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Informazioni personali

Laureato in giurisprudenza, cattolico e liberale, contro l'intolleranza, l'irrazionalismo, la sofferenza umana.

martedì 16 luglio 2013

Democrazia islamica.



L'insigne islamista Bernard Lewis ha chiuso il suo La crisi dell'Islam con queste parole di misurata speranza:

"Lo studio della storia islamica e della vasta e ricca letteratura politica islamica conforta la convinzione che sia realmente possibile  far nascere istituzioni democratiche, non necessariamente nel senso che noi occidentali diamo a questo abusato termine, ma in un senso che derivi dalla loro storia e dalla loro cultura e che garantisca a modo loro un sistema di governo condizionato dalla legge, da forme di consultazione e dalla trasparenza, in una società civile e umana. Basta quello che c'è, nella cultura tradizionale dell'Islam da una parte e nell'esperienza moderna dei popoli musulmani dall'altra, per avere una base da cui procedere verso la libertà, nel vero senso della parola" (B. LEWIS, La crisi dell'Islam, 2004, p.148).

Ma quale influenza ha questo Islam capace di condurre a una società civile e umana? Oggi il tentativo di dare uno sbocco democratico all'Islam politico pare non riuscito o, quantomeno, segnato da difficoltà gravissime. I governi occidentali, compreso quello statunitense, sembrano incapaci di fronteggiare una situazione sempre più pericolosa. Roberto Toscano su La Stampa del 14 luglio 2013 ne ha dato conto con efficace sintesi:

"Obama ha preso atto di un fatto ovvio ma che in precedenza gli americani avevano preferito rimuovere: che laddove le popolazioni accolgono maggioritariamente il messaggio islamista la democrazia può solo essere islamica. Islamica moderata, auspicabilmente. Un’ipotesi che l’esperienza della Turchia sembrava confortare, con la sua combinazione di pluripartitismo, forte sviluppo economico, buoni rapporti con gli Stati Uniti. 
Questa interpretazione risulta oggi in crisi profonda, e a Washington regnano non solo lo sconcerto, ma anche un’evidente confusione". 

" Quello che è certo è che nessuno a Washington può pensare che, nonostante lo scontento e la delusione per la cattiva prova di un anno di governo islamista, l’islam politico egiziano sia finito, e tanto meno che si possa immaginare che le sparute e divise schiere dei laici filo-occidentali possano aspirare di costituire una forza politica capace di fornire una terza alternativa fra militari da una parte e islamisti dall’altra. 
Per Obama, quindi, pessime notizie da Piazza Tahrir, ma anche da Piazza Taksim, dato che un altro tassello dell’opzione islamista moderata, quello turco, mostra anch’esso tutti i suoi limiti, nonostante la ben maggiore solidità dello stato turco e del governo Erdogan. Anche in Turchia, come in Egitto, gli «islamisti moderati» si sono rivelati tutt’altro che moderati nella loro concezione e gestione del potere, caratterizzate da pesanti elementi di autoritarismo".  

Vittorio Emanuele Parsi su Il Sole 24 Ore del 10 luglio 2013 critica l'approccio interpretativo prevalente:

"È incredibile come si sia progressivamente affermato in Occidente un pregiudizio di matrice culturalista, che ha voluto vedere nelle forme di "islamismo moderato" una strada alternativa per l'instaurazione della democrazia nelle società a maggioranza musulmana. Ma questa presunta "scorciatoia" non è altro che un cul de sac, perché ovunque arrivino al potere i fondamentalisti religiosi prima o poi tentano di realizzare la propria agenda, di imporre i propri valori ritenuti ovviamente "assoluti" e "non negoziabili"".

"Quella parte della popolazione egiziana scesa in piazza per sfiduciare Morsi ci ricorda la necessità che la fede continui ad essere una scelta individuale, non un fattore di divisione politica. Riafferma qualcosa la cui importanza tendiamo a scordare persino in Occidente: cioè la supremazia del concetto repubblicano di cittadinanza su quello comunitario di fedele. Non lo fa però aggredendo frontalmente la premessa, ovvero la necessaria separazione e autonomia tra ambito religioso e politico".

Nei paesi islamici la transizione a istituzioni fondatamente riconducibili allo stato di diritto e alla libera democrazia è oggi certamente ostacolata anche dalla crisi economica internazionale. Quando rispondere adeguatamente alle richieste di pane e lavoro è comunque difficile, risulta più arduo il concreto passaggio a istituzioni libere e democratiche, non schiacciate dalla piazza, che realizzino la subordinazione alla legge della pubblica amministrazione.
Ma, diversamente da quanto sembra pensare il professor Parsi, le difficoltà decisive sono costituite dalla troppo debole distinzione tra ambito politico e religioso ma soprattutto dalla troppo forte propensione a far prevalere l'istanza della verità su quella della libertà che caratterizzano proprio la componente tradizionalmente egemone dell'Islam.
Le religioni non sono tutte uguali. Gli stessi fondamentalismi non sono uguali tra loro. La libertà occidentale si è affermata in Inghilterra, dove il monarca è anche il capo della Chiesa anglicana. Solide democrazie come Olanda, Svizzera e gli stessi Stati Uniti d'America si sono sviluppate in ambiti socio-culturali contraddistinti dalla forza del fondamentalismo cristiano. Così i grandi precursori  del pensiero liberale:

Tocqueville (La Democrazia in America,  Libro Terzo, Parte Prima, Capitolo Quinto):

"....nel Corano non solo dottrine religiose, ma anche massime politiche, leggi civili e criminali e teorie scientifiche. Il Vangelo, invece, parla solo dei rapporti generali degli uomini con Dio e fra loro. Al di fuori di questo non insegna nulla e non obbliga a credere nulla. Questo soltanto, fra mille altre ragioni, basta a mostrare che la prima di quelle due religioni non può dominare a lungo in tempi di civiltà e di democrazia, mentre la seconda è destinata a regnare anche in quei secoli come in tutti gli altri".

Montesquieu (Lo Spirito delle leggi, Libro Ventiquattresimo, Capitoli Quarto e terzo):

"Per quanto riguarda il carattere della religione cristiana e quello della religione musulmana, si deve senz'altro abbracciare l'una e respingere l'altra: perché per noi è molto più evidente che una religione debba addolcire i costumi degli uomini, di quanto non sia evidente che una religione è la vera.
E' una sciagura per la natura umana che la religione sia data da un conquistatore. La religione maomettana, la quale non parla che di spada, influisce ancora sugli uomini con quello spirito distruttore che l'ha fondata".

"La religione cristiana è lontana dal dispotismo puro: infatti, essendo la mitezza tanto raccomandata nel Vangelo, essa si oppone alla collera dispotica con cui il principe si farebbe giustizia e metterebbe in pratica le sue crudeltà".

"...dobbiamo al cristianesimo, nel governo un certo diritto politico, e nella guerra un certo diritto delle genti, di cui l'umanità non potrebbe mai essere abbastanza riconoscente."

Le religioni insomma non producono le stesse conseguenze, anche sulle istituzioni.

martedì 9 luglio 2013

Europa e Stati Uniti. Le ragioni di un' alleanza.





La democrazia liberale e cristiana descritta da Tocqueville ne La Democrazia in America è uno dei frutti migliori della vecchia Europa. Ma la stessa Europa ha prodotto anche i grandi totalitarismi che hanno insanguinato il Novecento. Quando ha dovuto difendersi dai suoi figli perversi gli Stati Uniti d'America hanno fornito l'aiuto decisivo. E' oggi necessario ripensare e ricostruire il rapporto tra le due sponde dell'Atlantico. Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 5 luglio 2013 e Vittorio Emanuele Parsi su Il Sole 24 Ore del 30 giugno 2013 espongono vecchie e nuove ragioni per ridare slancio alla sperimentata collaborazione.

Scrive il professor Parsi:

"La peculiare natura della Guerra fredda aveva finito con l'esaltare la dimensione della sicurezza nei rapporti tra le due sponde dell'Atlantico, lasciando quasi sullo sfondo l'ambito economico e culturale che avevano consentito la costruzione di una relazione tanto salda in campo politico e strategico".
"...così non può certo stupire che proprio attraverso l'Atlantico tornino a intrecciarsi i destini delle due più grandi economie di mercato planetarie che condividono lo stesso sistema di istituzioni democratiche e di valori liberali".

E il professor Panebianco:

"... l'accordo di libero scambio fra Stati Uniti e Europa, la Ttip (Transatlantic trade and investment partnership) ..., in prospettiva, potrebbe dare un salutare colpo di frusta all'economia euro-atlantica ma anche, forse, contribuire a falsificare le più cupe profezie sul «declino dell'Occidente» e l'inarrestabile ascesa dell'Oriente".
"I probabili effetti economici positivi avrebbero potenti ripercussioni politiche. L'area euro-atlantica riacquisterebbe, nei tanti tavoli ove deve trattare con la Cina, con la Russia e le altre potenze già emerse o emergenti, una forza che negli ultimi anni ha perduto. 
Si consideri anche un altro aspetto. Obama è il presidente degli Stati Uniti culturalmente più lontano dall'Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ma anche lui ha constatato quanto inconcludente sia stata una politica che, mentre snobbava i vecchi alleati europei, privilegiava il rapporto con le potenze autoritarie (Cina) o semi-autoritarie (Russia) nella speranza di stabilire durevoli relazioni di cooperazione e di fiducia.
Giocava l'errata convinzione che la natura dei regimi politici (o dei movimenti politici: vedi l'atteggiamento verso i Fratelli Musulmani egiziani) sia irrilevante ai fini della cooperazione internazionale. Ma non lo è".

" ...se Obama, alla fine, ha scoperto che gli Stati Uniti non possono fare a meno dell'Europa, di sicuro gli europei non possono fare a meno dell'America. Per tre ragioni. La prima ha a che fare con la sicurezza: senza la cooperazione americana, l'Europa non è in grado di proteggersi dalle minacce (terroristiche in primo luogo). La seconda è che l'Europa, contando sulle proprie sole forze, non ha saputo fare di meglio che incartarsi politicamente rischiando l'autodistruzione. Se la storia degli ultimi sessanta anni insegna qualcosa, essa mostra che quando la comunità euro-atlantica è coesa anche l'integrazione europea si rafforza. Quando i legami euro-atlantici si sfilacciano, i rapporti interni alla Unione europea seguono la stessa sorte. 
La terza ragione è geopolitica. Nel mondo si giocano complesse partite per il potere e l'egemonia internazionale. Rilanciare la comunità euroatlantica, facendo leva sull'accordo per il libero scambio, è, anche per l'Europa, il solo modo disponibile per partecipare a quelle partite con qualche buona carta in mano".

Resta da sottolineare un aspetto non secondario dell'alleanza militare: la possibilità di ridurre le spese militari. L'integrazione delle forze armate nazionali nell'organizzazione euroatlantica consente di evitare duplicazioni, di contenere il costo dei sistemi d'arma, di razionalizzare l' addestramento. Uno strumento efficace per costruire la comune sicurezza senza sovraccaricare le sfiancate finanze pubbliche.

martedì 2 luglio 2013

Geopolitica. Evoluzione delle risorse energetiche.




Leonardo Maugeri è un ex dirigente dell'ENI e attualmente insegna economia e geopolitica dell’energia all’Università di Harvard. Sua è una importante ricerca sul petrolio di scisto estratto negli Stati Uniti. Secondo Maugeri gli USA possono produrne cinque milioni di barili al giorno entro il 2017, se il prezzo del petrolio non cala drasticamente, e diventare in pochi anni il più grande produttore mondiale di tale fonte di energia. 
L'economista italiano sottolinea che il rapido incremento della produzione da scisto realizzato negli Stati Uniti è difficilmente replicabile in altre parti del mondo. Solo qui sono oggi presenti le condizioni necessarie: caratteristiche del suolo e del territorio, assetto imprenditoriale, mentalità e legislazione. Il suo lavoro pone inoltre in rilievo le possibili conseguenze geopolitiche di tale evoluzione. I produttori americani, mediorientali e nordafricani dovranno infatti trovare nuove soluzioni produttive e commerciali.
Della nuova capacità estrattiva statunitense, che si estende al gas di scisto, e dei suoi effetti geopolitici si è ormai ben consapevoli anche in Russia. Olga Khvostunova su Kommersant e su Russia Oggi del 1 luglio 2013 scrive:

"A metà aprile 2013, gli esperti dell’Istituto di Studi Energetici dell’Accademia Russa delle Scienze e il Centro di Analisi del governo della Federazione Russa hanno pubblicato un documento importante in più pagine, intitolato “Previsioni di sviluppo del settore energetico in Russia e nel mondo fino al 2040”, nel quale si analizzano le principali tendenze di sviluppo del settore energetico globale e i possibili rischi per il settore russo dei combustibili e dell’energia e per l’economia in generale".

"Nei prossimi decenni i rappresentanti più influenti del mercato del gas, a parte la Russia, saranno Stati Uniti e Cina. Gli esperti dell’Istituto di Studi Energetici dell’Accademia Russa delle Scienze prevedono che la Russia manterrà la sua leadership nell’estrazione ed esportazione di gas, ma che la sua partecipazione a progetti costosi, che stanno diventando sempre più marginali in tutti i mercati di esportazione, renderà il Paese ostaggio delle fluttuazioni del mercato, indebolendo la sua posizione geopolitica".

Ilya Dashkovsky su Russia Oggi del 28 giugno 2013 scrive:

"Il basso livello di disoccupazione nella Russia di oggi è in realtà la continuazione delle tradizioni sovietiche. I posti di lavoro vengono pagati dal bilancio. “Il livello esistente dei prezzi per il petrolio e la struttura economica che vige oggi, per la quale le entrate derivanti dal petrolio sono regolate dall’economia, permettono di garantire un alto tasso di occupazione. C’è anche da considerare il basso livello degli stipendi. A tali condizioni possiamo praticamente fornire un’occupazione generalizzata”, ritiene Sergei Smirnov, direttore dell’Istituto di Politica sociale e dei Programmi socio-economici dell’Alta Scuola Economica di Mosca. Si trova impiego nelle aziende e negli enti statali e in altre organizzazioni governative che possono anche non preoccuparsi dell’efficienza del lavoro, pur pagando stipendi piuttosto alti grazie alla possibilità di attingere al bilancio".

"Secondo le previsioni di Sergei Smirnov, nei prossimi due anni la situazione rimarrà stabile. Anche la prossima crisi, che in base alle proiezioni del Ministero dell’Economia e dello Sviluppo è attesa per il 2018, non cambierà lo stato delle cose. Il governo dovrà affrontare, come in passato, l’ennesimo aumento di disoccupazione a spese delle entrate derivanti dal petrolio".

La nuova produzione energetica statunitense, mentre rappresenta ormai il più importante "stimolo" per l'economia del paese, può nel medio periodo creare problemi alla Russia, che disporrà probabilmente di meno risorse per compensare le insufficienti competitività e produttività. Ma occorre prestare attenzione alla logica paradossale che contraddistingue questi sviluppi. I successi in ambito energetico potrebbero infatti mascherare i ritardi e i vizi del sistema USA, nel contempo spingendo la Russia a ridurre i propri.

lunedì 24 giugno 2013

Educazione al mercato.



Il professor Luigi Zingales, soprattutto con il suo recente Manifesto capitalista, ha dato un significativo contributo al dibattito pubblico. Una sorta di riconoscimento dell'importanza di tale contributo è costituita dall'inserimento nelle tracce dei temi della Maturità di un brano dell'economista che, commentando la notizia su Il Sole 24 Ore del 20 giugno 2013, così offre una sintesi della sua posizione:

" ...Il delicato equilibrio tra capitalismo e democrazia, che ha beneficiato il mondo occidentale negli ultimi 65 anni, sembra essersi rotto. Declinato in modo diverso in America ed Europa, questo equilibrio si basava su un capitalismo in grado di arricchire tutti e di una democrazia che rinunciava agli eccessi redistributivi per garantire il prosperare del sistema di mercato. A sigillare questo patto contribuiva un sistema fiscale e previdenziale che gratificava le generazioni presenti, trasferendo i costi su quelle future. Fintantoché le generazioni future erano più numerose e più ricche, il peso di questo trasferimento era minimo: la cosa più vicina ad un "free lunch" (pasto gratis) che esista in economia. 
Purtroppo le premesse sottostanti questo equilibrio si sono infrante. La globalizzazione, che ha portato enormi vantaggi ai paesi in via di sviluppo, ha anche facilitato una distribuzione del reddito più ineguale nei paesi sviluppati. Mentre i lavoratori non qualificati, tanto in America come in Italia, vedono i propri salari erosi dalla competizione cinese ed indiana, le superstar, dal calcio alla moda, dal cinema all'economia, beneficiano enormemente di un mercato globale per i loro talenti. Il rallentamento della crescita economica e l'azzeramento della crescita demografica hanno ridotto i margini di manovra, rendendo più difficile sostenere un welfare generoso. Nell'Occidente il capitalismo non sembra più in grado fornire un benessere diffuso. A peggiorare le cose contribuisce una percezione diffusa che le regole del gioco siano falsate a favore di pochi: testa vinco io, croce perdi tu. Se questo è vero in tutto il mondo occidentale, è particolarmente vero in Italia, dove la crescita si è fermata già da vent'anni e dove, con qualche nobile eccezione, l'élite economica e politica è frutto di clientelismo e nepotismo, invece che di un sistema meritocratico".

E' ormai ben noto che il mercato ha bisogno di regole vigenti e di uno stato efficiente. Meno frequente è la consapevolezza del difficile rapporto tra mercato e democrazia. Raramente poi si ammette che il mercato può essere vitale e migliorare la condizione di molti solo quando produttori, consumatori e cittadini elettori ne conoscono, sia pure sommariamente, le premesse, il meccanismo, i problemi, la fragilità, le opportunità, il valore. E' necessaria una vera e propria educazione al mercato, che prepari alla competizione regolata come preziosa fonte di innovazione, efficienza, crescita e che formi il cittadino elettore alla sua manutenzione.
In un articolato eppure commosso intervento su La Stampa del 16 maggio 2013 il professor Mario Deaglio ha raccontato la "generazione perfetta" dei nati nel 1943:

"Gli anni Sessanta non erano certo un paradiso, ma per moltissime famiglie italiane rappresentò l’uscita dall’inferno della povertà senza speranza. La guerra era ancora molto vicina e tutti i giorni i giornali ci ricordavano che ci poteva piovere in testa l’atomica. Della guerra, come di politica, si raccontava e si discuteva nelle lunghe sere dell’era pre-televisiva. Per questo, quando eravamo quindicenni-diciottenni la nostra sensibilità (e cultura) politica era nettamente superiore a quella attuale dei quindicenni-diciottenni di oggi".

" Per i settantenni l’impressione è di essere gli ultimi di un mondo, che subito dopo di noi si sia operato uno stacco lacerante; siamo, in una certa misura, dei sopravvissuti. In un momento di crisi profonda, però, in quanto estremi portatori di valori che hanno contribuito al successo passato di questo Paese, anche i testimoni del passato servono. Forse questa generazione - ancora largamente in salute grazie ai progressi della medicina - può ancora dare qualcosa a un Paese stordito".

Questa generazione ha sentito vicina la guerra, ha fatto sacrifici, ha continuato a considerare il lavoro e la famiglia valori preziosi. Ma non è riuscita a costruire un'Italia capace di crescere nel lungo periodo, di rispondere alle sfide della globalizzazione. Molti dei presupposti necessari erano presenti, eppure ha fallito. Perchè? Perchè "Precisamente nel Sessantotto, per noi, a differenza dei più giovani, la stabilità cominciava a far premio sulla crescita, la normalità sull’innovazione. Una canzoncina della mia gioventù diceva: «Lavoro in banca/ stipendio fisso/ così mi piazzo/ e non se ne parla più». 
E' mancata un'educazione al mercato, alla competizione responsabile e regolata, all'innovazione lungimirante. Scuola e informazione sono state segnate dall'egemonia di culture e visioni illiberali. Così gli uomini per tanti versi migliori non hanno saputo fare cose buone.

martedì 18 giugno 2013

Il welfare secondo Putin.



Su La Stampa del 13 giugno 2013 un'intervista a Vladimir Putin realizzata dai giornalisti dell’agenzia russa Ria Novosti in vista del vertice del G8. Il presidente russo si diffonde nell'esame del modello europeo di stato sociale:

"Non la politica sociale, ma la vita con spese superiori alle proprie risorse, la perdita di controllo sullo stato generale dell’economia, gli squilibri strutturali sono ciò che ha portato alle conseguenze che possiamo vedere oggi in Europa. In molti paesi europei inoltre sta fiorendo il parassitismo: non lavorare è spesso assai più proficuo che lavorare. Questa è una minaccia non solo all’economia, ma alle basi morali della società. È ben noto che molti cittadini dei paesi meno sviluppati arrivano in Europa apposta per “vivere dell’assistenza sociale”, come si dice in Germania". 

"Oggi proprio la crescita dei redditi della popolazione, delle spese di consumo, dei prestiti bancari sono i fattori principali che stimolano l’economia del nostro paese. I grandi mezzi finanziari dello stato si spendono per l’aumento dell’occupazione, per la creazione dei nuovi posti di lavoro e per la realizzazione dei programmi dell’impiego. Allo stesso tempo i redditi in termini reali stanno crescendo, l’adeguamento delle pensioni e dei sussidi sociali all’inflazione è una realtà, il sistema pensionistico in generale si sta modernizzando. In seguito a questo il livello della disoccupazione nella Russia nei primi quattro mesi del 2013 è rimasto abbastanza basso (– 5,7%). Più attenzione va dedicata invece alle questioni del miglioramento della situazione demografica, allo sviluppo del sistema della sanità. Stiamo realizzando i rispettivi programmi e progetti. Per quello che riguarda l’Europa, a quanto vediamo, i paesi europei principali svolgono le riforme strutturali per aumentare la competitività delle proprie economie, lottano alla disoccupazione. Allo stesso tempo per via del miglioramento del coordinamento delle politiche del bilancio ed economiche l’approccio verso l’austerità finanziaria diventa più flessibile. Ed i loro obblighi sono stati formalizzati nella Strategia dello sviluppo economico-sociale dell’UE fino al 2020. Quindi non bisogna dare per sconfitto il modello sociale europeo".

"Non bisogna dare per sconfitto il modello sociale europeo", afferma Putin, pur denunciandone i problemi. Il presidente delinea i successi in ambito sociale del governo russo. Dimentica però di dire che tali risultati, per altro non eclatanti, sono stati ottenuti non con un significativo aumento della produttività e dell'efficienza del sistema, bensì con l'intenso sfruttamento delle risorse naturali del suo grande paese, che già ha reso a lungo sostenibile l'economia sovietica. L'obiettivo di una diversificazione produttiva, che renda l'economia russa non  dipendente dall'esportazione di materie prime, gas e petrolio, rimane lontano.
Condivisibile è invece la preoccupazione per le conseguenze negative di un welfare mal congegnato, che disincentiva l'iniziativa, il lavoro e il risparmio, diventando sempre più insostenibile. La preoccupazione per gli effetti perversi dell'assistenza pubblica contraddistingue il pensiero già dei grandi precursori del liberalismo. Basti citare il Saggio sulla povertà di Tocqueville, recentemente ripubblicato dalla casa editrice dell'Istituto Bruno Leoni:

"Chi oserà lasciar morire di fame il povero perché egli è vittima del proprio difetto? Alla vista della miseria del nostro prossimo, lo stesso interesse personale tace; l’interesse del tesoro pubblico ne sarà meglio capace? E se l’anima dell’amministratore dei poveri rimarrà inaccessibile a queste emozioni, sempre belle, anche se dissipate, resterà essa inflessibile alla paura? Tenendo egli tra le sue mani il dolore o le gioie, la vita o la morte di una porzione considerevole dei suoi simili, della porzione più disordinata, più turbolenta, più rozza, non indietreggerà dinnanzi l’esercizio di questo terribile potere?" 

"Qualsiasi strategia che fonda la beneficenza legale su una base permanente e che le dà una forma amministrativa crea dunque una classe oziosa e composta da parassiti, che vive sulle spalle della classe industriale e lavoratrice. È questa, oltre il suo effetto immediato, la conseguenza inevitabile... Una tale legge è un seme avvelenato, messo nel cuore della legislazione; le circostanze, come in America, possono impedire al seme di svilupparsi rapidamente, ma non possono distruggerlo; e se la generazione corrente sfugge alla sua influenza, divorerà il benessere delle generazioni a venire.
Se voi studiate da vicino lo stato delle popolazioni nelle quali una simile legislazione è in vigore da molto tempo, scoprirete facilmente che le sue conseguenze non agiscono in maniera meno deprecabile sulla moralità quanto sulla prosperità pubblica, e che essa deprava gli uomini ancora di più di quanto li impoverisce".

Parole dure, ma non prive di fondamento. Dopo secoli una questione irrisolta, anche sotto il profilo speculativo.


martedì 11 giugno 2013

Germania. Studenti in azienda.



Sul Corriere della Sera dell'11 giugno 2013 l'inviata Giuliana Ferraino intervista la ministra tedesca del Lavoro e Affari sociali Ursula von der Leyen. Le domande vertono sui giovani e la disoccupazione giovanile. Così la ministra:

"Abbiamo bisogno di un’iniziativa per la crescita nei Paesi che hanno una grande disoccupazione giovanile, come la Grecia, la Spagna, il Portogallo e l’Italia. Dobbiamo creare possibilità d’impiego sostenibili. Per questo abbiamo bisogno di un moderno sistema di formazione professionale duale per i giovani e dobbiamo combattere la stretta creditizia, che soffoca le piccole e medie imprese".

"La Germania 10 anni fa era il malato d’Europa, con 5 milioni di disoccupati. Abbiamo dovuto riformare molto. I due pilastri della svolta? La riforma ha reso più flessibile un mercato del lavoro molto rigido, e ha rivoluzionato il sistema dei servizi all’impiego. A chi è disoccupato per prima cosa offriamo un lavoro o un corso di formazione, in passato c’era solo il sussidio. Il personale dei servizi all’impiego è tenuto ad eliminare gli ostacoli che ci sono tra la persona disoccupata e il posto di lavoro. Per esempio, i genitori possono ricevere assistenza per i figli piccoli. Dal primo agosto entrerà in vigore una legge che garantisce un posto all’asilo a tutti i bambini di almeno un anno di età".

"Il consolidamento dei conti pubblici è inevitabile. Serve a riportare fiducia tra gli investitori e ad attrarre investimenti dall’estero, a restare competitivi nell’economia globale. Ciò non funziona con trucchi contabili, ma solo con veri risparmi. Dove ci sono meno risorse, si devono usare in modo più mirato".

" La metà dei ragazzi tedeschi frequenta un corso di formazione professionale. Abbiamo 340 vocazioni diverse, dall’infermiere al bancario, dal meccanico all’elettronico. È una combinazione di teoria e pratica: tre giorni alla settimana di training in azienda e due giorni in aula...Alla base c’è una partnership tra pubblico e privato, perché le imprese devono offrire i posti e pagare la retribuzione dei giovani, e poi serve un ente che gestisca i certificati, in Germania lo fa la Camera di Commercio".

"Italia e Germania non sono in competizione tra loro, ma insieme competono con la globalizzazione. È in gioco il nostro destino europeo e l’Europa deve essere unita".

Ciò che contraddistingue invariabilmente la posizione dei governanti tedeschi è l'attenta considerazione dei problemi posti dalla globalizzazione. Essi sanno bene che proprio la competizione in una economia globalizzata ha in realtà determinato la crisi attuale e che tale crisi si fronteggia con più competitività, più produttività, più innovazione.
L'intero welfare e il sistema scolastico vanno ristrutturati in senso produttivistico. Lo stato sociale deve concentrare la propria attenzione su chi non ce la fa da solo, colpire la pigrizia e rimettere in condizione di svolgere un ruolo attivo chi è uscito dal mercato. Il sistema scolastico deve preparare i giovani al lavoro, avvicinando la scuola all'azienda e alle sue esigenze.
Senza la manifattura ad alto valore aggiunto la crisi occupazionale e reddituale non può essere superata. Le aziende manifatturiere pongono richieste precise sotto il profilo dell'istruzione professionale, tecnica e scientifica. La scuola deve dare risposte altrettanto precise. Le riforme che incidono sulla struttura produttiva e della pubblica amministrazione rappresentano la sola alternativa al famigerato "rigore". Il resto è illusione e alibi per politici inetti.

martedì 4 giugno 2013

Banca d'Italia. Un paese in ritardo.




Nelle sue recenti Considerazioni finali all'Assemblea Ordinaria dei Partecipanti il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco ha sottolineato alcuni tratti strutturali della crisi italiana che purtroppo non trovano adeguato spazio nel dibattito pubblico:

"Le origini finanziarie e internazionali della crisi, cui si è soprattutto rivolta l’attenzione delle autorità di politica economica, non devono far dimenticare che in Italia, più che in altri paesi, gli andamenti ciclici si sovrappongono a gravi debolezze strutturali.  Lo mostra, già nei dieci anni antecedenti la crisi, l’evoluzione complessiva della nostra economia, peggiore di quella di quasi tutti i principali paesi sviluppati. 
Non siamo stati capaci di rispondere agli straordinari cambiamenti geopolitici, tecnologici e demografici degli ultimi venticinque anni. L’aggiustamento richiesto e così a lungo rinviato ha una portata storica; ha implicazioni per le modalità di accumulazione del capitale materiale e immateriale, la specializzazione e l’organizzazione produttiva, il sistema di istruzione, le competenze, i percorsi occupazionali, le caratteristiche del modello di welfare e la distribuzione dei redditi, le rendite incompatibili con il nuovo contesto competitivo, il  funzionamento  dell’amministrazione  pubblica.  È  un  aggiustamento che necessita del contributo decisivo della politica, ma è essenziale la risposta della società e di tutte le forze produttive.
Le imprese sono chiamate a uno sforzo eccezionale per garantire il successo della trasformazione, investendo risorse proprie, aprendosi alle opportunità di crescita, adeguando la struttura societaria e i modelli organizzativi, puntando sull’innovazione,  sulla  capacità  di  essere  presenti  sui  mercati  più  dinamici. Hanno mostrato di saperlo fare in altri momenti della nostra storia. Alcune lo stanno facendo. Troppo poche hanno però accettato fino in fondo questa sfida; a volte si preferisce, illusoriamente, invocare come soluzione il sostegno pubblico". 

Mentre dei vizi e delle insufficienze della politica e dei politici italiani si parla molto, più o meno appropriatamente, non si dedica la necessaria attenzione alla struttura e alla condotta delle imprese italiane. Alcune sono state "capaci di rispondere agli straordinari cambiamenti... degli ultimi venticinque anni", operano con successo nella economia globalizzata, esportano e puntellano il PIL italiano.
 Molte altre non sono invece riuscite a rinnovarsi, a finanziarsi senza ricorrere prevalentemente al credito bancario, a raggiungere dimensioni idonee, a innovare prodotti e processi produttivi. Altre ancora hanno vissuto del sostegno pubblico o costituiscono esempi di vero e proprio capitalismo clientelare. Questa parte dell'imprenditoria rappresenta un aspetto importante della crisi italiana. Tra drammi personali e difficoltà congiunturali lo spazio per intervenire appare stretto.
Visco tocca anche la questione del modello di welfare. Esso diventa sostenibile solo se è correttamente applicato il principio di sussidiarietà. Chi non ce la fa da solo deve  ricevere l'aiuto pubblico. Gli altri devono pagare meno tasse, provvedere da sè ai propri bisogni e premiare i fornitori di servizi più efficienti.
Dal governatore della Banca d'Italia un efficace richiamo al realismo e all'unità di intenti.

martedì 28 maggio 2013

Cina. Costituzione, modernizzazione e sviluppo produttivo.



L'attuale Costituzione della Repubblica Popolare Cinese è entrata in vigore nel 1982 e ha subito significative revisioni  tra il 1988 e il 2004, realizzate per disporre una più larga tutela dell'impresa, della proprietà privata e dei diritti umani.
E' una costituzione rigida. Formalmente rende la Cina uno stato di diritto e garantisce le libertà e i diritti fondamentali degli individui. Non adotta la cosiddetta separazione dei poteri, ma tale separazione, nella configurazione immaginata dalla maggioranza dei costituzionalisti occidentali contemporanei, non appartiene realmente alla tradizione liberale. Per rendersene conto basta leggere davvero lo Spirito delle leggi di Montesquieu e considerare con attenzione il tradizionale sistema britannico, solo recentemente riformato con l'introduzione della Corte Suprema.
Rispetto alle costituzioni liberaldemocratiche vigenti, quella cinese si distingue soprattutto per l'attribuzione di un indefettibile ruolo di guida al partito comunista, per l'enfasi sull'obiettivo della modernizzazione (Preambolo) e per la corrispondenza stabilita tra ampiezza della tutela sociale e livello dello sviluppo economico (art. 14).
Su AGI China 24 Antonia Cimini accenna al dibattito sul costituzionalismo in corso in Cina:

"Un altro quotidiano ufficiale e molto più popolare del primo, il Global Times, ha rincarato la dose in questi giorni con un editoriale intitolato "Il costituzionalismo è un trucchetto per negare il modello di sviluppo cinese"".

In gioco, appunto, è il modello di sviluppo. Il regime autoritario consente il controllo delle tensioni sociali determinate dalla crescita economica e dalla modernizzazione a tappe forzate. Stabilisce consumo e accumulazione. Adotta uno stato sociale corto, produttivistico, che incentiva lavoro e risparmio. Attribuisce così un vantaggio competitivo nel confronto economico globale con le democrazie occidentali.
Con ogni probabilità i dirigenti cinesi non consentiranno l'occidentalizzazione dell'assetto costituzionale. Non solo per difendere il loro potere, ma per conservare al proprio paese gli attuali  vantaggi competitivi. Per l'Occidente democratico un compito durissimo: salvare la società aperta e nel contempo rendere possibile un'adeguata crescita economica. Il tempo delle illusioni è finito.

mercoledì 22 maggio 2013

Staffetta generazionale. Senza capire, senza osare.



Alberto Alesina sul Corriere della Sera del 22 maggio 2013:

"Un anno e mezzo fa l'ex ministro Elsa Fornero diceva agli italiani che avrebbero dovuto lavorare più a lungo: anche fino a 67 anni. Oggi il ministro Enrico Giovannini spiega loro che debbono lasciare l'impiego prima, per fare spazio ai giovani attraverso quella che viene chiamata «staffetta generazionale». Vale a dire, un dipendente accetta di lavorare meno ore, con meno stipendio o di andare in pensione con una qualche penalizzazione, purché la sua azienda assuma un giovane.

Non sono chiarissime le conseguenze sulle imprese e i loro costi. Da un lato un giovane all'inizio della carriera ha un salario più basso, ma ci sarebbero costi legati all'inserimento del giovane al lavoro. Il saldo, positivo o negativo, dipenderebbe comunque da quanto meno si pagano gli anziani che passano al part time.

Insomma: la staffetta in sé e per sé non aiuterà la crescita. Anzi, sembra quasi un triste riconoscimento che l'unico modo per impiegare i giovani è chiedere ai genitori di scansarsi dal loro lavoro, cosa che suona come un'ammissione di incapacità a far crescere le ore di lavoro totali. Quindi la si venda per quello che è: una misura un po' disperata per cercare di aiutare una generazione in grave difficoltà in un modo che però non aiuta ad attaccare alla radice i problemi di un Paese fermo da due decenni".

La proposta presta dunque il fianco, tra gli altri, a un rilievo che dovrebbe risultare devastante: "non aiuta ad attaccare alla radice i problemi di un Paese fermo da due decenni".
L'Italia è ferma da due decenni perchè nella economia globalizzata competitività e produttività italiane sono largamente insufficienti. Se non si inizia immediatamente ad aggredire questo problema il paese non sfuggirà ad un rapido declino.
Occorre intraprendere profonde riforme strutturali. Ristrutturare il welfare secondo il principio di sussidiarietà, rendendolo sostenibile. Rivedere il meccanismo dei trasferimenti agli enti locali. Ricostruire la Pubblica Amministrazione, concentrando l'attenzione su settori decisivi come scuola e giustizia. Tagliare così la spesa pubblica per ridurre la pressione fiscale. Agevolare la realizzazione delle infrastrutture necessarie ed abbassare il costo dell'energia, conciliando le esigenze di tutela ambientale con quella di innescare uno sviluppo adeguato e vitale.
Si tratta evidentemente di un "vasto programma", ma non esistono alternative. O questo o il baratro. Eppure, sorprendentemente, se ne parla sempre meno. Più il baratro si avvicina, meno si va al cuore del problema. Non si capisce, non si osa. Non si capisce perchè manca una diffuso approccio realistico e genuinamente critico. Non si osa perchè la miopia politica e la pochezza morale impediscono di perseguire obiettivi alti.

Sul Corriere della Sera del 21 maggio 2013 Giuseppe De Rita, pur con non condivisibile nostalgia, ha colto nel segno, ma soltanto a metà:

"Il messaggio profondo della politica oggi sta proprio nel diffondere, anzi imporre, l'appiattimento al basso della cultura collettiva, della dinamica sociale. Ed è colpa ben più grave dei vizi di casta, perché inquina la chimica intima della società, ne riduce le dinamiche in avanti e le speranze".

In realtà si tratta di un circolo vizioso. La politica italiana è inadeguata perchè è espressione di una società povera culturalmente e moralmente. Manca così a tale società la grande politica indispensabile per fronteggiare i suoi problemi. Cosa fare? Portare il dibattito pubblico nella direzione giusta. Per capire e per osare.

martedì 14 maggio 2013

Russia. Primo bilancio del terzo mandato di Putin.



Russia Oggi " fa parte del progetto Russia Beyond the Headlines, finanziato dalla Rossiyskaya Gazeta". "Rossiyskaya Gazeta, uno dei principali quotidiani russi", è anche "la gazzetta ufficiale del governo russo, sede della pubblicazione ufficiale di leggi, decreti e dichiarazioni ufficiali delle istituzioni statali".
Su Russia Oggi del 1 maggio 2013 Yulia Ponomareva delinea un primo bilancio del terzo mandato di Putin: "In attesa di risultati economici significativi, il Presidente tenta di consolidare la sua base d’appoggio facendo leva su valori conservatori".

"È rimasto come prima il politico più popolare di Russia, ma il trend parla chiaro: nel primo anno del suo terzo mandato presidenziale la fiducia nei suoi confronti è calata dal 60 al 52 per cento. L’ultima campagna elettorale si è svolta sullo sfondo delle più grandi manifestazioni antigovernative nella storia della Russia recente, alla quale hanno preso parte principalmente i rappresentanti della classe media cittadina".

Putin "“Ha scelto la linea di consolidamento dei suoi”, afferma Alexei Makarkin. I “suoi”, cioè la base dell’elettorato putiniano, sono, secondo i dati dei sociologi, gli abitanti delle piccole città e dei paesi con un’istruzione media e che non usano Internet. “Si può consolidare facendo leva sui valori tradizionali, sull’antiliberalismo e l’antioccidentalismo - ritiene Makarkin. - Con la legge sugli agenti stranieri è stato identificato un nemico, l’inchiesta sulle Pussy Riot ne ha additato un altro”.

Un difficile nuovo inizio dunque per il presidente Putin, che per ora non raggiunge gli obiettivi prefissati. Lontano resta quello, importantissimo, di diversificare l'economia. Come l'Unione Sovietica di Breznev, la Russia di Putin compensa le insufficienti produttività e competitività del sistema con lo sfruttamento delle risorse naturali: 

"Secondo i dati del servizio federale doganale nel 2012 la produzione di combustibili ed energie hanno costituito la base dell’export russo oltre i confini della Csi; la loro incidenza nella struttura commerciale dell’esportazione in quei Paesi ammonta al 73 per cento. La quota di esportazione delle automobili e delle attrezzature è del 3,6 per cento.
Gli investimenti stranieri diretti del 2012 si sono ridotti quasi del 20 per cento, arrivando a 39 miliardi di dollari. “Alla fine dello scorso anno è ripresa una crescita anticipata degli stipendi rispetto alla produttività del lavoro (crescita dell’Ulc, il costo unitario del lavoro), il che rende l’industria russa ancora meno allettante per gli investimenti, - concludono gli esperti dell’Alta scuola economica. - La struttura e la qualità dell’economia non cambiano”".

 ""Uno degli eventi economici chiave del 2012 è stata l’entrata della Russia nell’Organizzazione del commercio mondiale (Wto). “Il prossimo periodo di inserimento nel Wto sarà per la Russia molto difficile, - riconosce Alexei Portanskij, direttore dell’Ufficio studi per l’adesione della Russia al Wto. - Se prenderanno il sopravvento scenari statici o legati alle materie prime non potremo ottenere niente dall’ingresso al Wto. A vendere idrocarburi e altre materie prime siamo capaci anche senza il Wto”".

La Russia resta a metà del guado. Con la Cina non condivide i campi di "rieducazione" per i dissidenti e il brutale ampio ricorso alla pena di morte, ma neppure l'economia manifatturiera in espansione. Delle democrazie occidentali non accoglie pienamente la libertà di espressione e la tutela dei diritti umani. Le insufficienti prestazioni economiche e sociali di tali democrazie non orientano verso Occidente la modernizzazione russa, chiusa in una via nazionale che si rivela a sua volta asfittica e inefficiente.

"“Putin è giunto alla conclusione che se iniziasse a cambiare, potrebbe diventare vulnerabile -, afferma con convinzione Alexei Makarkin, primo vice presidente del Centro di tecniche politiche. - Non scenderà a compromessi, ritenendo che potrebbero provocarne degli altri”". Già più di un secolo e mezzo fa, nel suo brillante L'antico regime e la rivoluzione, Tocqueville aveva scritto:

"...l'esperienza insegna che per un cattivo governo il momento più pericoloso è sempre quello in cui esso comincia a riformarsi. Soltanto un gran genio può salvare il principe che si propone di dar sollievo ai propri sudditi dopo una lunga oppressione. Il male sopportato pazientemente come inevitabile diviene intollerabile non appena si concepisca l'idea di liberarsene. Allora tutti gli abusi che si sopprimono sembrano rivelare meglio quelli che restano e renderne più penosa la sensazione: il male è diminuito, è vero, ma la sensibilità si è fatta più viva" (Libro terzo, capitolo IV, 1996, p. 213).

martedì 7 maggio 2013

Disoccupazione negli Stati Uniti. C'è poco da stare allegri.



Pressochè unanime è stato l'entusiasmo manifestato per la recente riduzione del tasso di disoccupazione USA. Ma la lettura dei dati pubblicati dal Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti porta a diverse conclusioni:

"Total nonfarm payroll employment rose by 165,000 in April, and the unemployment
rate was little changed at 7.5 percent, the U.S. Bureau of Labor Statistics
reported today. Employment increased in professional and business services, 
food services and drinking places, retail trade, and health care.

The unemployment rate, at 7.5 percent, changed little in April but has
declined by 0.4 percentage point since January. The number of unemployed
persons, at 11.7 million, was also little changed over the month; however,
unemployment has decreased by 673,000 since January. (See table A-1.)

Among the major worker groups, the unemployment rate for adult women
(6.7 percent) declined in April, while the rates for adult men (7.1
percent), teenagers (24.1 percent), whites (6.7 percent), blacks (13.2
percent), and Hispanics (9.0 percent) showed little or no change. The
jobless rate for Asians was 5.1 percent (not seasonally adjusted),
little changed from a year earlier. (See tables A-1, A-2, and A-3.)

In April, the number of long-term unemployed (those jobless for 27
weeks or more) declined by 258,000 to 4.4 million; their share of the
unemployed declined by 2.2 percentage points to 37.4 percent. Over the
past 12 months, the number of long-term unemployed has decreased by
687,000, and their share has declined by 3.1 percentage points. (See
table A-12.)

The civilian labor force participation rate was 63.3 percent in April,
unchanged over the month but down from 63.6 percent in January. The
employment-population ratio, 58.6 percent, was about unchanged over
the month and has shown little movement, on net, over the past year.
(See table A-1.)

In April, the number of persons employed part time for economic
reasons (sometimes referred to as involuntary part-time workers)
increased by 278,000 to 7.9 million, largely offsetting a decrease in
March. These individuals were working part time because their hours
had been cut back or because they were unable to find a full-time job.
(See table A-8.)".

Dalle statistiche governative emerge che:

- la riduzione del tasso di disoccupazione è percentualmente modestissima

- i nuovi posti di lavoro sono stati creati soprattutto nel settore della ristorazione, del commercio al dettaglio e dell'assistenza sanitaria

- tali nuovi posti sono stati occupati soprattutto da donne adulte

-  da gennaio il numero dei maggiori di sedici anni occupati o che cercano attivamente lavoro si è complessivamente ridotto mentre il tasso di occupazione resta sostanzialmente invariato.

-  il numero di occupati part time per ragioni economiche (lavoratori part time involontari che non sono riusciti a trovare lavoro a tempo pieno) è aumentato.

Il quadro che emerge non corrisponde ai tratti di un'economia che esce dalla crisi. Il nuovo lavoro creato è in larga misura di bassa qualità. Nel paese in crisi i fast food e i supermercati acquistano clienti che prima si rivolgevano a ristoranti e negozi. In una società invecchiata l'assistenza sanitaria offre maggiori occasioni di lavoro. Non solo ogni entusiasmo pare ingiustificato, ma restano solide ragioni per guardare con apprensione alle prospettive della società e della economia americane.
I recenti dati sulla disoccupazione USA non rappresentano insomma un valido argomento contro la politica economica proposta e adottata dalla Germania. Permane plausibile la lettura della crisi che guida i governanti tedeschi. Nella economia globalizzata bisogna incrementare produttività, competitività e innnovazione produttiva, realizzando incisive riforme strutturali. Proprio queste rappresentano l'alternativa al rigore recessivo che tutti vogliono evitare.
Occorre sottolineare che nella competizione economica globale si fronteggiano interi sistemi paese, appesantiti o avvantaggiati da tradizioni, istituzioni, ordinamenti giuridici, strutture produttive, relazioni industriali, politiche fiscali, welfare. C'è molto da fare. Chi illude e si illude non rende un buon servizio ai meno fortunati.


martedì 30 aprile 2013

Unione europea. Meno lavoro nelle telecomunicazioni.





Su corrierecomunicazioni.it, quotidiano online d'informazione sull'ICT, Luciana Maci delinea le inquietanti prospettive occupazionali del settore telecomunicazioni in Europa:

"I carrier europei potrebbero tagliare la forza lavoro del 30% nei prossimi 5 anni, per una perdita complessiva di oltre 300.000 posti: lo sostiene Franca Salis Madinier, presidente del sindacato Uni Europa Icts, che rappresenta i dipendenti del settore tlc in 27 Paesi europei. Ed entro dieci anni, prosegue Madinier, potrebbero addirittura risultare dimezzati i posti di lavoro nelle telco del continente, che a tutt’oggi ammontano complessivamente a circa 1,1 milioni.
Secondo un approfondimento pubblicato oggi da Bloomberg, alcuni dei licenziamenti potrebbero essere dovuti alla decisione degli operatori di dislocare la forza lavoro fuori dall’Unione europea, in aree dove il costo del lavoro è inferiore e ci sono legislazioni meno restrittive sull’impiego".

"Secondo gli analisti interpellati da Bloomberg, tra gli elementi che portano inevitabilmente a una riduzione della forza lavoro c’è la costante evoluzione delle tecnologie: l’upgrade dal rame alla fibra ottica e le reti Lte/4G, con maggiori livelli di self-management,  sono fattori che inducono verso il consolidamento. Così, in un clima di forte crisi dell’eurozona e con la guerra dei prezzi tra operatori mobili, gli investitori continuano ad invocare tagli più netti sul fronte della forza lavoro".

Alcuni dei principali datori di lavoro europei danno così un rilevante contributo alla riduzione dell'occupazione. Le dispute tra fautori e critici del cosiddetto rigore infuriano, mentre si attribuiscono virtù taumaturgiche all'allargamento della base monetaria e alle politiche di bilancio accomodanti. Ma sempre più competitività e produttività sembrano il cuore del problema.
Ciò che ci avvantaggia come consumatori di beni e servizi spesso oggi ci pone in difficoltà come produttori. Assetti raggiunti in sistemi protetti si rivelano inefficienti ed insostenibili nella economia globalizzata. Bisogna sciogliere nodi che appaiono inestricabili, controllare pressioni e tendenze difficili da spiegare prima che da piegare, imparare dagli errori compiuti.

martedì 23 aprile 2013

Un programma per l'Italia.




Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 22 aprile 2013 delineano un programma per l'Italia:

"In campo economico ci sono due priorità: abbassare le tasse su lavoro e investimenti e far ripartire il credito a famiglie e imprese".
"Il taglio della pressione fiscale deve essere significativo. Ridurre le tasse di qualche miliardo non basta per far ripartire la fiducia e l'economia. Un obbiettivo di 4 punti di Pil (circa 50 miliardi), che ci allineerebbe alla pressione fiscale tedesca, non è irraggiungibile nell'arco di qualche anno".
"Dove trovare le risorse? 10-12 miliardi di sussidi si possono abolire da domani, come da mesi chiede Confindustria".
"La situazione del Paese è troppo grave per potersi permettere il lusso di continuare a finanziare servizi sostanzialmente gratuiti per tutti, anche per i ricchi, a partire da università e sanità. Ai ricchi va offerto uno scambio: meno tasse, ma in compenso cominceranno a pagare alcuni servizi. Uno studente universitario costa allo Stato, in media, 7 mila euro l'anno. I ricchi, dopo che gli sono state abbassate le tasse, devono pagarne 10. Con i 3 che avanzano si possono finanziare borse di studio per i meno abbienti meritevoli. Lo stesso vale per la sanità che non può essere gratuita per tutti".
"La commissione Ceriani ha individuato 30 miliardi di agevolazioni fiscali, molte delle quali concesse a chi urlava di più. Qualcosa si può recuperare subito. Gli incentivi alle energie rinnovabili costano a famiglie e imprese (che li pagano in bolletta), oltre 10 miliardi l'anno. Una parte di questi denari sono una rendita concessa a chi ha investito nelle rinnovabili".
"Secondo, far ripartire il credito. Le banche oggi non prestano perché ... non hanno abbastanza capitale. Occorre urgentemente costituire delle bad bank , cioè togliere i crediti andati a male dai bilanci delle banche - spostandoli in nuove società, appunto le cosiddette bad bank - perché solo banche "ripulite" possono attirare nuovi investitori e così rafforzare il loro patrimonio".
"Dopo un intervento radicale su tasse e spese (non prima), con Bruxelles si potrà negoziare".

Il taglio dei sussidi alle imprese consente non solo di realizzare risparmi ma anche di ridurre i tratti clientelari del nostro capitalismo. La fortuna dei nostri imprenditori deve dipendere sempre meno dalle relazioni con il potere politico e sempre più dalla capacità di competere con successo nella economia globalizzata grazie alla qualità di prodotti e servizi offerti. Mentre la ristrutturazione del welfare nella direzione indicata dai professori Alesina e Giavazzi imprime al sistema maggiore efficienza, massimamente se è sempre possibile la scelta diretta tra diversi fornitori di servizi in concorrenza tra loro. Chi paga un servizio è spinto a chiedere il suo adeguamento a standard qualitativi più elevati e comunque a pretendere prestazioni soddisfacenti.
Di queste riforme il paese ha bisogno subito, prima che il declino diventi inarrestabile. Le resistenze saranno forti perchè larghi settori del ceto medio italiano sono insieme vittime e beneficiari dell'attuale assetto sclerotico, inefficiente e clientelare. Occorrono coraggio e lungimiranza. Doti rarissime in una Italia sempre assetata di benessere e sicurezza immediati e inconciliabili.



mercoledì 17 aprile 2013

Il welfare degli enti locali. Fare meglio con meno.




Elisabetta Gualmini è professore ordinario di Scienza della Politica presso la Facoltà di Scienze Politiche  dell'Università di Bologna. Dal 12/07/2011 è presidente della fondazione di ricerca "Istituto Carlo Cattaneo".  In un articolo su La Stampa del 15 aprile 2013 delinea le condizioni e le prospettive del welfare gestito dagli enti locali italiani. Scrive la professoressa Gualmini:

"Come quando si gioca a palla avvelenata, durante la crisi più dura del secondo dopoguerra, lo Stato ha scaricato gran parte degli obblighi del risanamento finanziario alle regioni e agli enti locali".
" È il “decentramento della penuria”, andato in scena, a forza di sottrazioni, dal 2008 ad oggi, per un totale di oltre 33.000 milioni di euro. Per intenderci, i colpi di accetta sono arrivati a ridurre della metà le risorse degli enti locali (-45% nel 2013)".  
 "I welfare locali sono dunque stati rimaneggiati e riaggiustati con un mix di risposte che vanno dal tutto pubblico al tutto privato, ma che tendono in ogni caso alla de-istituzionalizzazione della cura e quindi richiedono una alleanza con la generazione di mezzo...".
"Il cambiamento dei modelli organizzativi. La rete dei servizi è stata completamente ridisegnata nei territori. Come gli aeroporti, le strutture ospedaliere sono delle reti con al centro ospedali più grandi e altamente specializzati e intorno piccoli presidi per degenze ordinarie e a ciclo breve... Tutto cucito insieme da finanziamenti che solo per il 61% sono pubblici, mentre il restante 39% sono privati (tra contratti outdoor per i fornitori e compartecipazione dei cittadini)".
" Il discorso sul welfare ha dunque bisogno di un nuovo repertorio di soluzioni, di un nuovo lessico e di un rapporto virtuoso tra pubblico e privato".

Nelle democrazie occidentali contemporanee i problemi della finanza pubblica hanno origine in larga misura nel welfare, compreso quello decentrato, e lì devono in altrettanto larga misura trovare soluzione. L' attuale "decentramento della penuria" chiama gli enti locali ad una sua ricostruzione secondo nuove linee guida.
Il rinnovato welfare dovrà sempre più poggiare sulla disciplina pubblica di strumenti privati, dare applicazione coerente al principio di sussidiarietà, che riserva il sostegno pubblico a chi non ce la fa da solo, consentire ai cittadini la scelta del fornitore di prestazioni, in regime di concorrenza. Con effetti positivi anche sotto il profilo dell' equità: devono essere eliminati i tratti regressivi del sistema attuale, dove spesso le imposte pagate dai meno abbienti  consentono di fornire servizi gratuiti o semigratuiti ai benestanti. 
Gli amministratori locali italiani devono fare meglio con meno. Missione impossibile per chi ha saputo dare pessima prova quando le risorse parevano infinite?

mercoledì 10 aprile 2013

Russia. La saturazione dell'impero.

Lo zar Alessandro III

Su Russia OGGI un importante articolo del ministro russo degli Esteri Lavrov pubblicato sulla rivista International Affair n° 3  del 2013. Lavrov espone le nuove Linee Guida in Politica Estera della Federazione Russa, ratificate dal presidente Putin il 12 febbraio 2013.
Scrive il ministro degli Esteri:

"Lo scopo principale dell’attività internazionale della Russia è la creazione di condizioni esterne favorevoli alla crescita economica, alla sua transizione verso modelli innovativi e all’innalzamento del tenore di vita delle persone.
È evidente che per garantire il graduale accrescimento delle potenzialità del Paese è necessario un contesto internazionale di stabilità, ed è per questo che la Russia considera la tutela della pace e della sicurezza mondiale non solo come uno dei suoi doveri principali in quanto membro della comunità internazionale e del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ma anche la chiave per la realizzazione dei propri interessi".
"Siamo convinti che il metodo migliore per evitare che la concorrenza globale possa sfociare in conflitti di forza consista nel lavorare instancabilmente affinchè le nazioni più rilevanti nel contesto mondiale, la cui posizione sia determinata in base a parametri geografici e di civilizzazione, abbiano garantito il ruolo di guida della collettività.
Gli sforzi della diplomazia russa sono pertanto volti a influenzare positivamente i processi globali che concorrono alla formazione di un sistema di relazioni internazionali policentrico stabile e, per quanto possibile, autoregolantesi, in cui la Russia riveste a pieno diritto il ruolo di centro chiave".

Nell'articolo è esplicito il richiamo alla visione dello zar Alessandro III che, proprio alla sua salita al trono (1881), delineò una politica estera al servizio dello sviluppo interno del suo impero. Le attuali Linee Guida russe prefigurano un assetto internazionale policentrico, un approccio multidirezionale ed una diplomazia reticolare, in cui la tutela della pace diventa condizione della piena realizzazione delle potenzialità economiche, sociali e culturali della Federazione russa. 
Questo grande paese - adottando l'efficace espressione bismarckiana - è "saturo" di territorio e di ricchezze naturali, ma resta lontano dall'obiettivo di modernizzarsi profondamente e diffusamente, nel rispetto dei principi dello stato di diritto ed estendendo i benefici della prosperità economica a larghi settori della popolazione. Una "saturazione", quest'ultima, che può essere conseguita solo con una equilibrata politica estera.

mercoledì 3 aprile 2013

Storia e capitale civico.


Nel suo recente Manifesto capitalista Luigi Zingales scrive:

"A colmare il divario fra ciò che sappiamo e ciò che dovremmo sapere per prendere una decisione davvero consapevole ci pensa la fiducia: fiducia nella controparte e, più in generale, nell'intero sistema". "La fiducia facilita le transazioni perché consente di risparmiare sui costi di controllo e verifica: è un lubrificante essenziale per gli ingranaggi dell'economia" (p. 250)
"La fiducia è solo un esempio di ciò che chiamo "capitale civico", ossia l'insieme delle aspettative e dei valori che favoriscono la cooperazione" (p. 253).
"Il capitale civico è un fattore produttivo al pari di quello fisico e umano. Nei Paesi in cui è più elevato, c'è meno corruzione e più sicurezza pubblica, la pubblica amministrazione lavora meglio e le aziende private crescono in maniera più efficiente" (p. 254).
"Le ricerche su come si costruisce il capitale civico sono ancora agli albori". "Anche in questo caso la storia gioca un ruolo fondamentale" (p. 254).
In questa prospettiva giova citare alcune considerazioni di Montesquieu, che visitò l'Italia tra l'agosto 1728 e il luglio 1729.





Nel suo Viaggio in Italia (1990) scrive:

" I sudditi del Papa si lamentano del governo dei preti, ma non c'è governo più mite. Il Papa manda denaro in quasi tutti i paesi dei suoi Stati" (p. 279).
" Durante quasi tutti i miei viaggi ho notato che più il popolo è miserabile, più è furbo e imbroglione. A Modena, dove il popolo è oppresso dalle imposte, non si può scambiare una moneta d'argento senza essere derubati; a Bologna, invece, dove sta bene, ci si può fidare di più, eppure sono a 2 poste l'una dall'altra" (p. 289).

Il grande precursore francese del liberalismo sottolinea la relazione tra regime, prosperità e capitale civico. A Bologna, ben governata dal papa re, non mancano la prosperità e la fiducia. Ma se il regime contribuisce a  determinare il capitale civico, è a sua volta da questo influenzato? Con ogni probabilità sì, soprattutto nelle democrazie contemporanee. In esse la domanda politica è importante almeno quanto l'offerta ed è orientata anche dal capitale civico. 


  

lunedì 25 marzo 2013

Scuola. Meglio pagarla di tasca propria.




Nel suo recente Manifesto capitalista Luigi Zingales ha sottolineato il carattere regressivo del sistema universitario italiano:

"Mentre uno studente costa mediamente all'erario 15.000 euro all' anno, la tipica matricola paga poco più di 1000 euro. Ciò sostiene artificialmente la domanda per un prodotto di scarsa qualità".
"Per sensibilizzare i consumatori alla qualità del prodotto è necessario far pagare loro il costo reale del prodotto. Paradossalmente un'iniziativa altamente progressista. L'università quasi gratuita è una redistribuzione dai poveri (che pagano le imposte ma non vanno all'università) ai ricchi (che ottengono in servizi universitari più di quanto pagano)".
"E per evitare che la retta universitaria sia un ostacolo per gli studenti capaci ma indigenti, basta trasformare l'attuale sussidio in finanziamenti...". (op.cit., 2012, p. 231 e seg.)

Considerazioni analoghe si trovano ne La ricchezza delle nazioni, l'opera più nota ed influente di Adam Smith. Il grande precursore del pensiero economico liberale contemporaneo più di due secoli fa, a proposito dell'istruzione inferiore, ma con rilievi di portata generale, osservò che:

"Lo stato può facilitare l'apprendimento di queste parti dell'istruzione creando in ogni parrocchia o distretto una piccola scuola, nella quale i bambini possano essere istruiti per un compenso così modesto che anche un lavoratore comune possa pagarlo, e in cui il maestro sia pagato in parte, ma non esclusivamente, dallo Stato, perché se fosse pagato esclusivamente, o anche principalmente, dallo Stato imparerebbe presto a trascurare il suo mestiere" ( Adam SMITH, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Libro Quinto, I, Parte III).

Istruzione, sanità, previdenza e assistenza sociali sono rese non solo finanziariamente sostenibili ma anche più efficienti dalla compresenza di disciplina pubblica e strumenti privati. Minore pressione fiscale in cambio di maggiori responsabilità per i ceti medi italiani, chiamati a individuare e a premiare i migliori fornitori di servizi, abbattendo chiusure corporative e steccati ideologici.
Questo è un programma davvero rivoluzionario che purtroppo non troviamo tra quelli di chi dice di voler cambiare tutto.

martedì 19 marzo 2013

Il vescovo di Roma nella prospettiva ecumenica.


Secondo il vigente codice di diritto canonico della Chiesa cattolica

"Il Vescovo della Chiesa di Roma, in cui permane l'ufficio concesso dal Signore singolarmente a Pietro, primo degli Apostoli, e che deve essere trasmesso ai suoi successori, è capo del Collegio dei Vescovi, Vicario di Cristo e Pastore qui in terra della Chiesa universale; egli perciò, in forza del suo ufficio, ha potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può sempre esercitare liberamente" (can.331).

Tale potestà del successore di Pietro nell'episcopato romano è uno dei principali ostacoli all'unità dei cristiani. Le altre grandi chiese cristiane infatti riconoscono o possono riconoscere un primato d'onore del vescovo di Roma ma non una sua potestà piena, immediata e universale su tutti i cristiani.
La Chiesa cattolica  persegue il superamento delle divisioni tra le chiese cristiane, con una lucida comprensione dei problemi che rallentano il processo di unificazione. Tra essi particolare  attenzione desta quello rappresentato dal cosiddetto primato petrino, sopra delineato.
Sull'impegno ecumenico resta insuperato il magistero di Giovanni Paolo II che nella lettera enciclica Ut unum sint ha dato alla Chiesa cattolica un compito preciso:

" Quale Vescovo di Roma so bene, e lo ho riaffermato nella presente Lettera enciclica, che la comunione piena e visibile di tutte le comunità, nelle quali in virtù della fedeltà di Dio abita il suo Spirito, è il desiderio ardente di Cristo. Sono convinto di avere a questo riguardo una responsabilità particolare, soprattutto nel constatare l'aspirazione ecumenica della maggior parte delle Comunità cristiane e ascoltando la domanda che mi è rivolta di trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all'essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova. Per un millennio i cristiani erano uniti "dalla fraterna comunione della fede e della vita sacramentale, intervenendo per comune consenso la sede romana, qualora fossero sorti fra loro dissensi circa la fede o la disciplina"

"Ma ... è per il desiderio di obbedire veramente alla volontà di Cristo che io mi riconosco chiamato, come Vescovo di Roma, a esercitare tale ministero .... Lo Spirito Santo ci doni la sua luce, ed illumini tutti i pastori e i teologi delle nostre Chiese, affinché possiamo cercare, evidentemente insieme, le forme nelle quali questo ministero possa realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri" (95).

Passi decisivi verso l'attribuzione al servizio petrino di forme e contenuti compatibili con la piena comunione delle chiese cristiane sono stati realizzati dai due ultimi papi. Benedetto XVI, rinunciando al suo ufficio di Romano Pontefice e diventando vescovo emerito di Roma, ha sottolineato la centralità del ministero episcopale.
Il nuovo papa Francesco ha con chiarezza percorso la via indicata dal predecessore, con comportamenti la cui portata ecumenica può rivelarsi determinante. In questo senso va letta anche la decisione di rivolgersi ai fedeli durante il suo primo Angelus soltanto in lingua italiana.
Il vescovo di Roma ha parlato alla Chiesa di Roma prima che ai cristiani di tutto il mondo, chiamati  a vedere nel successore di Pietro il titolare di una potestà legata all'importanza della sede episcopale e che si esprime nel servizio all'unità della Chiesa universale.

martedì 12 marzo 2013

Il modello tedesco divide l'Europa.






Emerge con chiarezza un rinnovato modello tedesco, nato dalla riforma della tradizionale economia sociale di mercato. Al conseguimento di una maggiore competitività sono diretti la riduzione della pressione fiscale, la ristrutturazione del welfare, l'impostazione produttivistica di scuola e pubblica amministrazione tutta, il riassetto delle relazioni industriali, l'impulso all'innovazione produttiva, la disciplina della finanza pubblica.

"La Merkel invece si concentra sul futuro più immediato, sulla messa a punto entro giugno, di un patto europeo per la competitività". 
"Ora il copione si ripete a Varsavia ed è anche molto più facile da recitare. Il cancelliere venuto dall'Est in fondo gioca in casa, ne conosce bene la vecchia cultura e ne condivide quella nuova nata sulle macerie del comunismo. Perché è tutta imperniata sul recupero di competitività (in larga parte riuscito) di un modello di sviluppo aperto, fatto di costi e salari bassi, welfare leggero e regimi fiscali mirati a calamitare gli investimenti esteri. Che infatti piovono abbondanti, cinesi in testa. 
La ricetta piace alla Germania dell'economia sociale di mercato riformata. Tanto che medita di farne una sorta di laboratorio delle future riforme europee. I dati parlano chiaro: tra il 1999 e il 2012, grazie alla profonda revisione del suo modello nello scorso decennio, la competitività globale della Germania è salita del 22,5% contro un aumento dell'1,2% in Francia, dell'1,4 in Italia, del 3,3 in Spagna".
"Per colmare queste divergenze abissali, dopo aver imposto il fiscal compact, ora la Merkel sogna il patto per la competitività. Che naturalmente non passa per un euro più debole e neanche per una politica monetaria più accomodante, all'americana o alla giapponese, ma sempre e soltanto per rigore e riforme strutturali a tappeto".

Per tentare di riprodurre questo modello i paesi periferici dell'Eurozona devono realizzare riforme strutturali profonde ed adottare una incisiva austerità fiscale e di bilancio. Hans-Werner Sinn, professore di economia e finanza pubblica all'università di Monaco di Baviera, su Il Sole 24 Ore del 9 marzo 2013:

"Temo che tra la quantità di austerità necessaria per riportare in equilibrio i conti e quella che la popolazione può tollerare senza disordini in strada, c'è un grande dislivello". 

Assistiamo infatti a un diffuso ed aspro rifiuto del cosiddetto rigore fiscale, monetario e di bilancio. Anche il risultato delle recenti elezioni italiane è in larga misura interpretabile in questo senso. Ma rappresenta un'alternativa efficace quella suggerita da Cerretelli con l'accenno alla prospettiva di "euro più debole" e di "una politica monetaria più accomodante, all'americana o alla giapponese"? Bisogna dire chiaramente che questa alternativa non dà i risultati sperati.
A lungo esplorata dall'Amministrazione Obama, non ha consentito di fronteggiare con successo la crisi occupazionale e i problemi posti dalla globalizzazione della competizione economica, mentre si è rivelata insostenibile per gli effetti sulla finanza pubblica. Il perdurante squilibrio della bilancia  commerciale USA e i dati su occupazione/disoccupazione non consentono un giudizio meno severo. Anche le più recenti statistiche ufficiali devono essere lette in questo senso:

"Employment increased in professional and business 
services, construction, and health care". 
Nessun incremento nella manifattura.

"In February, the number of long-term unemployed (those jobless for 27 weeks 
or more) was about unchanged at 4.8 million. These individuals accounted for 
40.2 percent of the unemployed.
The employment-population ratio held at 58.6 percent in February. The civilian 
labor force participation rate, at 63.5 percent, changed little. 
The number of persons employed part time for economic reasons, at 8.0 million, 
was essentially unchanged in February. These individuals were working part 
time because their hours had been cut back or because they were unable to 
find a full-time job.
In February, 2.6 million persons were marginally attached to the labor force, 
the same as a year earlier. (The data are not seasonally adjusted.) These 
individuals were not in the labor force, wanted and were available for work, 
and had looked for a job sometime in the prior 12 months. They were not 
counted as unemployed because they had not searched for work in the 4 weeks 
preceding the survey".
 Il numero dei disoccupati di lunga durata, dei non occupati e degli occupati a tempo parziale per motivi economici resta molto lontano dai livelli auspicati.

Ma come fare accettare alla ricalcitrante opinione pubblica dei paesi più colpiti dalla crisi le  necessarie riforme? Iniettando robuste dosi di equità nell'attività riformatrice e di verità nel dibattito pubblico. Il peso del cambiamento più deve essere sopportato da chi in passato ha tratto maggior vantaggio dalle relazioni clientelari, dalle rendite di posizione, dalle chiusure corporative, dai privilegi più odiosi. Mentre devono essere posti a disposizione dei cittadini  elementi che consentano di formare opinioni più costruttive perchè meglio corrispondenti alla struttura dei problemi. 




martedì 5 marzo 2013

Einaudi e De Gasperi. L'Italia ricostruita con il rigore.








Luigi Einaudi, governatore della Banca d'Italia, ministro delle Finanze e del Tesoro e poi ministro del Bilancio nei Governi De Gasperi, difese strenuamente il valore della lira e limitò rigidamente la spesa pubblica. Questa condotta economica rese possibile la ricostruzione italiana dopo la Seconda guerra mondiale.






Randolfo Pacciardi fu dal 1948 al 1953 ministro della Difesa nei governi De Gasperi. Ha ricordato il secondo presidente della Repubblica italiana con queste  parole:

"Il prestigio di Einaudi in materia economica era indiscusso ed era a lui che spettava l'ultima parola sulle proposte di legge dei singoli ministri. Era rigidissimo. Le sedute del Consiglio dei Ministri con De Gasperi erano interminabili. Einaudi sembrava disinteressarsi delle lunghe discussioni che non riguardavano la sua specifica competenza. Si faceva portare regolarmente un brodo alle 11 del mattino e riteneva che quello fosse il tonico migliore per tener desta la sua attenzione. E' avvenuto anche a me di tentare di profittare a tarda ora della sonnecchiante distrazione di Einaudi per varare proposte di legge che comportavano spese per la Difesa, ma al punto culminante il Ministro del Bilancio si risvegliava regolarmente per dire di no. La difesa della lira faceva parte, egli diceva, del problema generale della difesa del paese".
"Pella, come Ministro del Tesoro aveva davvero le spalle al sicuro. Con questi cerberi alle finanze dello Stato non si facevano davvero spese inutili. Il raddrizzamento della situazione economica nei governi cosiddetti centristi lo si deve certamente a Einaudi" (Protagonisti grandi e piccoli, 1972, p. 186).

Oggi, quando il declino dell'Italia appare una prospettiva difficile da evitare, la lezione di Einaudi e De Gasperi è più che mai attuale. Mentre la demagogia contraddistingue i discorsi e la propaganda dei loro sedicenti eredi, si deve riaffermare con forza il valore della politica economica che consentì di ricostruire l'Italia devastata dalla guerra. 



martedì 26 febbraio 2013

Italia. La disperazione e il semplicismo.


Ormai più di trenta anni fa il compianto professor Piero Melograni scrisse nel suo brillante Saggio sui potenti:

"Ma in tutti i luoghi l'assetto politico-sociale è il risultato di tendenze e di forze numerose e complesse, materiali e spirituali, razionali e irrazionali, difficilmente controllabili. Nel continuo, intricato, ondeggiante accavallarsi di tutte queste forze e tendenze deve essere cercata la spiegazione delle diverse situazioni storiche nelle quali gli individui e le collettività si trovano concretamente ad operare. Gli stessi capi... sono profondamente condizionati e spesso addirittura travolti dalla circostante realtà" (ed.1977, pag. 123).

Anche e soprattutto la gente comune deve fonteggiare una realtà che travolge individui, famiglie, imprese. Ma più dei potenti ripone le proprie residue speranze in spiegazioni e misure semplicistiche, mentre riconoscendo ed accettando la complessità potrebbe trovare concrete soluzioni.
Fuori dei suoi confini oggi l'Italia è guardata con apprensione.




Preoccupano le scelte del suo elettorato, ma devono ancor più preoccupare la cultura politica diffusa, l'addestramento alla vita democratica, la capacità di competere con successo nel mercato globale. Queste sono le risorse più inadeguate.

martedì 19 febbraio 2013

Russia. L' agenda economica del governo.


Nella società sovietica matura "il potente Stato redistributivo garantiva alla popolazione un alto grado di stabilità e di salvaguardia sociale non giustificabili con il livello di produttività raggiunto dall'economia sovietica. Il "segreto" della politica economica di Breznev fu svelato soltanto dopo la morte del suo ideatore".
"Il regime brezneviano aveva rinunciato definitivamente a introdurre qualsiasi seria riforma strutturale e cominciato a sostituire le riforme con l'esportazione di materie prime ed energia. Gli sforzi principali si erano concentrati sullo sviluppo rapido e ipertrofico dell'industria estrattiva, in primo luogo, di petrolio e gas".
"Tale politica di sostituzione delle riforme con la svendita delle ricchezze naturali contribuì a mantenere lo sviluppo dell'industria e a creare un gran numero di posti di lavoro. Questa fu la ricetta brezneviana per l'organizzazione della stabilità e del consenso nella società sovietica" (Victor ZASLAVSKY, Storia del sistema sovietico, 2009, p. 194).

L'URSS si è dissolta nel 1991, ma questo assetto non ha subito mutamenti decisivi. La Russia è ancora in larga misura dipendente dall'esportazione di petrolio, gas e altre materie prime. Il governo russo tenta di realizzare riforme strutturali: diversificazione produttiva, riduzione del deficit, innovazione tecnologica, ristrutturazione del sistema assistenziale/previdenziale e rinnovamento istituzionale vengono riproposti come punti principali dell'agenda governativa.





Russia OGGI ne espone le linee guida, con un interessante riferimento all'evoluzione del mercato internazionale del gas:


"L’impennata nella produzione a basso costo del gas di scisto e la costruzione degli impianti per la sua liquefazione e il successivo trasporto in Europa costituiscono una reale minaccia per Gazprom, i cui ricavi vengono prodotti al 75 per cento dall’esportazione. Per parecchi anni Gazprom ha guardato con scetticismo alla realtà di una simile minaccia e quindi alla sua remota eventualità, ma a un tratto essa è apparsa come una prospettiva imminente".




Da sottolineare infine il ruolo tuttora centrale dell'industria degli armamenti russa. Nel 2011 la Russia ha mantenuto la posizione di secondo esportatore di armi al mondo dopo gli Stati Uniti. Nel Ventunesimo secolo non potrà più essere soprattutto un esportatore di armi e materie prime energetiche. Ma la strada delle riforme è in salita.

lunedì 11 febbraio 2013

La democrazia occidentale tra promessa e realtà.


Le idee sono potenti fattori della storia umana. Nel Settimo secolo la nuova religione islamica mutò rapidamente e imprevedibilmente non solo i tratti culturali ma lo stesso assetto politico del bacino del Mediterraneo. Il marxismo-leninismo e l'ideologia nazista produssero i grandi totalitarismi del Ventesimo secolo.
Riferendosi a tali totalitarismi Robert Conquest ha intitolato un suo brillante libro Il secolo delle idee assassine. Ma alcuni ideali hanno svolto un ruolo determinante anche nella formazione e nella evoluzione delle democrazie liberali. Sovranità popolare, uguaglianza di fronte alla legge, uguaglianza delle opportunità, diritto alla ricerca della felicità e libertà sono le idee che hanno fondato e legittimato le democrazie occidentali a partire almeno dalle rivoluzioni settecentesche, con le loro incisive dichiarazioni dei diritti dell'uomo e del cittadino.




Queste promesse fondanti e legittimanti rappresentano però l'origine di problemi e tensioni che possono rivelarsi fatali per gli stessi assetti sociali ed istituzionali che hanno potentemente contribuito a creare.
Francois Furet ha scritto:

"Libertà ed eguaglianza sono promesse illimitate". "Quelle promesse astratte in realtà creano un divario insormontabile tra le aspettative dei popoli e quello che la società può offrire". "Si spiega così quell'aspetto certamente singolare della democrazia moderna nella storia universale, che consiste nell'infinita capacità di produrre giovani e adulti che detestano  il regime sociale e politico nel quale sono nati e odiano l'aria che respirano, pur vivendone e non conoscendone altre". "Ho in mente... la passione politica costitutiva della democrazia, quella fedeltà esasperata ai principi che nella società moderna rende un po' tutti nemici del borghese, compreso lo stesso borghese" (Il passato di un' illusione, 1997, p. 23 e seg.).

Queste parole dell'insigne storico francese risalgono agli albori della globalizzazione contemporanea, quando il divario di produttività tra l'Occidente avanzato ed i paesi cosiddetti emergenti era ancora ampio a favore dei paesi occidentali più sviluppati. Proprio l'elevata produttività in termini assoluti e relativi ha consentito il notevole miglioramento delle condizioni di vita di larghi settori della popolazione e l'avvicinamento tra promessa e realtà che contiene il malcontento.
Oggi elevati livelli  di produttività si raggiungono anche nei paesi ormai ex emergenti, nei quali inoltre costo del lavoro, pressione fiscale, relazioni industriali, tutela dell'ambiente e situazione politica rendono vantaggiosa la produzione manifatturiera, lì spesso trasferita dai paesi di più antica industrializzazione. Così diventa sempre più difficile garantire buone opportunità nelle democrazie occidentali. La distanza tra promessa e realtà si allarga. Non si può escludere la rivolta di chi non ha accesso a uno standard considerato irrinunciabile.
Che fare? E' urgente eliminare privilegi, rendite di posizione, chiusure corporative. Occorre ripristinare sufficienti produttività e competitività, esercitando nel contempo pressioni sulle nuove potenze affinché aprano le loro economie, oggi ancora sottratte alla concorrenza leale con dazi, regole ed intervento pubblico. Bisogna favorire lo sviluppo di una cultura compatibile con le esigenze della democrazia liberale e della crescita economica. Si deve educare alla libertà responsabile, insegnando ai giovani a vedere ed accettare la complessità, ad imparare dagli errori. E' necessario diffondere la consapevolezza che non esistono pasti gratis, che per ogni pasto consumato qualcuno paga il conto. Troppo? Troppo difficile? L'alternativa è un doloroso declino. 

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