'Europa diventi il parafulmine per una campagna elettorale populista".

"Chi vuole ridurre la disoccupazione, e in particolar modo la disoccupazione giovanile, deve difendere la causa delle riforme e di una maggiore competitività. Oggi anche una politica sociale responsabile è una politica di riforme, capace di creare opportunità per tutti, e in particolare per i giovani. Con nuovi debiti, con nuove instabilità, non si creano posti di lavoro".

"Noi abbiamo preso la dura e difficile strada delle riforme. Abbiamo investito nell'educazione, nella scienza e nella ricerca, abbiamo accresciuto la nostra competitività, abbiamo ridotto il debito pubblico e siamo oggi al livello migliore da quando è stata realizzata l'Unità tedesca. Il nostro tasso di disoccupazione giovanile è il più basso di tutta Europa".

"La nostra politica per sconfiggere la crisi del debito non si limita infatti ai soli risparmi, ma poggia su tre pilastri: disciplina di bilancio con meno debiti, solidarietà - poiché gli europei sono uniti da un destino comune - e crescita. Ma per noi è chiaro che la crescita non si realizza con nuovi debiti, bensì con maggiore competitività".

"Potremo affermare il nostro modello di vita europeo di fronte alle nuove centrali del potere, come la Cina, soltanto se ci uniamo strettamente. In Europa si parla spesso di differenze di mentalità tra Est e Ovest, tra Nord e Sud. Soltanto quando siamo lontani - in Cina, India, Africa, America Latina - ci rendiamo conto del fatto che siamo una unica comunità culturale. C'è una "way of life" europea. Da noi non conta solo la collettività, ma l'individuo. La dignità umana è al centro della politica europea".

 I governanti tedeschi indicano sempre alla politica nell'epoca della globalizzazione i medesimi obiettivi, in larga misura interdipendenti: un welfare sostenibile, disciplina di bilancio con meno debiti, crescita conseguita con maggiore competitività e innovazione produttiva, integrazione europea, affermazione del modello di vita europeo nella competizione globale tra sistemi. Si tratta di una visione notevole per lucidità e lungimiranza, che non si può non condividere. Ernesto Galli della Loggia ha scritto:

"Pur con molti tratti particolari, l'Italia che nel 1914 si affacciava alla modernità era tutto sommato - nel suo impianto civile, amministrativo e di governo, nei suoi ideali - un paese molto simile agli altri della parte d'Europa che era la sua. Anche perchè, essendo arrivato all'Unità quasi spoglio di tradizioni e di un passato statale significativo, esso aveva dovuto prendere a prestito da altri paesi e trapiantarli in casa propria istituzioni, leggi, modelli organizzativi".
"... avevamo "copiato" da Francia e Germania soprattutto: e ci era riuscito senza troppe difficoltà".
"Dopo il primo conflitto mondiale, invece, inizia un'esperienza novecentesca che sempre più farà dell'Italia un paese con caratteristiche proprie e distinte" (Tre giorni nella storia d' Italia, 2010, pp. 8-11).

L'Italia giolittiana assunse come modelli di inclusione politico-sociale Francia e Inghilterra: il grande statista piemontese cercò di attuare la democrazia liberale italiana e di estenderne i diritti e le opportunità a settori sempre più ampi della popolazione. Ma il modello di sviluppo economico di riferimento fu la Germania. Giolitti avversò il suo militarismo, non amò la sua filosofia, ma conservò una profonda ammirazione per l'efficienza della sua pubblica amministrazione, la laboriosità del suo popolo e la capacità dei suoi imprenditori.
Dopo due sanguinose guerre mondiali il militarismo ed il nazionalismo tedesco sono stati sconfitti, annichiliti. La nuova Germania democratica è consapevole delle responsabilità tedesche e da alcuni decenni propone un modello che, nell'Occidente alla deriva, ha mostrato di rispondere meglio di altri alle sfide poste dalla globalizzazione.
Ancora una volta l'Italia che arranca sulla via della modernizzazione, con un ampio divario di competitività da colmare, ha bisogno di adottare un coraggioso approccio comparativo. In questa prospettiva deve guardare alla Germania, esempio da imitare, non alibi per fallimenti e inadeguatezze inescusabili.




venerdì 14 dicembre 2012

Lo smottamento dei ceti medi italiani.




Il 46° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2012 del CENSIS mette in evidenza lo smottamento del ceto medio italiano. Dario Di Vico sul Corriere della Sera dell'8 dicembre 2012 ha scritto:

"Il ceto medio che a spanne rappresenta il 60% delle famiglie sta subendo un netto declassamento, retrocede. I suoi redditi si contraggono, la ricchezza posseduta diminuisce, il posto di lavoro salta. Sotto i colpi della crisi la società, dunque, subisce un profondo mutamento".

"Il fenomeno, almeno per una volta, non è unicamente italiano ma attraversa tutti i Paesi sviluppati...".

"Per onestà va aggiunto che da noi è più bassa che altrove la mobilità sociale e il turnover generazionale più difficile. L'ascensore italiano viaggia al contrario e cresce quantitativamente la parte inferiore del ceto medio, ingrossata dalle famiglie straniere e dal vertiginoso incremento del numero dei singoli. La percentuale di connazionali che vive in «tipologie di famiglie non tradizionali» in meno di venti anni è cresciuta dal 7,6 al 17,3%".

Come sottolineato da Di Vico si tratta di un aspetto fondamentale della crisi che colpisce tutta l'Europa e gli Stati Uniti d' America. Ma il ceto medio italiano mostra, insieme a risorse già note, derivanti da una precedente inclinazione al risparmio e da una certa maggior solidità delle famiglie, anche fragilità peculiari determinate dalla sua origine e connesse a quelle del sistema paese.
In Italia il passaggio dalla società agricola a quella industriale è avvenuto in ritardo e rapidamente, quando il livello culturale della popolazione era ancora complessivamente molto basso: "prima del '14 si contava, in media, ancora il 40 per cento di analfabeti, cifra che nell'Italia meridionale e insulare arrivava al valore spaventoso del 60 per cento circa" (Ernesto GALLI DELLA LOGGIA, Tre giorni nella storia d'Italia, 2010, pp. 31 e 32). Nel Secondo dopoguerra certamente, alle soglie del "boom" economico, questo divario culturale rispetto alle società occidentali più avanzate rimaneva ampio e dagli effetti rilevanti.
Particolarmente importanti sono poi alcuni tratti del processo formativo del nostro ceto medio. Esso si è sviluppato in una economia assai più chiusa e protetta di quella attuale, caratterizzata da una forte presenza/ingerenza della politica. "Per tutta la durata della Prima Repubblica, attraverso il sistema delle partecipazioni statali, la politica, nel nostro paese, era stata la proprietaria diretta di oltre un terzo dell' economia" (E. GALLI DELLA LOGGIA, op. cit, pp. 108 e 109).
Occorre inoltre segnalare un altro fattore decisivo: il sistema italiano "da un certo punto in poi, diciamo dalla fine degli anni Sessanta, comincia ad abituarsi a spendere sempre di più grazie a una spesa pubblica ormai senza freni". Viene ampliata "la sfera dei diritti di cittadinanza costruendo un generoso sistema di welfare. E' precisamente la costruzione di  questo welfare - non sufficientemente finanziata da entrate fiscali che registrano un'altissima incidenza dell' evasione - a portare rapidamente a un'impennata inaudita delle spese dello Stato e quindi a una vera e propria esplosione del debito pubblico. In quindici anni, dal 1974 al 1980, il debito pubblico italiano si moltiplica di oltre cinque volte..." (E. GALLI DELLA LOGGIA, op. cit, pp. 109 - 111).
Il ceto medio giunge dunque alla presente crisi complessivamente privo di una genuina visione liberale, disabituato alla competizione regolata e, nell'ambito del welfare, a una generale ed effettiva applicazione del principio di sussidiarietà. Si trova quindi in larga misura disarmato culturalmente di fronte a una crisi determinata dalla nuova competizione globalizzata e dall'insostenibilità finanziaria dello stato sociale non strutturato secondo il principio di sussidiarietà.
Si tratta di una nuova normalità che impone l'adozione di misure coraggiose e lungimiranti. Il paese deve recuperare competitività riformando il welfare mediante una piena applicazione del citato principio di sussidiarietà, ridisegnando i confini del settore pubblico, diminuendo la pressione fiscale, abbassando il costo dell'energia, ponendo la scuola e la giustizia al servizio dei cittadini e delle imprese, snellendo la burocrazia, favorendo gli investimenti privati, lottando contro la corruzione e la criminalità organizzata.
Ma il ceto medio deve riposizionarsi per cogliere ogni occasione favorevole, indirizzare i giovani a una formazione scolastica tecnico-scientifica, meglio spendibile sul mercato del lavoro, accettare un nuovo welfare che non dia tutto a tutti ma si occupi di chi non ce la fa da solo, comprendere i vantaggi di una competizione regolata che consenta di premiare il merito e di ripristinare una sufficiente mobilità sociale, pretendendo una contestuale riduzione della pressione fiscale. 
Occorre insomma respingere l'illusione che possano esistere pasti gratis e resistere alla tentazione di sfasciare tutto per prendere pericolose scorciatoie . Il ceto medio italiano, denunciando l'inadeguatezza delle èlite, deve assumersi la responsabilità di sé e del proprio paese. Ma ha spalle sufficientemente robuste?                               

venerdì 7 dicembre 2012

La Cina dopo il XVIII congresso del Partito comunista.



Dagli analisti dello IAI Istituto Affari Internazionali alcune accurate analisi della politica, della società e dell'economia cinesi (pdf).
Il XVIII congresso del Partito comunista cinese ha espresso una chiara linea: mantenere la stabilità. Il processo di selezione delle massime cariche del partito è ormai altamente istituzionalizzato e tende a favorire i conformisti, anche per effetto della perdurante, penetrante influenza dei leader anziani. La democrazia intra-partito continua a non trovare attuazione, mentre tra i vincitori del congresso si rileva la presenza preponderante di "principi rossi", figli di importanti esponenti del partito durante la rivoluzione che condusse alla presa del potere. 
"Questi privilegiati discendenti della prima generazione di leader della Rpc sono oggi individui assai potenti: detentori di considerevole capitale simbolico, politico e finanziario, essi occupano posizioni-chiave in campi che vanno dall’economia nazionale alle forze armate. La loro reputazione è spesso macchiata dalla fama di nepotismo, clientelismo, disprezzo per le leggi, oltre che dalla brama di potere e di vantaggi economici che hanno consentito loro di accumulare immense fortune" (Maurizio Marinelli). 
Il nuovo segretario generale del partito Xi Jinping e la nuova dirigenza collettiva tenteranno di conservare al partito una supremazia supportata da sufficiente consenso. Per conseguire questo obiettivo dovranno superare gli ostacoli rappresentati dalla progressiva erosione dei pilastri ideologici del regime - economia socialista, materialismo dialettico, narrazione storica -, dall'impossibilità di fatto di controllare l'informazione, dal rallentamento della crescita unito alle sempre più accentuate disuguaglianze di reddito e di condizione sociale.
La situazione economica cinese pare in via di stabilizzazione, anche se i ritmi di crescita pre-crisi sono ancora lontani. Aumenta il reddito procapite, particolarmente della popolazione rurale. Il moderato incremento dei consumi interni non compensa il calo delle esportazioni e degli investimenti. Il governo ha attuato una politica di stimolo contenuta e consentito una stretta creditizia che sembrano dirette al perseguimento di uno sviluppo economico sostenibile nel lungo periodo.
Si prevede una sostanziale continuità con il passato nei rapporti con gli USA, anche se pesano la diversità istituzionale e il tentativo di distrarre dai problemi economici la popolazione cinese ravvivando i già diffusi sentimenti nazionalisti. Da segnalare l'esame dei rapporti tra Cina ed Australia e delle norme cinesi in materia di proprietà intellettuale, che destano la preoccupazione dei paesi occidentali non tanto per aspetti sostanziali ma per l'insufficiente attuazione. Degne di attenta riflessione pure le considerazioni sull'agenzia di rating cinese Dagong, che ha giudicato anche il debito sovrano italiano a lungo termine, declassandone il rating al livello BBB dal precedente A-.

giovedì 29 novembre 2012

Le Forze Armate italiane tra velleità e tagli.




Non si placano le polemiche sull'acquisto dei caccia F-35. Le tormentate vicende dell'acquisizione contribuiscono a rinfocolarle. La cronaca offre spunti per una riflessione di largo respiro sulle prospettive dello strumento militare italiano. Gary J. Schmitt ha esaminato gli obiettivi e le risorse delle  Forze Armate italiane per l'American Enterprise Institute.  L'Italia, rileva Schmitt, ancora nel 2011 era l'ottava economia del mondo, con una popolazione e un PIL paragonabili a quelli di Regno Unito e Francia. Ma, ormai tradizionalmente, la spesa pro-capite italiana per la difesa è sensibilmente inferiore a quella dei due alleati europei. Dal 2007 le risorse per la formazione e la modernizzazione sono diminuite di oltre il 40% e 30%, rispettivamente.
I tagli imposti dalla preoccupante condizione della finanza pubblica comportano non solo la riduzione degli organici ma anche il ridimensionamento dei principali investimenti già pianificati. Così l'Esercito avrà meno carri armati e artiglieria, la Marina meno fregate FREMM e sommergibili di ultima generazione, l'Aviazione, appunto, meno caccia. Mentre i compiti del nostro apparato militare restano gravosi, le risorse sono ridotte all'osso.
Ciononostante molti si scandalizzano per l'ammontare delle spese per nuovi armamenti. Si propongono altre destinazioni, certo più attraenti ad uno sguardo superficiale. Si grida allo spreco. Ma se continuiamo a ritenere necessario che il paese disponga di Forze Armate, allora dobbiamo destinare una parte adeguata delle risorse pubbliche al mantenimento della loro efficienza. Come ha efficacemente rilevato il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola "La sicurezza è un bene condiviso la cui responsabilità è di tutti. Un Paese come l'Italia non può sottrarsi a questo dovere. Le Forze armate possono essere più piccole ma non meno efficienti. Altrimenti si fa prima a chiuderle".
E' evidente che, in quest'ambito, il massimo sperpero del denaro pubblico si ha conservando uno strumento militare comunque assai costoso eppure privato delle risorse indispensabili per il conseguimento dei suoi scopi istituzionali. Senza dimenticare che "La credibilità della forza militare dipende... oltre che dai mezzi di cui essa dispone, dagli uomini che la costituiscono, dalla chiarezza e fermezza politica di chi la governa e dalla solidità del consenso del quale potere politico e Forze Armate possono godere all'interno del Paese" (Piero OSTELLINO, Luigi CALIGARIS, I nuovi militari - Una radiografia delle Forze Armate Italiane, 1983, p. 33).
Purtroppo pare che trovare "chiarezza e fermezza politica" e ottenere "solidità del consenso" sia ancora più difficile che reperire soldi per le Forze Armate.

giovedì 22 novembre 2012

L' esplosione.



In un editoriale sul Corriere della Sera del 20 novembre 2012 il professor Giovanni Sartori, con la franchezza che la fama, l'autorevolezza e l'età gli consentono, denuncia la situazione potenzialmente esplosiva in cui versa la società italiana.

"Se manca il lavoro, chi deve rimediare? Sembra ovvio: lo Stato. Ma lo Stato è già, di per sé, un colossale datore di lavoro. È anche, purtroppo, un cattivo datore di lavoro che spende male, che spende troppo e che, almeno da noi, è intriso di corruzione mafiosa e privata. Anche così è bene che l'opinione pubblica si renda conto della mole di spese che lo Stato deve oggi affrontare".

"Come si vede, lo Stato di costi e di incombenze ne ha. E quando ha pagato gli interessi sui suoi sprovveduti debiti si ritrova senza un copeco in cassa".

"Come si vede, lo Stato ha già di per sé moltissimo da fare e da spendere. Ed è bene che si fermi nell'ambito che ho appena ricordato e che lasci libera la massa di persone che sono o che dovrebbero essere addette alla produzione di beni, nonché dei servizi non serviti dallo Stato".

"...tutte le insurrezioni, tutte le rivolte, presuppongono uno stato di privazione relativa nel quale chi teme una ricaduta nella miseria si ribella. Che poi le ribellioni risolvano i problemi non è detto. Ma intanto avvengono, e non possono essere ignorate".

"In questa situazione una società libera rischia di esplodere e di sfasciarsi".

Questo stato grosso, non grande, è incapace di fronteggiare i gravi problemi che assillano i suoi cittadini, soprattutto più giovani. Tale grosso apparato pubblico spende oggi in Italia 800 miliardi, più della metà del PIL, svolge male i suoi compiti essenziali e soffoca con il suo peso l'impresa ed il lavoro. Da molti decenni è violato il principio fondamentale il cui rispetto rende sostenibile ed efficiente la pubblica amministrazione, quello di sussidiarietà: il potere pubblico deve svolgere soltanto le attività che i privati in forma individuale o associata non riescono a compiere, deve assistere solo chi non può soddisfare da sé i propri bisogni fondamentali.
Questo principio si trova già abbozzato ne La ricchezza delle nazioni di Adam Smith, uno dei grandi precursori del liberalismo:

 " Al primo dovere del sovrano, quello di proteggere la società dalla violenza e dall'aggressione di altre società indipendenti, si può adempiere solo per mezzo di una forza militare."

"Il secondo dovere del sovrano, quello di proteggere, per quanto possibile, ogni membro della società dall'ingiustizia e dall'oppressione di ogni altro membro della società stessa, cioè il dovere di instaurare un'esatta amministrazione della giustizia".

"Il terzo e ultimo dovere del sovrano o della repubblica è quello di erigere e conservare quelle pubbliche istituzioni e quelle opere pubbliche che, per quanto estremamente utili a una grande società, sono però di natura tale che il profitto non potrebbe mai rimborsarne la spesa a un individuo o a un piccolo numero di individui, sicché non ci si può aspettare che un individuo o un piccolo numero di individui possa erigerle o conservarle...opere e istituzioni di questo genere sono principalmente quelle per facilitare il commercio della società e quelle per promuovere l'istruzione della popolazione" (op. cit., Libro quinto).

Mafia, corruzione e sperpero del denaro pubblico hanno moltiplicato le conseguenze di vizi  strutturali comuni a molte altre società occidentali. Mentre la globalizzazione e la competizione con le turbo economie delle nuove potenze precludono il ricorso a misure graduali. Come ha rilevato Sartori, lo sfascio e la deflagrazione diventano prospettive concrete. Sono indispensabili incisive riforme strutturali che restituiscano al sistema sostenibilità e competitività. Ma se gli individui non riescono a recuperare pazienza, buon senso, autocontrollo e responsabilità tutto può essere perduto. 

giovedì 15 novembre 2012

Egemonia culturale e mutamento politico.


Il tentativo di influire sul corso della storia conseguendo l'egemonia culturale non rappresenta certo una novità. Nella Francia del Diciottesimo secolo la battaglia culturale e l'offensiva filosofica condotte dai philosophes e dai club prepararono la Rivoluzione:

"...se l'inizio e le modalità della Rivoluzione molto devono alle circostanze, ossia all'accidentale, mai peraltro un movimento di idee di tale ampiezza e così perfettamente convergenti ha voluto e preparato trasformazioni politiche e sociali come quelle del 1789" (Francois FURET e Denis RICHET, La Rivoluzione francese, 1998, tomo primo, p. 63).




Due secoli dopo il movimento comunista internazionale, guidato dai Sovietici, organizzò un'imponente macchina propagandistica diretta ad influenzare l'opinione pubblica occidentale. Il principale artefice di questa operazione fu Willi Munzenberg:

"Willi era l'eminenza grigia e l'organizzatore invisibile della crociata mondiale antifascista. Era fuggito dalla Germania la notte dell'incendio, aveva stabilito il suo quartier generale a Parigi e iniziato la sua campagna, un evento unico nella storia della propaganda.
Per prima cosa, fondò il "comitato mondiale di soccorso per le vittime del fascismo tedesco", con sezioni in tutta l'Europa e l'America. Veniva presentato come un'organizzazione umanitaria, e aveva in ogni paese una commissione di persone altamente rispettabili, da duchesse inglesi a opinionisti americani e eruditi francesi, che non avevano mai sentito il nome di Munzenberg e pensavano che il Comintern fosse uno spauracchio inventato dal dottor Goebbels.
Questo comitato mondiale, con la sua galassia di celebrità internazionali, divenne il fulcro della crociata. Ci si prendeva grande cura che nessun comunista - a parte pochi nomi di fama internazionale...- fosse pubblicamente collegato con il comitato. Ma il segretariato parigino che gestiva il comitato era un gruppo puramente comunista, capeggiato da Munzenberg, e controllato dal Comintern" (Arthur KOESTLER, La scrittura invisibile, 1991, pp. 227 e 228).
Durante la Guerra fredda i governi delle grandi democrazie occidentali cercarono di ottenere un maggior consenso tra gli intellettuali e favorirono la diffusione delle idee di libertà. Un tentativo in questa direzione, ad altissimo livello, può essere considerata la Mont Pelerin Society, fondata da Hayek, di cui furono membri intellettuali eminenti come Karl Popper e il secondo presidente della Repubblica italiana Luigi Einaudi.
In questa gigantesca competizione per la supremazia culturale ed ideologica prevalse largamente la sinistra. Prese atto della sconfitta lo stesso Popper che il 31 maggio 1970 in una lettera "confidenziale" a Lord Coleraine scrisse:

"Per motivi a me del tutto ignoti, la propaganda di sinistra ha ottenuto una vittoria in quasi tutti i Paesi occidentali che può essere definita solo come completa. Sembra che essi si siano accaparrato il monopolio nel controllo di tutti i "mass-media" (la loro orribile terminologia). Come ciò possa essere accaduto non so... Il vero problema è che nessuno sembra essersi reso conto di ciò che è accaduto: quale tipo di vittoria sia stata conseguita dalla sinistra; neppure gli stessi vincitori ritengono, o si rendono conto, che, per quanto riguarda i mezzi di propaganda, essi sono già diventati la "Classe dirigente"" (Karl POPPER, Dopo La società aperta, 2009, p. 386).

Uscito di scena l'imponente movimento diretto dai Sovietici, certi metodi e inclinazioni rivivono in una vasta e disomogenea area liberal, radicale e antagonista, che oggi trova nella rete spazi e strumenti fino a pochi decenni fa inimmaginabili. Anche nelle migliori componenti di tale area si coglie qualcosa della vecchia e inossidabile aspirazione all'egemonia, perseguita con metodo.

Paolo Mastrolilli su La Stampa del 13 novembre 2012 ha scritto:

"Il giornalismo ha un futuro? Sempre di più, secondo il principale consigliere del presidente Obama, David Axelrod. Lui, infatti, da ora in poi si dedicherà alla formazione di candidati, manager delle campagne elettorali, e giovani giornalisti, determinati a dare il loro contributo alla società occupandosi di politica".

"La dichiarazione di Axelrod, però, ha già acceso una polemica politica. Se è vero che il giornalismo di qualità resta essenziale, cosa ci fa un partigiano come lui ad insegnarlo? Per essere buona, l’informazione non dovrebbe essere oggettiva, obiettiva e neutrale per definizione? O forse l’ex cervello di Obama ha in mente la creazione di una scuola per il giornalismo di parte, finalizzato a fare propaganda per una certa categoria di idee? E’ un problema che preoccupa soprattutto i conservatori, che da decenni denunciano il “bias” favorevole alla sinistra dei media americani".

E' impossibile separare l'informazione dall'educazione, i fatti dalle opinioni, ma si deve considerare la verità come corrispondenza ai fatti un obiettivo da perseguire e da trasmettere alle nuove generazioni. Così Karl Popper, anche in una nota intervista televisiva.  Bisogna inoltre sottolineare l'asimmetricità dell'efficacia di questi  tentativi coordinati di sedurre i cuori e le menti. Essi possono validamente preparare la fine delle tradizioni e degli assetti osteggiati, ma quasi mai l'esito corrisponde alle speranze. A Voltaire e Rousseau seguì Napoleone, l'Unione Sovietica si sciolse, dopo il Sessantotto vennero Ronald Reagan e Margaret Thatcher.
Restano idee alla deriva nella storia, pronte per una nuova utilizzazione, slegate dall'intenzione di chi li ha prodotte. Le austere cattedrali romaniche della Valle Padana sono state costruite anche con i marmi tratti dalle città romane cadute in rovina. Una colonna trovata tra i ruderi di un anfiteatro può ora sostenere la copertura di una chiesa cristiana. Analogamente in molti nostri sogni e aspettative troviamo oggi elementi diffusi con metodica passione parecchi anni fa.


giovedì 8 novembre 2012

Obama o Merkel?


Gli elettori americani hanno scelto la continuità, conferendo a Obama un secondo mandato. Una decisione importante non solo per gli Stati Uniti. Gianni Riotta su La Stampa del 7 novembre 2012 ha scritto:
"La divisione profonda che il nuovo Presidente dovrà affrontare non è colpa dei media, vecchi o nuovi che siano. Scaturisce da interessi diversi, culture opposte, desideri inconciliabili. I repubblicani che mandano i figli a scuola privata, si curano con assicurazioni sanitarie private, vivono in «gated community» dove si entra solo mostrando i documenti e pagano la propria pensione autonoma, trovano ingiusto pagare le tasse,  perché non hanno più dallo Stato servizi sociali comuni. I democratici che vivono di questi servizi, dalla scuola alla sanità alla pensione, temono ogni taglio alla spesa. L’esercito professionale è raro ponte tra le due comunità, i repubblicani presenti con le famiglie tradizionali del Sud, i democratici con i figli delle minoranze povere e urbane. 
Le due coalizioni che si sono scontrate ieri non potrebbero essere più diverse, con Romney maschi bianchi sia ricchi che lavoratori, il ceto medio, Wall Street, l’America rurale, le piccole e medie imprese; con Obama le metropoli delle due coste, i tecnocrati del digitale, le minoranze dagli afroamericani agli ispanici, gli intellettuali e Hollywood, gli operai salvati dal piano auto, i sindacati di scuola e fabbrica. In mezzo le comunità incerte, cattolici, asiatici, anziani e pensionati, professionisti".

Come ben sottolinea Riotta determinanti si sono rivelati non solo gli "interessi diversi" ma anche le "culture opposte" e i "desideri inconciliabili".

Alberto Alesina, sul Corriere della Sera  dell'8 novembre 2012, ha scritto:
"Ed ecco, appunto, la terza strada di Obama: combinare i suoi legittimi desideri di uno Stato sociale relativamente generoso con la stabilità dei conti. Come farlo? Non facile, ma la ricetta è nota.
Concentrare la spesa sociale sui veri deboli e non con aiuti a pioggia; riformare la bomba a orologeria di Medicare; aggredire e non posporre il problema dei sistemi pensionistici pubblici disastrati; semplificare infine un sistema fiscale bizantino eliminando detrazioni e sgravi a questo o quel settore solo perché particolarmente ben rappresentato da qualche lobby.

Lo spazio c'è, come sostenevano gli economisti di Romney. Come europei, ciò di cui abbiamo bisogno non è di un'America che segua politiche che, nel tentativo di far salire di qualche frazione di punto la crescita per un paio d'anni, compromettano ancor di più la sua solidità fiscale. E per di più inondando il mondo di titoli di Stato Usa, per il momento ancora appetibili, ma non si sa per quanto. Abbiamo bisogno invece di un'America prudente, che guidi il mondo occidentale verso un'uscita dai postumi della crisi con politiche lungimiranti, che non spostino sulle generazioni future un costo fiscale esorbitante. Non vogliamo più un'America spendacciona che si fa finanziare dall'estero".




Romney ha perso non solo perchè sono ormai tanti i cittadini USA che hanno bisogno del sostegno pubblico, ma soprattutto perchè molti non dipendenti da tale sostegno, mossi da cultura e desideri, rifiutano di lasciare agli individui la responsabilità del proprio futuro personale

Dirigenti, intellettuali, insegnanti capaci, artisti, giovani non indigenti con una buona formazione scolastica, professionisti urbani, nuovi imprenditori della I. T., cittadini di origine latino-americana dotati di spirito di iniziativa, potevano scegliere tra un progetto di rilancio del paese imperniato su un welfare produttivistico e sostenibile, una pubblica amministrazione meno ampia e invadente, una ridotta pressione fiscale, un assetto giuridico che favorisca gli investimenti privati, e i velleitari, controproducenti e costosi programmi riproposti da Obama.
Questa volta lo hanno sostenuto. Ma non si tratta di un orientamento irreversibile.
Proprio questo settore della società americana fa la differenza. Ad esso deve essere indirizzato lo sforzo di chi vuole evitare il declino. Ancora una volta si rivelano decisive la battaglia culturale e l'attenzione per i giovani. Chi si rivolge ad essi nel modo sbagliato resta deluso.


Un'alternativa in sostanza analoga si presenta in Europa, anche se populismo e demagogia caratterizzano ormai pure importanti settori della destra. Qui l'alternativa alle costose illusioni di chi spera in una crescita finanziata con il prelievo fiscale e l'indebitamento pubblico è rappresentata dalla visione più volte delineata dalla cancelliera tedesca Merkel:

" L’Europa ha bisogno di più crescita e più occupazione: anche in futuro deve potersi affermare nella concorrenza mondiale. Io voglio che l’Europa, anche fra venti anni, sia apprezzata per il suo potenziale innovativo e per i suoi prodotti. Si tratta di come noi riusciremo ad affermarci in futuro nell’era della globalizzazione, e quindi a garantire anche in futuro il nostro benessere".

"Gli investitori di lungo periodo, che investono il denaro di tanta gente, vogliono sapere quale sarà la condizione dell’Europa fra venti anni. La Germania, con le sue trasformazioni demografiche, sarà ancora competitiva? Saremo aperti alle innovazioni?"

Quello auspicato da Merkel è uno sviluppo fondato sugli incrementi di produttività, su qualità e innovazione di prodotto, welfare sostenibile,  pressione fiscale contenuta, spesa pubblica sotto controllo,  pubblica amministrazione efficiente, scuola attenta alle esigenze del mercato del lavoro. La scelta è tra questo programma e le illusioni spacciate da quanti si rifiutano di richiamare alle proprie responsabilità chi non ha davvero bisogno del sostegno pubblico. Si tratta di politici, intellettuali e sindacalisti in cerca di un facile successo, a spese del paese, dei giovani, delle future generazioni.

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