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Informazioni personali

Laureato in giurisprudenza, cattolico e liberale, contro l'intolleranza, l'irrazionalismo, la sofferenza umana.

sabato 28 agosto 2010

Elezioni. La scelta importante.

Mentre si affaccia la possibilità di elezioni anticipate, assai criticata è la legge elettorale vigente. Si lamenta l'impossibilità di esprimere preferenze. Si propone il passaggio ai collegi uninominali. Ma bisogna essere franchi. Per queste vie la libertà di scelta dell'elettore ed il peso del suo voto possono essere ridotti invece che crescere.
Sulle preferenze va detto che, senza elezioni primarie, una o poche che siano, le candidature vengono comunque decise dai partiti o dalle loro correnti. La concorrenza tra candidati dello stesso partito produce un aumento dei costi della politica e quasi certamente un aumento degli illeciti commessi per ottenere i soldi necessari. L'accentuarsi del fenomeno delle correnti dei partiti ne riduce la capacità di proposta e decisione. L'eventuale introduzione delle cosiddette elezioni primarie non esclude l'ingerenza dei vertici dei partiti mentre non offre alcuna garanzia che siano scelti candidati più capaci di quelli che emergono dalla tradizionale selezione interna.
Quanto ai collegi uninominali, a prescindere dalla questione del turno unico o doppio, oltre a quanto premesso, va sottolineato che essi non incrementano la probabilità di maggioranze parlamentari stabili nè assicurano che l'elettore possa scegliere direttamente chi dovrà governare. Nelle recenti elezioni inglesi, proprio con i tradizionali collegi uninominali, la scelta della coalizione di governo è stata fatta non dagli elettori ma dai vertici dei partiti, con trattative successive. In effetti la disomogenea distribuzione territoriale dei consensi e la ristrettezza dei collegi può non raramente escludere la scelta diretta dei governanti. Mentre disegnando i confini dei collegi stessi si può furbescamente influenzare l'esito della consultazione elettorale.
La scelta diretta dei governanti e soprattutto il diretto giudizio su chi ha governato rappresentano invece le questioni fondamentali e le libertà più preziose per il cittadino elettore. Solo situazioni straordinarie possono giustificare misure volte a rendere meno diretta l'efficacia del voto popolare.

sabato 21 agosto 2010

La ripresa dei negoziati diretti tra Israeliani e Palestinesi. Pace possibile oppure operazione propagandistica?

Presto riprenderanno i negoziati diretti per porre fine al conflitto israelo-palestinese. Il presidente Obama ed il suo segretario di stato Clinton hanno promesso un forte impegno della amministrazione americana per ottenere risultati concreti entro un anno.
Ma i problemi da risolvere per avere una pace genuina e duratura sono tuttora privi di una possibile soluzione. Il carattere ebraico dello stato israeliano è considerato irrinunciabile e non negoziabile dagli Israeliani. Mentre altrettanto irrinunciabile e non negoziabile è per i Palestinesi il ritorno dei profughi palestinesi in Israele.
Queste sono le premesse reali della trattativa, che consentono al massimo il consolidamento di una tregua. Ma Obama deve affrontare le elezioni imminenti. Il bilancio della sua presidenza è fallimentare. Anche un successo esclusivamente propagandistico sulla scena internazionale sembra importante. I governanti israeliani e palestinesi staranno al gioco.

sabato 14 agosto 2010

Giovanni Giolitti. Memorie della mia vita







Mentre si prepara la celebrazione dell'Unità d'Italia ricordiamo il primo vero grande statista dell'Italia unita, Giovanni Giolitti. Piemontese, di estrazione borghese e formazione giuridica, segnò con la sua opera un'intera stagione politica italiana. I suoi governi modernizzarono il paese e ne allargarono la base democratica.
Cercò di evitare la Prima guerra mondiale e la partecipazione ad essa dell'Italia. Tentò di coinvolgere i socialisti nel governo. Lavorò per inserire il movimento fascista nelle istituzioni costituzionali e smorzarne così l'impeto eversivo. Ad altri in larga misura è imputabile il fallimento di questi obiettivi.
Le Memorie della mia vita sono un documento fondamentale per la comprensione di una grande parte della storia dello stato italiano unitario e dei suoi problemi. Da esse emergono l'Italia che è stata e quella che sarebbe potuta essere.
Si possono interamente leggere qui:

Volume I

Volume II

Alcune brevi citazioni evocano con immediatezza i tratti antiretorici e pragmatici del suo carattere e la sua lucida e lungimirante intelligenza.

"Quando sopraggiunse la guerra del cinquantanove, avevo diciassette anni; ero figlio unico di madre vedova, e non potevo lasciarla."

Poi, sulla Prima guerra mondiale:

"Ricordavo i due tentativi dell'Austria, che avevo concorso a sventare, per aggredire la Serbia nell'anno precedente, e sentivo e sapevo che il partito militare austriaco mirava ostinatamente a tale scopo; ma io confidavo che le ragioni della pace, che erano così grandi e universali, avrebbero prevalso contro quella criminale infatuazione. La guerra con la Serbia era voluta dai militaristi austriaci come mezzo per sanare le discordie interne, con l'illusione che essa potesse rimanere isolata; ma io pensavo che le altre potenze, che non avevano quelle ragioni e non potevano farsi illusioni sul contegno della Russia di fronte ad una tale provocazione, e che avrebbero dovuto comprendere l'enormità del disastro che la guerra europea sarebbe stata per tutti, avrebbero all'ultimo trovato un compromesso ed una transazione che evitasse l'immane rovina."

"...io osservavo che non si può portare il proprio Paese alla guerra per ragione di sentimento verso altri popoli, ma solo per la tutela del suo onore e dei suoi primari interessi. Tali sono le ragioni pratiche...per le quali io esprimevo parere contrario all'entrata dell'Italia in guerra; e le quali, per quanto riguarda le previsioni della durata della guerra, delle sue difficoltà e dei sacrifizi di uomini e di ricchezza che essa implicava, furono poi pienamente confermate dagli avvenimenti."




Per approfondire: Aldo A. Mola - "Giovanni Giolitti. Il senso dello Stato"





domenica 8 agosto 2010

Riforme liberali. Riforme per il consenso, consenso per le riforme.




Uno dei pochi genuini intellettuali liberali che l'Italia può vantare, Piero Ostellino, ha scritto sul Corriere della Sera:

"...il presidente del Consiglio ha un solo modo di ripristinare la propria leadership appannata. Recuperare la vecchia spinta propulsiva liberale della prima ora. Interpretare le esigenze economiche e sociali e le pulsioni di «piccoli», imprese, professionisti e autonomi...".

Qui Ostellino, certo perché costretto negli spazi angusti di un quotidiano, salta alcuni passaggi fondamentali. Quale dovrebbe essere la struttura di un programma liberale? Quali le condizioni per la sua realizzazione? E' molto diffusa nell'opinione pubblica una visione caricaturale del liberalismo, concepito come assenza di regole che consente abusi e sopraffazioni. Il liberalismo è favore per la libertà individuale ma, proprio in vista di questo obiettivo fondamentale, richiede invece ai governi che vogliano ispirarsi ad esso un impegno vasto e multiforme. Appare ancora insuperata l'indicazione dei compiti di un governo liberale che Adam Smith destinò a contrassegnare il libro quinto del suo La ricchezza delle nazioni:

" Al primo dovere del sovrano, quello di proteggere la società dalla violenza e dall'aggressione di altre società indipendenti, si può adempiere solo per mezzo di una forza militare."

"Il secondo dovere del sovrano, quello di proteggere, per quanto possibile, ogni membro della società dall'ingiustizia e dall'oppressione di ogni altro membro della società stessa, cioè il dovere di instaurare un'esatta amministrazione della giustizia"

"Il terzo e ultimo dovere del sovrano o della repubblica è quello di erigere e conservare quelle pubbliche istituzioni e quelle opere pubbliche che, per quanto estremamente utili a una grande società, sono però di natura tale che il profitto non potrebbe mai rimborsarne la spesa a un individuo o a un piccolo numero di individui, sicché non ci si può aspettare che un individuo o un piccolo numero di individui possa erigerle o conservarle...opere e istituzioni di questo genere sono principalmente quelle per facilitare il commercio della società e quelle per promuovere l'istruzione della popolazione".

Questi principi conducono ad una azione riformatrice capace di rafforzare l'autorevolezza dei governi e di procurare loro consensi. Ciò però è meno semplice di quanto appare. Una parte di queste riforme pesa su una spesa pubblica che già pone notevoli problemi. Ma alcune di esse possono costare anche sotto il profilo del consenso. Tanti sono i beneficiari di assetti e metodi corporativi ed illiberali, anche tra i soggetti citati da Ostellino. Basti pensare alla necessaria riforma degli ordini professionali. Mentre il tentativo di riformare giustizia e scuola sta già provocando resistenze che non sembrano guardare tutte all'interesse del paese.
Dunque non è facile procedere nel senso auspicato da Ostellino. E' necessaria una cultura liberale diffusa che non c'è. Mentre potrebbe mancare il consenso proprio a quelle riforme che lo stesso Ostellino considera idonee a crearlo.

venerdì 30 luglio 2010

L' informazione militante. Purchè non sia la sola.


In una lettera a Lord Coleraine del 31 maggio 1970, che si può leggere in Karl POPPER, Dopo La società aperta, ed. 2009, pagg. 385 e 386, il filosofo austriaco scrive:

" Per motivi a me del tutto ignoti, la propaganda di sinistra ha ottenuto una vittoria in quasi tutti i Paesi occidentali che può essere definita solo come completa. Sembra che essi si siano accaparrato il monopolio nel controllo di tutti i "mass-media" (la loro orribile terminologia). Come ciò possa essere accaduto non so..."

Questo pare vero in larga misura anche oggi. Il giornalismo militante "liberal", progressista, mostra ancora una straordinaria capacità di costruire reti e collegamenti, di conquistare redazioni, ordini professionali, scuole di giornalismo.
Il primo organizzatore e l'insuperato maestro di questa forma di militanza è stato con ogni probabilità il vecchio Willi Munzenberg. Comunista tedesco al servizio dei sovietici, editore ed organizzatore apparentemente indipendente di movimenti, campagne propagandistiche ed eventi culturali, diffuse idee e visioni del mondo tuttora presenti e vive nella opinione pubblica delle democrazie occidentali. Molti, di solito senza sapere nulla di lui, oggi applicano ancora i suoi metodi ed adottano le sue tattiche.
Non è possibile separare i fatti dalle opinioni. Informare vuol dire inevitabilmente anche formare. Individuare i fatti rilevanti e presentarli in un modo piuttosto che in un altro è necessariamente il frutto di una scelta. Ogni giornalista informando tenta di convincere, di accreditare una lettura della realtà.
Ma il giornalista militante va oltre. Cerca di influenzare la vita politica, di aiutare o danneggiare politici o movimenti politici. Tenta addirittura di redigere l'agenda politica, di diventare l'effettivo titolare dell'indirizzo politico. La ricerca della verità viene in subordine. La verità è per lui solo un sottoprodotto eventuale, uno strumento di cui talvolta avvalersi.
Tutto sommato meglio il giornalista che cerca lo scoop per guadagnare di più e vivere nel lusso. E' meno pericoloso per la libertà. E qualche volta finisce pure per darle una mano.

martedì 20 luglio 2010

Cristianesimo e condizione femminile. I musulmani alla scoperta dell'Europa.




Quello dell'influenza del cristianesimo sulla condizione della donna occidentale è un tema controverso e lungamente dibattuto. Sembra però prevalere la convinzione che la religione tradizionalmente dominante in Occidente abbia svolto in quest'ambito un ruolo negativo. E' opinione comune che quindici secoli di egemonia cristiana abbiano costituito un lungo periodo di limitazione della libertà della donna, di lesione della sua dignità e di repressione sessuale. Ma è davvero così?
Almeno qualche dubbio fanno sorgere le testimonianze dei musulmani che hanno visitato l'Europa cristiana dal nono al diciannovesimo secolo, prima che il disincanto e la secolarizzazione che hanno progressivamente segnato gli ultimi duecento anni ed in particolare il Secondo dopoguerra mutassero di nuovo radicalmente costumi, visioni del mondo ed assetti giuridici. Il merito di aver raccolto e reso accessibili al grande pubblico queste testimonianze è del professor Bernard Lewis, uno dei più autorevoli studiosi dell'Islam e del Medio Oriente del Novecento. Nel suo I musulmani alla scoperta dell'Europa, ed. 2004, pagg. 351 e segg., Lewis scrive:

"Dall'esame dei libri di viaggio tramandatici, possiamo asserire che, fino al XIX secolo, i visitatori musulmani in Europa furono tutti, senza eccezione, uomini.
Tuttavia, la maggior parte di essi esprime qualche osservazione sul tema della donna e del suo ruolo nella società...: l'istituzione cristiana del matrimonio monogamico, l'assenza di norme sociali che limitino in modo sostanziale la libertà della donna e la considerazione in cui sono tenute anche dalle persone di elevato rango destano immancabilmente meraviglia, sebbene mai ammirazione, nei visitatori provenienti dalle terre islamiche".

"Un fatto che non poteva lasciare indifferenti gli osservatori musulmani sia dell'età medievale che dell'età moderna era, per esprimerci con i loro termini, la licenziosa libertà delle donne e la straordinaria mancanza di virile gelosia negli uomini"

"C'era un connotato della società cristiana che puntualmente sconcertava gli stranieri musulmani: il rispetto con cui venivano trattate le donne in pubblico. Evliya osserva:

In quel paese vidi una cosa straordinaria. Se l'imperatore incontra una donna per strada ed è a cavallo, si ferma e cede il passo alla donna. Se, invece, egli è a piedi e incontra una donna, si ferma in atteggiamento cortese. Poi la donna saluta l'imperatore ed egli si leva il cappello e si rivolge alla donna con deferenza e riprende il cammino solo dopo che ella sia passata. E' uno spettacolo straordinario.
In questo paese, come pure in altre terre degli infedeli, l'ultima parola spetta alle donne, che vengono onorate e riverite per amore di Madre Maria".

Di straordinaria importanza queste ultime parole di Evliya. Viene messo in rilievo il consapevole rapporto tra tradizione cristiana e trattamento riservato alla donna.
Le fonti musulmane qui citate rappresentano testimonianze certamente dirette a stupire il lettore. Ma la preoccupazione di sorprendere, di meravigliare, non le rende meno significative. Emerge un quadro sostanzialmente inaspettato, capace di porre in discussione più d'un luogo comune.

Bernard LEWIS, I musulmani alla scoperta dell'Europa, prima edizione, 2004.



sabato 10 luglio 2010

Soldi e politica. L'altra faccia della luna.


Molti italiani, soprattutto giovani, e moltissimi stranieri non riescono a capire come l'elettorato italiano possa aver determinato con il suo voto l'attuale assetto politico. Sembra difficile da comprendere una scelta che indagini della magistratura, conflitti di interesse e notevoli anomalie dovrebbero precludere.
In realtà basta raccontare qualcosa del rapporto tra soldi e politica negli ultimi decenni. La Repubblica italiana è nata nel 1946 come repubblica dei partiti, soprattutto di partiti di massa, costosi e distributori impenitenti di impieghi, prebende, sinecure. Fin da subito uomini politici e partiti hanno avuto bisogno di denaro, lo hanno cercato e lo hanno ottenuto. La situazione internazionale, la gestione pubblica di attività economiche e certi tratti della società italiana hanno reso piuttosto agevole tutto ciò.
Alcune date e qualche numero. Tra il 1974 ed il 1975 il parlamento si occupa del finanziamento dei partiti. Prevede forme di finanziamento pubblico e sanzioni penali per i finanziamenti fuori legge. Dunque almeno da questa data la magistratura può colpire sistematicamente il passaggio illecito di denaro ai politici ed alla politica, di cui si avvantaggia pesantemente anche il Partito comunista italiano.
Nel solo periodo dal 1973 al 1979, secondo la documentazione sovietica esaminata dal professor Zaslavsky, esso riceve dall' Unione Sovietica 32-33 milioni di dollari. Eppure, stranamente, per quindici lunghi anni la magistratura non riesce ad intervenire se non sporadicamente e con indagini a carico soltanto di esponenti della maggioranza di governo.
Pochi casi, non più di cinque. Tra essi qualche scandalo: il caso Lockheed, quello Italcasse.
Molto rumore, un presidente della repubblica sicuramente innocente, Leone, costretto vergognosamente alle dimissioni da una campagna di stampa e dalla richiesta del PCI. Ma, appunto, nulla di sistematico. Basti pensare che dal 1987 al 1992 alla Camera non giunse nessuna richiesta di autorizzazione a procedere per reati di questo tipo.
Quando arriva il 1989 tutto comincia a muoversi. Nell'autunno, quasi contemporaneamente, cade il Muro di Berlino ed il parlamento italiano con voto unanime approva un'amnistia per i reati di finanziamento illecito dei partiti. Colpo di spugna, con il consenso di tutti. Nessuno, o quasi, grida allo scandalo.
Pochi anni dopo, dal 1992 al 1994, la magistratura italiana scatena l'operazione Mani pulite.
Inchieste promosse dalle principali procure, con numerosi arresti ed estese indagini patrimoniali, portano alla scomparsa di interi partiti politici di governo, la DC ed il PSI prima di tutti.
L'ex PCI resta sostanzialmente indenne, toccato solo marginalmente dalle indagini, senza conseguenze di rilievo. Lo schieramento politico italiano è azzerato nella sua parte moderata. Una storia italiana, certamente non priva di contraddizioni, zone d'ombra, interrogativi senza risposte convincenti, anomalie.
Quando Berlusconi si propone nel 1994 gli elettori moderati non hanno più chi li rappresenti e si stanno abituando alle anomalie, alle non invidiabili peculiarità italiane. Da allora accettano un'anomalia che ai loro occhi appare una risposta inevitabile ad altre anomalie che non possono accettare.



Per questo scritto devo molto ad un libro breve ma importante, che già ho consigliato su questo blog: Ernesto GALLI DELLA LOGGIA, Tre giorni nella storia d'Italia.



venerdì 2 luglio 2010

Il vecchio e il nuovo nella Voce della Russia.


I rapporti della Russia con  gli Stati Uniti e i loro tradizionali alleati attraversano una fase di profondo cambiamento. Il presidente Obama ha parlato di "reset", di nuovo inizio. Ma il processo era già avviato prima della sua elezione e probabilmente sopravviverà alle vicissitudini della sua presidenza.
Dopo il crollo dell'Unione Sovietica e la dissoluzione dell'apparato ideologico marxista leninista i dirigenti russi hanno dovuto fronteggiare immensi problemi. Un'economia devastata, spinte centrifughe etnico-religiose, terrorismo, un'opinione pubblica caratterizzata da sentimenti nazionalisti ed antioccidentali, frutto in larga misura di decenni di martellante propaganda sovietica, l'enorme vicino cinese.
Le loro risposte sono state e sono incerte e contraddittorie, mentre gli Stati Uniti hanno gestito l'eredità di tanti decenni di dura contrapposizione faticando a comprendere nuovi limiti e nuove opportunità. Ma la convergenza di interessi e la consapevolezza della sua esistenza sembrano consolidarsi. Uno dei modi più diretti ed interessanti per misurare il nuovo e il vecchio è visitare il sito ufficiale della redazione italiana della Voce della Russia, radio internazionale di questo grande e composito paese.
Tra retorica stantia, stile burocratico, relitti di un pesante passato, troviamo dichiarazioni sorprendenti, resoconti di incontri inaspettati ed inusuali. Ci sono i nuovi contatti con il governo di Israele, i momenti di collaborazione con la NATO, l'impegno per salvaguardare simboli religiosi - il crocifisso - un tempo combattuti. E poi l'irritazione per alcune operazioni americane in ex repubbliche sovietiche ma anche l'impegno per contrastare l'avventura nucleare iraniana.
Non è irrealistico pensare di poter allargare il dominio di libertà e diritti non contro bensì insieme alla Russia. Ma occorre grande cautela. Medvedev e Putin vanno attesi alla prova dei fatti. Si comprenda però che una Russia allo sbando che imploda sotto il peso dei propri ritardi e delle proprie difficoltà non è mai stata e non è nell'interesse dell'Occidente.


sabato 26 giugno 2010

Il declino dell' intelligenza europea. Da Henri Pirenne e Johan Huizinga a Dan Brown.

Qualche giorno fa, in Belgio, nell'ambito di una scrupolosa inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa cattolica, un magistrato ha ordinato di perquisire la cripta della cattedrale di Mechelen.
Nulla è stato trascurato. Sono state cercate prove contro i pedofili perfino dentro le tombe dei cardinali Van Roey e Suenens. Purtroppo gli inquirenti hanno dovuto usare il martello pneumatico.
Solo pochi decenni fa in questa florida regione europea le persone destinate a svolgere ruoli di rilievo si formavano con le opere di autori come Henri Pirenne o Johan Huizinga. Ora evidentemente sono i romanzi di Dan Brown ad avere il privilegio di scolpire queste belle intelligenze.

domenica 20 giugno 2010

Le liberalizzazioni. Perchè è necessario modificare la costituzione.

La costituzione della repubblica italiana entrata in vigore il 1° gennaio 1948 è stata poi modificata profondamente, sia ricorrendo alle procedure previste dalla costituzione stessa nell'articolo 138 per la sua revisione, sia con il mutamento della cosiddetta costituzione materiale cioè della prassi costituzionale.
Per esempio, nel rispetto dell' art. 138, negli anni Novanta è stato ridefinito in senso assai restrittivo l'istituto dell'immunità parlamentare, fino ad alterare l'equilibrio tra poteri e organi costituzionali stabilito dall'Assemblea costituente eletta nel 1946.
Mediante l'evoluzione della prassi costituzionale poi, almeno a partire dalla presidenza Pertini, si sono attribuiti al presidente della repubblica compiti di indirizzo politico e di controllo della costituzionalità delle leggi certamente eccedenti le attribuzioni originariamente previste ed esercitate.
In questi giorni si è riacceso il dibattito sulle liberalizzazioni. Il nostro paese ha bisogno di una crescita economica più vigorosa. La riduzione degli oneri burocratici ed amministrativi a carico degli imprenditori e degli ostacoli alla nascita di nuove imprese può dare un contributo notevole al conseguimento di tale obiettivo.
Molto si può fare con leggi ordinarie. E' però non solo possibile, come sopra ricordato, ma necessario procedere a modifiche della costituzione. Per più di una ragione. Una parte del dettato costituzionale pare non solo superata dagli eventi, ma  anche sbagliata nei suoi presupposti teorici e tale da imporre allo stato una condotta sterile o addirittura controproducente.
Basti pensare all'ultimo comma dell' articolo 41: " La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali". La programmazione economica, mitica panacea tenacemente perseguita nel Secondo dopoguerra, quando effettivamente tentata non ha dato affatto i risultati sperati. Ha bensì contribuito allo sperpero di risorse e prodotto distorsioni ancora in atto. Sembra dunque assurdo continuare a prevederne l'attuazione.
E' inoltre opportuno costituzionalizzare il principio di favore per i controlli successivi e quello della responsabilizzazione degli imprenditori, per fornire un indirizzo all'azione della repubblica indipendente da effimere ristrette maggioranze parlamentari, ma non solo. Va sottolineato infatti che l'onere di adeguare l'imponente legislazione economica italiana a questi principi non può gravare soltanto sulle spalle di parlamento e governo. Idonee revisioni della costituzione consentirebbero alla magistratura di chiamare anche la Corte costituzionale a contribuire significativamente alle liberalizzazioni. La Corte potrebbe così intervenire sulla normativa da adeguare ai nuovi principi ridisegnandola direttamente o provocando l'intervento del legislatore ordinario.
Del resto la conformità alla costituzione dell'intera legislazione italiana è stata nella storia repubblicana in larga misura ottenuta proprio grazie all'intervento della Corte costituzionale.
Applichiamo dunque la costituzione. Modificandola.

lunedì 14 giugno 2010

Il problema degli Ebrei secondo Karl Popper. Perchè oggi bisogna difendere Israele.


I genitori di Popper, nato in Austria, venivano da una famiglia di fede ebraica, anche se presto decisero di convertirsi al protestantesimo. Dunque il filosofo austriaco conosceva bene il problema della condizione degli Ebrei in Europa. Racconta Popper in La ricerca non ha fine - Autobiografia intellettuale -seconda edizione, 1978, pagg. 108 e 109:

"Dopo lunga riflessione, mio padre decise che il vivere in una società stragrandemente cristiana imponeva l'obbligo di recare la minima offesa possibile - l'obbligo di farsi assimilare.
Ma ciò voleva dire recare offesa al giudaismo organizzato. E voleva anche dire essere denunciato come vile, come un uomo che aveva paura dell'antisemitismo.
Tutto questo era comprensibile. Ma la risposta fu che l'antisemitismo era un male di cui dovevano aver paura tanto gli ebrei quanto i non-ebrei, e che era compito di tutte le persone di origine ebraica di fare del loro meglio per non provocarlo: molti ebrei, inoltre, si fusero con la popolazione: l'assimilazione era all'opera.
Certo è ben comprensibile che le persone che venivano disprezzate in ragione della loro origine razziale avrebbero reagito dicendo di esserne orgogliose. Ma l'orgoglio razziale non è solo una cosa stupida, ma pure sbagliata, anche nel caso in cui sia provocato dall'odio razziale.
Ogni nazionalismo o razzismo è un male, e il nazionalismo ebraico non rappresenta un'eccezione".

Popper è guidato dalla convinzione che ciascuno è responsabile della propria condotta e delle sue conseguenze, in particolare delle sofferenze ingiuste provocate. Seguendo questo criterio nel 1989 si rifiutò di firmare un "Appello Mondiale" a favore di Salman Rushdie, autore di un romanzo secondo molti musulmani recante ingiurie all'Islam e per questo minacciato di morte dai fondamentalisti islamici. Alla contesa seguirono scontri ed uccisioni. In questa occasione così scrisse a Isaiah Berlin:

"Infatti, sappiamo tutti che l'Ayatollah è di gran lunga il peggiore criminale. E ovviamente Rushdie dovrebbe essere protetto dalla polizia. Possiamo anche dispiacerci per lui. Ma mi dispiace molto di più per le persone che sono state uccise in questo conflitto. Credo che ogni libertà implichi dei doveri: usare responsabilmente la propria libertà."

La lettera a Berlin si può leggere in Karl POPPER, Dopo la società aperta, ed. 2009, pag.308.

Dunque l'autore della Società aperta e i suoi nemici pensava che gli Ebrei avrebbero dovuto fare ogni sforzo per integrarsi nelle società europee cui appartenevano per nascita. Ciò si risolve in una severa critica del sionismo contemporaneo, movimento nato nella seconda metà del Diciannovesimo secolo per dare una terra al popolo ebraico, poi individuata nel territorio dell'Israele biblico.
Il movimento sionista promosse il trasferimento in Palestina di centinaia di migliaia di ebrei a partire appunto dalla seconda metà dell'Ottocento. Dopo la Seconda guerra mondiale, l'Olocausto e sanguinosi contrasti la comunità internazionale prese atto della nuova situazione creatasi in Palestina e consentì la costituzione dello stato d'Israele. Le vicende di Israele nel Secondo dopoguerra mostrano la lungimiranza e la lucidità della posizione popperiana sul problema degli Ebrei.
Ma proprio seguendo questa stessa impostazione dobbiamo oggi prendere risolutamente la difesa di Israele.
Lo stato ebraico di Israele esiste da oltre sessanta anni, è la sola genuina democrazia del Medio Oriente, il solo sincero amico dell'Occidente nella regione. Centinaia di migliaia di famiglie ebree dipendono dalla sua esistenza per il loro presente ed il loro futuro. Metterla in discussione o soltanto porre in dubbio la legittimità dello stesso Israele nella sua forma attuale sarebbe criminale. Consentirne la caduta inoltre avvantaggerebbe i fondamentalisti islamici, che se ne attribuirebbero il merito presso i correligionari, avanzando ulteriori esorbitanti pretese.
Del resto in generale la storia del potere è storia di errori e di crimini. Se le origini storiche e il fondamento ideale e concettuale dovessero guidare il giudizio sul destino degli stati, quale di loro si salverebbe?





sabato 5 giugno 2010

Crocevia della storia. Stalin e Hitler trattarono una pace separata durante la Seconda guerra mondiale?.




Chi ha qualche interesse per la storia del Novecento sa che alla fine dell'estate del 1939 Tedeschi e Sovietici si accordarono per invadere la Polonia e spartirsi il suo territorio.
L'invasione della Polonia fu seguita dalla dichiarazione di guerra di Gran Bretagna e Francia alla Germania nazista. Cominciò così la Seconda guerra mondiale.
La collaborazione tra Tedeschi e Sovietici si spinse fino quasi alle soglie dell'alleanza formale.
Ma nel giugno del 1941 Hitler decise di attaccare l'Unione sovietica. Dopo i successi iniziali i Tedeschi non riuscirono a ottenere una vittoria decisiva. Si arrivò così, nell'incertezza, al giugno del 1943.
Americani e Britannici erano intanto impegnati su due fronti. In Estremo oriente contro i Giapponesi. In Europa, dopo aver costretto alla resa Tedeschi ed Italiani in Africa settentrionale, preparavano lo sbarco in Sicilia, poi realizzato in luglio. 

"In giugno Molotov si incontrò con Ribbentrop a Kirovograd, in quel momento 15 km. al di qua delle linee tedesche, per esaminare quali possibilità esistessero di porre fine alla guerra. Secondo ufficiali tedeschi che presero parte all'incontro in qualità di consiglieri tecnici, Ribbentrop proponeva come principale condizione di pace che la futura frontiera della Russia corresse lungo il Dnepr, mentre Molotov non si diceva disposto a prendere in considerazione alcuna soluzione che non prevedesse il ripristino delle frontiere originali; la discussione si protrasse a lungo per la difficoltà di conciliare queste due posizioni così lontane e fu infine interrotta quando sembrò che la notizia dell'incontro fosse trapelata, giungendo all'orecchio delle potenze occidentali. La sentenza veniva così di nuovo demandata al campo di battaglia."

La storiografia più recente ha sottoposto a serrata critica il valore scientifico degli scritti di Liddell Hart, coinvolto negli avvenimenti e spinto dalla preoccupazione di difendere il suo prestigio. In questa prospettiva merita particolare attenzione John J. MEARSHEIMER, Liddell Hart and the Weight of History , 2010, Cornell University Press. Mearsheimer esamina criticamente il lavoro di Liddell Hart presentando argomenti diretti a demolirne la credibilità. Come sempre è nessaria una valutazione attenta ed equilibrata.
Sul tentativo di pace separata dato per avvenuto da L. Hart prevale tra gli storici un forte scetticismo, fondatamente determinato dalla mancanza di fonti. Un tentativo di pace separata nei termini riferiti da L. Hart è dunque improbabile, ma non impossibile. La paranoia di Stalin, il suo cinico opportunismo e quello di Hitler, non ci consentono di escludere del tutto l'ipotesi. Il sorprendente patto Molotov Ribbentrop del 1939 deve far riflettere.

A questo fine è certamente utile fermare l'attenzione sulle complessive relazioni tra URSS e regime nazista fino al giugno del 1941, in particolare sul poco noto "Protocollo segreto".


venerdì 28 maggio 2010

Ernesto GALLI DELLA LOGGIA, Tre giorni nella storia d'Italia.




Lo storico Ernesto Galli della Loggia in questo piccolo grande libro prende in esame tre momenti cruciali della storia italiana: la marcia su Roma, che portò al potere Mussolini, la vittoria elettorale della Democrazia Cristiana e dei suoi alleati nel 1948 ed il successo elettorale di Berlusconi nel 1994. Da questa prospettiva privilegiata riflette sul tormentato passaggio del nostro paese alla democrazia libera ed alla modernità postagricola.
Emerge il quadro di un'Italia dai tratti peculiari, quasi prigioniera della propria diversità eppure con un futuro aperto, di cui occorre iniziare un percorso di comprensione che superi luoghi comuni e tradizioni storiografiche consolidate. Delle anomalie di oggi Galli della Loggia propone spiegazioni che fanno riferimento prevalentemente ad un passato recente, evitando quando possibile richiami a vicende lontane, idonei più a costruire alibi che a suggerire responsabilità e soluzioni. Ne risulta un'opera agile e penetrante, da considerare un'efficace introduzione alla storia dell'Italia contemporanea.
Sarà utile in particolare ai giovani, stanchi di libri scritti più per diventare armi nelle battaglie culturali e politiche che per essere strumenti di ricerca della verità.




sabato 22 maggio 2010

Crisi dello stato sociale contemporaneo. Le cicale sapranno e potranno pazientare?

Piero Ostellino ha qualche giorno fa, sul Corriere della Sera, richiamato l'attenzione sul percorso perverso dello stato sociale contemporaneo. La crisi, estendendosi alle finanze pubbliche ed alla valuta europea, lo rende un peso insostenibile.
Ma la sua crescita enorme ed abnorme è stata accompagnata dalla decadenza della famiglia tradizionale come elementare spazio di solidarietà e dalla caduta della propensione al risparmio personale. I carichi assistenziali e previdenziali non possono così più ritornare agevolmente a gravare su famiglie ed individui, oggi inadeguati.
Tradizioni ed abitudini non si costruiscono. Esiste una netta asimmetria tra le azioni e gli eventi capaci di provocarne il declino ed i processi in larga misura spontanei che ne consentono l'affermazione.
Come ha ben messo in rilievo lo stesso Ostellino, la crisi può trasferirsi alle istituzioni della democrazia libera e dello stato di diritto. Si tratta di istituzioni dotate di buona solidità. Possono reggere bene se troveranno validi difensori: intellettuali, sindacalisti e politici capaci di frenare passioni, appetiti ed illusioni. Ce ne sono ancora?

giovedì 13 maggio 2010

Galileo e gli anelli di Saturno. Le osservazioni sono ipotesi.




Anche i grandi sbagliano. Galileo Galilei non sfuggì alla regola. Riflettere su uno dei suoi errori ci aiuta a superare un empirismo ingenuo. Il paleontologo Stephen Jay Gould, nel suo Le pietre false di Marrakech (pag. 45 e segg.), scrive:

"Galileo puntò il telescopio anche su Saturno, il più lontano dei pianeti noti a quel tempo, e vide i famosi anelli. Non riuscì però a visualizzare o interpretare in modo corretto ciò che aveva osservato, presumibilmente perchè nel suo mondo concettuale non c'era "spazio" per un oggetto così peculiare (e il telescopio era troppo rozzo per raffigurare gli anelli in modo abbastanza chiaro da costringere la sua mente, già confusa da tante sorprese, alla conclusione più peculiare e imprevista di tutte)".

"Galileo...interpretò Saturno come un corpo triplice, formato da una sfera centrale affiancata da due sfere minori a contatto con essa".

"Galileo non annuncia la sua soluzione per mezzo di espressioni come "congetturo", "ipotizzo", "inferisco" o "mi pare che sia l'interpretazione migliore...". Egli scrive invece audacemente "ho osservato".

E lo stesso Gould così commenta:

"L'idea che l'osservazione possa essere pura e incontaminata (e perciò incontestabile) - e che i grandi scienziati siano, di conseguenza, persone in grado di affrancare la propria mente dalle costrizioni della cultura circostante e raggiungere conclusioni rigorose attraverso esperimenti e osservazioni privi di intralci, uniti a un ragionamento logico chiaro e universale - ha spesso arrecato danno alla scienza, trasformando il metodo empiristico in una formula vuota"

Le secche sintesi di Karl Popper (La ricerca non ha fine pagg.84 e 152) mettono ancor meglio a fuoco il problema:

"...non può darsi alcuna osservazione libera da teoria, e nemmeno un linguaggio libero da teoria"

"...le teorie scientifiche restano sempre ipotesi o congetture..."

Ammettiamo dunque che le osservazioni non sono che... ipotesi. Questa consapevolezza deve rendere ai nostri occhi la scienza meno grande? No. Perchè con questi fragili ed incerti strumenti ha cambiato la nostra vita. In meglio.

venerdì 7 maggio 2010

Russia. L' Occidente è più vicino.

In Russia novità per la commemorazione della vittoria nella Seconda guerra mondiale. Alla parata celebrativa parteciperanno anche truppe americane, britanniche, francesi e polacche. Un ulteriore indizio del riavvicinamento in atto tra Russia, Unione Europea e Stati Uniti. Importanti anche le dichiarazioni del presidente russo Medvedev. Emerge una valutazione critica non solo dello stalinismo ma di tutta l'esperienza sovietica. La Russia di Medvedev e Putin va attesa alla prova dei fatti. Ma sembrano sbagliate le interpretazioni che seguono il solo filo conduttore della continuità imperiale. E' venuto meno l'apparato ideologico marxista-leninista ed il paese è incomparabilmente più aperto verso l'esterno. Per la prima volta la Russia ha davvero davanti a sè la prospettiva di una modernizzazione che non si realizzi interamente a spese dei diritti e delle libertà. Se realmente i governanti di questo grande, composito e contraddittorio paese perseguono tale obiettivo Stati Uniti ed Unione Europea rappresentano il punto di riferimento necessario. L'allargamento dei confini dell'Occidente può oggi avvenire non contro ma insieme alla Russia. Si tratta di un percorso difficilissimo ma che si deve saggiare.

mercoledì 28 aprile 2010

Joseph Ratzinger. Un tedesco contro il nazismo.

Il 4 giugno 2004, in occasione delle celebrazioni per il 60° anniversario dello sbarco alleato in Normandia, l'allora cardinale Joseph Ratzinger, oggi papa Benedetto XVI, pronunciò un importante discorso.

Ratzinger qui incisivamente denuncia la natura criminale del nazismo ed il modo in cui ottenne l'obbedienza di molti tedeschi.
L'attuale pontefice espone le ragioni che inducono a rifiutare un pacifismo assoluto, in accordo con la Tradizione ed il Magistero della Chiesa cattolica.

" Un criminale con i suoi accoliti era riuscito a impadronirsi del potere in Germania. Sotto il dominio del Partito, il diritto e l’ingiustizia si erano intricati tra loro in maniera pressoché indissolubile, tanto da travasarsi spesso l’uno nell’altra e viceversa".

"Al servizio di questo dominio della menzogna stava un regime di paura, nel quale nessuno poteva fidarsi dell’altro perché tutti in qualche modo dovevano proteggersi sotto la maschera della menzogna. Così fu di fatto necessario che il mondo intero intervenisse a spezzare il cerchio dell’azione criminale, perché fossero ristabiliti la libertà e il diritto. Oggi noi siamo grati al fatto che questo sia avvenuto, e a esser grati non sono soltanto i Paesi occupati dalle truppe tedesche. Noi stessi, i tedeschi, siamo grati perché, con l’aiuto di quell’impegno, abbiamo recuperato la libertà e il diritto.
Se mai si è verificato nella storia un bellum justum è qui che lo troviamo, nell’impegno degli Alleati, perché il loro intervento operava nei suoi esiti anche per il bene di coloro contro il cui Paese era condotta la guerra. Questa constatazione mi pare importante perché mostra, sulla base di un evento storico, l’insostenibilità di un pacifismo assoluto. Il che non ci esenta in alcun modo dal porci con molto rigore la domanda se oggi sia ancora possibile, e a quali condizioni, qualcosa di simile a una guerra giusta, vale a dire un intervento militare, posto al servizio della pace e guidato dai suoi criteri morali, contro i regimi ingiusti.
Soprattutto, si spera che quel che abbiamo fin qui detto aiuti a comprendere meglio che la pace e il diritto, la pace e la giustizia sono inseparabilmente interconnessi. Quando il diritto è distrutto, quando l’ingiustizia prende il potere, la pace è sempre minacciata ed è già, almeno in parte, compromessa".

"Certamente la difesa del diritto può e deve, in alcune circostanze, far ricorso a una forza commisurata. Un pacifismo assoluto, che neghi al diritto l’uso di qualunque mezzo coercitivo, si risolverebbe in una capitolazione davanti all’iniquità, ne sanzionerebbe la presa del potere e abbandonerebbe il mondo al diktat della violenza. Ma per evitare che la forza del diritto si trasformi essa stessa in iniquità, è necessario sottometterla a criteri rigorosi e riconoscibili come tali da parte di tutti".

Queste severe parole di Ratzinger riassumono il tradizionale insegnamento della Chiesa cattolica.
Si veda, ad esempio, una lettera di sant'Agostino al generale Bonifacio (417 circa):

"Non credere che non possa piacere a Dio nessuno il quale faccia il soldato tra le armi destinate alla guerra".

"La pace deve essere nella volontà e la guerra solo una necessità, affinché Dio ci liberi dalla necessità e ci conservi nella pace! Infatti non si cerca la pace per provocare la guerra, ma si fa la guerra per ottenere la pace! Anche facendo la guerra sii dunque ispirato dalla pace in modo che, vincendo, tu possa condurre al bene della pace coloro che tu sconfiggi. Beati i pacificatori - dice il Signore - perché saranno chiamati figli di Dio."

"Sia pertanto la necessità e non la volontà il motivo per togliere di mezzo il nemico che combatte. Allo stesso modo che si usa la violenza con chi si ribella e resiste, così deve usarsi misericordia con chi è ormai vinto o prigioniero, soprattutto se non c'è da temere, nei suoi riguardi, che turbi la pace".

Benedetto XVI: un tedesco contro il nazismo e contro ogni totalitarismo.

giovedì 22 aprile 2010

Bertrand Russell testimone della grande storia. Pratica e teoria del bolscevismo.



Bertrand Russell è stato uno dei più importanti ed influenti intellettuali del Novecento. Nato nel 1872 e quindi formatosi in epoca vittoriana, ebbe una vita lunghissima. Morì nel 1970. Suo nonno paterno era lord John Russell, eminente politico britannico, primo ministro e grande esperto di relazioni internazionali.
Il pensiero di Russell fu caratterizzato dall'incontro tra il tradizionale empirismo del suo paese e la logica. Ebbe profonda influenza sulla filosofia novecentesca, in particolare sul positivismo logico e sulla filosofia analitica.
Significativa la sua adesione ad una concezione oggettiva e realistica della verità come corrispondenza ai fatti. Questa posizione soprattutto, ma anche la grande chiarezza della sua scrittura, suscitarono l'ammirazione di Karl Popper.
Visse della sua attività di scrittore, conseguendo il premio Nobel per la letteratura. Scrisse quindi molto per un vasto pubblico, pubblicando opere dirette alla divulgazione e all'esposizione delle proprie personali preferenze morali, politiche e religiose. Questo taglio particolare ne ha consentita l'ampia utilizzazione nelle battaglie culturali oggi in atto, realizzata anche con numerose nuove edizioni.
Non sono state invece ristampate alcune opere notevolissime, capaci di sollevare il velo che copre un passato a dir poco imbarazzante e di mostrare la vera origine di una eredità ideale e concettuale ancora diffusa. L'ultima edizione italiana della sua Autobiografia in tre volumi e di Pratica e teoria del bolscevismo risale all'inizio degli anni Settanta. Quest'ultima opera in particolare costituisce la fondamentale testimonianza di avvenimenti e personaggi storici che hanno davvero segnato profondamente il secolo scorso.
Bertrand Russell visitò la Russia sovietica alla fine della primavera del 1920, circa due anni e mezzo dopo la Rivoluzione d'Ottobre, quando Lenin, nel pieno delle sue facoltà, era saldamente a capo del nuovo regime comunista. Pratica e teoria del bolscevismo è il resoconto di questo viaggio. La grande intelligenza di Russell comprende con chiarezza la natura totalitaria e poliziesca del regime. Il filosofo inglese, pur prevenuto a favore dell'esperimento comunista, ne coglie e denuncia aspetti a lungo poi taciuti dai politici italiani che quella spaventosa realtà ben conobbero.
Russell, tra l'altro, riuscì ad ottenere una lunga intervista con lo stesso LeninL'incontro del grande intellettuale con il grande rivoluzionario è raccontato nella parte prima, capitolo terzo, del libro. Si tratta di pagine assolutamente da non perdere. Pratica e teoria del bolscevismo è ormai introvabile nella sua vecchia edizione italiana di quaranta anni fa, ma si può scaricare integralmente e gratuitamente  e leggere direttamente in inglese. La proverbiale chiarezza di Russell la rende comprensibile anche a chi non ha una conoscenza profonda della lingua. 


venerdì 16 aprile 2010

L'atomica iraniana e l'eredità di Bush.

Obama ha ancora una volta conseguito un successo soltanto propagandistico. Tutti i governi non vogliono che armi atomiche cadano nella disponibiltà di terroristi e già ora fanno quello che possono per controllare i loro arsenali ed evitare la perdita di materiale pericoloso.
Ma lo scottante problema dell'atomica iraniana resta ben lontano da una soluzione accettabile per le grandi democrazie e soprattutto per Israele.
Le sanzioni internazionali sono poco efficaci e spesso controproducenti. Paradossalmente quanto più sono incisive tanto più sono controproducenti.
Le più incisive ipotizzabili, quelle dirette contro le esportazioni e la finanza iraniane, oltre a ledere interessi degli stessi paesi occidentali, ferirebbero i sentimenti nazionalisti della popolazione, indebolendo l'opposizione al regime islamico.
Piuttosto Obama dovrebbe puntare sul nuovo Iraq. Un paese a maggioranza scita che l'ostinazione di Bush ha dotato di un regime meno chiuso dell'iraniano verso l'Occidente, i suoi miti, le sue libertà e le sue possibilità.
I giovani iraniani e i ceti più attratti dai modelli occidentali potrebbero vedere da vicino il futuro sperato per il loro paese. Ciò favorirebbe un cambio di regime capace di consegnare la potenza iraniana a governanti più responsabili.
Obama, in campagna elettorale, ha promesso di porre di nuovo a rischio una vittoria ottenuta con tanti sacrifici, quella irachena, per gettare maggiori risorse in una guerra che non si può vincere, quella afghana.
Il presidente degli Stati Uniti sfrutti le sue innegabili risorse retoriche per fare il contrario di quello che ha promesso. Proprio il sofferto successo strategico di Bush rappresenta infatti per il suo paese la meno sfavorevole carta da giocare nella partita iraniana.

venerdì 9 aprile 2010

Se il semipresidenzialismo alla francese diventa il presidenzialismo italiano.

Oggi a Parigi il presidente Berlusconi ha meglio definito, su punti fondamentali, la proposta di riforma secondo il modello semipresidenzialista.
Berlusconi pensa ad una elezione contemporanea del presidente della repubblica e del parlamento, con un solo turno elettorale e con pari durata di presidenza e legislatura.
In questo modo, di solito, il neoeletto presidente avrebbe a disposizione una "sua" maggioranza parlamentare, con una drastica riduzione del rischio di "coabitazione" con un primo ministro di diverso orientamento politico.
Se poi si attribuissero al presidente così eletto la facoltà di sciogliere in ogni momento il parlamento per indire nuove elezioni parlamentari-presidenziali, nonchè poteri di indirizzo politico almeno analoghi a quelli oggi riconosciuti al presidente francese, si avrebbe in realtà una forma di governo molto vicina al presidenzialismo vero e proprio.
Sul Corriere della Sera il professor Sartori raccomanda di scegliere tra i modelli adottati altrove senza apportare modifiche significative. Ma perché?
In realtà ogni paese ha esigenze peculiari. Non solo può ma deve cercare una propria via per soddisfarle.
Ben venga dunque un presidenzialismo italiano, che consenta all'elettorato di scegliere direttamente a chi affidare l'indirizzo politico del paese senza introdurre rigidità insostenibili.

domenica 28 marzo 2010

La Legge di Hume.

Nel nostro tempo la discussione dei problemi morali non può mai prescindere dalla questione della validità e della portata della cosiddetta legge di Hume. Ma cosa dice questa importantissima "legge di Hume"? Quale è la sua storia? David Hume era un filosofo scozzese, morto nel 1776. La sua è l'età dell'Illuminismo. All'interno di quel vasto e composito movimento si distinse per il suo atteggiamento critico, scettico, sperimentale nell'esaminare le possibilità della ragione, il modo in cui questa opera, i suoi stessi ruolo e collocazione nell'ambito della mente e del comportamento umani. Nel libro terzo del suo Trattato sulla natura umana osservò che :

"In ogni sistema di morale con cui ho avuto finora a che fare...all'improvviso mi sorprendo a scoprire che, invece di trovare delle proposizioni rette come di consueto dai verbi è e non è, non incontro che proposizioni connesse con dovrebbe e non dovrebbe.
Questo mutamento è impercettibile, ma è della massima importanza. Poiché questi dovrebbe e non dovrebbe esprimono una relazione o affermazione nuova, è necessario che...si adduca una ragione di ciò che sembra del tutto inconcepibile, cioè del modo in cui questa nuova relazione può essere dedotta dalle altre, che sono totalmente diverse da essa".

Si tratta di un rilievo poco più che incidentale. Ma tanto è bastato a mettere una "pulce nell'orecchio" dei suoi lettori più avveduti, che ne hanno tratto una legge, con il suo nome, enunciata nel modo seguente: "è logicamente impossibile passare dall'essere al dover essere, dedurre prescrizioni da descrizioni, valori da fatti". La validità di questa regola produce conseguenze rilevanti. Diventano logicamente insostenibili diritti naturali e morale naturale. La scienza non può produrre etica. Dalla descrizione della natura, anche nel rispetto dei canoni della scienza, non possiamo ricavare direttamente prescrizioni morali né diritti e doveri, che delle regole di condotta rappresentano spesso l'espressione sintetica. Applicando correttamente il principio enunciato nella legge di Hume il paleontologo Stephen J. Gould scrisse:

"La scienza però non può mai decidere la moralità della morale. Supponiamo di scoprire che un milione di anni fa, nelle savane africane, l'aggressività, la xenofobia, l'infanticidio selettivo e la sottomissione delle donne offrisse dei vantaggi darwiniani ai nostri progenitori cacciatori-raccoglitori. Una tal conclusione non sancirebbe – nel presente come nel passato – il valore morale di questi comportamenti, né di qualsiasi altro".


La regola logica che porta il nome del grande filosofo scozzese rende la vita difficile non solo al giusnaturalismo liberale, che contraddistingue l'opera di Locke e, in larga misura, dei costituzionalisti settecenteschi, ma anche al giusnaturalismo cattolico, che vanta una solida tradizione. Giusnaturalismo cattolico che però non è inevitabile. I cristiani possono farne a meno valorizzando meglio la morale rivelata e riconoscendo il ruolo che le è proprio.



Del resto gli uomini, in termini morali, alla natura hanno fatto dire tutto ed il contrario di tutto.
Per esempio, in questo brano musicale di Rameau, compositore del Settecento francese, si percepisce l'eco della morale naturale della sua epoca. I contenuti della morale naturale che i pensatori cattolici hanno delineato sembrano piuttosto diversi...





         
In questo modo la legge di Hume diventa il fondamento della libertà di coscienza. Un motivo determinante per conoscerla, comprenderla ed applicarla.



sabato 20 marzo 2010

Elezione diretta del presidente della repubblica. Facciamo un po' di chiarezza.

I costituzionalisti distinguono le forme di governo guardando alle modalità di attribuzione ed esercizio della funzione di indirizzo politico.
Chi governa insomma? Il presidente della repubblica? I ministri guidati da un capo del governo distinto dal presidente della repubblica? Ed il parlamento? Il governo è politicamente responsabile verso il parlamento, cioè può essere da questo sfiduciato e mandato a casa? Chi ha l'effettivo potere di sciogliere il parlamento e di indire nuove elezioni?
Ebbene, l'elezione diretta del presidente della repubblica, se confrontiamo le costituzioni delle principali democrazie libere, non rappresenta un criterio sufficiente per individuare la forma di governo, nel senso sopra precisato.
Qualche esempio.
In Brasile il presidente direttamente eletto dal popolo è anche il capo di un governo che non ha bisogno della fiducia del parlamento, e realmente governa il paese. Così negli Stati Uniti d'America, anche se formalmente l'elezione popolare del presidente non è diretta. In Austria il presidente della repubblica eletto dal popolo non ha reali poteri di governo, mentre il governo del cancelliere ha bisogno della fiducia del parlamento.
In Francia di tutto un po'. Il presidente della repubblica eletto a suffragio universale presiede il consiglio dei ministri ma non ne è la guida operativa. Ha però rilevanti prerogative proprie, soprattutto in materia di politica estera e di difesa. Il governo può essere sfiduciato dal parlamento. Quindi, se la maggioranza parlamentare non è dello stesso colore politico del presidente della repubblica, devono "coabitare" un capo dello stato ed un capo del governo, entrambi dotati di legittimazione popolare e titolari di rilevanti poteri di indirizzo politico, espressi da partiti contrapposti. Due galli nello stesso pollaio.
L'Italia è un paese complicato e diviso. Ha bisogno di una struttura istituzionale semplice, snella ed efficiente. Ben venga dunque un presidente eletto direttamente dal popolo. Ma solo se è anche capo del governo. Di un governo che non abbia bisogno della fiducia del parlamento per operare. E solo se eletto contestualmente al parlamento stesso, in modo da rendere probabile una comune visione politica.
La contaminazione di soluzioni diverse non potrebbe che aggiungere scompiglio.
Troppo potere concentrato in un uomo solo? No! Un governo che governa e si assume le proprie responsabilità verso il paese.

domenica 14 marzo 2010

La diplomazia del gas. South Stream. Il gasdotto della concordia?

L'approvvigionamento di gas naturale costituisce per l'Unione europea una priorità strategica.
La consapevolezza di ciò ha spinto negli ultimi anni i vertici della UE ed i più importanti governi nazionali interessati a pianificare infrastrutture capaci, nel contempo, di garantire forniture adeguate e di evitare una troppo stretta dipendenza dalla Russia.
E' nato da queste preoccupazioni, condivise dall'amministrazione degli Stati Uniti, il progetto del gasdotto Nabucco, destinato a portare gas nel cuore dell'Europa senza la partecipazione della Federazione russa.
Dalla cooperazione energetica tra Russia ed Italia nasce invece il piano del gasdotto South Stream, che l'italiana ENI e la russa Gazprom intendono realizzare insieme per portare il gas russo nell'Unione europea.
Due progetti finora alternativi, anche e soprattutto sotto il profilo politico strategico. Ma ci sono ora novità che potrebbero rivelarsi importanti.
Qualche giorno fa l'amministratore delegato dell'ENI Paolo Scaroni ha avanzato la proposta di rendere complementari i due gasdotti, realizzando un tratto comune e consentendo alla Russia di esportare il suo gas attraverso entrambe le strutture.
Segreteria di stato USA e ministero degli esteri italiano hanno discusso in questi giorni il problema a Roma. E' emersa una nuova disponibilità americana a prendere in considerazione il cambio di rotta.
Un'apertura, quella della diplomazia USA, significativa anche rispetto all'orientamento strategico generale del governo degli Stati Uniti. Si moltiplicano infatti i segnali di un miglioramento dei rapporti tra questi e la Russia.
Con un ruolo di primo piano svolto dalla diplomazia italiana.

mercoledì 3 marzo 2010

Montesquieu, Cristianesimo, Islam. Le religioni secondo le loro conseguenze.



Nell'Italia confusa e superficiale di oggi il vecchio Montesquieu è stato evocato, di solito a sproposito, nel corso di furibonde battaglie politiche. Un arruolamento all'insegna dell'approssimazione e della falsificazione. La sua opera principale, lo Spirito delle leggi, è ricchissima di spunti teorici e di brillanti analisi che conservano una notevole importanza sotto il profilo teoretico. Ma è anche il documento delle opinioni di un grande intellettuale profondamente inserito nella società e nella cultura francese del suo tempo. Lo Spirito delle leggi fu stampato per la prima volta a Ginevra nell'autunno del 1748, ma Montesquieu, morto nel 1755, fece in tempo a collaborare anche all'Enciclopedia di Diderot, espressione più significativa del movimento dei "philosophes". Nel libro ventiquattresimo, capitoli quarto e terzo dello Spirito delle leggi troviamo le seguenti considerazioni sulla religione islamica e su quella cristiana:

"Per quanto riguarda il carattere della religione cristiana e quello della religione musulmana, si deve senz'altro abbracciare l'una e respingere l'altra: perchè per noi è molto più evidente che una religione debba addolcire i costumi degli uomini, di quanto non sia evidente che una religione è la vera.
E' una sciagura per la natura umana che la religione sia data da un conquistatore. La religione maomettana, la quale non parla che di spada, influisce ancora sugli uomini con quello spirito distruttore che l'ha fondata.

La religione cristiana è lontana dal dispotismo puro: infatti, essendo la mitezza tanto raccomandata nel Vangelo, essa si oppone alla collera dispotica con cui il principe si farebbe giustizia e metterebbe in pratica le sue crudeltà.

.....dobbiamo al cristianesimo, nel governo un certo diritto politico, e nella guerra un certo diritto delle genti, di cui l'umanità non potrebbe mai essere abbastanza riconoscente."

Dunque secondo Montesquieu, che giudica le religioni alla luce delle loro conseguenze, il Cristianesimo ha "addolcito i costumi" e rappresenta l'origine della limitazione del potere e della tutela dei diritti fondamentali dell'uomo. Una consapevolezza allora diffusa, poi sepolta sotto le macerie prodotte da conflitti politico-culturali ancora in corso.





giovedì 25 febbraio 2010

Crisi economica. Dal panico allo stallo.

L'apocalisse non c'è stata e molto probabilmente non ci sarà. Ma diventa sempre più netta la consapevolezza che Stati Uniti, Unione europea e Giappone non trovano ricette efficaci per recuperare rapidamente il terreno perduto.
C'è una parte del mondo che non ha mai smesso di crescere. Perchè? Il confronto avviene sempre più tra sistemi-paese. Questo mutamento di prospettiva quali nuovi problemi pone? Quali aspetti della cosiddetta globalizzazione contribuiscono a spiegare la crisi?
Temo che gli eventi e le analisi più coraggiose pongano in primo piano forme di stato e di governo, assetti sociali e tradizioni. La natura delle questioni spiega gli errori di tanti economisti e la sterilità di approcci politologici e sociologici ingenuamente costruttivisti. Gli assetti coinvolti sono infatti in larga misura complessi ordini spontanei, non il frutto predeterminato di misure intenzionali. E solo limitatamente e faticosamente sono modificabili dai governi.
Per le società e le economie delle democrazie occidentali si prepara una prolungata situazione di sostanziale stallo. Governanti ed intellettuali influenti potranno evitare il declino di questi grandi paesi se riusciranno a raggiungere una più ampia visione dei problemi e ad assumere atteggiamenti duramente pragmatici.

mercoledì 17 febbraio 2010

Cina e Russia. Strade che si separano?

Iran, Palestina, commercio internazionale, valute, ambiente, diritti umani. Mentre la Cina non si apre ad un dialogo realmente costruttivo, la Russia pare sempre più consapevole degli interessi comuni che la legano a Stati Uniti ed Europa. Pochi giorni fa la inconsueta visita in Russia del capo del governo israeliano Netanyahu. Poi la diffusione della notizia che la Russia ha sospeso a tempo indeterminato la consegna all'Iran di un sofisticato sistema terra-aria antimissile ed antiaereo. Precedute dalla non certo cristallina vittoria elettorale in Ucraina del partito filorusso, commentata in Occidente con tollerante distacco. E dalla dichiarazione del governo romeno che la Romania accetta sul suo territorio l'installazione di componenti del nuovo scudo antimissile realizzato dagli Stati Uniti, accompagnata da rimostranze russe in tono minore. Qualcosa sta cambiando tra Russia e Stati Uniti? Sembra di sì. E la diplomazia italiana non è estranea alla possibile svolta.

domenica 14 febbraio 2010

Il cuore del Cristianesimo.

Chi oggi ha partecipato, anche solo per caso, alla messa in una chiesa cattolica ha potuto sentire letture che conducono direttamente al cuore della fede cristiana. Parole dure come una pietra ed affilate come un rasoio.

San Paolo (1Corinzi 3-18):

"Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.
In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti.
Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli".

"Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede.....ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti".

Poi il vangelo di Luca (6, 20-26), con il passo delle cosiddette Beatitudini:

"Beati voi poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v'insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell'uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già la vostra consolazione.
Guai a voi che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi che ora ridete,
perché sarete afflitti e piangerete.
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi.
Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti".


Il nucleo delle fede cristiana è rappresentato dalla fede in un evento storico: Gesù è veramente risorto. La verità dell' evento storico della Risurrezione si trasmette alle profezie ed agli insegnamenti di Gesù. Se non è vera quella non sono veri questi. Nel tribunale della coscienza dei credenti si valuta la credibilità delle testimonianze trasmesse dalla tradizione apostolica. Il Cristianesimo, in fondo, è tutto qui.

La liturgia cattolica di domenica 14 febbraio: una straordinaria occasione di riflessione per chi crede, di crescita culturale per chi non crede.

mercoledì 3 febbraio 2010

La globalizzazione dimezzata. Diritti, libertà e concorrenza nella strategia delle grandi potenze.

Alcuni elementi sembrano preludere ad un riorientamento strategico del governo degli Stati Uniti. Le recenti controversie con la Cina sui controlli e le censure imposti ad Internet, sull'incontro tra Obama ed il Dalai Lama, sulla vendita di armi difensive americane a Taiwan e sulla sicurezza dei prodotti cinesi da importare in USA, sono ormai acquisite a Washington come l'abbozzo di un confronto inevitabile con il colosso cinese. Gli ultimi due decenni, prima della recente crisi, hanno visto una impetuosa globalizzazione dell'economia, con un rilevante aumento della libertà di commercio e di organizzazione dei fattori della produzione in ambito internazionale. Non si è invece compiuto un significativo avvicinamento delle forme di stato e di governo e degli assetti sociali. Sotto questo profilo i diversi sistemi-paese si affrontano nella competizione economica gravati da oneri, impacci e limiti ben differenti. In paesi come gli Stati Uniti sommi beni come lo stato di diritto, le libertà politica, sindacale e religiosa, il rispetto per le diverse culture e visioni del mondo, l'attenzione ai problemi ambientali si traducono in ulteriori costi per le imprese, in una maggiore lentezza dei processi decisionali pubblici, nel drastico declino dell'etica del lavoro e della responsabilità, nella labilità dei legami e della solidarietà familiare, nella insufficiente propensione al risparmio, in una insostenibile inclinazione al consumo. In Cina il regime autoritario consente un ben più pesante controllo dei consumi, degli investimenti e del tasso di risparmio privato, con una opinione pubblica per giunta memore di precedenti assai maggiori restrizioni e povertà. La miscela peculiare di autoritarismo e concorrenza nonchè di innovazione tecnologica e tradizione dà a questo sistema-paese immediati vantaggi competitivi nel confronto internazionale. La strategia americana oggi più che mai è segnata dall'interdipendenza delle sue parti. Un confronto con la Cina che non si estendesse al rispetto dei diritti e delle libertà individuali, all'applicazione dei principi democratici, alla tutela dell'ambiente e dei consumatori indebolirebbe in modo decisivo anche la posizione degli USA nella competizione economica. Si scorgono inoltre indizi di un mutamento di rotta dell'amministrazione Obama anche verso quelli che il suo predecessore chiamava regimi-canaglia, quello iraniano prima di tutti. Le dure parole pronunciate oggi in Israele da Berlusconi vanno con ogni probabilità lette alla luce del nuovo atteggiamento americano. Siamo dunque in presenza di un cambiamento che è in parte da considerare un ritorno al passato. Obama riprende temi ed impostazioni non più molto lontani da quelli che hanno caratterizzato l'operato di Bush. Ma il suo elettorato capirà? E quali saranno le conseguenze sulla tenuta finanziaria degli Stati Uniti?

mercoledì 27 gennaio 2010

La mascella del Duce sugli smartphone.

Su La Repubblica di oggi una notizia che non deve sorprendere: "Più del videogame di Avatar. Più del Grande Fratello. Persino più del simulatore di occhiali a raggi X. Il secondo programma più scaricato sugli iPhone italiani è un'applicazione che permette di leggere, vedere e ascoltare tutti i discorsi di Benito Mussolini". Si tratta di un'ulteriore conferma dell'ignoranza che contraddistingue la maggioranza dei giovani italiani, mal preparati da una scuola per cui lo stato spende già molto, forse più di paesi europei con un sistema scolastico efficiente. L'attenzione dei giovani verso il vecchio dittatore è non raramente manifestazione di semplice curiosità per una figura poco conosciuta. Ma più spesso pare il frutto della errata percezione del suo ruolo e, soprattutto, delle sue qualità personali. Sappiano i nostri giovani che Mussolini, a prescindere dal proprio ruolo nel ritardare l'affermazione in Italia di una democrazia libera, si distinse per la pochezza culturale e politica nonchè per la modesta intelligenza. Non comprese quasi mai davvero ciò che accadeva intorno a lui. Molti dei principali gerarchi fascisti, Grandi, Balbo, Bottai, lo stesso genero del Duce Ciano, erano più intelligenti, colti e coraggiosi di lui. Paradossalmente, con essi al timone il regime autoritario nel nostro paese sarebbe durato molto di più. Dunque i nostri giovani, nostalgici di ciò che non conoscono, anche dalla loro discutibile prospettiva farebbero bene ad avere una pessima opinione del Duce di un regime condotto al fallimento principalmente dal suo capo.

lunedì 18 gennaio 2010

Elezioni presidenziali cilene. Le due sinistre dell' America Latina.

In Cile ha vinto Pinera, uomo della destra liberale. Lo sconfitto Eduardo Frei era sostenuto dal centrosinistra, che espresse anche il presidente Michelle Bachelet, al termine del suo mandato.
Alternanza al governo del paese, dunque. Senza drammi, nel rispetto non solo formale della costituzione. La Bachelet, dopo aver ben governato, mostra al mondo la maturità politica raggiunta dal Cile e dalla sinistra cilena. Il paese sembra aver ben imparato la lezione della storia.
Vivo è ancora il ricordo di Allende e di Pinochet. Ma tutto è cambiato. Mentre Allende, alla testa di un governo di minoranza, tentò di instaurare in Cile uno stato socialista simile ai satelliti europei dell'Unione Sovietica, la sinistra cilena che ha governato nell'ultimo ventennio ha mostrato di essere sinceramente rispettosa delle libertà democratiche ed ha gestito brillantemente l'economia, conquistando la fiducia degli investitori di tutto il mondo. Così la destra, con Pinera, ha saputo allontanare da sé l'immagine del sanguinario regime di Pinochet.
Ben diversamente si sta comportando Hugo Chavez in Venezuela. Il suo regime scivola sempre più verso l'autocrazia, fornendo ai paesi vicini il modello di una sinistra autoritaria, populista ed insofferente alle istituzioni democratiche ed alle regole dello stato di diritto.
Si assiste dunque in America Latina alla formazione di due modelli nettamente diversi di sinistra. Una sinceramente fedele ai principi della democrazia libera, capace di assicurare al proprio paese un buon progresso economico e sociale nella libertà, ben rappresentata appunto dalla Bachelet e dal presidente brasiliano Lula. Un'altra, rappresentata da Chavez e dai suoi allievi, che sopravvive economicamente grazie allo sfruttamento delle risorse minerarie, quando ci sono, e politicamente mediante l'emarginazione ed il soffocamento delle opposizioni.
Un ulteriore importante dato che deve far riflettere è il seguente. In Italia come nelle altre grandi democrazie occidentali, la simpatia per statisti come Lula e Bachelet all'interno dell'opinione pubblica di sinistra, invece di aumentare con la prova della loro buona amministrazione, diminuisce. Mentre, non sempre apertamente confessata, cresce l'approvazione per Chavez.
Si tratta di un fenomeno davvero significativo. La sinistra profonda occidentale - quella italiana in particolare - mostra così di essere ancora prigioniera del proprio passato, delle proprie illusioni, di un apparato concettuale fuorviante ed inadeguato.
L'attuale crisi economica sarà superata. Nessun sperato crollo si realizzerà. Una parte fondamentale dell'opinione pubblica democratica rimarrà ancora legata ad una visione del mondo che la rende incapace di partecipare efficacemente alla soluzione dei problemi che ci assillano.

sabato 9 gennaio 2010

L' uomo contemporaneo? Distratto.

Alexis de TOCQUEVILLE, La Democrazia in America, ed. 1982, pag. 641

"Nelle democrazie gli uomini non stanno mai fermi, mille occasioni li fanno continuamente cambiar di posto; regna nella loro vita quasi sempre qualcosa di imprevisto e, per così dire, di improvvisato. Così, essi sono spesso costretti a fare ciò che conoscono male, a parlare di ciò che non comprendono e dedicarsi a lavori cui non sono preparati affatto"

"Quando l'abitante dei paesi democratici non è spinto dai bisogni, lo è almeno dai desideri, poichè fra tutti i beni che lo circondano non ne vede alcuno che sia interamente fuori della sua portata. Egli fa dunque tutto in fretta, si contenta sempre dell'approssimazione e si ferma sempre solo un momento per considerare ogni suo atto"

"La sua curiosità è a un tempo insaziabile e soddisfatta con poco, poichè preferisce imparare presto piuttosto che imparare bene.
Non ha tempo e perde presto il gusto di approfondire"

"L'abitudine alla disattenzione deve essere considerata come il grande difetto dello spirito democratico"

La fallibilità e la provvisorietà contraddistinguono inevitabilmente la condizione umana in ogni tempo ed in ogni luogo. Ma il comportamento degli uomini, tradizioni e culture, il caso ne possono modificare la grandezza e le conseguenze.
Le società occidentali contemporanee, aperte, segnate dalla competizione, inclini all'anomia e attratte da ciò che è nuovo o appare tale, vedono la piena realizzazione della descrizione o, meglio, dell'anticipazione formulata da Tocqueville più di centocinquanta anni fa. Sperare sempre ed altrettanto sempre e rapidamente tentare, cambiare, correggere, abbandonare conduce ad una proliferazione mai vista di novità tecnologiche e scientifiche, mentre costumi, mode e visioni del mondo si modificano velocemente.
C'è molto di positivo in tutto questo, ma non vanno sottovalutati gli aspetti negativi. Lo scadimento qualitativo danneggia professioni chiave, come quella medica. L'osservanza spontanea delle regole diminuisce a volte fino ad un punto di non ritorno. L'abbandono di tradizioni consolidate travolge famiglia e scuola, colpisce i giovani nel delicato momento della formazione, carica le istituzioni assistenziali pubbliche di un peso insopportabile. La disattenzione dell'uomo contemporaneo lo allontana anche dai propri doveri. La fruizione dei beni culturali ed i consumi culturali in genere acquistano tratti di superficialità ed approssimazione a dir poco sorprendenti.
Ma è qui, nel mondo dei blog e delle reti sociali, che la tendenza appare evidentissima. Chiacchiere, leggende metropolitane, bufale a catena si diffondono a macchia d'olio e prendono il posto di una discussione genuinamente critica.
Una vita buona bisogna meritarsela ogni giorno. Fatica ed attenzione non possono non farne parte.




sabato 2 gennaio 2010

La prigione di Obama.

Un presidente degli Stati Uniti forte, certo dell'appoggio dei propri elettori, quando deve distruggere le basi dei terroristi, mettendoli in condizioni di non nuocere, prima colpisce poi spiega il suo operato. Obama fa invece esattamente il contrario. Gli annunci sono quotidiani, ma ad essi non corrispondono i fatti. Perchè?
Per rispondere bisogna allargare l'analisi, prendendo in considerazione non solo il composito consenso che ha portato Obama alla presidenza, ma anche la cultura "liberal" che caratterizza lo zoccolo duro dei democratici. Obama è stato eletto non solo dai tradizionali elettori democratici, ma anche da repubblicani, spinti dalla crisi a scelte radicali. Ora l'appoggio di questi repubblicani, e di qualche democratico, sta venendo meno. Ed è inevitabile, adesso che i sogni devono fare i conti con la realtà. Rimane ad Obama il consenso, sia pure critico, del cuore "liberal" del partito democratico.
Questi sostenitori hanno creduto alle promesse di una svolta radicale sui problemi economico-sociali e di una politica estera segnata dalla stretta collaborazione con gli alleati e dal dialogo con gli avversari. Mentre le riforme economico-sociali avanzano faticosamente, i problemi di sicurezza degli Stati Uniti si aggravano e per le situazioni di crisi fuori dal territorio americano non emergono soluzioni credibili.
Il più grande dei problemi di Obama e del suo paese è rappresentato proprio dalla visione del mondo diffusa tra i suoi più convinti sostenitori. Si tratta di idee ormai slegate dalla cultura liberale classica e dalla morale tradizionale, nonchè lontane dalla sintesi di ideali e solido realismo che caratterizzò i migliori presidenti democratici, Kennedy e Truman.
Dunque Obama deve nello stesso tempo attuare difficili decisioni e modificare convinzioni diffuse troppo distanti dalla realtà e dai bisogni del paese, che limitano fortemente l'azione del suo governo. Egli è uomo capace e pragmatico. Farà del suo meglio. Ma i problemi non possano aspettare a lungo.

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