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Laureato in giurisprudenza, cattolico e liberale, contro l'intolleranza, l'irrazionalismo, la sofferenza umana.

venerdì 8 agosto 2014

La persecuzione dei cristiani.




In un editoriale sul Corriere della Sera del 28 luglio 2014  Ernesto Galli della Loggia denuncia l'indifferenza dell'Occidente alla tragica persecuzione  dei cristiani che dilaga ormai in vaste regioni, così delineandone le ragioni:

"Da tempo essere e dirsi cristiani non solo non è più intellettualmente apprezzato, ma in molti ambienti è quasi giudicato non più accettabile. Il Cristianesimo non è per nulla «elegante», e spesso comporta a danno di chi lo pratica una sorta di tacita ma sostanziale messa al bando. L’atmosfera culturale dominante nelle società occidentali giudica come qualcosa di primitivo, al massimo un «placebo» per spiriti deboli, come qualcosa intimamente predisposto all’intolleranza e alla violenza, la religione in genere. In special modo le religioni monoteistiche. In teoria tutte, ma poi, in pratica, nel discorso pubblico diffuso, quasi soltanto il Cristianesimo e massimamente il Cattolicesimo, ad esclusione cioè del Giudaismo e dell’Islam: il primo per ovvie ragioni storico-morali legate (ma ancora per quanto tempo?) alla Shoah, il secondo semplicemente per paura. Sì, bisogna dirlo: per paura".

Resta da esaminare la reazione prevalente tra gli esponenti della Chiesa cattolica, lodevole in quanto dettata dal desiderio di non fornire ulteriori pretesti ai persecutori, ma criticabile sotto il profilo concettuale.

Non condivisibile è la convinzione che esista una sorta di essenza della religione verso la quale tutte le religioni esistenti devono convergere. Questa idea di religione sarebbe logicamente necessaria e segnata dal rigetto della violenza in nome di Dio e dai principi della fratellanza universale e della dignità umana. Si tratta di una convinzione teologicamente sbagliata e non corrispondente allo sviluppo storico del fenomeno religioso.
Il Dio cristiano é onnipotente. Non può essere pensato prigioniero di una astratta idea di divinità e di religione. Egli decide ciò che è bene e ciò che è male. Il cristiano conosce la divinità e la volontà di Dio grazie alla Rivelazione che si compie nel Cristo risorto. E la volontà di questo Dio padre amorevole è che l'adultera non sia lapidata dai suoi fratelli sempre peccatori. In altre religioni l'adultera deve essere lapidata.

Le profonde differenze tra le principali religioni monoteiste sono  state efficacemente sottolineate da due dei massimi precursori del liberalismo contemporaneo.

 Nella Democrazia in America Tocqueville individuò la portata storico-civile, sociale  e culturale del Cristianesimo, mettendo in evidenza proprio il suo stretto rapporto con la libertà:

"....nel Corano non solo dottrine religiose, ma anche massime politiche, leggi civili e criminali e teorie scientifiche. Il Vangelo, invece, parla solo dei rapporti generali degli uomini con Dio e fra loro. Al di fuori di questo non insegna nulla e non obbliga a credere nulla. Questo soltanto, fra mille altre ragioni, basta a mostrare che la prima di quelle due religioni non può dominare a lungo in tempi di civiltà e di democrazia, mentre la seconda è destinata a regnare anche in quei secoli come in tutti gli altri"(op. cit., Libro Terzo, Parte Prima, Capitolo Quinto).

Già Montesquieu, che lo stesso Tocqueville riconosceva come maestro, scrisse nel libro ventiquattresimo, capitoli terzo e quarto dello Spirito delle leggi:

"Per quanto riguarda il carattere della religione cristiana e quello della religione musulmana, si deve senz'altro abbracciare l'una e respingere l'altra: perchè per noi è molto più evidente che una religione debba addolcire i costumi degli uomini, di quanto non sia evidente che una religione è la vera".

"E' una sciagura per la natura umana che la religione sia data da un conquistatore. La religione maomettana, la quale non parla che di spada, influisce ancora sugli uomini con quello spirito distruttore che l'ha fondata".

"La religione cristiana è lontana dal dispotismo puro: infatti, essendo la mitezza tanto raccomandata nel Vangelo, essa si oppone alla collera dispotica con cui il principe si farebbe giustizia e metterebbe in pratica le sue crudeltà".

"...dobbiamo al cristianesimo, nel governo un certo diritto politico, e nella guerra un certo diritto delle genti, di cui l'umanità non potrebbe mai essere abbastanza riconoscente."

Infondata è poi la convinzione che un cattolico debba in ogni circostanza  condannare e rifiutare la guerra. Il tradizionale magistero della Chiesa cattolica ammette la "guerra giusta". Tale magistero è stato così riassunto da Benedetto XVI:

"Certamente la difesa del diritto può e deve, in alcune circostanze, far ricorso a una forza commisurata. Un pacifismo assoluto, che neghi al diritto l’uso di qualunque mezzo coercitivo, si risolverebbe in una capitolazione davanti all’iniquità, ne sanzionerebbe la presa del potere e abbandonerebbe il mondo al diktat della violenza. Ma per evitare che la forza del diritto si trasformi essa stessa in iniquità, è necessario sottometterla a criteri rigorosi e riconoscibili come tali da parte di tutti" (Discorso del 4 giugno 2004, in occasione delle celebrazioni per il 60° anniversario dello sbarco alleato in Normandia).

Si veda anche una lettera di sant'Agostino al generale Bonifacio (417 circa):

"Non credere che non possa piacere a Dio nessuno il quale faccia il soldato tra le armi destinate alla guerra". 

"La pace deve essere nella volontà e la guerra solo una necessità, affinché Dio ci liberi dalla necessità e ci conservi nella pace! Infatti non si cerca la pace per provocare la guerra, ma si fa la guerra per ottenere la pace! Anche facendo la guerra sii dunque ispirato dalla pace in modo che, vincendo, tu possa condurre al bene della pace coloro che tu sconfiggi. Beati i pacificatori - dice il Signore - perché saranno chiamati figli di Dio." 

"Sia pertanto la necessità e non la volontà il motivo per togliere di mezzo il nemico che combatte. Allo stesso modo che si usa la violenza con chi si ribella e resiste, così deve usarsi misericordia con chi è ormai vinto o prigioniero, soprattutto se non c'è da temere, nei suoi riguardi, che turbi la pace".

Così ancora il Concilio Vaticano II:

"La guerra non è purtroppo estirpata dalla umana condizione. E fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un'autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa. I capi di Stato e coloro che condividono la responsabilità della cosa pubblica hanno dunque il dovere di tutelare la salvezza dei popoli che sono stati loro affidati, trattando con grave senso di responsabilità cose di così grande importanza. Ma una cosa è servirsi delle armi per difendere i giusti diritti dei popoli, ed altra cosa voler imporre il proprio dominio su altre nazioni. La potenza delle armi non rende legittimo ogni suo uso militare o politico. Né per il fatto che una guerra è ormai disgraziatamente scoppiata, diventa per questo lecita ogni cosa tra le parti in conflitto.
Coloro poi che al servizio della patria esercitano la loro professione nelle file dell'esercito, si considerino anch'essi come servitori della sicurezza e della libertà dei loro popoli; se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono anch'essi veramente alla stabilità della pace" (Gaudium et Spes, 79).

venerdì 1 agosto 2014

Crisi. L'offerta e la domanda.




Su Il Sole 24 ORE del 31 luglio 2014 il professor Donato Masciandaro pone in evidenza la continuità di linea della Banca centrale USA. La politica monetaria espansiva continua. Ma la sua efficacia resta incerta e dipende dalla reale natura della crisi:

"...nella visione Yellen il beneficio atteso di mantenere un atteggiamento espansivo è quello di poter dare con la politica monetaria un contributo ad una stabile ripresa del mercato del lavoro. È una aspettativa robusta? Dipende da come si crede funzioni l'economia statunitense. Le colombe - a cui la Yellen appartiene - sono convinte che un ritorno alla piena occupazione dipenda da un sostegno continuo alla domanda aggregata, che può essere assicurato dal mantenimento di una politica monetaria espansiva. I falchi osservano al contrario che il ristagno del mercato del lavoro debba essere imputato a ragioni legate alla conformazione dell'offerta aggregata: i deficit di flessibilità, di competitività e di produttività non si sono mai curati attraverso espansioni monetarie".

Alcuni significativi parametri spingono ad attribuire ai deficit di flessibilità, di competitività e di produttività un ruolo determinante. Il permanente deficit della bilancia commerciale, il costante basso tasso di occupazione, la modesta qualità dei nuovi posti  di lavoro, creati prevalentemente nei settori del commercio al dettaglio, della ristorazione, della sanità e assistenza alle persone, indicano che i problemi più radicati e dolorosi sono nell'ambito dell'offerta.
L'Amministrazione USA con l'allentamento monetario e fiscale non ha risolto i problemi dell'economia reale. Questa linea di politica economica non cura i vizi profondi della società e dell'economia statunitensi, costituiti dall'indebolimento del capitale umano, dal fallimento delle principali agenzie educative, dal deterioramento delle istituzioni economiche, dalla prevalenza del capitalismo clientelare.
Non va inoltre sottovalutata la portata diseducativa di tale politica. I cittadini, soprattutto i giovani, sono indotti a pensare che lo sviluppo economico di un paese non dipenda dallo studio, dal lavoro e dal risparmio, dall'impegno e dalla lungimiranza degli imprenditori. Ma l'impegno strenuo di individui e famiglie e la dedizione degli imprenditori restano la sola vera risorsa per evitare il declino. Non siano i governanti, mossi dalla brama di facile consenso, a precluderne l'incremento e la piena operatività.

venerdì 25 luglio 2014

Italia. Cosa manca per farla ripartire?




Su Il Sole 24 ORE del 24 luglio 2014 Fabrizio Galimberti ha delineato le prospettive dell' economia italiana:

"... il livello più recente del cambio reale dell'euro si situa esattamente sulla media 1999-2014, cioè sul quindicennio di vita della moneta unica (lo stesso vale per il cambio reale dell'euro/Italia).
Il linguaggio crudo delle cifre non porta quindi molta acqua al mulino di quanti vedono nel cambio dell'euro un ostacolo alla competitività. E c'è da fare un'altra importante considerazione. Gli alti e bassi delle valute sono meno importanti di un tempo nel determinare la competitività dei prodotti di una nazione.
Le catene di offerta che si dipanano ormai lungo i continenti (un prodotto finito del Paese X ha dentro lavorazioni e semilavorati fatte e ricevuti dai Paesi W, Y, Z...) fanno ballare i vantaggi e gli svantaggi di deprezzamenti e apprezzamenti. Il vantaggio di un euro più debole viene pesantemente annacquato dallo svantaggio di maggiori costi per componenti e lavorazioni che vengono dall'estero".

"Perché, allora, il cambio dell'euro viene così spesso messo sotto accusa? Perché alcuni (e non sono pochi) auspicano addirittura un'uscita dell'Italia dall'unione monetaria? Si tratta di un tipico caso di deviazione delle frustrazioni. L'esasperazione (giustificata) di un'Italia stagnante viene dirottata verso facili bersagli".

Bene Galimberti sull' euro, ma si tratta di considerazioni riconducibili ad una importantissima ovvietà: una valuta viene utilizzata non solo per vendere ma anche per comprare. Sono invece tutto sommato fuorvianti le seguenti indicazioni:

"L'economia italiana non ha bisogno di un euro più debole, o, per meglio dire, un euro più debole non risolve i problemi della nostra economia. L'economia italiana ha bisogno di maggior domanda, ma questa affermazione, perché non sia lapalissiana, si dipana in due direzioni di marcia: riforme e flessibilità. Abbiamo bisogno di flessibilità negli obiettivi di bilancio, ma si tratta di una flessibilità che dobbiamo meritare con le riforme. Anche le riforme cosiddette istituzionali hanno molto più potere di stimolo all'economia di quanto si creda. La crescita è un fenomeno complesso, che ha alla base la voglia di crescere, la convinzione che un futuro migliore è possibile e a portata di mano. Portare la durata media di un processo civile dai 2900 giorni italiani ai 900 francesi o ai 750 spagnoli o ai 350 del Giappone stimolerebbe la nostra economia molto più di un deprezzamento del 20% dell'euro".

Qui Galimberti tocca solo marginalmente i grandi fattori della crescita economica, recentemente posti in luce dal professor Luca Ricolfi nel suo brillante L' enigma della crescita:

"...la qualità del capitale umano  - in particolare sotto forma di padronanza delle conoscenze di base in matematica e scienze - è la forza fondamentale che può sostenere la crescita dei paesi OCSE".

"La seconda forza fondamentale è il saldo degli "investimenti diretti esteri"".

"La terza forza è la qualità delle "istituzioni economiche"..., ossia il fatto di avere buone regole di funzionamento dell' economia".

"La quarta forza fondamentale sono le "tasse",... il cui ruolo è però negativo, di rallentamento della crescita" (Op. cit., 2014, p. 46 e seg.).

Per migliorare il capitale umano occorre tempo.  Risultati rapidi e cospicui si raggiungono in un solo modo: riducendo le tasse e, corrispondentemente, la spesa pubblica. Il taglio deve essere adeguato e strutturale: almeno il 10% PIL (centocinquanta miliardi di euro su ottocento di spesa pubblica). Eliminare lo sperpero di denaro pubblico non basta. Bisogna ristrutturare dalle fondamenta welfare e autonomie locali, applicando rigorosamente i principi di progressività della spesa pubblica e di sussidiarietà.
Non deve sorprendere che proprio sul quotidiano della Confindustria, nonostante i retorici proclami, si taccia larga parte della verità sulle necessità del paese. Troppi imprenditori italiani hanno fondato il proprio successo più sui vizi che sulle virtù di questo paese in drammatico declino.

venerdì 18 luglio 2014

Ucraina. Il partito della guerra.




Su La Voce della Russia del 17 luglio 2014 Petr Iskenderov delinea ufficiosamente la posizione della leadership russa sulla crisi ucraina:

"Tuttavia, proprio per evitare lo scoppio del conflitto e una guerra su ampia scala nel centro dell’Europa, Mosca ha deciso contro l’invio delle truppe. Chi potrebbe essere interessato a tale guerra? Di certo non la Russia né la popolazione civile di Donetsk e Lugansk, e neanche l’Europa. Farebbe comodo agli USA, perché così Washington potrebbe dare un impulso alla sua ansimante economia, far litigare definitivamente la Russia e l’UE, demolire con le mani altrui il sistema della sicurezza energetica in Europa e soggiogare gli europei obbligandoli a comprare lo shale gas americano e ad aprire il mercato alle merci statunitensi. Inoltre, la scalata della violenza nella regione provocherebbe la fuga dei civili, il numero di profughi potrebbe superare quello che si è avuto nella ex-Jugoslavia. Questo scenario non è assolutamente nell’interesse della Russia...".

Mentre è difficile riconoscere all'attuale leadership USA la capacità di elaborare una strategia così articolata, sembra plausibile la linea attribuita a quella russa. E' probabile che la Russia di Putin intenda mantenere lo statu quo. Le recenti vicende della Crimea corrispondono a questo disegno. In tale penisola infatti si trovavano già importanti basi militari russe e russa è gran parte della popolazione.
E' davvero nell'interesse dell' Occidente la destabilizzazione della Russia? In realtà l'Occidente intero, Stati Uniti compresi, condivide con la Russia interessi e obiettivi vitali. Su The National Interest del 24 giugno 2014 Dimitri K. Simes ha scritto:

"Likewise, it may be politically convenient to ignore the very real possibility of Russia drawing closer to China, but it is strategically reckless. By any logical criteria, American leaders should see China rather than Russia as their greatest challenge".

La Cina infatti rappresenta non ancora la minaccia ma ormai la sfida più grande. Già incombe invece la minaccia costituita dal fondamentalismo islamico. In questa ampia prospettiva la Russia deve essere considerata parte della possibile soluzione, non del problema.

venerdì 11 luglio 2014

Riformare vuol dire privatizzare.




Luca Ricolfi ha scritto su La Stampa del 6 luglio 2014:

"Il problema fondamentale è che ci mancano almeno 6 milioni di posti di lavoro. Se vogliamo che il nostro tasso di occupazione sia comparabile a quello medio degli altri Paesi avanzati dobbiamo, come minimo, creare 6 milioni di nuovi posti di lavoro. Il che significa, in concreto, permettere un ingresso massiccio di giovani e soprattutto di donne adulte nel mercato del lavoro. Può sembrare banale, ma è questo il nucleo del problema italiano. Perché intorno al tasso di occupazione ruota tutto: un tasso di occupazione patologicamente basso come il nostro accentua le diseguaglianze, deprime il reddito medio, ci rende schiavi del debito pubblico".

"La piena occupazione, infatti, è un obiettivo di sinistra, e lo è più che mai al giorno d’oggi, in un’epoca i cui i veri deboli non sono i lavoratori dipendenti, occupati e garantiti, ma sono i giovani e le donne escluse dal mercato del lavoro. Quell’obiettivo di sinistra, tuttavia, oggi che non possiamo più spendere in deficit può essere raggiunto solo con mezzi considerati di destra: il taglio della spesa pubblica, la liberalizzazione del mercato del lavoro e la riduzione delle tasse sui produttori, a partire dall’imposta societaria.
Di qui il nostro disorientamento. La sinistra sembra di sinistra perché parla di occupazione, la destra sembra di destra perché parla di tasse. Ma né l’una né l’altra stanno cercando di creare quei 6 milioni di posti di lavoro che mancano all’appello".

Così Franco Debenedetti su Il Sole 24 Ore sempre del 6 luglio 2014:

"Se si parte dalla difficoltà di definire senza riferimenti al mercato un "dover essere" della Pa, se si prende atto che in Italia questa difficoltà è ancora maggiore per ragioni che interessano lo storico più che il politico, la logica conclusione è adottare un criterio molto restrittivo nella definizione dei servizi che lo Stato vuole erogare in proprio, nel decidere quali reingegnerizzare tenendoli all'interno e quali rimettendoli al mercato".

Da due dei più lucidi analisti dell' Italia in declino parole chiare, che colgono nel segno. Più lavoro si ottiene con incisive liberalizzazioni e la riduzione dei compiti e dell' ampiezza dello stato, della spesa pubblica e quindi della pressione fiscale. Ma nulla di tutto questo è conseguibile senza privatizzare servizi oggi erogati dallo stato, senza attribuire largamente ad una larga parte della società italiana la responsabilità di se stessa. Riformare insomma vuol dire privatizzare, anche e soprattutto nel delicato settore del welfare.
 La disciplina pubblica di strumenti privati consente di ottenere uno stato sociale più snello, più corto, meno costoso, più efficiente, ispirato ai principi della progressività della spesa pubblica e di sussidiarietà. Lo stato italiano spende male, ma ridurre lo sperpero non basta. Per avere più lavoro occorre meno stato.

venerdì 4 luglio 2014

Il compromesso storico piaceva ai sovietici? Cossiga e Melograni.




Negli anni Settanta Enrico Berlinguer promosse il riavvicinamento tra il Partito comunista e la Democrazia cristiana in vista di una collaborazione di governo. Tale linea berlingueriana fu davvero osteggiata dall'Unione Sovietica?
Ha avuto largo seguito l'opinione secondo la quale il cosiddetto compromesso storico è stato avversato non solo dagli Stati Uniti ma anche dalla stessa Unione Sovietica, ansiosa di preservare la divisione in blocchi e di evitare la diffusione nella sua sfera di influenza delle idee democratiche del partito di Berlinguer.
Così Piero Melograni, uno dei più brillanti storici italiani del Secondo dopoguerra:

" Il fatto è che il principale veto" (alla partecipazione del PCI al governo) "era stato posto non dagli Usa e neppure dagli altri governi dell'Occidente europeo, ma proprio dall'Unione Sovietica. Un argomento, questo, rimasto un tabù per gli storici. La pace europea, e mondiale, si fondava sul rispetto delle sfere di influenza. L'Italia apparteneva alla sfera occidentale. Se i comunisti fossero andati al governo con loro ministri (anche con i soli "indipendenti di sinistra" eletti nelle loro liste), i cattolici polacchi, numerosissimi nella loro patria, avrebbero potuto pretendere un trattamento di reciprocità mettendo a repentaglio la sopravvivenza dell'impero sovietico. Finché gli occidentali accettavano la divisione dell'Europa in sfere di influenza Mosca restava più che zelante nel rispettare questo accordo. E gli occidentali lo rispettavano con altrettanto zelo fino al punto di non offrire nessun minuscolo aiuto ai dissidenti dell'Urss o ai rivoluzionari ungheresi del 1956" (Il Sole 24 ORE del 21 maggio 2006).

L'ex presidente della repubblica italiana Francesco Cossiga era invece convinto che l'iniziativa di Berlinguer non fosse stata ostacolata dai sovietici, non ostili ad una soluzione di governo che avrebbe in realtà indebolito la compagine atlantica della quale l'Italia era importante componente. A sostegno della convincente posizione di Cossiga si possono addurre le parole dell'ex ambasciatore USA  in Italia Richard Gardner, parte di una conversazione al Council on Foreign Relations di New York (2005):

" Berlinguer, despite the reputation he had in some quarters as being very evolved towards social democracy, repeatedly affirmed his links to the Soviet Union, to the Soviet foreign policy, to Marxism-Leninism. I quote all those speeches here. And what really annoyed me—and I think you’ll understand why—how annoyed I was—was when Berlinguer and leaders of the communist party, after the kidnaping of Aldo Moro, tried to convince the people of Italy that behind the Moro kidnaping was the United States. And the argument was, Moro was going to bring the communists to power, which was not true. He assured me many times—Aldo Moro—that he wasn’t going to do that. And therefore, the Americans did this to prevent the communist entry into the government".

Secondo l'ambasciatore americano Berlinguer conservò i suoi legami con l' Unione Sovietica e Aldo Moro non aveva intenzione di portare al governo i comunisti italiani.

venerdì 27 giugno 2014

La progressività della spesa pubblica.




Su Libero del 20 giugno 2014 Nicola Rossi ha così commentato la proposta di "flat tax", cioè di imposizione diretta con aliquota unica:

"...Di per sé è attuabile, bisogna sapere se deve essere realizzata a parità di gettito o meno. Realizzarla a parità di gettito significherebbe aliquote piuttosto elevate, perché per garantire la progressività bisogna organizzare un sistema di detrazioni che accompagni l'aliquota unica e ciò implica che l'aliquota sia alta».

Senza detrazioni sarebbe anche incostituzionale perché non progressiva, giusto? 

«Presterebbe obiezioni di costituzionalità, ma il punto fondamentale è che l'incremento della tassazione su ceti meno abbiente sarebbe insostenibile».

Mentre la flat tax con le detrazioni non sarebbe in contrasto con la Costituzione? 

«Il punto di fondo è soprattutto uno, bisogna partire dal principio che la progressività deve essere una proprietà del bilancio pubblico e non del sistema tributario: la progressività non riguarda solo le aliquote, ma l'intero complesso delle entrate e delle uscite del bilancio statale. Ciò significa che si può avere un'imposta ad aliquota unica e detrazioni, ma si deve lavorare sul fronte delle spese che ora è fortemente regressivo, cioè a vantaggio dei più abbienti». 

Dice che a parità di gettito l'aliquota sarebbe alta. Per avere un'aliquota più bassa bisogna tagliare la spesa pubblica. Non verrebbero colpiti sempre i più poveri?

«No, il tutto potrebbe essere finanziato attraverso tagli di spese che vanno ai più ricchi».

Tipo quali?

«Ce ne sono tante, l'esempio standard di trasferimento di soldi dalle classi povere a quelle più abbienti del paese è l'università. Altri esempi possono essere trovarti nei trasporti, basti pensare ai soldi messi dentro Alitalia, è evidente che è stato un finanziamento ad un sistema di trasporto utilizzato dai più ricchi». 

Quindi è un errore guardare solo alla progressività delle entrate? 

«È stato un abbaglio dei nostri padri costituenti, probabilmente un errore dovuto anche a quella fase storica. Ma se c'è una delle cose che dovrebbe essere rivista nella Costituzione è proprio quell'articolo che guarda al sistema tributario e non all'intero bilancio pubblico. Negli ultimi 60 anni si è guardato al solo lato delle entrate e quello che si ottenuto sono imposte altamente progressive e aliquote marginali molto elevate».

E perché siamo vittime di quest'abbaglio? 

«Perché si ha la sensazione di redistribuzione»".

Il professor Rossi indica esattamente il principio la cui risoluta applicazione può contribuire ad evitare il declino economico e sociale del paese: la progressività non deve riguardare solo le imposte, ma l'intero complesso delle entrate e delle uscite del bilancio statale.
 La necessaria cospicua diminuzione della pressione fiscale deve essere accompagnata da un adeguato taglio della spesa pubblica. La riduzione dello sperpero del denaro pubblico non basta. Sono necessarie una profonda riforma delle autonomie locali e una incisiva ristrutturazione dello stato sociale. Bisogna che la spesa sociale non sia regressiva e non venga spalmata su tutti i ceti.
Due significativi  rilievi possono però essere  mossi alle brillanti considerazioni  di Nicola Rossi.  Per rendere sostenibile il nuovo modello di bilancio pubblico occorre tagliare non solo le spese che vanno ai più ricchi ma anche molte di quelle che vanno ai semplici benestanti. I "più ricchi" infatti sono pochi.
Inoltre  si deve sottolineare che la costituzione italiana vigente già implicitamente accoglie il principio della progressività della spesa pubblica:

Art. 32 Cost.: "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti".

Art. 34 Cost.: "La scuola è aperta a tutti.
L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso".

Le cure gratuite sono garantite agli indigenti. Soltanto l'istruzione inferiore è gratuita. I capaci e meritevoli hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi, ma le provvidenze pubbliche devono essere attribuite per concorso ai soli privi di mezzi. La costituzione, se correttamente interpretata e applicata, già delinea un welfare sostenibile. La disapplicazione del modello previsto dai padri costituenti si è rivelata devastante per la finanza pubblica.

venerdì 20 giugno 2014

La recente politica estera degli Stati Uniti.




Su Analisidifesa.it del 13 giugno 2014 Gianandrea Gaiani ha così  commentato la recente politica estera USA:

"Oggi è meglio non farsi illusioni circa la ventilata disponibilità di Washington a intervenire in armi per aiutare Baghdad poiché l’Amministrazione Obama dall’Iraq all’Afghanistan, dalla Libia all’Ucraina gioca ormai il ruolo di grande destabilizzatore. Molti analisti definiscono fallimentare la politica estera e di difesa di Barack Obama ma in realtà essa rappresenta un successo per una potenza globale che si avvia a diventare il principale produttore ed esportatore di energia.
Il caos in tutte le regioni petrolifere o attraversate da oleodotti e gasdotti sembra infatti rientrare negli interessi attuali degli USA che grazie a shale gas e shale oil non solo trarranno benefici dall’aumento dei prezzi energetici ma indurrà molti Paesi a comprare il loro prodotto, ora più caro del gas russo o del petrolio del Golfo ma che potrebbe presto diventare competitivo grazie a guerre e tensioni determinate dal conflitto allargato tra sciiti e sunniti. In questo contesto va visto il ritiro prematuro dall’Iraq e dall’Afghanistan, il tira e molla di Washington sulla crisi siriana e il nucleare iraniano, la “stupida” guerra di Libia e il supporto diretto americano alla “rivoluzione” in Ucraina".

La destabilizzazione sembra in effetti l'esito generale della politica estera di Obama, anche se non pare un obiettivo lucidamente perseguito. Si consideri la vicenda esemplare del "surge" a tempo determinato realizzato in Afghanistan tra il 2009 e il 2010, mentre avveniva il  disimpegno dall'Iraq. Alessandro Marrone su Affarinternazionali.it del 2 dicembre 2009 ne dette conto in questi termini:

"Obama ha evidentemente tentato di trovare una sintesi tra le opposte visioni presenti nell’amministrazione. Da un lato le richieste dei vertici militari, sostenute più o meno decisamente dal Segretario di Stato Hillary Clinton e dall’inviato speciale Richard Holbrooke, sono state accolte con l’invio di 30.000 rinforzi. Dall’altro l’opposizione all’escalation del vice presidente Joe Biden e del capo dello staff della Casa Bianca Rahm Emanuel, condivisa dall’ala sinistra dei democratici, ha ottenuto la fissazione di una data di inizio del ritiro. In altre parole ciò che sembrava acquisito a marzo, cioè un impegno di lungo termine contro la guerriglia, è cambiato alla luce del deludente processo elettorale afgano, della crescita del debito pubblico statunitense, e soprattutto dell’opposizione alla guerra nell’opinione pubblica americana, che è particolarmente forte nel campo democratico. Il risultato è una strategia che punta a fare counter-insurgency secondo le linee guida già sperimentate con successo in Iraq, ma in un tempo limitato di 18 mesi. Una contraddizione in termini, che rischia di vanificare lo stesso sforzo americano e alleato. Cosa già sottolineata dai repubblicani, che accusano Obama di aver deciso di correre questo rischio al fine di iniziare il ritiro in tempo per la campagna presidenziale del 2012".

Nel "surge" afghano sono già evidenti i diversi fattori che hanno prodotto il disastro generale: crisi della finanza pubblica USA, spasmodica ricerca del consenso dell'opinione pubblica statunitense, visione contraddittoria e velleitaria. Difficile dunque concordare con Gaiani quando afferma che:

"...la politica estera e di difesa di Barack Obama ... in realtà...rappresenta un successo per una potenza globale che si avvia a diventare il principale produttore ed esportatore di energia".

La cassa energetica USA non vale l'ampliamento di problemi  strategici destinati a diventare sempre più gravi ed assillanti. Basti pensare alla eventuale formazione nel cuore del Medio Oriente di un'entità statuale qaedista, tenacemente rivolta all'attuazione del califfato universale. In questo e in altri casi in cui il processo decisionale è viziato dall'ideologia o dal fanatismo la dissuasione mediante intimidazione risulta inaffidabile.
Già un'altra volta la fiducia nella dissuasione si sarebbe potuta rivelare mal riposta. Durante la Guerra fredda i dirigenti sovietici, soprattutto per motivi ideologici, furono a lungo convinti che la guerra nucleare fosse inevitabile e potesse essere vinta.  Ha scritto il compianto professor Victor Zaslavsky, uno dei più autorevoli studiosi del regime sovietico:

"...è indispensabile studiare il ruolo svolto dall'ideologia marxista-leninista nella formulazione della politica estera e nella formazione della mentalità della leadership staliniana e, soprattutto, dello stesso Stalin".

"L'idea che il mondo fosse diviso in due blocchi la cui coesistenza pacifica risultava impossibile e che le guerre, sia tra paesi capitalisti sia, soprattutto, tra il blocco socialista e quello capitalista, fossero inevitabili ha origine nella...formulazione di Lenin "kto kogo" (chi vince contro chi), in cui è sintetizzata l'essenza della concezione bolscevica delle relazioni internazionali" (Victor ZASLAVSKY, Storia del sistema sovietico, 2009, p. 133 e seg.).

Obama brillante allievo di Machiavelli o apprendista stregone? Oggi la propaganda riesce ancora a velare l'inadeguatezza della leadership statunitense. Ma la realtà sempre prevale.

venerdì 13 giugno 2014

Iraq. Un disastro annunciato.



Gli insorti islamisti dell'Isis conquistano rapidamente terreno in Iraq. Lo stato costituito dopo la Seconda guerra del Golfo è ormai prossimo al collasso. Scrive Guido Olimpio sul Corriere della Sera del 13 giugno 2014:

"Gli insorti dell’Isis continuano ad avanzare grazie anche alla scarsa opposizione. Gli islamisti sono entrati nella località di Jalula e Sadiya, a circa 120 chilometri a nord di Bagdad, dopo che i governativi hanno abbandonato le posizioni senza combattere. L’esercito sembra impegnato a riorganizzare la difesa della capitale e al suo fianco – secondo molte indiscrezioni – ci sono i consiglieri iraniani. Intanto l’Onu denuncia esecuzioni sommarie nella regione di Mosul: almeno 17 ufficiali sono stati fucilati dall’Isis. E altre uccisioni potrebbero seguire. I militanti hanno liste nere con i nomi dei civili che hanno collaborato con le autorità. L’Isis non ha solo una forza militare notevole ma dispone di un apparato di intelligence bene informato e diffuso".

Questi drammatici sviluppi potevano essere evitati? Il giudizio storico si presenta sempre come valutazione di alternative.
La Prima guerra del Golfo fu combattuta nel 1991 per liberare il Kuwait dopo l'invasione irachena e lasciò al potere Saddam Hussein. La Seconda guerra del Golfo iniziò nel 2003 con il reale obiettivo di fare cadere il regime di Saddam. Questo secondo conflitto che alternative aveva? La gabbia in cui era stato costretto il regime dopo la conclusione delle ostilità era  efficace e sostenibile? Se Saddam fosse riuscito a presentarsi alle masse islamiche sunnite come il leader capace di farsi beffe delle potenze occidentali cosa sarebbe successo?
Dopo la caduta di Saddam l'Iraq fu straziato da una guerra lunga e sanguinosa. All'inizio del 2007 il generale David Petraeus assunse il comando delle forze armate USA in Iraq. In un solo anno conseguì rilevanti successi, ridusse le violenze e ottenne una sostanziale stabilizzazione del paese.
Nel gennaio 2009 Obama divenne presidente degli Stati Uniti. Egli avviò un rapido disimpegno dall'Iraq a fronte di un maggior impegno statunitense in Afghanistan. E' verosimile che il troppo rapido disimpegno USA dal teatro iracheno abbia compromesso la stabilizzazione in atto e sia in larga misura all'origine della successiva involuzione.


venerdì 6 giugno 2014

Brasile e India. Le nuove classi medie.



La globalizzazione ha determinato rapidi e imponenti mutamenti sociali. Nella maggior parte dei paesi occidentali i ceti medi sono in difficoltà. Le vecchie fonti di reddito sono indebolite o scomparse. I patrimoni finanziari e relazionali non permettono ormai di fronteggiare i cambiamenti epocali. Lo stato sociale non può più dare tutto a tutti.
A fronte di questo declino le economie emergenti hanno consentito lo sviluppo di nuove ampie classi medie. Si tratta di individui e famiglie dalla posizione ancora fragile e precaria, spesso pesantemente indebitati.
 Proprio questi nuovi ceti hanno un ruolo decisivo, soprattutto nei paesi democratici. Possono premere sull'acceleratore delle rivendicazioni sociali, respingendo un assetto produttivistico del welfare, della scuola e delle istituzioni economiche. Oppure possono accettare responsabilità e compiti gravosi, scegliendo competitività e produttività come fattori dello sviluppo, coniugando modernità e tradizione.
Mentre ceti emergenti e gruppi dirigenti brasiliani non riescono a condividere un percorso virtuoso e sostenibile, la classe media indiana sembra più consapevole delle difficoltà e cerca soluzioni fuori dello statalismo che ha contraddistinto l'India dopo l'indipendenza.
Su Il Sole 24 ORE del 30 maggio 2014 Gabriele Meoni ha così dato ragguaglio della situazione brasiliana:

"L'economia brasiliana arriva ai Mondiali in una forma a dir poco precaria. I dati sul primo trimestre dell'anno diffusi ieri dall'Istituto di statistica fotografano un Paese in cui le aziende non investono e le famiglie stentano a consumare. Se non fosse per la spesa pubblica che sostiene artificialmente l'economia, il quadro sarebbe anche peggiore".

"A ben vedere, i dati sono davvero preoccupanti. Il Brasile soffre da almeno tre anni di un malessere difficile da curare. Gli investimenti aziendali, frenati da infrastrutture arretrate e servizi pubblici inefficienti, sono in calo costante. La quota di investimenti privati sul Pil non arriva al 18%, uno dei tassi più bassi tra i grandi Paesi emergenti. I consumi sono stagnanti, depressi da un'inflazione superiore al 6% che riduce il potere d'acquisto dei salari. Quello zero virgola di crescita allora è solo il frutto di una spesa governativa generosa che continua a finanziare il welfare e le costruzioni popolari".

Su La Stampa del 6 giugno 2014 Subhash Agrawal così presenta l'India uscita dalle recenti elezioni:

"Negli ultimi sei mesi, molti europei e americani hanno espresso grande disprezzo per la classe media indiana e la sua attrazione per Modi...Molte di queste reazioni contengono pietà esagerata, stereotipi insultanti, ipotesi sbagliate e un malcelato disprezzo per la classe media indiana. È probabilmente una delle letture più gravemente distorte dell’India da parte del mondo esterno, e per questo merita un’analisi attenta".

"... il regime precedente ha rappresentato la peggiore combinazione di populismo, corruzione e incompetenza. Milioni di indiani hanno sperimentato una dolorosa caduta del reddito, del risparmio e della sicurezza economica, a causa del forte rallentamento della crescita durante il periodo del Partito del Congresso al potere. Il populismo di vecchio tipo non funziona più neanche in India, e i poveri ora si rendono conto che le promesse populiste li hanno lasciati completamente alle dipendenze del governo, ma incapaci di fare qualsiasi cosa. Invece di promesse populiste, come “diritto all’istruzione”, che significa molto poco quando non ci sono tetti, bagni, o anche insegnanti di scuole pubbliche, questa volta gli indiani hanno votato per chi proponeva loro politiche economiche sensate in grado di fornire energia elettrica affidabile, acqua, sanità, strade, posti di lavoro e sicurezza. Tutti bisogni semplici e naturali che l’Occidente dovrebbe rispettare".

La recente svolta indiana è comprensibile e va seguita con attenzione. Può una grande democrazia come quella indiana adottare un assetto produttivistico e abbandonare davvero l'abituale statalismo, continuando ad attribuire alla famiglia compiti fondamentali?
E' un'evoluzione auspicabile, che si realizzerà quando la famiglia e il matrimonio diventeranno spazio di affetto e libertà, segnato dalla piena parità.

venerdì 30 maggio 2014

Crisi. Lo scenario immaginario.




Sui tratti e le prospettive della crisi economica europea si è ormai formato un vasto consenso di superficie.  I più spiegano la diffusa caduta di reddito e occupazione soprattutto con la forza della moneta unica  e il cosiddetto rigore applicato alle finanze pubbliche, entrambi imposti dalla prepotente Germania. Si invocano politiche monetarie accomodanti e approcci keynesiani alla spesa pubblica. Si indica come modello la politica economica statunitense.
Tale scenario sorprende per la lontananza dalla realtà. L'Europa non si spiega solo con l'Europa. Oggi più di ieri, con la globalizzazione, risultano decisive la produttività, la competitività, la capacità di attrarre investimenti esteri, l'attitudine all'innovazione produttiva e di processo, l'adozione di un assetto produttivistico, la sostenibilità del welfare, la qualità del capitale umano, valutate in ambito globale.
E' in atto una rivoluzione segnata da ondate successive. Apertura internazionale dell'economia, digitalizzazione della produzione, del commercio e dei consumi, creazione di ampie e fragili nuove classi medie determinano una crisi strutturale e non ciclica.

Il premio Nobel per l'economia  Michael Spence ha scritto su  Il Sole 24 Ore:

"In altre parole, a differenza della precedente ondata di tecnologia digitale che aveva spinto le imprese all'accesso e all'impiego di risorse sottoutilizzate di manodopera nel mondo, stavolta la forza trainante è l'abbattimento dei costi attraverso la sostituzione del lavoro".

"Stiamo entrando in un mondo in cui i flussi globali più importanti saranno le idee e il capitale digitale e non i beni, i servizi o il capitale tradizionale, adattarvisi richiederà un cambiamento di mentalità, di politica, di investimento (soprattutto in capitale umano) e anche nuovi modelli di occupazione e distribuzione. Nessuno sa con certezza come finirà, ma cercare di capire dove ci stanno portando queste forze e queste tendenze tecnologiche è già un buon punto di partenza".

Danilo Taino così ha aperto il suo articolo sul  Corriere della Sera del  28 maggio 2014:

"...austerità contro crescita. Questa era — forse — la guerra di ieri: oggi c’è altro per cui vale la pena battersi".

Al richiamo di Taino non può non seguire una domanda: chi sono questi immaginifici e perchè proliferano? Si tratta di politici spaventati o in cerca di facile successo, imprenditori poco avvezzi alla concorrenza e attratti da apparenti scorciatoie,  intellettuali che aprono vicoli ciechi per errore o cortigianeria. Basteranno retorica e propaganda a prevenire e contenere la disillusione e la delusione?


venerdì 23 maggio 2014

Prima guerra mondiale. L'inutile strage.




Il 28 luglio 1914 l'Impero austro-ungarico dichiarò guerra al Regno di Serbia. Così iniziò la Prima guerra mondiale, la Grande guerra. L'entrata in guerra dell'Italia avvenne quasi un anno dopo, il 24 maggio 1915.
Quella fatale estate del 1914 sorprese anche osservatori lucidi ed esperti. Significative le parole del grande filosofo britannico Bertrand Russell, allora quarantaduenne, nato in una delle più importanti famiglie aristocratiche, il cui nonno, lord John Russell, era stato primo ministro e ministro degli esteri:

"Mi trovavo a Cambridge nelle calde giornate della fine di luglio e non facevo che discutere con accanimento della situazione politica con chiunque mi capitasse a tiro. Mi sembrava impossibile che le nazioni europee commettessero la pazzia di scatenare una guerra, ma non dubitavo che, se la guerra fosse davvero scoppiata, l'Inghilterra sarebbe stata trascinata a parteciparvi. Sentivo invece, con tutta l'anima, che il nostro paese doveva rimanere neutrale..."

"Con mio vivo stupore...dovetti persuadermi che, in generale, uomini e donne si rallegravano all'idea di fare la guerra"

"Ma ancor più raccapricciante, a parer mio, era il fatto che la prospettiva di una carneficina fosse causa di piacevole eccitamento per, si può dire, il novanta per cento della popolazione. Dovetti ricredermi sulla natura umana... Fino a quel momento avevo creduto che i più amassero i propri figli; la guerra mi rivelò che coloro che li amano sono l'eccezione. Avevo creduto che la gente, in generale, amasse il denaro più di ogni altra cosa; mi resi conto che amavano ancor più la distruzione. Avevo immaginato che gli intellettuali amassero soprattutto la verità, ma qui ancora scoprii che quelli che preferivano la verità alla notorietà erano meno del dieci per cento" (Bertrand RUSSELL, L'Autobiografia, 1914 - 1944, Volume secondo, 1971, pp. 11, 12, 14 e  15).

La sorpresa e l'amarezza colsero in quei giorni anche Giovanni Giolitti, lo statista liberale che segnò con la sua opera e la sua personalità il decennio precedente. Giolitti assunse una posizione neutralista, cercando di impedire la guerra e la partecipazione ad essa dell'Italia:

"Ricordavo i due tentativi dell'Austria, che avevo concorso a sventare, per aggredire la Serbia nell'anno precedente, e sentivo e sapevo che il partito militare austriaco mirava ostinatamente a tale scopo; ma io confidavo che le ragioni della pace, che erano così grandi e universali, avrebbero prevalso contro quella criminale infatuazione. La guerra con la Serbia era voluta dai militaristi austriaci come mezzo per sanare le discordie interne, con l'illusione che essa potesse rimanere isolata; ma io pensavo che le altre potenze, che non avevano quelle ragioni e non potevano farsi illusioni sul contegno della Russia di fronte ad una tale provocazione, e che avrebbero dovuto comprendere l'enormità del disastro che la guerra europea sarebbe stata per tutti, avrebbero all'ultimo trovato un compromesso ed una transazione che evitasse l'immane rovina"

"...io osservavo che non si può portare il proprio Paese alla guerra per ragione di sentimento verso altri popoli, ma solo per la tutela del suo onore e dei suoi primari interessi. Tali sono le ragioni pratiche...per le quali io esprimevo parere contrario all'entrata dell'Italia in guerra; e le quali, per quanto riguarda le previsioni della durata della guerra, delle sue difficoltà e dei sacrifizi di uomini e di ricchezza che essa implicava, furono poi pienamente confermate dagli avvenimenti" (Giovanni GIOLITTI, Memorie della mia vita, 1982, pp. 316, 317, 323  e 324).

I cattolici italiani e la Santa Sede si opposero alla guerra. Papa Benedetto XV tentò ripetutamente di comporre il conflitto.  Sua è l'espressione "inutile strage" con cui nel 1917 denunciò l'orrore, supplicando le potenze di deporre le armi. 
La memoria generazionale indebolita e fuorviata, i sentimenti nazionalisti diffusi nel Diciannovesimo secolo e i difetti istituzionali delle potenze coinvolte condussero dunque l'Europa alla tragedia. La Grande guerra aprì la via al fascismo, al nazismo e al regime sovietico. Essa costituì il punto di avvio del "Secolo breve" chiuso dalla caduta del Muro di Berlino (1989).
L'effettiva portata di tale immane tragedia sfuggì anche ai suoi più influenti protagonisti. Il più brillante generale italiano del Ventesimo secolo, Enrico Caviglia, ha terminato il suo libro sulla battaglia di Vittorio Veneto, con queste parole:

"Ma ora la nazione ha acquistato maggior fiducia in sé, nella sua forza economica, nella sua capacità organizzatrice, nella possibilità di diventare una potenza industriale: nella sua resistenza alle lotte d'ogni genere. Infine l'Italia ha dato al mondo una sicura prova che non è una nazione effimera, ma un edificio di profonde e sicure basi,  di forze morali intellettuali e materiali solide e resistenti..." (Enrico CAVIGLIA, Vittorio Veneto, 1920, p. 121).

Non era vero. Il regime mussoliniano, l'8 settembre 1943, la difficile democratizzazione e l'inadeguata modernizzazione che hanno seguito la Seconda guerra mondiale affondano le loro radici in quell'"inutile strage".

venerdì 16 maggio 2014

Urge ristrutturazione. Del debito pubblico o della spesa pubblica?




Sul Corriere della Sera del 14 maggio 2014 Lucrezia Reichlin esamina la questione dell'imponente debito pubblico italiano, suggerendo una sua ristrutturazione "creativa", sotto l'egida dell'Unione Europea:

"In una unione monetaria un Paese non può unilateralmente creare inflazione e svalutare, inoltre la crisi del debito in una nazione contagia gli altri perché mette a repentaglio la sopravvivenza stessa della divisa comune. Va costruito quindi un meccanismo di risoluzione a livello federale che renda legittima la ristrutturazione".

Le risponde Giampaolo Galli su Il Sole 24 ORE del 15 maggio 2014:

"...ritengo di dover argomentare che la ristrutturazione del debito non sarebbe affatto una catarsi liberatoria e non è comunque un'alternativa all'austerity. Essa sarebbe invece una forma parossistica di austerity concentrata in un brevissimo periodo di tempo e produrrebbe una desertificazione del paese, delle sue imprese, del suo capitale umano e tecnologico".

"È infatti del tutto evidente che una ristrutturazione, di necessità forzosa, deve essere nell'ordine di varie decine di punti di Pil, diciamo fra i 30 e i 50 punti, in modo da abbattere in modo decisivo il rapporto debito su Pil. Se fosse più modesta, il debito continuerebbe a non essere credibile e il Tesoro non riuscirebbe più a rifinanziarlo sul mercato".

"Gli italiani - per lo più famiglie ma anche banche e imprese - si vedrebbero quindi più o meno dimezzato il valore dei loro titoli di Stato". 

" In sostanza si tratterebbe di una tassa straordinaria e straordinariamente elevata nell'ordine di svariate decine di punti di Pil. Per confronto la stretta fiscale operata dal governo Monti nel 2012 è stata di 2,5 punti di Pil. Appare evidente che crollerebbe, ben più di quanto non sia accaduto sino a oggi, la domanda interna con effetti devastanti sulle imprese e sull'occupazione. Un'altra conseguenza sarebbe il default delle banche, con connessa esigenza di operare massicci salvataggi che costringerebbero a emettere nuovo debito pubblico. È difficile immaginare come l'economia possa riprendersi dopo questo shock, anche perché non esistono precedenti in epoca moderna di ristrutturazioni di questa entità in un paese caratterizzato, come è l'Italia, da una diffusione di massa del risparmio e dei titoli di Stato. È però certo che ci vorrebbero molti anni segnati da sofferenze sociali mai sperimentate prima".

Alle condivisibili considerazioni di Galli si deve aggiungere un rilievo di fondamentale importanza: la ristrutturazione del debito non sanerebbe i gravi problemi che precludono la crescita economica.
Accanto a profondi fattori socio-culturali resterebbe infatti elevatissima la pressione fiscale, maggiore responsabile della stagnazione/recessione economica. Ormai supera il 50% del PIL, consentendo una intermediazione pubblica di più della metà della ricchezza prodotta nel paese. Tale insostenibile prelievo fiscale è necessario per fronteggiare l'enorme spesa pubblica, che ormai ammonta a più di ottocento miliardi. Dunque la spesa pubblica italiana, non il debito pubblico, deve essere ristrutturata. Nessun settore sia sottratto alla riforma, guidata dal principio di sussidiarietà. Meno tasse per ceti medi e imprenditori, chiamati in cambio ad assumersi maggiori responsabilità.

venerdì 9 maggio 2014

Costituzione cinese. Il welfare produttivistico.




  Ian Holliday insegna scienze politiche all'Università di Hong Kong. In un articolo di qualche anno fa ha delineato il concetto di welfare produttivistico, riferito allo stato sociale di alcuni paesi dell'Estremo Oriente:  Giappone, Hong Kong, Singapore, Corea del Sud e Taiwan (Ian HOLLIDAY, Productivist Welfare Capitalism: Social Policy in East Asia, in Political Studies, Volume 48, 2000, pagg. 706-723).
I paesi con un welfare produttivistico hanno una spesa pubblica sociale contenuta, una politica sociale finalizzata alla crescita economica, attribuiscono un ruolo fondamentale alla famiglia e compiti di regolazione allo stato. Il welfare è costruito pezzo per pezzo, pragmaticamente, senza un significativo riferimento alla cittadinanza e a diritti a questa connessi.  
Al modello produttivistico è riconducibile anche il welfare della Cina (Repubblica Popolare Cinese).
L' art. 14 della Costituzione cinese dispone che:

"The State properly apportions accumulation and consumption, concerns itself with the interests of the collective and the individual as well as of the State and, on the basis of expanded production, gradually improves the material and cultural life of the people.
The State establishes a sound social security system compatible with the level of economic development".

Lo stato fissa le quote di consumo e risparmio. Istituisce un sostenibile sistema di sicurezza sociale "compatibile con il livello dello sviluppo economico". L'estensione dei diritti sociali è espressamente fatta dipendere dall'aumento della produzione.
Finora la Cina ha mantenuto un welfare che copre poco e costa poco. Tale limitata copertura è determinata dal diverso trattamento riservato a campagna e città, a immigrati, residenti temporanei e residenti permanenti. Lo stato sociale produttivistico è evidentemente fattore di  competitività del sistema nella competizione economica globale. Con questa potenza le economie  occidentali sono chiamate a misurarsi.

venerdì 2 maggio 2014

Risparmio e moneta. I problemi dell'economia USA.


  Su Il Sole 24 ORE Stephen S. Roach, ex presidente di Morgan Stanley Asia, con un'analisi fuori del coro individua i principali problemi dell'economia USA: il risparmio e la competitività insufficienti.

Scrive Roach:

"Lo yuan, la moneta cinese, negli ultimi mesi si è indebolito riportando in auge le accuse contro la Cina di manipolazione della moneta e svalutazione competitiva ai danni degli altri Paesi. A metà aprile, il Tesoro Usa ha espresso «timori particolarmente seri», sottolineando che la questione rappresenta da tempo uno dei problemi di politica economica più spinosi nei rapporti tra Usa e Cina.
È un dibattito ispirato da ragioni politiche e basato su tesi sbagliate. Se portate all'estremo, le accuse americane rischiano di far scivolare le due maggiori economie mondiali lungo una china pericolosa di attriti commerciali, protezionismo o peggio".

"L'ossessione americana per il tasso di cambio con la Cina è un classico caso di negazione politica. I lavoratori americani rimangono sotto pressione, sia dal punto di vista dei salari reali che dal punto di vista del rischio disoccupazione, e i politici di conseguenza si trovano costretti a dare una risposta e lo fanno prendendo di mira la componente cinese di un disavanzo commerciale che è in crescita da tempo, e sostenendo che la colpa dei mali ormai incancreniti della classe media americana è la manipolazione del tasso di cambio da parte di Pechino. Il disavanzo commerciale degli Usa è uno squilibrio multilaterale con un gran numero di Paesi - 102 in totale - non un problema bilaterale con la Cina. E non nasce dalla manipolazione dello yuan, ma dal fatto che gli Usa non risparmiano abbastanza".

"Ci sono due visioni sul futuro delle relazioni tra Stati Uniti e Cina: una che vede solo rischi e un'altra che vede opportunità. L'ossessione per lo yuan ricade nella prima categoria: non tiene conto del riequilibrio e delle riforme già in corso in Cina e distoglie l'attenzione dell'America dalla necessità di affrontare il suo problema macroeconomico più serio sul lungo termine, la carenza di risparmi. Al contrario, vedere la Cina come un'opportunità mette in luce la necessità, per l'America, di occuparsi dei suoi squilibri, ricostruendo la competitività del Paese e dandosi da fare per accaparrarsi una quota significativa del boom prossimo venturo della domanda interna cinese".

Bisogna che gli USA smettano di consumare al di sopra delle loro possibilità. Occorre riprendere a risparmiare. Sono sbagliati e fuorvianti gli approcci monetaristi. 
Le misure devono mirare a ricostruire il capitale umano, l'etica del lavoro e della responsabilità, la competitività delle imprese. Questo è quello che non ha fatto l'Amministrazione Obama. All'incremento del PIL corrisponde un netto aumento del credito al consumo. Gli americani riprendono a indebitarsi.
Analoghe considerazioni sono opponibili alle proposte demagogiche che affollano il dibattito pubblico italiano. L'euro e la linea tedesca sono alibi a cui ricorrono politici ed intellettuali in cerca di facili consensi. In realtà  l'Italia può evitare il declino solo migliorando il capitale umano, rendendo più efficiente la pubblica amministrazione, conseguendo una ragionevole certezza del diritto, ampliando la concorrenza, abbassando la pressione fiscale e aumentando la competitività strutturale delle imprese.
Come negli Stati Uniti, ai ceti medi e agli impenditori occorre parlare con franchezza: in cambio di una minore pressione fiscale devono assumersi maggiori responsabilità.

venerdì 25 aprile 2014

Luca Ricolfi. L'enigma della crescita.


Il professor Luca Ricolfi insegna analisi dei dati all'Università di Torino. Nel suo recentissimo L'enigma della crescita espone un'analisi profonda e per molti aspetti originale dello stato delle economie avanzate.
Ricolfi  rileva che tali economie erano ormai stagnanti o tendevano alla stagnazione già prima della crisi in corso, mentre le economie dei paesi emergenti crescevano, con l'importante differenza che i paesi con buoni fondamentali si sarebbero arrestati su un reddito alto. Questo perchè:

"La crescita fa aumentare il benessere, ma l'aumento del benessere fa lievitare  i costi di produzione e riduce gli incentivi a migliorare la propria condizione. Così la crescita prima rallenta, poi diventa stagnazione, e infine si arresta. E'  questo il meccanismo per cui, a parità di altre condizioni, i paesi più poveri crescono di più dei paesi più ricchi" (op. cit., 2014, p. 9).

"...le società avanzate producono benessere, e il benessere contiene in sé le forze che rallentano la spinta al suo incremento" (op. cit, p. 8).

Ora però "Si può pensare che la crisi abbia abbassato il reddito di equilibrio di tutti i paesi, o di molti di essi. Ma si può anche pensare che, nel lungo periodo, il ruolo frenante del benessere si attenui" (op. cit., p. 164).
La crescita è un obiettivo ancora largamente desiderabile. Allora che fare? "Un paese può fare investimenti in istruzione, può ridurre le tasse, può migliorare le proprie istituzioni di mercato" (op. cit., p. 166).

L'enigma della crescita è una lettura davvero utile per capire il mondo contemporaneo. Ha il grande merito di individuare fattori e tendenze fondamentali della crescita economica senza accogliere acriticamente le fuorvianti spiegazioni/ricette macroeconomiche e monetariste oggi tanto diffuse.
La attuale frenata di alcuni dei principali paesi emergenti in realtà non smentisce ma conferma le tesi dell'autore, essendo in larga misura determinata dalle aspettative dei nuovi ceti prodotti dallo sviluppo economico. Si tratta di individui e famiglie dalla posizione economica e sociale migliorata ma ancora precaria, gravati da pesanti debiti personali. Le loro attese sono rivolte soprattutto allo stato ed hanno per oggetto l'allargamento del welfare, che minerebbe la competitività del sistema.
Qualche riserva si deve invece avanzare sulle misure proposte. Ricolfi si è detto convinto che un paese con una pressione fiscale complessivamente alta possa continuare a crescere purchè restino adeguatamente basse le imposte sulle imprese e che un ampio stato sociale non sia incompatibile con la crescita. Ma osservatori "esterni" hanno sottolineato che proprio il tradizionale welfare occidentale frena lo sviluppo.



 Lo stesso welfare, considerato insostenibile,  è ormai in via di demolizione o profonda ristrutturazione  proprio nelle democrazie del Nord Europa.



Occorre insomma più coraggio nel ridurre i confini dello stato e nel ridare maggiori responsabilità agli individui, alle famiglie e alle formazioni sociali, creando così le condizioni per una ripresa dell'etica del lavoro e della responsabilità.

sabato 19 aprile 2014

SIPRI. Spese militari 2013.

Per  il SIPRI di Stoccolma Carina Solmirano e Sam Perlo-Freeman hanno redatto un efficace resoconto delle spese militari rilevate nel 2013. A fronte di una diminuzione in quasi tutti i paesi occidentali, risulta una tendenza all'aumento nelle restanti aree.



E' significativa la spesa russa, sette volte minore rispetto a quella degli Stati Uniti, meno della metà di quella cinese e non molto più grande della francese. Il dato, sia pure con una tendenza alla crescita, riflette la debolezza economica della compagine statale erede dell'URSS e concorre a delineare i tratti di potenza regionale che ormai la contraddistinguono.
Da sottolineare anche i dati relativi a Germania e Giappone. I due grandi sconfitti della Seconda guerra mondiale continuano a spendere poco per le forze armate, in rapporto al PIL e in termini assoluti.
Si noti infine l'incremento della spesa di quasi tutti i paesi cosiddetti emergenti, mediorientali e africani soprattutto. Una tendenza inquietante, di cui devono essere considerati largamente responsabili i notabili locali. 

venerdì 11 aprile 2014

La Chiesa cattolica e la crisi economica.




Già nei primi mesi del suo pontificato papa Francesco ha denunciato la grave condizione dei poveri, in aumento a causa della crisi economica. Nelle parole del pontefice anche una dura condanna del modello sociale e culturale che è prevalso in Occidente.
Nulla di nuovo e inaspettato per i fedeli cattolici che conoscono il Vangelo e il magistero della Chiesa. Ma, soprattutto negli USA, non pochi conservatori hanno criticato il papa, considerato ostile alla libertà economica e al mercato. In realtà il successore di Benedetto XVI  ha ripresentato  in termini diretti  e coinvolgenti il tradizionale insegnamento della Chiesa cattolica,  riassunto dallo stesso Ratzinger nella sua enciclica Deus caritas est:

"27. Il marxismo aveva indicato nella rivoluzione mondiale e nella sua preparazione la panacea per la problematica sociale: attraverso la rivoluzione e la conseguente collettivizzazione dei mezzi di produzione — si asseriva in tale dottrina — doveva improvvisamente andare tutto in modo diverso e migliore. Questo sogno è svanito. Nella situazione difficile nella quale oggi ci troviamo anche a causa della globalizzazione dell'economia, la dottrina sociale della Chiesa è diventata un'indicazione fondamentale, che propone orientamenti validi ben al di là dei confini di essa: questi orientamenti — di fronte al progredire dello sviluppo — devono essere affrontati nel dialogo con tutti coloro che si preoccupano seriamente dell'uomo e del suo mondo" .

"28. Per definire più accuratamente la relazione tra il necessario impegno per la giustizia e il servizio della carità, occorre prendere nota di due fondamentali situazioni di fatto:

a) Il giusto ordine della società e dello Stato è compito centrale della politica. Uno Stato che non fosse retto secondo giustizia si ridurrebbe ad una grande banda di ladri, come disse una volta Agostino: « Remota itaque iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia? » [18]. Alla struttura fondamentale del cristianesimo appartiene la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio (cfr Mt 22, 21), cioè la distinzione tra Stato e Chiesa o, come dice il Concilio Vaticano II, l'autonomia delle realtà temporali [19]. Lo Stato non può imporre la religione, ma deve garantire la sua libertà e la pace tra gli aderenti alle diverse religioni; la Chiesa come espressione sociale della fede cristiana, da parte sua, ha la sua indipendenza e vive sulla base della fede la sua forma comunitaria, che lo Stato deve rispettare. Le due sfere sono distinte, ma sempre in relazione reciproca.
La giustizia è lo scopo e quindi anche la misura intrinseca di ogni politica. La politica è più che una semplice tecnica per la definizione dei pubblici ordinamenti: la sua origine e il suo scopo si trovano appunto nella giustizia, e questa è di natura etica. Così lo Stato si trova di fatto inevitabilmente di fronte all'interrogativo: come realizzare la giustizia qui ed ora? Ma questa domanda presuppone l'altra più radicale: che cosa è la giustizia? Questo è un problema che riguarda la ragione pratica; ma per poter operare rettamente, la ragione deve sempre di nuovo essere purificata, perché il suo accecamento etico, derivante dal prevalere dell'interesse e del potere che l'abbagliano, è un pericolo mai totalmente eliminabile.
In questo punto politica e fede si toccano. Senz'altro, la fede ha la sua specifica natura di incontro con il Dio vivente — un incontro che ci apre nuovi orizzonti molto al di là dell'ambito proprio della ragione. Ma al contempo essa è una forza purificatrice per la ragione stessa. Partendo dalla prospettiva di Dio, la libera dai suoi accecamenti e perciò l'aiuta ad essere meglio se stessa. La fede permette alla ragione di svolgere in modo migliore il suo compito e di vedere meglio ciò che le è proprio. È qui che si colloca la dottrina sociale cattolica: essa non vuole conferire alla Chiesa un potere sullo Stato. Neppure vuole imporre a coloro che non condividono la fede prospettive e modi di comportamento che appartengono a questa. Vuole semplicemente contribuire alla purificazione della ragione e recare il proprio aiuto per far sì che ciò che è giusto possa, qui ed ora, essere riconosciuto e poi anche realizzato.
La dottrina sociale della Chiesa argomenta a partire dalla ragione e dal diritto naturale, cioè a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano. E sa che non è compito della Chiesa far essa stessa valere politicamente questa dottrina: essa vuole servire la formazione della coscienza nella politica e contribuire affinché cresca la percezione delle vere esigenze della giustizia e, insieme, la disponibilità ad agire in base ad esse, anche quando ciò contrastasse con situazioni di interesse personale. Questo significa che la costruzione di un giusto ordinamento sociale e statale, mediante il quale a ciascuno venga dato ciò che gli spetta, è un compito fondamentale che ogni generazione deve nuovamente affrontare. Trattandosi di un compito politico, questo non può essere incarico immediato della Chiesa. Ma siccome è allo stesso tempo un compito umano primario, la Chiesa ha il dovere di offrire attraverso la purificazione della ragione e attraverso la formazione etica il suo contributo specifico, affinché le esigenze della giustizia diventino comprensibili e politicamente realizzabili.
La Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile. Non può e non deve mettersi al posto dello Stato. Ma non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia. Deve inserirsi in essa per la via dell'argomentazione razionale e deve risvegliare le forze spirituali, senza le quali la giustizia, che sempre richiede anche rinunce, non può affermarsi e prosperare. La società giusta non può essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia l'adoperarsi per la giustizia lavorando per l'apertura dell'intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la interessa profondamente.

b) L'amore — caritas — sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c'è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell'amore. Chi vuole sbarazzarsi dell'amore si dispone a sbarazzarsi dell'uomo in quanto uomo. Ci sarà sempre sofferenza che necessita di consolazione e di aiuto. Sempre ci sarà solitudine. Sempre ci saranno anche situazioni di necessità materiale nelle quali è indispensabile un aiuto nella linea di un concreto amore per il prossimo [20]. Lo Stato che vuole provvedere a tutto, che assorbe tutto in sé, diventa in definitiva un'istanza burocratica che non può assicurare l'essenziale di cui l'uomo sofferente — ogni uomo — ha bisogno: l'amorevole dedizione personale. Non uno Stato che regoli e domini tutto è ciò che ci occorre, ma invece uno Stato che generosamente riconosca e sostenga, nella linea del principio di sussidiarietà, le iniziative che sorgono dalle diverse forze sociali e uniscono spontaneità e vicinanza agli uomini bisognosi di aiuto. La Chiesa è una di queste forze vive: in essa pulsa la dinamica dell'amore suscitato dallo Spirito di Cristo. Questo amore non offre agli uomini solamente un aiuto materiale, ma anche ristoro e cura dell'anima, un aiuto spesso più necessario del sostegno materiale. L'affermazione secondo la quale le strutture giuste renderebbero superflue le opere di carità di fatto nasconde una concezione materialistica dell'uomo: il pregiudizio secondo cui l'uomo vivrebbe « di solo pane » (Mt 4, 4; cfr Dt 8, 3) — convinzione che umilia l'uomo e disconosce proprio ciò che è più specificamente umano".

Non a caso le società più aperte e libere, anche sotto il profilo economico, sono cresciute nell'Europa cristiana e grazie alla sua influenza. Una società e una economia libere sono infatti sostenibili solo se la responsabilità individuale raggiunge un livello adeguato, soltanto quando i costumi e le istituzioni liberi si accompagnano all'etica della responsabilità. Ogni nuova generazione ha bisogno dell'educazione alla responsabilità che il cristianesimo tradizionalmente offre.
Chi negli Stati Uniti si richiama alle tradizioni di libertà non può non vedere nel magistero dei pontefici, Francesco compreso, un solido baluardo della libertà e della dignità umane. Così Sarah Palin su Facebook il 14 novembre 2013:

"Just to clarify my comment to Jake Tapper about Pope Francis, it was not my intention to be critical of Pope Francis. I was reminding viewers that we need to do our own homework on news subjects, and I hadn't done mine yet on the Pope's recent comments as reported by the media. Knowing full well how often the media mischaracterizes a person’s comments (especially a religious leader’s), I don’t trust them to get it right when it comes to reporting on the Vatican. I do, however, trust my many Catholic friends and family, including some excellent Catholic writers, who have since assured me that Pope Francis is as sincere and faithful a shepherd of his church as his two predecessors whom I admired. I apologize for not being clearer in my response, thus opening the door to critical media that does what it does best in ginning up controversy".

Resta il pericolo che siano segmenti della stessa cattolicità a fraintendere il magistero cattolico ed il messaggio evangelico, riducendo il cristianesimo a ideologia e privandolo in questo modo della sua forza universale, della sua capacità di purificare le coscienze e di realizzare così la necessaria premessa di una società migliore. Sarebbero i poveri le prime vittime di un siffatto nuovo integralismo cattolico.

venerdì 4 aprile 2014

Gli obiettivi della Russia di Putin.




Mentre le diplomazie ad alto livello e non le forze armate si confrontano, dopo le recenti vicende dell'Ucraina, torna in primo piano una questione non nuova, ma oggetto di insufficiente analisi.
Quali sono i reali obiettivi della Russia post-sovietica? Dove vuole arrivare Putin? Qual'è la portata della caduta dell'ideologia marxista-leninista? Regge l'analogia tra la crisi odierna e quella segnata dagli accordi di Monaco, che condusse alla Seconda guerra mondiale?
Sembra necessario preliminarmente accennare al pressoché misconosciuto ruolo dell'ideologia marxista-leninista nello sviluppo della strategia dell'Unione Sovietica. Ha scritto il compianto professor Victor Zaslavsky, uno dei più autorevoli studiosi del regime sovietico:

"...è indispensabile studiare il ruolo svolto dall'ideologia marxista-leninista nella formulazione della politica estera e nella formazione della mentalità della leadership staliniana e, soprattutto, dello stesso Stalin".

"L'idea che il mondo fosse diviso in due blocchi la cui coesistenza pacifica risultava impossibile e che le guerre, sia tra paesi capitalisti sia, soprattutto, tra il blocco socialista e quello capitalista, fossero inevitabili ha origine nella...formulazione di Lenin "kto kogo" (chi vince contro chi), in cui è sintetizzata l'essenza della concezione bolscevica delle relazioni internazionali" (Victor ZASLAVSKY, Storia del sistema sovietico, 2009, p. 133 e seg.).

Soltanto l'attenzione a questo contesto ideologico-strategico, caratterizzato dall'idea dell'inevitabilità della guerra tra i blocchi e del trionfo finale del socialismo, consente una buona comprensione della politica estera sovietica, che ancora Zaslavsky delinea  così:

"Fino alla morte Molotov, ha giudicato sempre con orgoglio principale risultato della politica estera sovietica del dopoguerra tagliare l'Europa a fette pezzo dopo pezzo, la cosiddetta  "tattica del salame"" (V. ZASLAVSKY, op. cit., p. 135).

La Russia post-sovietica trova la sua origine nell'implosione dell' URSS, compagine nata dalla Rivoluzione d'Ottobre, senza ereditarne l'impronta ideologica. I problemi della nuova Federazione russa sembrano piuttosto presentare qualche analogia con le difficoltà dell'Impero tedesco costituito con la vittoria prussiana su quelli austriaco e francese, che Bismarck saggiamente considerava saturo di territori e in ritardo sulla via della modernizzazione. Si tratta non di espandere il territorio e l'influenza esistenti, ma di conservarli. E' necessario fronteggiare le tendenze demografiche in atto, segnate dal crescente peso della componente islamica. Bisogna ristrutturare l'economia, gravata dalla bassa produttività e dipendente dalla esportazione di materie prime e armi.
La fragile potenza eurasiatica erede dell'URSS, anche con la sua recente condotta in Ucraina e Siria, sembra insomma inseguire l'obiettivo della conservazione dello statu quo, non dell'espansione. La sua leadership pare consapevole delle condizioni e dei limiti in cui è chiamata ad operare. Putin, ex ufficiale del KGB a lungo di stanza nella Germania orientale, verosimilmente  conosce bene le difficoltà incontrate  dall'Unione Sovietica nel "tenere" regioni dove non prevale l'elemento russo. Con ogni probabilità non ripeterà lo stesso errore.
La Monaco che vide le controproducenti concessioni delle democrazie occidentali a Hitler è lontana non solo temporalmente, ma soprattutto concettualmente. Sembrano invece cogliere nel segno gli analisti che vedono il rischio di una nuova Monaco nel più lontano Oriente. Così Chase Carter su The National Interest del 2 aprile 2014:

"After all, there is real Munich moment on the horizon, much further to the East".



venerdì 28 marzo 2014

Il principio di autodeterminazione dei popoli.




La crisi ucraina, con la secessione della Crimea, ha riportato all'attenzione di tutti il principio di autodeterminazione dei popoli.

 Tale principio, che afferma il diritto dei popoli di scegliere autonomamente il proprio destino, è stato posto dal presidente degli Stati Uniti  d'America Woodrow Wilson a fondamento dell'ordine internazionale stabilito dai vincitori dopo la Prima guerra mondiale. La Carta delle Nazioni Unite (ONU), che ha valore di trattato internazionale e risale alla fine della Seconda guerra mondiale, lo ha recepito nell'articolo 1, paragrafo 2, attribuendo all'organizzazione il compito di "Sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell'eguaglianza dei diritti e dell'auto-decisione dei popoli, e prendere altre misure atte a rafforzare la pace universale".

In realtà questo principio, spesso connesso all'idea di nazione, ha svolto un ruolo assai negativo, determinando e legittimando guerre, genocidi, crudeltà e sofferenza. Il suo più lucido e coerente critico è stato Karl Popper:

"La  religione nazionalistica è ben radicata. Molti sono pronti a morire per essa, credendo che sia moralmente valida, e autentica. Ma si sbagliano... Poche fedi hanno generato più odio, crudeltà, e inutili sofferenze, della credenza nella validità del principio di nazionalità..." (Congetture e confutazioni, 2000, p. 624 e seg.).

Il "principio dello stato nazionale...deve la sua popolarità esclusivamente al fatto che si rivolge agli istinti tribali e che è il meno costoso e più sicuro metodo con cui può affermarsi un politico che non abbia niente di meglio da offrire" (La società aperta e i suoi nemici, Vol. I, 1981, p. 390).

"Le idee di Fichte e di Hegel portarono al principio dello stato nazionale e dell'auto-determinazione nazionale, un principio reazionario... che il democratico Wilson fece proprio. Questo principio è ovviamente inapplicabile in questa terra e specialmente in Europa, dove le nazioni (cioè i gruppi linguistici) sono così fittamente intricate che è assolutamente impossibile districarle. Le terribili conseguenze del tentativo di Wilson di applicare questo principio romantico alla politica europea dovrebbero essere ormai chiare a chiunque. Che l'assetto di Versailles fosse duro, è un mito; che ai principi di Wilson fosse mancato il consenso, è un altro mito. Il fatto è che tali principi non potevano essere applicati più coerentemente; e Versailles fallì soprattutto a causa del tentativo di applicare gli inapplicabili principi di Wilson" (La società aperta e i suoi nemici, vol. II, 1981, p. 418).

Questo principio  perverso è stato recentemente applicato in Kosovo ed è ora richiamato in Ucraina. E' però erroneamente ritenuto liberale. Un liberale dovrebbe invece far propria la massima latina "ubi bene ibi patria": la patria è dove è possibile condurre una vita buona.

venerdì 21 marzo 2014

Spending review? Non basta!



  Su La Stampa del 21 marzo 2014 Paolo Baroni ha delineato potenzialità e limiti della spending review di cui si parla da tempo:

" Arrivare a risparmiare 34 miliardi su un bilancio dello Stato che ne assorbe più di 700 sulla carta non dovrebbe essere un gran problema, perché alla fine stiamo parlando di un 5% scarso di spesa. Ciò non toglie che quello della spending review che il governo sta avviando si presenti come un vero e proprio percorso di guerra, fatto comunque di trabocchetti, ostacoli burocratici, prassi da scardinare, ma soprattutto volontà politiche da affermare e imporre ad ogni livello".

"Qui il rischio che si tocchi carne viva è concreto", scrive l' editorialista del quotidiano torinese. Eppure anche se portata alle sue estreme conseguenze la cosiddetta  spending review non potrebbe dare un apprezzabile impulso alla declinante economia.

La spesa pubblica italiana ammonta a circa ottocento miliardi di euro e corrisponde a oltre la metà del PIL. Per fronteggiare una tale spesa il fisco preleva oltre il 50% dello stesso prodotto interno lordo. E' verosimile che solo una riduzione della pressione fiscale su produttori, consumatori e risparmiatori pari a un quarto ( oltre centocinquanta miliardi) riesca a dare nuovo slancio a produzione e occupazione. Tale riduzione può avvenire senza incrementare il debito pubblico soltanto diminuendo in misura corrispondente la spesa pubblica. E' dunque necessario risparmiare più di  centocinquanta miliardi di euro, di gran lunga maggiori dei pochi miliardi obiettivo della sognata spending review.
Uno sguardo alla spesa pubblica dell' Eurozona purtroppo obbliga ad immaginare riforme strutturali ben più incisive. La spesa pubblica italiana è sostanzialmente in linea con quella media dei paesi dell' area euro. Ciò significa che una razionalizzazione della spesa, con eliminazione degli sperperi, senza riduzione dell' ampiezza del settore pubblico, consentirebbe di ottenere forse una efficienza europea ma non una adeguata diminuzione delle uscite pubbliche.


Di questa dura realtà ha recentemente preso atto il governo olandese, che per bocca dello stesso re ha prospettato la fine del welfare state.

Occorre parlare con franchezza ai ceti medi italiani ed alle imprese, proponendo un patto preciso: ad una importante diminuzione della pressione fiscale dovrà corrispondere l' assunzione di maggiori responsabilità. Solo gli indigenti avrebbero servizi gratuiti, mentre dovrebbero cessare i trasferimenti alle imprese, con un netto taglio del cosiddetto capitalismo relazionale.
 La società deve sempre più bastare a se stessa, alleggerendo lo stato di compiti ormai insostenibili. Minore intermediazione pubblica della ricchezza prodotta, certezza del diritto, concorrenza estesa a settori più ampi, educazione del cittadino alla libertà responsabile. Queste le necessarie premesse della ripresa auspicata. La strada è in salita, ma rappresenta la sola alternativa al declino.

venerdì 14 marzo 2014

Ucraina. Scontro di debolezze.




Mentre la crisi russo-ucraina sembra aggravarsi è opportuno dar conto  di alcuni lucidi interventi fuori del coro, che indicano prospettive di analisi e linee di condotta in larga misura condivisibili.
Su affarinternazionali.it  l'11 marzo 2014 il generale Vincenzo Camporini ha scritto:

"La Russia di Putin, che si sente l’erede di una storia millenaria, non è solo l’epigono dell’Unione Sovietica ma continua ad essere il paese più grande del mondo in termini di superficie, e non vuole essere schiacciato a occidente e a oriente da potenze che non riuscirà mai a percepire come amiche, anche perché consapevole delle sue insuperabili debolezze strutturali, dalla demografia in discesa al fatiscente quadro industriale, che non consentono alla dirigenza di Mosca di guardare con ottimismo alle decadi future. Ne consegue l’ansia di circondarsi di una fascia di paesi in qualche modo legati da un vincolo che, a seconda del punto di vista, si può definire di amicizia o di vassallaggio..."

"Quanto accaduto negli ultimi anni e in particolare negli ultimi mesi in Ucraina ha fortemente alimentato le preoccupazioni russe, con una spaccatura tra due fazioni che si sarebbe dovuta evitare e le cui colpe possono essere equamente distribuite: da un lato chi sogna un’impossibile riunificazione con Mosca, percepita come Grande Madre ed a cui è pesantemente legata, non fosse altro che per le forniture energetiche, dall’altro chi invece guarda all’Occidente come il solo attore che possa offrire una prospettiva di futuro sviluppo e di apertura di mercati che possa far rinascere un’economia ansimante. Due visioni percepite come confliggenti e mutuamente esclusive.
L’errore di entrambe le parti, Occidente e Russia, è stato quello di alimentare queste visioni senza cercare sagacemente una sintesi che avrebbe potuto, e potrebbe ancora, portare al superamento di queste opposte visioni: un grave errore, alimentato dalle reciproche diffidenze antiche di quasi un secolo cui è tempo di rimediare.
Non è obbligatorio che Kiev stia da una parte o dall’altra: bisogna trovare una via di mezzo che salvaguardi gli obiettivi a breve di entrambi e costituisca inoltre il fondamento di una futura collaborazione strategica che è storicamente indispensabile, per essere pronti ad affrontare con successo le sfide poste dell’emergere di culture e potenze la cui compatibilità con la visione del mondo che ci appartiene è dubbia e tutta da dimostrare". 

"È illuminante l’articolo di qualche giorno fa di Hanry Kissinger sul Washington Post, che sollecita un approccio mirato a attenuare le contrapposizioni interne all’Ucraina, mettendo da parte qualsiasi ipotesi di una sua adesione alla Nato che sarebbe inevitabilmente percepita da Mosca come atto ostile, ma aprendo a un rapporto più stretto con l’Unione europea, secondo uno schema che è stato definito di ‘finlandizzazione’ dell’Ucraina e che ha il potenziale di trasformare Kiev da terreno di scontro della opposte ambizioni (interne ed esterne), a ponte ideale tra Occidente e Mosca, su cui costruire un rapporto basato sulla fiducia e non sulla diffidenza. 
Non è una via agevole, anche perché presuppone una convincente azione di ‘moral suasion’ su chi oggi detiene le leve del potere in Ucraina, come su chi soffia sul fuoco delle tendenze separatiste, ma è una via che deve essere seguita con determinazione, in quanto figlia di una visione sensata e fattibile su cui si deve investire, in modo che da questa partita tutti possano uscire come vincitori".

L'analisi di Camporini  presenta significativi punti di contatto con altri autorevoli interventi.
Il 3 marzo 2014 Neil Melvin su sipri.org ha così commentato la situazione:

"While the origin of the crisis lies in the confrontation between ousted Ukrainian President Viktor Yanukovych and an opposition movement protesting against what it saw as a corrupt and illegitimate government, the catalyst for the violence has been the geopolitical struggle for Ukraine that has been played out over recent years between the transatlantic community and Russia.
Competition between the integration projects of the European Union (EU), in the form of its proposed Association Agreement with Ukraine, and Russia, through its Customs Union, has served to destabilize the delicate east-west balance in Ukrainian foreign and security policy and, thereby, put pressure on the fragile regional, linguistic and ethnic mosaic that makes up contemporary Ukraine".

Melvin sottolinea la portata della contesa geopolitica per l'Ucraina tra Occidente e Russia e il ruolo destabilizzante dei contrapposti progetti di integrazione. Da segnalare anche, su nationalinterest.org, l'attenta analisi proposta da Dimitri K. Simes e Paul J. Saunders:

 "Once the protests began, the administration essentially abandoned its efforts to persuade Russia that Ukraine’s Western orientation would be “win-win” and instead supported a “winner-takes-all” approach..."

" After Russian forces established control in Crimea, Obama returned to a policy process that has already failed repeatedly elsewhere: 1) make bold and moralistic pronouncements, 2) put America’s prestige and credibility on the line, and 3) produce no real policy. U.S. policy toward Syria has been the most visible and damaging application of this approach so far, but it is far from the only one. This is how an administration that entered office determined to rebuild America’s image has instead further marred it, discouraged allies, and emboldened foes—grand talk and no action. The administration’s peculiar combination of Bush-era self-righteousness with Obamian instinctive caution, whether through analysis-paralysis or simple timidity, offers the worst of both worlds".

"In the end, China’s rise is much more significant than Crimea’s fate, and the United States should avoid reacting to the Ukraine crisis in ways that could severely undermine its ability to manage this paramount priority. China and Russia are not allies today and Beijing will not publicly support Crimea’s self-determination, something that Chinese leaders clearly see as contrary to their view of their own country’s territorial integrity. Nevertheless, there is little doubt about Beijing’s views of who is to blame for the crisis in Ukraine—the West—or about China’s sympathy for Moscow. Leaving Moscow no alternative to a far stronger relationship with Beijing, possibly including new high-tech arms sales and even diplomatic support of China’s territorial claims, would be a Pyrrhic victory. Perversely, efforts to displace Russia’s gas exports to Europe, which current events are likely to accelerate, may make Russian-Chinese deals more likely by putting new pressure on Gazprom to accept the lower prices China is offering. As Henry Kissinger recently wrote, the administration should remember that “the test of policy is how it ends, not how it begins.”".

"Finally, Washington should think long and hard about America’s complex relations with China. If necessary, the United States can confront either Moscow or Beijing, but the U.S. should avoid a simultaneous break with both—something much more difficult to manage. We cannot afford further missteps.
Finally, we must keep a sense of perspective about Russia. Vladimir Putin may have seized Crimea, but he is not Adolf Hitler. History rarely repeats itself. Still, 2014 looks less like 1939 than 1914. In the decade preceding World War I, Russia was weakened by the 1904-05 Russo-Japanese war and its 1905 revolution, and consequently accepted several humiliating setbacks in the Balkans at the hands of the Austro-Hungarian Empire and Imperial Germany. In response, Tsar Nicholas II decided to consolidate his alliance with Britain and France and to modernize the Russian army. Moscow finally took a stand in August 1914, surprising Kaiser Wilhelm and Emperor Franz Joseph, who thought that Russia would not dare to call their bluff. Indeed, the resulting war was suicidal for Russia and its Tsar, but Nicholas took Germany and Austria-Hungary down the drain with him. In an era before nuclear weapons, millions of Europeans died. And the war’s apparent winners—Britain and France—soon faced terrible new challenges".

Due "tigri di carta" si contrappongono. Gli USA di Obama sono fiaccati dal consumo a debito, dal fallimento delle principali agenzie educative, dalla caduta dell'etica del lavoro e della responsabilità. Solo il rapido incremento della produzione di shale gas/oil compensa parzialmente  le insufficienti prestazioni del sistema.
La Russia di Putin è segnata da una tendenza demografica sfavorevole, dalla bassa produttività, dall'eccessiva dipendenza dall'esportazione di armi, materie prime, gas naturale e petrolio, dalla presenza di una sempre più numerosa popolazione islamica.
Questi due giganti malati, nessuno dei quali è più avvelenato da ideologie totalitarie, non hanno nulla da guadagnare da una prolungata lotta. O vincono o si indeboliscono ancora entrambi. La nuova superpotenza cinese e il fondamentalismo islamico sarebbero i veri vincitori di una contesa geopolitica senza valide ragioni, tale da evocare non Danzica ma Sarajevo.

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