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Laureato in giurisprudenza, cattolico e liberale, contro l'intolleranza, l'irrazionalismo, la sofferenza umana.

martedì 7 maggio 2013

Disoccupazione negli Stati Uniti. C'è poco da stare allegri.



Pressochè unanime è stato l'entusiasmo manifestato per la recente riduzione del tasso di disoccupazione USA. Ma la lettura dei dati pubblicati dal Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti porta a diverse conclusioni:

"Total nonfarm payroll employment rose by 165,000 in April, and the unemployment
rate was little changed at 7.5 percent, the U.S. Bureau of Labor Statistics
reported today. Employment increased in professional and business services, 
food services and drinking places, retail trade, and health care.

The unemployment rate, at 7.5 percent, changed little in April but has
declined by 0.4 percentage point since January. The number of unemployed
persons, at 11.7 million, was also little changed over the month; however,
unemployment has decreased by 673,000 since January. (See table A-1.)

Among the major worker groups, the unemployment rate for adult women
(6.7 percent) declined in April, while the rates for adult men (7.1
percent), teenagers (24.1 percent), whites (6.7 percent), blacks (13.2
percent), and Hispanics (9.0 percent) showed little or no change. The
jobless rate for Asians was 5.1 percent (not seasonally adjusted),
little changed from a year earlier. (See tables A-1, A-2, and A-3.)

In April, the number of long-term unemployed (those jobless for 27
weeks or more) declined by 258,000 to 4.4 million; their share of the
unemployed declined by 2.2 percentage points to 37.4 percent. Over the
past 12 months, the number of long-term unemployed has decreased by
687,000, and their share has declined by 3.1 percentage points. (See
table A-12.)

The civilian labor force participation rate was 63.3 percent in April,
unchanged over the month but down from 63.6 percent in January. The
employment-population ratio, 58.6 percent, was about unchanged over
the month and has shown little movement, on net, over the past year.
(See table A-1.)

In April, the number of persons employed part time for economic
reasons (sometimes referred to as involuntary part-time workers)
increased by 278,000 to 7.9 million, largely offsetting a decrease in
March. These individuals were working part time because their hours
had been cut back or because they were unable to find a full-time job.
(See table A-8.)".

Dalle statistiche governative emerge che:

- la riduzione del tasso di disoccupazione è percentualmente modestissima

- i nuovi posti di lavoro sono stati creati soprattutto nel settore della ristorazione, del commercio al dettaglio e dell'assistenza sanitaria

- tali nuovi posti sono stati occupati soprattutto da donne adulte

-  da gennaio il numero dei maggiori di sedici anni occupati o che cercano attivamente lavoro si è complessivamente ridotto mentre il tasso di occupazione resta sostanzialmente invariato.

-  il numero di occupati part time per ragioni economiche (lavoratori part time involontari che non sono riusciti a trovare lavoro a tempo pieno) è aumentato.

Il quadro che emerge non corrisponde ai tratti di un'economia che esce dalla crisi. Il nuovo lavoro creato è in larga misura di bassa qualità. Nel paese in crisi i fast food e i supermercati acquistano clienti che prima si rivolgevano a ristoranti e negozi. In una società invecchiata l'assistenza sanitaria offre maggiori occasioni di lavoro. Non solo ogni entusiasmo pare ingiustificato, ma restano solide ragioni per guardare con apprensione alle prospettive della società e della economia americane.
I recenti dati sulla disoccupazione USA non rappresentano insomma un valido argomento contro la politica economica proposta e adottata dalla Germania. Permane plausibile la lettura della crisi che guida i governanti tedeschi. Nella economia globalizzata bisogna incrementare produttività, competitività e innnovazione produttiva, realizzando incisive riforme strutturali. Proprio queste rappresentano l'alternativa al rigore recessivo che tutti vogliono evitare.
Occorre sottolineare che nella competizione economica globale si fronteggiano interi sistemi paese, appesantiti o avvantaggiati da tradizioni, istituzioni, ordinamenti giuridici, strutture produttive, relazioni industriali, politiche fiscali, welfare. C'è molto da fare. Chi illude e si illude non rende un buon servizio ai meno fortunati.


martedì 30 aprile 2013

Unione europea. Meno lavoro nelle telecomunicazioni.





Su corrierecomunicazioni.it, quotidiano online d'informazione sull'ICT, Luciana Maci delinea le inquietanti prospettive occupazionali del settore telecomunicazioni in Europa:

"I carrier europei potrebbero tagliare la forza lavoro del 30% nei prossimi 5 anni, per una perdita complessiva di oltre 300.000 posti: lo sostiene Franca Salis Madinier, presidente del sindacato Uni Europa Icts, che rappresenta i dipendenti del settore tlc in 27 Paesi europei. Ed entro dieci anni, prosegue Madinier, potrebbero addirittura risultare dimezzati i posti di lavoro nelle telco del continente, che a tutt’oggi ammontano complessivamente a circa 1,1 milioni.
Secondo un approfondimento pubblicato oggi da Bloomberg, alcuni dei licenziamenti potrebbero essere dovuti alla decisione degli operatori di dislocare la forza lavoro fuori dall’Unione europea, in aree dove il costo del lavoro è inferiore e ci sono legislazioni meno restrittive sull’impiego".

"Secondo gli analisti interpellati da Bloomberg, tra gli elementi che portano inevitabilmente a una riduzione della forza lavoro c’è la costante evoluzione delle tecnologie: l’upgrade dal rame alla fibra ottica e le reti Lte/4G, con maggiori livelli di self-management,  sono fattori che inducono verso il consolidamento. Così, in un clima di forte crisi dell’eurozona e con la guerra dei prezzi tra operatori mobili, gli investitori continuano ad invocare tagli più netti sul fronte della forza lavoro".

Alcuni dei principali datori di lavoro europei danno così un rilevante contributo alla riduzione dell'occupazione. Le dispute tra fautori e critici del cosiddetto rigore infuriano, mentre si attribuiscono virtù taumaturgiche all'allargamento della base monetaria e alle politiche di bilancio accomodanti. Ma sempre più competitività e produttività sembrano il cuore del problema.
Ciò che ci avvantaggia come consumatori di beni e servizi spesso oggi ci pone in difficoltà come produttori. Assetti raggiunti in sistemi protetti si rivelano inefficienti ed insostenibili nella economia globalizzata. Bisogna sciogliere nodi che appaiono inestricabili, controllare pressioni e tendenze difficili da spiegare prima che da piegare, imparare dagli errori compiuti.

martedì 23 aprile 2013

Un programma per l'Italia.




Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 22 aprile 2013 delineano un programma per l'Italia:

"In campo economico ci sono due priorità: abbassare le tasse su lavoro e investimenti e far ripartire il credito a famiglie e imprese".
"Il taglio della pressione fiscale deve essere significativo. Ridurre le tasse di qualche miliardo non basta per far ripartire la fiducia e l'economia. Un obbiettivo di 4 punti di Pil (circa 50 miliardi), che ci allineerebbe alla pressione fiscale tedesca, non è irraggiungibile nell'arco di qualche anno".
"Dove trovare le risorse? 10-12 miliardi di sussidi si possono abolire da domani, come da mesi chiede Confindustria".
"La situazione del Paese è troppo grave per potersi permettere il lusso di continuare a finanziare servizi sostanzialmente gratuiti per tutti, anche per i ricchi, a partire da università e sanità. Ai ricchi va offerto uno scambio: meno tasse, ma in compenso cominceranno a pagare alcuni servizi. Uno studente universitario costa allo Stato, in media, 7 mila euro l'anno. I ricchi, dopo che gli sono state abbassate le tasse, devono pagarne 10. Con i 3 che avanzano si possono finanziare borse di studio per i meno abbienti meritevoli. Lo stesso vale per la sanità che non può essere gratuita per tutti".
"La commissione Ceriani ha individuato 30 miliardi di agevolazioni fiscali, molte delle quali concesse a chi urlava di più. Qualcosa si può recuperare subito. Gli incentivi alle energie rinnovabili costano a famiglie e imprese (che li pagano in bolletta), oltre 10 miliardi l'anno. Una parte di questi denari sono una rendita concessa a chi ha investito nelle rinnovabili".
"Secondo, far ripartire il credito. Le banche oggi non prestano perché ... non hanno abbastanza capitale. Occorre urgentemente costituire delle bad bank , cioè togliere i crediti andati a male dai bilanci delle banche - spostandoli in nuove società, appunto le cosiddette bad bank - perché solo banche "ripulite" possono attirare nuovi investitori e così rafforzare il loro patrimonio".
"Dopo un intervento radicale su tasse e spese (non prima), con Bruxelles si potrà negoziare".

Il taglio dei sussidi alle imprese consente non solo di realizzare risparmi ma anche di ridurre i tratti clientelari del nostro capitalismo. La fortuna dei nostri imprenditori deve dipendere sempre meno dalle relazioni con il potere politico e sempre più dalla capacità di competere con successo nella economia globalizzata grazie alla qualità di prodotti e servizi offerti. Mentre la ristrutturazione del welfare nella direzione indicata dai professori Alesina e Giavazzi imprime al sistema maggiore efficienza, massimamente se è sempre possibile la scelta diretta tra diversi fornitori di servizi in concorrenza tra loro. Chi paga un servizio è spinto a chiedere il suo adeguamento a standard qualitativi più elevati e comunque a pretendere prestazioni soddisfacenti.
Di queste riforme il paese ha bisogno subito, prima che il declino diventi inarrestabile. Le resistenze saranno forti perchè larghi settori del ceto medio italiano sono insieme vittime e beneficiari dell'attuale assetto sclerotico, inefficiente e clientelare. Occorrono coraggio e lungimiranza. Doti rarissime in una Italia sempre assetata di benessere e sicurezza immediati e inconciliabili.



mercoledì 17 aprile 2013

Il welfare degli enti locali. Fare meglio con meno.




Elisabetta Gualmini è professore ordinario di Scienza della Politica presso la Facoltà di Scienze Politiche  dell'Università di Bologna. Dal 12/07/2011 è presidente della fondazione di ricerca "Istituto Carlo Cattaneo".  In un articolo su La Stampa del 15 aprile 2013 delinea le condizioni e le prospettive del welfare gestito dagli enti locali italiani. Scrive la professoressa Gualmini:

"Come quando si gioca a palla avvelenata, durante la crisi più dura del secondo dopoguerra, lo Stato ha scaricato gran parte degli obblighi del risanamento finanziario alle regioni e agli enti locali".
" È il “decentramento della penuria”, andato in scena, a forza di sottrazioni, dal 2008 ad oggi, per un totale di oltre 33.000 milioni di euro. Per intenderci, i colpi di accetta sono arrivati a ridurre della metà le risorse degli enti locali (-45% nel 2013)".  
 "I welfare locali sono dunque stati rimaneggiati e riaggiustati con un mix di risposte che vanno dal tutto pubblico al tutto privato, ma che tendono in ogni caso alla de-istituzionalizzazione della cura e quindi richiedono una alleanza con la generazione di mezzo...".
"Il cambiamento dei modelli organizzativi. La rete dei servizi è stata completamente ridisegnata nei territori. Come gli aeroporti, le strutture ospedaliere sono delle reti con al centro ospedali più grandi e altamente specializzati e intorno piccoli presidi per degenze ordinarie e a ciclo breve... Tutto cucito insieme da finanziamenti che solo per il 61% sono pubblici, mentre il restante 39% sono privati (tra contratti outdoor per i fornitori e compartecipazione dei cittadini)".
" Il discorso sul welfare ha dunque bisogno di un nuovo repertorio di soluzioni, di un nuovo lessico e di un rapporto virtuoso tra pubblico e privato".

Nelle democrazie occidentali contemporanee i problemi della finanza pubblica hanno origine in larga misura nel welfare, compreso quello decentrato, e lì devono in altrettanto larga misura trovare soluzione. L' attuale "decentramento della penuria" chiama gli enti locali ad una sua ricostruzione secondo nuove linee guida.
Il rinnovato welfare dovrà sempre più poggiare sulla disciplina pubblica di strumenti privati, dare applicazione coerente al principio di sussidiarietà, che riserva il sostegno pubblico a chi non ce la fa da solo, consentire ai cittadini la scelta del fornitore di prestazioni, in regime di concorrenza. Con effetti positivi anche sotto il profilo dell' equità: devono essere eliminati i tratti regressivi del sistema attuale, dove spesso le imposte pagate dai meno abbienti  consentono di fornire servizi gratuiti o semigratuiti ai benestanti. 
Gli amministratori locali italiani devono fare meglio con meno. Missione impossibile per chi ha saputo dare pessima prova quando le risorse parevano infinite?

mercoledì 10 aprile 2013

Russia. La saturazione dell'impero.

Lo zar Alessandro III

Su Russia OGGI un importante articolo del ministro russo degli Esteri Lavrov pubblicato sulla rivista International Affair n° 3  del 2013. Lavrov espone le nuove Linee Guida in Politica Estera della Federazione Russa, ratificate dal presidente Putin il 12 febbraio 2013.
Scrive il ministro degli Esteri:

"Lo scopo principale dell’attività internazionale della Russia è la creazione di condizioni esterne favorevoli alla crescita economica, alla sua transizione verso modelli innovativi e all’innalzamento del tenore di vita delle persone.
È evidente che per garantire il graduale accrescimento delle potenzialità del Paese è necessario un contesto internazionale di stabilità, ed è per questo che la Russia considera la tutela della pace e della sicurezza mondiale non solo come uno dei suoi doveri principali in quanto membro della comunità internazionale e del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ma anche la chiave per la realizzazione dei propri interessi".
"Siamo convinti che il metodo migliore per evitare che la concorrenza globale possa sfociare in conflitti di forza consista nel lavorare instancabilmente affinchè le nazioni più rilevanti nel contesto mondiale, la cui posizione sia determinata in base a parametri geografici e di civilizzazione, abbiano garantito il ruolo di guida della collettività.
Gli sforzi della diplomazia russa sono pertanto volti a influenzare positivamente i processi globali che concorrono alla formazione di un sistema di relazioni internazionali policentrico stabile e, per quanto possibile, autoregolantesi, in cui la Russia riveste a pieno diritto il ruolo di centro chiave".

Nell'articolo è esplicito il richiamo alla visione dello zar Alessandro III che, proprio alla sua salita al trono (1881), delineò una politica estera al servizio dello sviluppo interno del suo impero. Le attuali Linee Guida russe prefigurano un assetto internazionale policentrico, un approccio multidirezionale ed una diplomazia reticolare, in cui la tutela della pace diventa condizione della piena realizzazione delle potenzialità economiche, sociali e culturali della Federazione russa. 
Questo grande paese - adottando l'efficace espressione bismarckiana - è "saturo" di territorio e di ricchezze naturali, ma resta lontano dall'obiettivo di modernizzarsi profondamente e diffusamente, nel rispetto dei principi dello stato di diritto ed estendendo i benefici della prosperità economica a larghi settori della popolazione. Una "saturazione", quest'ultima, che può essere conseguita solo con una equilibrata politica estera.

mercoledì 3 aprile 2013

Storia e capitale civico.


Nel suo recente Manifesto capitalista Luigi Zingales scrive:

"A colmare il divario fra ciò che sappiamo e ciò che dovremmo sapere per prendere una decisione davvero consapevole ci pensa la fiducia: fiducia nella controparte e, più in generale, nell'intero sistema". "La fiducia facilita le transazioni perché consente di risparmiare sui costi di controllo e verifica: è un lubrificante essenziale per gli ingranaggi dell'economia" (p. 250)
"La fiducia è solo un esempio di ciò che chiamo "capitale civico", ossia l'insieme delle aspettative e dei valori che favoriscono la cooperazione" (p. 253).
"Il capitale civico è un fattore produttivo al pari di quello fisico e umano. Nei Paesi in cui è più elevato, c'è meno corruzione e più sicurezza pubblica, la pubblica amministrazione lavora meglio e le aziende private crescono in maniera più efficiente" (p. 254).
"Le ricerche su come si costruisce il capitale civico sono ancora agli albori". "Anche in questo caso la storia gioca un ruolo fondamentale" (p. 254).
In questa prospettiva giova citare alcune considerazioni di Montesquieu, che visitò l'Italia tra l'agosto 1728 e il luglio 1729.





Nel suo Viaggio in Italia (1990) scrive:

" I sudditi del Papa si lamentano del governo dei preti, ma non c'è governo più mite. Il Papa manda denaro in quasi tutti i paesi dei suoi Stati" (p. 279).
" Durante quasi tutti i miei viaggi ho notato che più il popolo è miserabile, più è furbo e imbroglione. A Modena, dove il popolo è oppresso dalle imposte, non si può scambiare una moneta d'argento senza essere derubati; a Bologna, invece, dove sta bene, ci si può fidare di più, eppure sono a 2 poste l'una dall'altra" (p. 289).

Il grande precursore francese del liberalismo sottolinea la relazione tra regime, prosperità e capitale civico. A Bologna, ben governata dal papa re, non mancano la prosperità e la fiducia. Ma se il regime contribuisce a  determinare il capitale civico, è a sua volta da questo influenzato? Con ogni probabilità sì, soprattutto nelle democrazie contemporanee. In esse la domanda politica è importante almeno quanto l'offerta ed è orientata anche dal capitale civico. 


  

lunedì 25 marzo 2013

Scuola. Meglio pagarla di tasca propria.




Nel suo recente Manifesto capitalista Luigi Zingales ha sottolineato il carattere regressivo del sistema universitario italiano:

"Mentre uno studente costa mediamente all'erario 15.000 euro all' anno, la tipica matricola paga poco più di 1000 euro. Ciò sostiene artificialmente la domanda per un prodotto di scarsa qualità".
"Per sensibilizzare i consumatori alla qualità del prodotto è necessario far pagare loro il costo reale del prodotto. Paradossalmente un'iniziativa altamente progressista. L'università quasi gratuita è una redistribuzione dai poveri (che pagano le imposte ma non vanno all'università) ai ricchi (che ottengono in servizi universitari più di quanto pagano)".
"E per evitare che la retta universitaria sia un ostacolo per gli studenti capaci ma indigenti, basta trasformare l'attuale sussidio in finanziamenti...". (op.cit., 2012, p. 231 e seg.)

Considerazioni analoghe si trovano ne La ricchezza delle nazioni, l'opera più nota ed influente di Adam Smith. Il grande precursore del pensiero economico liberale contemporaneo più di due secoli fa, a proposito dell'istruzione inferiore, ma con rilievi di portata generale, osservò che:

"Lo stato può facilitare l'apprendimento di queste parti dell'istruzione creando in ogni parrocchia o distretto una piccola scuola, nella quale i bambini possano essere istruiti per un compenso così modesto che anche un lavoratore comune possa pagarlo, e in cui il maestro sia pagato in parte, ma non esclusivamente, dallo Stato, perché se fosse pagato esclusivamente, o anche principalmente, dallo Stato imparerebbe presto a trascurare il suo mestiere" ( Adam SMITH, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Libro Quinto, I, Parte III).

Istruzione, sanità, previdenza e assistenza sociali sono rese non solo finanziariamente sostenibili ma anche più efficienti dalla compresenza di disciplina pubblica e strumenti privati. Minore pressione fiscale in cambio di maggiori responsabilità per i ceti medi italiani, chiamati a individuare e a premiare i migliori fornitori di servizi, abbattendo chiusure corporative e steccati ideologici.
Questo è un programma davvero rivoluzionario che purtroppo non troviamo tra quelli di chi dice di voler cambiare tutto.

martedì 19 marzo 2013

Il vescovo di Roma nella prospettiva ecumenica.


Secondo il vigente codice di diritto canonico della Chiesa cattolica

"Il Vescovo della Chiesa di Roma, in cui permane l'ufficio concesso dal Signore singolarmente a Pietro, primo degli Apostoli, e che deve essere trasmesso ai suoi successori, è capo del Collegio dei Vescovi, Vicario di Cristo e Pastore qui in terra della Chiesa universale; egli perciò, in forza del suo ufficio, ha potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può sempre esercitare liberamente" (can.331).

Tale potestà del successore di Pietro nell'episcopato romano è uno dei principali ostacoli all'unità dei cristiani. Le altre grandi chiese cristiane infatti riconoscono o possono riconoscere un primato d'onore del vescovo di Roma ma non una sua potestà piena, immediata e universale su tutti i cristiani.
La Chiesa cattolica  persegue il superamento delle divisioni tra le chiese cristiane, con una lucida comprensione dei problemi che rallentano il processo di unificazione. Tra essi particolare  attenzione desta quello rappresentato dal cosiddetto primato petrino, sopra delineato.
Sull'impegno ecumenico resta insuperato il magistero di Giovanni Paolo II che nella lettera enciclica Ut unum sint ha dato alla Chiesa cattolica un compito preciso:

" Quale Vescovo di Roma so bene, e lo ho riaffermato nella presente Lettera enciclica, che la comunione piena e visibile di tutte le comunità, nelle quali in virtù della fedeltà di Dio abita il suo Spirito, è il desiderio ardente di Cristo. Sono convinto di avere a questo riguardo una responsabilità particolare, soprattutto nel constatare l'aspirazione ecumenica della maggior parte delle Comunità cristiane e ascoltando la domanda che mi è rivolta di trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all'essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova. Per un millennio i cristiani erano uniti "dalla fraterna comunione della fede e della vita sacramentale, intervenendo per comune consenso la sede romana, qualora fossero sorti fra loro dissensi circa la fede o la disciplina"

"Ma ... è per il desiderio di obbedire veramente alla volontà di Cristo che io mi riconosco chiamato, come Vescovo di Roma, a esercitare tale ministero .... Lo Spirito Santo ci doni la sua luce, ed illumini tutti i pastori e i teologi delle nostre Chiese, affinché possiamo cercare, evidentemente insieme, le forme nelle quali questo ministero possa realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri" (95).

Passi decisivi verso l'attribuzione al servizio petrino di forme e contenuti compatibili con la piena comunione delle chiese cristiane sono stati realizzati dai due ultimi papi. Benedetto XVI, rinunciando al suo ufficio di Romano Pontefice e diventando vescovo emerito di Roma, ha sottolineato la centralità del ministero episcopale.
Il nuovo papa Francesco ha con chiarezza percorso la via indicata dal predecessore, con comportamenti la cui portata ecumenica può rivelarsi determinante. In questo senso va letta anche la decisione di rivolgersi ai fedeli durante il suo primo Angelus soltanto in lingua italiana.
Il vescovo di Roma ha parlato alla Chiesa di Roma prima che ai cristiani di tutto il mondo, chiamati  a vedere nel successore di Pietro il titolare di una potestà legata all'importanza della sede episcopale e che si esprime nel servizio all'unità della Chiesa universale.

martedì 12 marzo 2013

Il modello tedesco divide l'Europa.






Emerge con chiarezza un rinnovato modello tedesco, nato dalla riforma della tradizionale economia sociale di mercato. Al conseguimento di una maggiore competitività sono diretti la riduzione della pressione fiscale, la ristrutturazione del welfare, l'impostazione produttivistica di scuola e pubblica amministrazione tutta, il riassetto delle relazioni industriali, l'impulso all'innovazione produttiva, la disciplina della finanza pubblica.

"La Merkel invece si concentra sul futuro più immediato, sulla messa a punto entro giugno, di un patto europeo per la competitività". 
"Ora il copione si ripete a Varsavia ed è anche molto più facile da recitare. Il cancelliere venuto dall'Est in fondo gioca in casa, ne conosce bene la vecchia cultura e ne condivide quella nuova nata sulle macerie del comunismo. Perché è tutta imperniata sul recupero di competitività (in larga parte riuscito) di un modello di sviluppo aperto, fatto di costi e salari bassi, welfare leggero e regimi fiscali mirati a calamitare gli investimenti esteri. Che infatti piovono abbondanti, cinesi in testa. 
La ricetta piace alla Germania dell'economia sociale di mercato riformata. Tanto che medita di farne una sorta di laboratorio delle future riforme europee. I dati parlano chiaro: tra il 1999 e il 2012, grazie alla profonda revisione del suo modello nello scorso decennio, la competitività globale della Germania è salita del 22,5% contro un aumento dell'1,2% in Francia, dell'1,4 in Italia, del 3,3 in Spagna".
"Per colmare queste divergenze abissali, dopo aver imposto il fiscal compact, ora la Merkel sogna il patto per la competitività. Che naturalmente non passa per un euro più debole e neanche per una politica monetaria più accomodante, all'americana o alla giapponese, ma sempre e soltanto per rigore e riforme strutturali a tappeto".

Per tentare di riprodurre questo modello i paesi periferici dell'Eurozona devono realizzare riforme strutturali profonde ed adottare una incisiva austerità fiscale e di bilancio. Hans-Werner Sinn, professore di economia e finanza pubblica all'università di Monaco di Baviera, su Il Sole 24 Ore del 9 marzo 2013:

"Temo che tra la quantità di austerità necessaria per riportare in equilibrio i conti e quella che la popolazione può tollerare senza disordini in strada, c'è un grande dislivello". 

Assistiamo infatti a un diffuso ed aspro rifiuto del cosiddetto rigore fiscale, monetario e di bilancio. Anche il risultato delle recenti elezioni italiane è in larga misura interpretabile in questo senso. Ma rappresenta un'alternativa efficace quella suggerita da Cerretelli con l'accenno alla prospettiva di "euro più debole" e di "una politica monetaria più accomodante, all'americana o alla giapponese"? Bisogna dire chiaramente che questa alternativa non dà i risultati sperati.
A lungo esplorata dall'Amministrazione Obama, non ha consentito di fronteggiare con successo la crisi occupazionale e i problemi posti dalla globalizzazione della competizione economica, mentre si è rivelata insostenibile per gli effetti sulla finanza pubblica. Il perdurante squilibrio della bilancia  commerciale USA e i dati su occupazione/disoccupazione non consentono un giudizio meno severo. Anche le più recenti statistiche ufficiali devono essere lette in questo senso:

"Employment increased in professional and business 
services, construction, and health care". 
Nessun incremento nella manifattura.

"In February, the number of long-term unemployed (those jobless for 27 weeks 
or more) was about unchanged at 4.8 million. These individuals accounted for 
40.2 percent of the unemployed.
The employment-population ratio held at 58.6 percent in February. The civilian 
labor force participation rate, at 63.5 percent, changed little. 
The number of persons employed part time for economic reasons, at 8.0 million, 
was essentially unchanged in February. These individuals were working part 
time because their hours had been cut back or because they were unable to 
find a full-time job.
In February, 2.6 million persons were marginally attached to the labor force, 
the same as a year earlier. (The data are not seasonally adjusted.) These 
individuals were not in the labor force, wanted and were available for work, 
and had looked for a job sometime in the prior 12 months. They were not 
counted as unemployed because they had not searched for work in the 4 weeks 
preceding the survey".
 Il numero dei disoccupati di lunga durata, dei non occupati e degli occupati a tempo parziale per motivi economici resta molto lontano dai livelli auspicati.

Ma come fare accettare alla ricalcitrante opinione pubblica dei paesi più colpiti dalla crisi le  necessarie riforme? Iniettando robuste dosi di equità nell'attività riformatrice e di verità nel dibattito pubblico. Il peso del cambiamento più deve essere sopportato da chi in passato ha tratto maggior vantaggio dalle relazioni clientelari, dalle rendite di posizione, dalle chiusure corporative, dai privilegi più odiosi. Mentre devono essere posti a disposizione dei cittadini  elementi che consentano di formare opinioni più costruttive perchè meglio corrispondenti alla struttura dei problemi. 




martedì 5 marzo 2013

Einaudi e De Gasperi. L'Italia ricostruita con il rigore.








Luigi Einaudi, governatore della Banca d'Italia, ministro delle Finanze e del Tesoro e poi ministro del Bilancio nei Governi De Gasperi, difese strenuamente il valore della lira e limitò rigidamente la spesa pubblica. Questa condotta economica rese possibile la ricostruzione italiana dopo la Seconda guerra mondiale.






Randolfo Pacciardi fu dal 1948 al 1953 ministro della Difesa nei governi De Gasperi. Ha ricordato il secondo presidente della Repubblica italiana con queste  parole:

"Il prestigio di Einaudi in materia economica era indiscusso ed era a lui che spettava l'ultima parola sulle proposte di legge dei singoli ministri. Era rigidissimo. Le sedute del Consiglio dei Ministri con De Gasperi erano interminabili. Einaudi sembrava disinteressarsi delle lunghe discussioni che non riguardavano la sua specifica competenza. Si faceva portare regolarmente un brodo alle 11 del mattino e riteneva che quello fosse il tonico migliore per tener desta la sua attenzione. E' avvenuto anche a me di tentare di profittare a tarda ora della sonnecchiante distrazione di Einaudi per varare proposte di legge che comportavano spese per la Difesa, ma al punto culminante il Ministro del Bilancio si risvegliava regolarmente per dire di no. La difesa della lira faceva parte, egli diceva, del problema generale della difesa del paese".
"Pella, come Ministro del Tesoro aveva davvero le spalle al sicuro. Con questi cerberi alle finanze dello Stato non si facevano davvero spese inutili. Il raddrizzamento della situazione economica nei governi cosiddetti centristi lo si deve certamente a Einaudi" (Protagonisti grandi e piccoli, 1972, p. 186).

Oggi, quando il declino dell'Italia appare una prospettiva difficile da evitare, la lezione di Einaudi e De Gasperi è più che mai attuale. Mentre la demagogia contraddistingue i discorsi e la propaganda dei loro sedicenti eredi, si deve riaffermare con forza il valore della politica economica che consentì di ricostruire l'Italia devastata dalla guerra. 



martedì 26 febbraio 2013

Italia. La disperazione e il semplicismo.


Ormai più di trenta anni fa il compianto professor Piero Melograni scrisse nel suo brillante Saggio sui potenti:

"Ma in tutti i luoghi l'assetto politico-sociale è il risultato di tendenze e di forze numerose e complesse, materiali e spirituali, razionali e irrazionali, difficilmente controllabili. Nel continuo, intricato, ondeggiante accavallarsi di tutte queste forze e tendenze deve essere cercata la spiegazione delle diverse situazioni storiche nelle quali gli individui e le collettività si trovano concretamente ad operare. Gli stessi capi... sono profondamente condizionati e spesso addirittura travolti dalla circostante realtà" (ed.1977, pag. 123).

Anche e soprattutto la gente comune deve fonteggiare una realtà che travolge individui, famiglie, imprese. Ma più dei potenti ripone le proprie residue speranze in spiegazioni e misure semplicistiche, mentre riconoscendo ed accettando la complessità potrebbe trovare concrete soluzioni.
Fuori dei suoi confini oggi l'Italia è guardata con apprensione.




Preoccupano le scelte del suo elettorato, ma devono ancor più preoccupare la cultura politica diffusa, l'addestramento alla vita democratica, la capacità di competere con successo nel mercato globale. Queste sono le risorse più inadeguate.

martedì 19 febbraio 2013

Russia. L' agenda economica del governo.


Nella società sovietica matura "il potente Stato redistributivo garantiva alla popolazione un alto grado di stabilità e di salvaguardia sociale non giustificabili con il livello di produttività raggiunto dall'economia sovietica. Il "segreto" della politica economica di Breznev fu svelato soltanto dopo la morte del suo ideatore".
"Il regime brezneviano aveva rinunciato definitivamente a introdurre qualsiasi seria riforma strutturale e cominciato a sostituire le riforme con l'esportazione di materie prime ed energia. Gli sforzi principali si erano concentrati sullo sviluppo rapido e ipertrofico dell'industria estrattiva, in primo luogo, di petrolio e gas".
"Tale politica di sostituzione delle riforme con la svendita delle ricchezze naturali contribuì a mantenere lo sviluppo dell'industria e a creare un gran numero di posti di lavoro. Questa fu la ricetta brezneviana per l'organizzazione della stabilità e del consenso nella società sovietica" (Victor ZASLAVSKY, Storia del sistema sovietico, 2009, p. 194).

L'URSS si è dissolta nel 1991, ma questo assetto non ha subito mutamenti decisivi. La Russia è ancora in larga misura dipendente dall'esportazione di petrolio, gas e altre materie prime. Il governo russo tenta di realizzare riforme strutturali: diversificazione produttiva, riduzione del deficit, innovazione tecnologica, ristrutturazione del sistema assistenziale/previdenziale e rinnovamento istituzionale vengono riproposti come punti principali dell'agenda governativa.





Russia OGGI ne espone le linee guida, con un interessante riferimento all'evoluzione del mercato internazionale del gas:


"L’impennata nella produzione a basso costo del gas di scisto e la costruzione degli impianti per la sua liquefazione e il successivo trasporto in Europa costituiscono una reale minaccia per Gazprom, i cui ricavi vengono prodotti al 75 per cento dall’esportazione. Per parecchi anni Gazprom ha guardato con scetticismo alla realtà di una simile minaccia e quindi alla sua remota eventualità, ma a un tratto essa è apparsa come una prospettiva imminente".




Da sottolineare infine il ruolo tuttora centrale dell'industria degli armamenti russa. Nel 2011 la Russia ha mantenuto la posizione di secondo esportatore di armi al mondo dopo gli Stati Uniti. Nel Ventunesimo secolo non potrà più essere soprattutto un esportatore di armi e materie prime energetiche. Ma la strada delle riforme è in salita.

lunedì 11 febbraio 2013

La democrazia occidentale tra promessa e realtà.


Le idee sono potenti fattori della storia umana. Nel Settimo secolo la nuova religione islamica mutò rapidamente e imprevedibilmente non solo i tratti culturali ma lo stesso assetto politico del bacino del Mediterraneo. Il marxismo-leninismo e l'ideologia nazista produssero i grandi totalitarismi del Ventesimo secolo.
Riferendosi a tali totalitarismi Robert Conquest ha intitolato un suo brillante libro Il secolo delle idee assassine. Ma alcuni ideali hanno svolto un ruolo determinante anche nella formazione e nella evoluzione delle democrazie liberali. Sovranità popolare, uguaglianza di fronte alla legge, uguaglianza delle opportunità, diritto alla ricerca della felicità e libertà sono le idee che hanno fondato e legittimato le democrazie occidentali a partire almeno dalle rivoluzioni settecentesche, con le loro incisive dichiarazioni dei diritti dell'uomo e del cittadino.




Queste promesse fondanti e legittimanti rappresentano però l'origine di problemi e tensioni che possono rivelarsi fatali per gli stessi assetti sociali ed istituzionali che hanno potentemente contribuito a creare.
Francois Furet ha scritto:

"Libertà ed eguaglianza sono promesse illimitate". "Quelle promesse astratte in realtà creano un divario insormontabile tra le aspettative dei popoli e quello che la società può offrire". "Si spiega così quell'aspetto certamente singolare della democrazia moderna nella storia universale, che consiste nell'infinita capacità di produrre giovani e adulti che detestano  il regime sociale e politico nel quale sono nati e odiano l'aria che respirano, pur vivendone e non conoscendone altre". "Ho in mente... la passione politica costitutiva della democrazia, quella fedeltà esasperata ai principi che nella società moderna rende un po' tutti nemici del borghese, compreso lo stesso borghese" (Il passato di un' illusione, 1997, p. 23 e seg.).

Queste parole dell'insigne storico francese risalgono agli albori della globalizzazione contemporanea, quando il divario di produttività tra l'Occidente avanzato ed i paesi cosiddetti emergenti era ancora ampio a favore dei paesi occidentali più sviluppati. Proprio l'elevata produttività in termini assoluti e relativi ha consentito il notevole miglioramento delle condizioni di vita di larghi settori della popolazione e l'avvicinamento tra promessa e realtà che contiene il malcontento.
Oggi elevati livelli  di produttività si raggiungono anche nei paesi ormai ex emergenti, nei quali inoltre costo del lavoro, pressione fiscale, relazioni industriali, tutela dell'ambiente e situazione politica rendono vantaggiosa la produzione manifatturiera, lì spesso trasferita dai paesi di più antica industrializzazione. Così diventa sempre più difficile garantire buone opportunità nelle democrazie occidentali. La distanza tra promessa e realtà si allarga. Non si può escludere la rivolta di chi non ha accesso a uno standard considerato irrinunciabile.
Che fare? E' urgente eliminare privilegi, rendite di posizione, chiusure corporative. Occorre ripristinare sufficienti produttività e competitività, esercitando nel contempo pressioni sulle nuove potenze affinché aprano le loro economie, oggi ancora sottratte alla concorrenza leale con dazi, regole ed intervento pubblico. Bisogna favorire lo sviluppo di una cultura compatibile con le esigenze della democrazia liberale e della crescita economica. Si deve educare alla libertà responsabile, insegnando ai giovani a vedere ed accettare la complessità, ad imparare dagli errori. E' necessario diffondere la consapevolezza che non esistono pasti gratis, che per ogni pasto consumato qualcuno paga il conto. Troppo? Troppo difficile? L'alternativa è un doloroso declino. 

mercoledì 6 febbraio 2013

Cina e crisi. La durevole diversità.



Da un articolo di Stephen S. Roach, professore all'Università di Yale ed ex presidente della Morgan Stanley Asia, su Il Sole 24 Ore del 29 gennaio 2013:

" La Cina ha smentito gli scettici ancora una volta. Nell'ultimo trimestre del 2012, infatti, la crescita economica del Paese si è attestata al 7,9%, registrando un’accelerazione di mezzo punto percentuale rispetto alla crescita del Pil, pari al 7,4%, nel trimestre precedente. Dopo dieci trimestri consecutivi di decelerazione, si tratta di un incremento degno di nota che segna il secondo atterraggio morbido dell'economia cinese in poco meno di quattro anni".
"Malgrado i discorsi sull’imminente spostamento dell'asse verso la domanda interna, la Cina continua a dipendere fortemente dalle esportazioni e dalla domanda esterna, fattori determinanti per la sua crescita economica".
"La Cina è riuscita a resistere ai duri shock esterni degli ultimi quattro anni grazie al risparmio (53% del Pil) e alle riserve valutarie (3.300 miliardi dollari), che hanno funto da cuscinetto".
"L'economia cinese appare più instabile, avendo registrato importanti rallentamenti nella crescita del Pil reale sia nel 2009 che nel 2012. Anche i suoi squilibri interni si sono aggravati, con la percentuale di investimenti del Pil che sfiora il 50% e i consumi privati inferiori al 35%".

La Cina, grazie al suo welfare produttivistico che, utilizzando strumenti semiprivati, "copre" e costa meno di quelli dell'Europa occidentale, può attingere a imponenti riserve valutarie e a una elevata quota di risparmio per realizzare investimenti. Sembra improbabile che i governanti cinesi rinuncino ai vantaggi competitivi che tale modello offre nella economia globalizzata per aderire a quello europeo. I tecnocrati che oggi reggono la potenza asiatica sono ben consapevoli dei problemi che affliggono le democrazie europee. Significativa questa intervista a Al Jazeera di Jin Liqun, presidente del fondo sovrano cinese:




Sono i difetti del welfare, secondo Jin Liqun, le cause della crisi europea. Le leggi sul lavoro sono obsolete, spingono alla pigrizia e all'indolenza invece che al duro lavoro. Il "welfare system" è buono per ogni società per ridurre il divario, per aiutare gli svantaggiati, ma una società del benessere non deve indurre la gente a non lavorare duramente. Questa Europa non attrae più a sufficienza investimenti stranieri.

Luca Vinciguerra su Il Sole 24 Ore del 31 gennaio 2013 ha scritto:

"Ma nel caso della Cina il sostegno fornito ai colossi di Stato, e la totale schermatura contro qualsiasi forma di concorrenza esterna, ha raggiunto livelli parossistici. Che si sono materializzati in una serie di privilegi altrove impensabili: benefici fiscali, credito illimitato, sussidi a pioggia, concessioni di terreni a costo zero, accesso preferenziale alle commesse pubbliche".
"Risultato: la forbice tra i valori medi della produzione industriale delle aziende di Stato e del settore privato si è progressivamente allargata, passando da sei volte del 2004 a undici volte del 2010. "L'industria pubblica cinese ha raggiunto uno strapotere simile a quello detenuto dai kombinat in Unione Sovietica – avverte un bancario occidentale - Con la differenza, però, che a quei tempi Mosca non competeva e non voleva competere con nessuno sia sul mercato interno che su quello internazionale, mentre i national champion cinesi puntano a conquistare il mercato globale".

Proprio nel settore delle aziende di stato il regime cinese probabilmente concentrerà gli sforzi per incrementare la produttività e razionalizzare un assetto socioeconomico che non può e non vuole davvero stravolgere. I dirigenti cinesi non imboccheranno con decisione la via dell'aumento della domanda di beni di consumo e continueranno ad indurre un elevato risparmio privato con uno stato sociale "corto", che responsabilizza individui e famiglie. Chi in Occidente punta su una Cina che abbandoni le sue peculiarità per tentare di conseguire lo standard democratico-sociale europeo confonde i propri desideri con la realtà.

martedì 29 gennaio 2013

Nord Africa e Medio Oriente. La prospettiva propagandistica.




In una lucida analisi del rapporto tra sicurezza europea e destino dell'unione politica europea Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera del 28 gennaio 2013, ha riassunto le preoccupazioni per la situazione delle aree di espansione dell'islamismo radicale:

"Dodici anni dopo l'attacco dell'11 Settembre, appare chiaro che il mondo occidentale sta perdendo la battaglia per contenere la diffusione dell'islamismo radicale. Né la strategia di Bush né quella di Obama, pur diversissime, hanno dato i frutti sperati. In Afghanistan e in Pakistan la minaccia non è stata affatto debellata. Per parte loro, le rivoluzioni arabe, che tante speranze avevano suscitato, hanno accresciuto il pericolo.
Nel più importante Paese arabo, l'Egitto, l'opposizione si scontra ormai quasi quotidianamente nelle piazze con il governo islamista, democraticamente eletto ma già nel mirino di Amnesty International per le continue violazione dei diritti umani. Nel frattempo, i salafiti dilagano nell'Africa subsahariana (aiutati anche dalla dabbenaggine esibita da noi occidentali nella vicenda libica). Cercano di creare nuovi Afghanistan in grado di minacciare chiunque, europei inclusi, ostacoli il loro disegno espansionista".

A tali preoccupazioni si accompagnano spesso critiche rivolte ai governi occidentali che quelle rivoluzioni hanno appoggiato e forse fomentato. Perchè togliere l'appoggio a regimi dispotici ma amici dell'Occidente per dare aiuto ai compositi movimenti rivoluzionari? Non erano forse già allora chiari i rischi?
Bisogna prendere in considerazione l'alternativa. Continuare a puntellare i regimi corrotti e autoritari del Nord Africa e del Vicino Oriente si sarebbe rivelato dannoso anche sul piano politico-propagandistico. La memoria storica dei musulmani e degli arabi in particolare raggiunge livelli di intensità e sensibilità ormai non ravvisabili in Occidente, come ha ben sottolineato Bernard Lewis:  "I popoli musulmani, come tutti i popoli del mondo, sono stati plasmati dalla loro storia, ma a differenza di altri ne sono fortemente consapevoli" (La crisi dell' Islam, 2004, pag. 5) .
Le vicende passate forniscono chiare indicazioni sui danni a lungo termine prodotti da atteggiamenti impresentabili in ambito politico-propagandistico. Basti pensare al colpo di stato contro Mossadeq in Iran. Nel 1951 "l'autorità dello scià subì un duro colpo...quando, cedendo alle pressioni dell'opinione pubblica, nominò alla carica di primo ministro un eccentrico nazionalista, il dottor Muhammad Mossadeq. Questi, per prima cosa, nazionalizzò l'industria petrolifera, sfidando il governo britannico che possedeva il 50 per cento della Iranian Oil Company".
"La Gran Bretagna e ancor più gli Stati Uniti esagerarono sulla vulnerabilità di Mossadeq all'influenza dei comunisti". Nel 1953 "la CIA e il SIS organizzarono congiuntamente un colpo di Stato che rovesciò Mossadeq e restaurò l'autorità dello scià". "Il breve successo del colpo di Stato, tuttavia, fu abbondantemente offuscato dal danno a lungo termine subito dalla politica americana e britannica in Iran. Fu semplicissimo, per il KGB, alimentare tra gli iraniani la convinzione già ampiamente diffusa secondo cui la CIA e il SIS continuavano a manovrare oscuramente dietro le quinte. Persino lo scià giunse a sospettare, in alcuni casi, che la CIA stesse cospirando contro di lui" (Christopher ANDREW e Vasilij MITROKHIN, Una storia globale della guerra fredda, 2005, p.183 e seg.).

Il sostegno offerto alle rivoluzioni arabe, pur criticabile sotto altri profili, pone innegabilmente l'Occidente in una posizione meno difficile sotto quello propagandistico, di fronte alla stretta illiberale operata dai movimenti islamici radicali. Chi ha già difeso libertà e democrazia può oggi con qualche coerenza opporsi a chi intende soffocare ogni genuina aspirazione ad esse.

mercoledì 23 gennaio 2013

Gli USA di Obama evitano il baratro ma non il declino.





Gianni Riotta su La Stampa del 22 gennaio 2013 ha così delineato le prospettive della seconda presidenza Obama:

"Il brusco passaggio dall’utopia alla realtà è la cifra del secondo mandato di Obama".
"Non si può più - Obama lo sa, ma non ha fatto nulla, perfino stracciando le proposte di una commissione bipartisan convocata sul tema - spendere come se le tasse Usa fossero altissime e tassare come se la spesa Usa fosse ridottissima. Alta spesa e basse tasse sono, da G. W. Bush soprattutto, somma rovinosa. Con un numero record di americani che vanno in pensione, figli del boom del dopoguerra, le tre voci di spesa, difesa, sanità e pensioni, vanno tagliate. Gli economisti più intelligenti, come Rogoff, propongono di «tagliare la spesa attraverso l’innovazione», riformando cioè esercito, ospedali, sussidi agli anziani e scuole con le tecnologie, per fornire servizi a spesa ridotta. Ma nessuno ha il coraggio di dirlo agli elettori".

"Nessuno ha il coraggio di dirlo agli elettori". Sono le aspettative degli elettori, da sempre e sempre più nelle democrazie occidentali, ciò che fa la differenza.

Sul Corriere della Sera del 23 gennaio 2013 Giovanni Sartori ha scritto:

" Un libro molto letto, oggi, nelle università americane, è Prozac Leadership di David Collinson: un titolo che dice tutto, e cioè che il crac è figlio di una cultura che "premiando l’ottimismo ha indebolito la capacità di pensare criticamente, ha anestetizzato la sensibilità al pericolo"".

In America come in Europa è difficile dire agli elettori verità che non sono preparati a sentire e a capire. I problemi di competitività posti dalla globalizzazione e l' insostenibilità del nostro welfare appaiono spesso argomenti tabù. Eppure questi sono i temi decisivi e pressanti. Non a caso sono stati pubblicamente discussi nei paesi che meglio hanno retto l' urto della crisi. I politici tedeschi ne parlano, compresi da un elettorato che meno di altri si lascia suggestionare dagli imbonitori.
Alcuni recenti dati mettono a nudo le difficoltà strutturali dell' economia americana. Le grandi compagnie dell' hi-tech mostrano un' insolita caduta dei profitti:

"E' il poker dell'hi-tech a stelle e strisce: Google, Ibm, Apple e Microsoft. Ma questa volta la "mano" giocata degli utili tecnologici questa settimana non basterà a vincere la partita dei profitti a Wall Street: le aziende dell'alta tecnologia, abituate a sbancare con marce inesorabili dei bilanci e trainare l'intera stagione dei conti, questa volta usciranno sconfitte. Le performance, ammoniscono gli analisti, dovrebbero mostrare nell'insieme - cioe' una volta sommate 70 grandi società - un insolito calo dei profitti trimestrali" ( Marco Valsania - Il Sole 24 Ore).

Fondamentale importanza ha la bilancia commerciale. L' ormai abituale deficit aumenta, ma soprattutto tale aumento non è determinato dalle importazioni di petrolio nè dalle vicende del settore alimentare, bensì dall' andamento dei beni di consumo:

 "Brutta sorpresa per i mercati dagli Stati Uniti. A novembre il deficit commerciale Usa è cresciuto del 15,8%, a 48,73 miliardi di dollari, dai 42,06 miliardi di dollari di ottobre (dato rivisto al ribasso dai precedenti 42,24 miliardi). Gli analisti avevano previsto invece un ribasso a 41,2 miliardi, sulla scia del calo dei prezzi del petrolio.
Il risultato è dovuto principalmente all'aumento delle importazioni di beni non petroliferi, che hanno toccato livelli record. Se dal conteggio si esclude l'oro nero, il dato ha raggiunto i massimi degli ultimi cinque anni. Lo ha reso noto il dipartimento del Commercio americano.
In generale le importazioni sono aumentate del 3,8%, a 231,28 miliardi, con rialzi soprattutto per i beni di consumo. In particolare, gli acquisti di cellulari sono saliti del 27% e i prodotti farmaceutici quasi del 20%. L'import di greggio è sceso a 23,68 miliardi di dollari, dai 25,9 miliardi di ottobre. Il prezzo medio del barile è calato di 2,3 dollari, a 97,45 dollari" (FIRSTonline).

Quando il consumatore può spendere continua ad acquistare beni di produzione straniera, più competitivi rispetto a quelli prodotti negli Stati Uniti. Senza una manifattura ad alto valore aggiunto davvero competitiva gli USA  come l' Europa non possono risolvere i propri problemi, non riescono a creare nuova occupazione di buona qualità e a ottenere redditi più alti per ampi settori della popolazione.
E' sempre più evidente che il lassismo monetario e di bilancio praticato dall' Amministrazione Obama non è in grado di fronteggiare adeguatamente questi problemi strutturali, risultando controproducente. Un severo monito per chi in Italia vorrebbe allentare la disciplina fiscale e monetaria senza un efficace taglio della spesa pubblica corrente.

mercoledì 16 gennaio 2013

La spesa pubblica italiana.


Massimo Fracaro e Nicola Saldutti sul Corriere della Sera del 16 gennaio 2013 sottolineano un principio che dovrebbe apparire a tutti ovvio: 

" Un malvezzo antico, quello dei politici, di parlare delle tasse come piovessero dal cielo. Quasi fossero una specie di epidemia tollerata, ma non voluta.
E così tutti si stanno dichiarando pronti a tagliarle. Meno Imu, meno Irpef, meno Irap, niente aumenti Iva. Facendo finta di dimenticare un piccolo dettaglio, le tasse rappresentano le entrate dello Stato. Quindi c'è una sola strada per ridurle: ridurre la spesa pubblica. Non esistono altre scorciatoie sicure".

Per ridurre le tasse dunque bisogna tagliare la spesa pubblica. Ma nel dibattito pubblico parlare di tagli non basta. Occorre anche rendere l'opinione pubblica consapevole degli elementi costitutivi della spesa pubblica italiana, dell'impossibilità di diminuire adeguatamente la pressione fiscale incidendo soltanto sui settori minori di essa, non toccando quelli più onerosi finanziariamente e delicati sotto il profilo del consenso elettorale.
I dati seguenti si riferiscono al 2010 ma corrispondono ancora alla struttura della spesa pubblica italiana. I comparti più ampi sono costituiti da welfare, sanità ed istruzione. Il servizio del debito pubblico non ha una portata decisiva mentre le spese per gli organi esecutivi e legislativi appaiono percentualmente di modesta importanza.

Spesa pubblica 2010, in percentuale del PIL, classificazione COFOG


Fonte: elaborazioni Dipartimento di Ingegneria Gestionale, Politecnico di Milano, per Civicum , su dati EUROSTAT; data di estrazione 07.01.2013

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Economia/2013/01/12/pop_spesa-pubblica-2010.shtml



Spesa pubblica procapite - Italia (2010)

Fonte: elaborazioni Dipartimento di Ingegneria Gestionale, Politecnico di Milano, per Civicum , su dati EUROSTAT; data di estrazione 07.01.2013
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Economia/2013/01/12/pop_spesa-pubblica-procapite-2010.shtml



Entrate pubbliche - Italia (2010)


Fonte: elaborazioni Dipartimento di Ingegneria Gestionale, Politecnico di Milano, per Civicum, su dati Conto Economico delle AP

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Economia/2013/01/12/pop_entrate-pubbliche-2010.shtml


Roberto Perotti su Il Sole 24 Ore del 10 gennaio 2013 ha scritto:

"Tutti vogliono ridurre le tasse, almeno sui ceti medi e bassi. Ci sono parecchi modi per farlo".
"Il secondo metodo è aumentare le tasse sui ricchi. Purtroppo i conti non tornano: qualsiasi ragionevole definizione di "ricco" si adotti, e qualsiasi aumento ragionevole di aliquota si ipotizzi, il ricavato non sarà sufficiente per ridurre significativamente e in modo duraturo le tasse sui ceti medio e basso. Il terzo metodo è combattere l'evasione. Ma anche qui purtroppo i conti non tornano: la lotta all'evasione, se funziona, porta risultati tangibili solo dopo molto tempo, per via del contenzioso infinito che genera.
Il quarto metodo è ridurre la spesa pubblica. Per ridurre la pressione fiscale di cinque punti percentuali del Pil in cinque anni, e assumendo una crescita reale dell'1% annuo, bisogna ridurre la spesa di circa 70 miliardi ai prezzi attuali".

"Sgombriamo il campo da un equivoco. Vendere immobili e partecipazioni pubbliche va fatto, ma non è una soluzione al problema delle tasse. Se lo stato vende la propria partecipazione in Enel, e usa il ricavato per ridurre il debito lordo, la spesa pubblica primaria e le tasse sui cittadini non cambiano: a minori spese per interessi corrispondono minori introiti da dividendi e tasse sui profitti Enel. Se invece usa il ricavato della dismissione per ridurre una tantum le tasse sui cittadini, qualche altra tassa dovrà aumentare permanentemente per compensare la riduzione degli introiti da dividendi e da tasse sui profitti Enel".

Dal lato della spesa non si può non porre mano alla ristrutturazione di settori delicatissimi. Bisogna che welfare, sanità ed istruzione pesino meno e funzionino meglio. Disciplina pubblica e ricorso a strumenti privati devono caratterizzare uno stato sociale che fornisca servizi gratuiti soltanto agli indigenti. 
Mentre dal lato delle entrate occorre rivolgersi agli elettori con grande chiarezza: patrimoniali comunque modulate, alienazione dell'attivo pubblico, lotta all'evasione ed accentuazione della progressività del sistema fiscale non risolveranno il problema del suo peso insostenibile per una economia chiamata a fronteggiare i pressanti problemi posti dalla globalizzazione.
Solo uno stato più snello, leggero e circoscritto può pesare meno sulle imprese, sui lavoratori e sui consumatori, ritornando a  garantire i presupposti di uno sviluppo durevole ed equilibrato.

giovedì 10 gennaio 2013

Italia. La palude tra ricchezza privata e debito pubblico.


http://www.corriere.it/Primo_Piano/Economia/Corriereconomia/2012/10/16/pop_confronto-sorprendente.shtml


Secondo uno dei mantra più ripetuti nel dibattito pubblico italiano la situazione socio-economica del paese non deve destare grande preoccupazione perchè a fronte di un imponente debito pubblico esiste una notevolissima ricchezza privata.

"Il debito pubblico di tedeschi e americani è uguale al nostro. Impossibile? Eppure è vero. Basta metterlo in rapporto con la ricchezza delle famiglie al netto delle passività: Stati Uniti (23,3%), Italia (22,3%) e Germania (22,2%) sono praticamente allo stesso livello (vedi grafico). E questo accade perché, nonostante i guai, la stanchezza, la non crescita le famiglie italiane sono ancora tra le più ricche del mondo" (Giuditta Marvelli sul Corriere della Sera del 16 ottobre 2012).

Non si dimentichi però che la ricchezza privata diventa risorsa pubblica solo se acquisita all'erario con l'imposizione fiscale, in Italia già altissima. E che il risparmio contribuisce ad allargare la base imponibile, in una economia sana, attraverso l'investimento privato, reso conveniente da una cornice normativa e una struttura produttiva adeguate.

Ricchezza privata e debito pubblico sono nel contempo divisi e connessi dalla palude di norme, consuetudini, vizi, ritardi e inefficienza che contraddistingue la via italiana alla modernità. Il ricorso a narrazioni suggestive e consolatorie non giova al paese, che ha invece bisogno di coraggiose e lungimiranti riforme strutturali, dirette a consentire un efficace e determinante contributo del riparmio privato, espressamente tutelato dalla Costituzione  (art. 47), alla crescita economica e al progresso civile.





mercoledì 2 gennaio 2013

Capitalismo clientelare, crony capitalism.






Il capitalismo e il libero mercato piacciono meno, anche dove più erano visti favorevolmente dall'opinione pubblica. "Il sostegno popolare era fondato sul fatto che i benefici di questo sistema erano diffusi all'interno della società americana e sulla convinzione che il sistema fosse sostanzialmente equo. Purtroppo... questi due punti di forza hanno cominciato ad affievolirsi. La riduzione del tasso di crescita economica e della mobilità sociale hanno minato l'immagine del libero mercato come grande motore di benessere per tutti" (Luigi ZINGALES, Manifesto capitalista, 2012, pp. 24 e 25).
Una delle maggiori cause di questo crollo di consenso ed ancor prima di efficienza è la trasformazione dello stesso sistema, che sempre più ha assunto i tratti del cosiddetto capitalismo clientelare o crony capitalism. In questo il successo negli affari dipende dalle relazioni tra operatori economici e funzionari pubblici. La parte del PIL controllata dai governi è sempre maggiore. Sono ormai sussidi, incentivi, appalti, autorizzazioni e licenze, assegnati  spesso discrezionalmente dalle agenzie pubbliche, a determinare la fortuna e la semplice sopravvivenza di imprese e manager.
Le relazioni personali, le conoscenze, prevalgono sulla conoscenza, sul merito, sulle capacità personali. La mobilità sociale è frenata, l'allocazione delle risorse è distorta, la crescita economica risulta ridotta o bloccata e comunque incapace di distribuire i suoi benefici effetti in un modo considerato equo dai più.
Per uno dei tanti paradossi che segnano la storia l'insostenibilità e l'inefficienza di questa forma perversa di capitalismo sono state rese evidenti soprattutto dalla globalizzazione. Proprio dalle nuove potenze economiche, dove il capitalismo clientelare connota pesantemente uno sviluppo impetuoso caratterizzato da colossali esternalità negative, è praticata una concorrenza idonea a stressare in profondità le economie dei paesi dalla più antica e avanzata capacità produttiva.
Queste nuove potenze economiche conoscono una crescita imponente nonostante il capitalismo clientelare, non grazie ad esso. Sono finora prevalsi fattori politici, sociali e culturali capaci di compensare tali tratti del modello di sviluppo. Il ruolo delle nuove potenze è decisivo. Le economie delle democrazie occidentali sono schiacciate tra il martello da esse costituito e l'incudine rappresentata da uno stato sociale insostenibile e da un "welfare delle imprese" che anziché promuovere frena la crescita.
Occorre una nuova consapevolezza che conduca ad una graduale ma efficace riforma dei sistemi occidentali. Uno stato sociale più snello diretto a sostenere i più deboli e una cornice normativa che riduca l'intervento pubblico discrezionale in economia, valorizzando regole caratterizzate il più possibile da generalità e semplicità ed abbattendo sussidi ed incentivi, possono consentire di ridurre la pressione fiscale e ritrovare il dinamismo perduto.

venerdì 28 dicembre 2012

Troppo stato, troppe imposte.



Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 27 dicembre 2012  espongono alcune importanti considerazioni  sulla cosiddetta Agenda Monti, ritornando su un tema fondamentale: la struttura e la sostenibilità del welfare italiano.

"Per diminuire in modo significativo la spesa pubblica, e quindi consentire una flessione altrettanto rilevante della pressione fiscale, è necessario ridurre lo spazio che lo Stato occupa nella società, cioè spostare il confine fra attività svolte dallo Stato e dai privati. Limitarsi a razionalizzare la spesa all'interno dei confini oggi tracciati (la cosiddetta spending review) non basta. Nel 2012 il governo ha tagliato 12 miliardi di euro; altri 12 miliardi di risparmi sono previsti dalla legge di Stabilità per il 2013. Troppo poco per ridurre la pressione fiscale. Abbassare la spesa al livello della Germania (di quattro punti inferiore alla nostra) richiederebbe tagli per 65 miliardi. Per riportarla al livello degli anni Settanta (quando la nostra pressione fiscale era al 33 per cento), si dovrebbero eliminare spese per 244 miliardi".

"C'è poi un problema di finanziamento della spesa sanitaria. Come abbiamo ripetuto più volte, non possiamo più permetterci di fornire servizi sanitari gratuiti a tutti senza distinzione di reddito. Che senso ha tassare metà del reddito delle fasce più alte per poi restituire loro servizi gratuiti? Meglio che li paghino, e contemporaneamente che le loro aliquote vengano ridotte".

"Oggi l'università è pubblica e funziona male. È finanziata da tutti i contribuenti, ma frequentata soprattutto dai più ricchi. È un sistema che trasferisce (con grandi sprechi) reddito dai poveri ai ricchi. Perché non far pagare le rette universitarie in modo meno regressivo?".

"Con un debito al 126 per cento del reddito nazionale e una pressione fiscale tra le più alte al mondo non si può sfuggire al problema di ridisegnare i confini fra Stato e privati. Illudersi che sia sufficiente "riqualificare la spesa" con la spending review rischia di nascondere agli italiani la gravità del problema".

E' noto da tempo il legame tra struttura del welfare e crescita economica. In Italia, nel 2004,  sempre sul Corriere della Sera, il professor Maurizio Ferrera, con riferimento ai paesi asiatici allora emergenti, rilevò che:

"Se è vero che il fiume dello sviluppo economico porterà il welfare state anche in Asia, non è detto però che si tratti di un welfare all' europea. Non è detto, in altre parole, che le economie asiatiche vedano in futuro esaurirsi il proprio vantaggio comparativo sotto questo profilo. Ciò che sta emergendo in Corea, Taiwan e Singapore è un sistema diverso dal nostro, molto più strettamente integrato con il mercato, tanto che la letteratura specialistica ha coniato il nuovo termine di "welfare state produttivistico". Tre sono gli ingredienti principali di questo modello: priorità all' istruzione e alla formazione; regolazione pubblica (ad esempio, obbligo di assicurazione medica o previdenziale), ma fornitura di prestazioni da parte di soggetti privati, tramite i canali del mercato; copertura gratuita solo per i più poveri".

Eppure, nonostante i ripetuti interventi di Alesina e Giavazzi, nel nostro paese stenta a decollare un dibattito pubblico su questi problemi di vitale importanza. Quali sono le ragioni di questo disinteresse? Quelle proposte dai due autorevoli economisti sono misure impopolari. Il ceto medio non intende assumersi la responsabilità di se stesso, non intende partecipare a una scommessa su un futuro che vede troppo lontano e indistinto. I politici non vogliono perdere consensi in questo settore decisivo dell'elettorato. Gli intellettuali, giornalisti compresi, si accodano ai loro referenti politici ed evitano di irritare un uditorio che mostra di preferire le illusioni alle analisi dirette a rappresentare la complessità e l'inadeguatezza del paese reale.
Occorre un'ampia, sincera e coraggiosa discussione pubblica che stimoli nell'elettorato una riflessione attenta e aperta. Purtroppo la propaganda elettorale sembra ancora in larga misura volta a suggestionare e a cercare facile consenso.

venerdì 21 dicembre 2012

Italia e Germania.




Sul Corriere della Sera del 19 dicembre 2012 una lunga intervista al ministro degli esteri tedesco Westerwelle, realizzata da Paolo Lepri.

"Sono assolutamente sicuro che la grande maggioranza degli italiani sa che la Germania non è responsabile dei problemi dell'Italia e del suo elevato debito pubblico. Noi tedeschi non vogliamo diventare il capro espiatorio per le omissioni dei responsabili italiani del passato. Non vogliamo nemmeno che l'Europa diventi il parafulmine per una campagna elettorale populista".

"Chi vuole ridurre la disoccupazione, e in particolar modo la disoccupazione giovanile, deve difendere la causa delle riforme e di una maggiore competitività. Oggi anche una politica sociale responsabile è una politica di riforme, capace di creare opportunità per tutti, e in particolare per i giovani. Con nuovi debiti, con nuove instabilità, non si creano posti di lavoro".

"Noi abbiamo preso la dura e difficile strada delle riforme. Abbiamo investito nell'educazione, nella scienza e nella ricerca, abbiamo accresciuto la nostra competitività, abbiamo ridotto il debito pubblico e siamo oggi al livello migliore da quando è stata realizzata l'Unità tedesca. Il nostro tasso di disoccupazione giovanile è il più basso di tutta Europa".

"La nostra politica per sconfiggere la crisi del debito non si limita infatti ai soli risparmi, ma poggia su tre pilastri: disciplina di bilancio con meno debiti, solidarietà - poiché gli europei sono uniti da un destino comune - e crescita. Ma per noi è chiaro che la crescita non si realizza con nuovi debiti, bensì con maggiore competitività".

"Potremo affermare il nostro modello di vita europeo di fronte alle nuove centrali del potere, come la Cina, soltanto se ci uniamo strettamente. In Europa si parla spesso di differenze di mentalità tra Est e Ovest, tra Nord e Sud. Soltanto quando siamo lontani - in Cina, India, Africa, America Latina - ci rendiamo conto del fatto che siamo una unica comunità culturale. C'è una "way of life" europea. Da noi non conta solo la collettività, ma l'individuo. La dignità umana è al centro della politica europea".

 I governanti tedeschi indicano sempre alla politica nell'epoca della globalizzazione i medesimi obiettivi, in larga misura interdipendenti: un welfare sostenibile, disciplina di bilancio con meno debiti, crescita conseguita con maggiore competitività e innovazione produttiva, integrazione europea, affermazione del modello di vita europeo nella competizione globale tra sistemi. Si tratta di una visione notevole per lucidità e lungimiranza, che non si può non condividere. Ernesto Galli della Loggia ha scritto:

"Pur con molti tratti particolari, l'Italia che nel 1914 si affacciava alla modernità era tutto sommato - nel suo impianto civile, amministrativo e di governo, nei suoi ideali - un paese molto simile agli altri della parte d'Europa che era la sua. Anche perchè, essendo arrivato all'Unità quasi spoglio di tradizioni e di un passato statale significativo, esso aveva dovuto prendere a prestito da altri paesi e trapiantarli in casa propria istituzioni, leggi, modelli organizzativi".
"... avevamo "copiato" da Francia e Germania soprattutto: e ci era riuscito senza troppe difficoltà".
"Dopo il primo conflitto mondiale, invece, inizia un'esperienza novecentesca che sempre più farà dell'Italia un paese con caratteristiche proprie e distinte" (Tre giorni nella storia d' Italia, 2010, pp. 8-11).

L'Italia giolittiana assunse come modelli di inclusione politico-sociale Francia e Inghilterra: il grande statista piemontese cercò di attuare la democrazia liberale italiana e di estenderne i diritti e le opportunità a settori sempre più ampi della popolazione. Ma il modello di sviluppo economico di riferimento fu la Germania. Giolitti avversò il suo militarismo, non amò la sua filosofia, ma conservò una profonda ammirazione per l'efficienza della sua pubblica amministrazione, la laboriosità del suo popolo e la capacità dei suoi imprenditori.
Dopo due sanguinose guerre mondiali il militarismo ed il nazionalismo tedesco sono stati sconfitti, annichiliti. La nuova Germania democratica è consapevole delle responsabilità tedesche e da alcuni decenni propone un modello che, nell'Occidente alla deriva, ha mostrato di rispondere meglio di altri alle sfide poste dalla globalizzazione.
Ancora una volta l'Italia che arranca sulla via della modernizzazione, con un ampio divario di competitività da colmare, ha bisogno di adottare un coraggioso approccio comparativo. In questa prospettiva deve guardare alla Germania, esempio da imitare, non alibi per fallimenti e inadeguatezze inescusabili.




venerdì 14 dicembre 2012

Lo smottamento dei ceti medi italiani.




Il 46° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2012 del CENSIS mette in evidenza lo smottamento del ceto medio italiano. Dario Di Vico sul Corriere della Sera dell'8 dicembre 2012 ha scritto:

"Il ceto medio che a spanne rappresenta il 60% delle famiglie sta subendo un netto declassamento, retrocede. I suoi redditi si contraggono, la ricchezza posseduta diminuisce, il posto di lavoro salta. Sotto i colpi della crisi la società, dunque, subisce un profondo mutamento".

"Il fenomeno, almeno per una volta, non è unicamente italiano ma attraversa tutti i Paesi sviluppati...".

"Per onestà va aggiunto che da noi è più bassa che altrove la mobilità sociale e il turnover generazionale più difficile. L'ascensore italiano viaggia al contrario e cresce quantitativamente la parte inferiore del ceto medio, ingrossata dalle famiglie straniere e dal vertiginoso incremento del numero dei singoli. La percentuale di connazionali che vive in «tipologie di famiglie non tradizionali» in meno di venti anni è cresciuta dal 7,6 al 17,3%".

Come sottolineato da Di Vico si tratta di un aspetto fondamentale della crisi che colpisce tutta l'Europa e gli Stati Uniti d' America. Ma il ceto medio italiano mostra, insieme a risorse già note, derivanti da una precedente inclinazione al risparmio e da una certa maggior solidità delle famiglie, anche fragilità peculiari determinate dalla sua origine e connesse a quelle del sistema paese.
In Italia il passaggio dalla società agricola a quella industriale è avvenuto in ritardo e rapidamente, quando il livello culturale della popolazione era ancora complessivamente molto basso: "prima del '14 si contava, in media, ancora il 40 per cento di analfabeti, cifra che nell'Italia meridionale e insulare arrivava al valore spaventoso del 60 per cento circa" (Ernesto GALLI DELLA LOGGIA, Tre giorni nella storia d'Italia, 2010, pp. 31 e 32). Nel Secondo dopoguerra certamente, alle soglie del "boom" economico, questo divario culturale rispetto alle società occidentali più avanzate rimaneva ampio e dagli effetti rilevanti.
Particolarmente importanti sono poi alcuni tratti del processo formativo del nostro ceto medio. Esso si è sviluppato in una economia assai più chiusa e protetta di quella attuale, caratterizzata da una forte presenza/ingerenza della politica. "Per tutta la durata della Prima Repubblica, attraverso il sistema delle partecipazioni statali, la politica, nel nostro paese, era stata la proprietaria diretta di oltre un terzo dell' economia" (E. GALLI DELLA LOGGIA, op. cit, pp. 108 e 109).
Occorre inoltre segnalare un altro fattore decisivo: il sistema italiano "da un certo punto in poi, diciamo dalla fine degli anni Sessanta, comincia ad abituarsi a spendere sempre di più grazie a una spesa pubblica ormai senza freni". Viene ampliata "la sfera dei diritti di cittadinanza costruendo un generoso sistema di welfare. E' precisamente la costruzione di  questo welfare - non sufficientemente finanziata da entrate fiscali che registrano un'altissima incidenza dell' evasione - a portare rapidamente a un'impennata inaudita delle spese dello Stato e quindi a una vera e propria esplosione del debito pubblico. In quindici anni, dal 1974 al 1980, il debito pubblico italiano si moltiplica di oltre cinque volte..." (E. GALLI DELLA LOGGIA, op. cit, pp. 109 - 111).
Il ceto medio giunge dunque alla presente crisi complessivamente privo di una genuina visione liberale, disabituato alla competizione regolata e, nell'ambito del welfare, a una generale ed effettiva applicazione del principio di sussidiarietà. Si trova quindi in larga misura disarmato culturalmente di fronte a una crisi determinata dalla nuova competizione globalizzata e dall'insostenibilità finanziaria dello stato sociale non strutturato secondo il principio di sussidiarietà.
Si tratta di una nuova normalità che impone l'adozione di misure coraggiose e lungimiranti. Il paese deve recuperare competitività riformando il welfare mediante una piena applicazione del citato principio di sussidiarietà, ridisegnando i confini del settore pubblico, diminuendo la pressione fiscale, abbassando il costo dell'energia, ponendo la scuola e la giustizia al servizio dei cittadini e delle imprese, snellendo la burocrazia, favorendo gli investimenti privati, lottando contro la corruzione e la criminalità organizzata.
Ma il ceto medio deve riposizionarsi per cogliere ogni occasione favorevole, indirizzare i giovani a una formazione scolastica tecnico-scientifica, meglio spendibile sul mercato del lavoro, accettare un nuovo welfare che non dia tutto a tutti ma si occupi di chi non ce la fa da solo, comprendere i vantaggi di una competizione regolata che consenta di premiare il merito e di ripristinare una sufficiente mobilità sociale, pretendendo una contestuale riduzione della pressione fiscale. 
Occorre insomma respingere l'illusione che possano esistere pasti gratis e resistere alla tentazione di sfasciare tutto per prendere pericolose scorciatoie . Il ceto medio italiano, denunciando l'inadeguatezza delle èlite, deve assumersi la responsabilità di sé e del proprio paese. Ma ha spalle sufficientemente robuste?                               

venerdì 7 dicembre 2012

La Cina dopo il XVIII congresso del Partito comunista.



Dagli analisti dello IAI Istituto Affari Internazionali alcune accurate analisi della politica, della società e dell'economia cinesi (pdf).
Il XVIII congresso del Partito comunista cinese ha espresso una chiara linea: mantenere la stabilità. Il processo di selezione delle massime cariche del partito è ormai altamente istituzionalizzato e tende a favorire i conformisti, anche per effetto della perdurante, penetrante influenza dei leader anziani. La democrazia intra-partito continua a non trovare attuazione, mentre tra i vincitori del congresso si rileva la presenza preponderante di "principi rossi", figli di importanti esponenti del partito durante la rivoluzione che condusse alla presa del potere. 
"Questi privilegiati discendenti della prima generazione di leader della Rpc sono oggi individui assai potenti: detentori di considerevole capitale simbolico, politico e finanziario, essi occupano posizioni-chiave in campi che vanno dall’economia nazionale alle forze armate. La loro reputazione è spesso macchiata dalla fama di nepotismo, clientelismo, disprezzo per le leggi, oltre che dalla brama di potere e di vantaggi economici che hanno consentito loro di accumulare immense fortune" (Maurizio Marinelli). 
Il nuovo segretario generale del partito Xi Jinping e la nuova dirigenza collettiva tenteranno di conservare al partito una supremazia supportata da sufficiente consenso. Per conseguire questo obiettivo dovranno superare gli ostacoli rappresentati dalla progressiva erosione dei pilastri ideologici del regime - economia socialista, materialismo dialettico, narrazione storica -, dall'impossibilità di fatto di controllare l'informazione, dal rallentamento della crescita unito alle sempre più accentuate disuguaglianze di reddito e di condizione sociale.
La situazione economica cinese pare in via di stabilizzazione, anche se i ritmi di crescita pre-crisi sono ancora lontani. Aumenta il reddito procapite, particolarmente della popolazione rurale. Il moderato incremento dei consumi interni non compensa il calo delle esportazioni e degli investimenti. Il governo ha attuato una politica di stimolo contenuta e consentito una stretta creditizia che sembrano dirette al perseguimento di uno sviluppo economico sostenibile nel lungo periodo.
Si prevede una sostanziale continuità con il passato nei rapporti con gli USA, anche se pesano la diversità istituzionale e il tentativo di distrarre dai problemi economici la popolazione cinese ravvivando i già diffusi sentimenti nazionalisti. Da segnalare l'esame dei rapporti tra Cina ed Australia e delle norme cinesi in materia di proprietà intellettuale, che destano la preoccupazione dei paesi occidentali non tanto per aspetti sostanziali ma per l'insufficiente attuazione. Degne di attenta riflessione pure le considerazioni sull'agenzia di rating cinese Dagong, che ha giudicato anche il debito sovrano italiano a lungo termine, declassandone il rating al livello BBB dal precedente A-.

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