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Laureato in giurisprudenza, cattolico e liberale, contro l'intolleranza, l'irrazionalismo, la sofferenza umana.

domenica 20 settembre 2015

Italia, il paese delle destre sbagliate.




Ernesto Galli della Loggia su Il Corriere della Sera del 15 settembre 2015 ha scritto:

"Ma un moderno conservatorismo politico è altra cosa. Innanzi tutto è liberale. Cioè in economia è contro ogni strettoia corporativa o monopolistica a vantaggio di gruppi privilegiati e interessi protetti, senza per ciò essere sempre e comunque contro l’intervento pubblico. Ideologicamente, poi, esso dovrebbe essere interessato soprattutto a promuovere e difendere la diversità delle opinioni. Cercando altresì di essere culturalmente anticonformista e quindi simpatizzando con le minoranze e il loro punto di vista: sicché oggi, per esempio, diffiderà dello scientismo e dell’idolatria tecnologica imperanti, così come del pregiudizio egemone secondo cui ogni desiderio soggettivo può diventare un diritto. E si asterrà, naturalmente, dall’omaggio universale a tutte le idee, le mode e le «diversità» politicamente corrette".

Sono considerazioni largamente condivisibili. Ma questa destra virtuosa in Italia non ha mai trovato ampio e durevole spazio non perché, come sostiene lo stesso della Loggia, il conservatorismo italiano sia soltanto nullista, negativo, bensì perchè si è ripetutamente affermata una destra sbagliata, statalista, nazionalista, identitaria. La destra italiana ha fallito perché si è data obiettivi perversi, pericolosi, producendo risultati conseguenti. Invece di Cavour e Giolitti ha scelto Mussolini, dopo De Gasperi e Einaudi ha trovato in Andreotti e Berlusconi i propri campioni.  Ogni paese ha i leader e la destra che si merita, che cultura e visioni diffuse rendono possibili. Così l'Italia continuerà ad avere destre, sempre sbagliate.

domenica 13 settembre 2015

Vivaldi. Musica al femminile.




 Antonio Vivaldi, nato nel 1678 a Venezia, è stato uno dei più importanti e influenti compositori barocchi. Ordinato sacerdote nel 1703, nello stesso anno iniziò a lavorare come musicista e compositore per il Pio Ospedale della Pietà, il più noto dei quattro ospedali femminili di Venezia. E' probabile che Vivaldi abbia composto musica per la Pietà anche dopo la fine della sua collaborazione ufficiale. In questi istituti ragazze orfane o nate in famiglie povere ottenevano un'ottima educazione musicale. Le più brave restavano nelle Scuole anche dopo l'adolescenza. Nella sua opera autobiografica Le Confessioni  Jean-Jacques Rousseau fece l'elogio di quelle giovani cantanti e strumentiste, che ascoltò nel suo soggiorno a Venezia e con le quali poté pranzare:

"Una musica molto superiore, secondo me, a quella dell'opera che non trova eguali né in Italia, né altrove nel mondo, è la musica delle scuole. Le scuole sono degli istituti di beneficenza creati per educare le ragazze povere, destinate poi dalla Repubblica o al matrimonio o al convento. Tra tutte le materie insegnate a quelle ragazze, la musica ha un posto fondamentale. Tutte le domeniche, nella chiesa di ognuna delle quattro scuole, durante i vespri si cantano mottetti per coro e orchestra, composti e diretti dai più grandi maestri italiani, ed eseguiti [in tribune con grate] esclusivamente da ragazze, la più grande delle quali non arriva a vent'anni. Secondo me non esiste nulla di più voluttuoso e di più toccante di quella musica; le ricchezze dell'arte, il gusto raffinato dei canti, la bellezza delle voci, la precisione nell'esecuzione, tutto in quei deliziosi concerti contribuisce a produrre un'impressione che non rientra certo nei buoni costumi ma dalla quale sfido qualsiasi uomo a mettersi al riparo" (Jean-Jacques ROUSSEAU, Le Confessioni, Libro Settimo, 1991, p.297 e seg.).

Quasi un secolo prima della Rivoluzione francese, nella cattolica Italia, la dignità delle donne trovava riconoscimento e tutela anche con questa educazione di alto livello. Davvero le religioni sono tutte uguali?

domenica 6 settembre 2015

Italia. I consumatori premiano i produttori esteri.




La crisi italiana, nonostante la martellante propaganda, continua a presentare tratti peculiari, configurandosi con sempre maggiore evidenza come crisi dell'offerta prima che della domanda. Una vitale e sana ripresa dei consumi può essere sostenuta soltanto da un aumento della competitività. Solo buoni produttori possono essere buoni consumatori.
Francesco Daveri su  lavoce.info del 1 settembre 2015 rileva che in Italia i consumatori premiano i produttori esteri e delinea i motivi della inadeguatezza dell'offerta italiana:

" Nel complesso, dunque, la domanda interna ed estera del settore privato vanno piuttosto bene e, sommate insieme, crescono dello 0,4 per cento, cioè di un’incollatura in più rispetto al Pil (che fa registrare, come detto, un +0,35). Ma questa accresciuta domanda viene soddisfatta più che in passato da produzione estera (le importazioni, in crescita del 2,2 per cento nel secondo trimestre 2015, e del 2 per cento nel semestre) anziché da produzione interna (il Pil). Se a soddisfare la domanda di famiglie e imprese sono produttori esteri, il volume di produzione industriale e dei redditi generati in Italia ne soffre per forza. E il Pil cresce meno di quanto potrebbe".

" A pesare sull’aumento delle importazioni è però anche la perdita di competitività subita dall’Italia negli anni della crisi (per la minore produttività a fronte di salari che hanno continuato a crescere sia pure in misura minore che in passato), solo parzialmente compensato dal deprezzamento dell’euro degli ultimi dodici mesi. Siccome l’andamento dell’euro sembra essersi stabilizzato, diventa ancora più urgente ristabilire le condizioni per un recupero di convenienza a localizzare la produzione entro i confini nazionali: riducendo davvero tutte le imposte, accelerando la soluzione dei contenziosi nella giustizia civile e completando le riforme in cantiere per rendere la pubblica amministrazione e la scuola sempre più al servizio degli utenti. Ben di più che politiche di sostegno alla domanda".

Le considerazioni del professor Daveri consentono di dar conto dell'occupazione in Italia. In questa prospettiva Thomas Manfredi su linkiesta.it del 2 settembre 2015 osserva:

"È importante tenere a mente che, in assenza di crescita del prodotto, l’aumento di occupazione che eventualmente si ricaverebbe sottintende una crescita della produttività ancora vicina allo 0 se non negativa. Se le ore lavorate, infatti, aumentano più del prodotto, il rapporto fra le due variabili, che definisce la produttività, non può decrescere. Come si possa credere di creare occupazione stabile e di qualità con una produttività stagnante rimane uno dei misteri che i tanti urlatori di dati sul mercato del lavoro dovrebbero, a un certo punto, svelare".

Occorre dunque intervenire  incisivamente sul lato dell'offerta: riformare il welfare in senso produttivistico rendendolo sostenibile, ridurre la pressione fiscale, migliorare il capitale umano diffondendo le competenze matematiche, tecniche e scientifiche, alleggerire il peso della burocrazia. Questo gli elettori devono chiedere a chi aspira a rappresentarli.

domenica 30 agosto 2015

Di chi è la colpa? Dalle responsabilità alle possibili soluzioni.




Uno dei più gravi e stringenti segnali del declino che colpisce la maggior parte delle democrazie occidentali è costituito dal dibattito pubblico fuorviante e inefficace. Ha colto nel segno il professor Luca Ricolfi che su Il Sole 24 Ore del 15 agosto ha denunciato lo spostamento delle responsabilità in atto:

"Non avendo il coraggio di dire di no ai nostri figli, ce la prendiamo con le cattive compagnie, gli spacciatori, i gestori delle discoteche, i controlli insufficienti, le forze dell'ordine. Non avendo né l'intenzione né la possibilità politico-militare di normalizzare il nord-Africa ce la prendiamo con l'egoismo dell'Europa e l'incapacità del governo italiano di accogliere tutti dignitosamente. Un mix di rassegnazione e di paternalismo indirizza la nostra indignazione verso i bersagli più alla nostra portata".

"Diamo per scontato che i popoli dell'Africa non sappiano auto-governarsi, come diamo per ineluttabile che i giovani siano attratti dalla movida e dallo sballo. Succede lo stesso nella scuola, dove non si consuma alcun dramma ma da decenni assistiamo alla medesima sceneggiata. Con tutta evidenza il problema di base è che gli studenti non studiano, e non lo fanno per la semplice ragione che alla maggior parte dei genitori interessa solo il pezzo di carta e la serenità dei figli. E tuttavia torme di quei medesimi genitori, assetati di vacanze e intrattenimento, non trovano di meglio che mettere alla sbarra gli insegnanti, evidentemente incapaci di motivare a sufficienza i loro figli".

"Una sorta di strabismo etico ci fa distogliere lo sguardo dai veri responsabili dei drammi piccoli e grandi del mondo, e indirizza il nostro bisogno di “individuare i colpevoli” solo sui colpevoli facilmente perseguibili o stigmatizzabili, anche quando sono semplici comparse".

Nel caso dei vertici della Chiesa cattolica gioca un importante ruolo una discutibile applicazione dell'etica della responsabilità che i cattolici lodevolmente adottano. Secondo questo principio,  tanto caro a Karl Popper, dobbiamo scegliere ponendo sempre attenzione alle prevedibili conseguenze delle nostre decisioni. Alcuni tra i principali pastori della Chiesa evidentemente ritengono che accusare duramente e direttamente i responsabili di eclatanti crimini di massa, mettendo in luce le loro reali motivazioni, produrrebbe un aumento delle violenze, delle distruzioni e delle persecuzioni.
 Si tratta in realtà di valutare se il tempestivo impiego di una forza militare soverchiante, soprattutto in presenza di convinzioni religiose chiaramente legate al successo militare, sarebbe potuto essere vantaggioso, proprio sotto il profilo umanitario, rispetto all'attuale approccio contraddittorio ed esitante.
Analoghe considerazioni possono risultare appropriate relativamente agli altri contesti  delineati. Del resto il severo richiamo alla responsabilità individuale non è estraneo alla Tradizione cattolica. Basti citare san Paolo, che richiamò i cristiani di Tessalonica con queste parole:

"chi non vuol lavorare neppure mangi" (Tessalonicesi 2 - 3,10).

Una corretta attribuzione delle responsabilità pare insomma la necessaria premessa di una fruttuosa ricerca di possibili soluzioni, pur nella consapevolezza che ciò che risulta vantaggioso per alcuni danneggia nel contempo altri. Bisogna scegliere.

domenica 23 agosto 2015

Economia del debito. La toppa è peggiore del buco.



Sul Corriere della Sera del 22 agosto 2012 Federico Fubini delinea la tendenza della crisi economica mondiale, nata dal debito pubblico e privato e resa ancora più esplosiva dal suo incremento fuori controllo:

"L’obiettivo dei banchieri centrali - centrato in gran parte - era placare il panico, ridurre i tassi d’interesse, evitare una corrosiva deflazione dei prezzi. Ma pochi all’inizio si sono chiesti esattamente dove sarebbero finiti quei soldi, una volta in circolazione. Ora che siamo più vicini al primo aumento dei tassi d’interesse della Fed in dieci anni, lo sappiamo. Lo si vede nei tremori dei Paesi emergenti, dove si teme la fine dei finanziamenti esteri a basso costo che per anni hanno sostenuto intere economie".

"Quella coltre protettrice di denaro...ha permesso al Brasile, o al Messico, o all’Indonesia di rinviare la resa dei conti con i problemi di casa: infrastrutture inadeguate, corruzione dilagante, Stato di diritto inaffidabile". 

"Da lì viene però anche il secondo filo rosso che lega la crisi di Wall Street a questi giorni. Nel novembre 2008, il premier di Pechino Wen Jiabao reagì al crash di Lehman Brothers con un maxi-pacchetto di stimolo per evitare che la Cina finisse aspirata nella recessione americana. Varò un piano da 470 miliardi di dollari per costruire nuove città, raddoppiare la capacità produttiva di pannelli solari, auto o acciaio. È stata una stagione di ulteriori eccessi negli investimenti improduttivi: città fantasma, aeroporti vuoti, stock di prodotti accatastati ad arrugginire nei porti della costa. In pochi anni il debito totale della Cina (banche escluse) è salito dal 140% al 248% del Pil. Ormai la seconda economia del mondo è costretta a frenare, e con essa anche la domanda globale di petrolio, rame, grano o legumi, i cui prezzi infatti stanno crollando".

Nei grandi paesi emergenti, o recentemente emersi, la gravità del problema appare con violenta evidenza. Da Il Sole 24 Ore del 23 agosto 2015:

"...i principali fattori che determinano la capacità di un’economia emergente di emergere veramente, in modo sostenibile, sono la politica, le policy e l’operato delle istituzioni di governance. Per essere più precisi, anche se i Paesi possono cavalcare le ondate di crescita e sfruttare i cicli delle materie prime nonostante istituzioni politiche disfunzionali, il vero e proprio banco di prova si presenta nei periodi meno propizi, quando un Paese deve invertire la rotta".

"Nessuna delle democrazie di Brasile, Indonesia, Turchia e Sudafrica sta riuscendo ad assolvere uno dei compiti basilari per qualsiasi sistema politico: mediare tra gruppi d’interesse confliggenti per permettere che prevalga un interesse pubblico più ampio che permetta all’economia di evolvere in modo flessibile, in modo che le risorse siano trasferite da impieghi che sono diventati infruttuosi ad altri con maggiori potenzialità. Un’economia bloccata, che non permette una tale distruzione creativa e un tale adattamento alle nuove circostanze, non potrà crescere in modo sostenibile".

Una profonda crisi provocata dall'insostenibilità del debito pubblico e privato è stata tamponata incrementandolo e favorendo i peggiori debitori, determinando così una rovinosa allocazione delle risorse. La più difficile e impopolare alternativa era ed è rappresentata dalla paziente ricostruzione dei fattori di una sana e vitale crescita dell'economia reale. Riduzione della spesa pubblica consentita dalla creazione di un welfare sostenibile e orientato a favorire la produzione, conseguente diminuzione della pressione fiscale, miglioramento del capitale umano con la diffusione delle competenze matematiche, scientifiche e tecniche, riforma delle regole del mercato e delle istituzioni economiche, diretta a disincentivare la speculazione e a permettere una virtuosa allocazione delle risorse imperniata sull'aumento degli investimenti privati. 
Queste le misure necessarie che un governo lungimirante dovrebbe realizzare. I governi di quasi tutti i paesi hanno invece scelto un approccio monetario di ispirazione macroeconomica, spesso mal consigliati da economisti non stimabili eppure stimati. La politica per l'ennesima volta non ha conseguito i propri obiettivi fondamentali. Chi lavora o cerca un lavoro che non c'è scoprirà amaramente che la toppa è peggiore del buco.

sabato 15 agosto 2015

Mezzogiorno. Perseverare è diabolico.




       Il Mezzogiorno non riesce a superare lo stallo, una arretratezza che non ha trovato rimedio. Nicola Rossi su Il Foglio del 7 agosto 2015 delinea con lucidità i termini della questione:

"...bisogna essere fermi agli anni 80 per pensare che il problema del Mezzogiorno sia un problema di risorse (e anche allora i dubbi non mancavano). Bisogna aver passato gli ultimi vent'anni su Marte per pensare che la soluzione stia nei contratti di sviluppo o nel supporto pubblico ad attività economiche spesso fuori mercato. Più precisamente, bisogna essere terribilmente a corto di idee per pensare che si possa invertire un trend facendo esattamente le stesse cose che lo hanno determinato".

"Il peso dell'operatore pubblico nell'economia meridionale è largamente superiore a quello osservato nell'economia centro-settentrionale ed è andato crescendo nell'ultimo quindicennio. Per fare solo un esempio, i beni e servizi messi a disposizione del settore privato dall'operatore pubblico nel Mezzogiorno valevano nel 2000 poco meno del 30 per cento del prodotto dell'area (contro il 15 per cento circa del centro-nord). Oggi si attestano intorno al 34 per cento (contro il 17 per cento del centro-nord). Ciò nonostante (o forse esattamente per questo motivo) il Mezzogiorno non regge il confronto in tutti ma proprio in tutti gli indicatori di efficacia ed efficienza dell'operatore pubblico". 

"L'istruzione, la giustizia civile, la sanità, la sicurezza e l'ordine pubblico, la qualità dei servizi ambientali, i trasporti pubblici locali, il servizio idrico, la gestione dei rifiuti, i servizi di cura: in tutti i campi in cui servirebbe un operatore pubblico efficiente (se non altro come regolatore), nel Mezzogiorno manca pur non mancando le risorse. Rapida traduzione per chi vuole correre a fare un bagno: in un'economia e in una società già strutturalmente deboli, quelli che si moltiplicano senza sosta sono soprattutto (o solo) i canali di intermediazione politica e burocratica e con essi il volume di risorse quotidianamente sottratto alle scelte dei singoli e a una allocazione efficiente. C'è bisogno di aggiungere molto altro? Ci vuole così tanto per capire che le risorse pubbliche nel Mezzogiorno non sono la soluzione ma sono spesso e volentieri parte integrante del problema?".

Nel Mezzogiorno italiano sono eclatanti e smisurati i problemi che affliggono l'intero paese. L'intermediazione pubblica delle risorse è eccessiva e largamente inefficiente. Le istituzioni pubbliche sottraggono spazio e risorse a una società che può e deve trovare in sè le motivazioni e i mezzi per arrestare il declino e ripartire. Il settore pubblico rientri nei propri argini e svolga con efficienza i propri compiti fondamentali.  Il dibattito pubblico si riorienti e determini una chiara consapevolezza: è assurdo tentare di curare un alcolista cronico somministrando generosamente bottiglie di superalcolici.

sabato 8 agosto 2015

Health saving account. Il conto corrente sanitario.




Il conto corrente sanitario (health saving account) è un conto corrente obbligatorio o incentivato con agevolazioni fiscali vincolato al pagamento delle spese sanitarie. Le somme depositate dal titolare o da altri diventano di proprietà dello stesso. Se non utilizzate per cure mediche si accumulano con finalità previdenziali. In diversi paesi rappresenta una diffusa alternativa alle assicurazioni sanitarie private. Chi lo sceglie è spinto a prevenire le malattie con uno stile di vita più sano e ricorre ai trattamenti sanitari senza il filtro imposto dalle assicurazioni.
Sono numerosi gli strumenti che consentirebbero di ridurre l'ampiezza del costosissimo e inefficiente servizio sanitario nazionale. A chi giova un sistema siffatto, che rappresenta uno degli alibi più suggestivi di un'intermediazione pubblica della ricchezza prodotta dal paese che supera il cinquanta per cento? Come ridurre la pressione fiscale senza incidere sui settori più ampi della spesa pubblica? Come dare efficiente osservanza all'art. 32 della Costituzione italiana, che garantisce cure gratuite solo agli indigenti?
Non esiste una reale possibilità che l'Italia riprenda la via dello sviluppo senza l'adozione di soluzioni coraggiose che facciano perno sulla responsabilità e la libertà del cittadino. Il dibattito pubblico va in altre direzioni, ma la realtà s'impone sempre.

domenica 2 agosto 2015

Il calabrone Italia non riesce a volare.




I recenti dati sull'occupazione italiana sono deludenti. Antonella Cinelli su Reuters del 31 luglio 2015 ne ha dato così conto:

" Il tasso di disoccupazione italiano nel mese di giugno torna a salire, al 12,7% dal 12,5% di maggio, con quello giovanile che fa registrare il livello più alto dal 1977 confermando la lentezza delle ripresa dell'economia dopo un triennio di recessione".

"I dati sui disoccupati sono una cattiva notizia per il governo di Matteo Renzi che sulla riforma del mercato del lavoro ha puntato gran parte del suo prestigio politico.
La fotografia dell'Istat è giunta pochi minuti prima che Eurostat attestasse un tasso di disoccupazione dell'Eurozona fermo all'11,1% e a pochi giorni dal rapporto del Fondo monetario internazionale secondo il quale l'Italia impiegherà 20 anni per tornare ai livelli occupazionali precedenti la crisi economico-finanziaria".

"A giugno il tasso di occupazione è pari al 55,8%, in calo di 0,1 punti percentuali su mese e invariato su anno. Gli occupati sono 22,297 milioni, 22.000 in meno rispetto a maggio e 40.000 in meno su anno.
Il tasso di disoccupazione nella fascia di età 15-24 anni è cresciuto al 44,2% dal 42,4% del mese precedente, record dall'inizio delle serie storiche".

Secondo una nota leggenda il calabrone, in italiano correttamente il bombo, non dovrebbe volare perché troppo pesante in rapporto alla superficie alare. Nella realtà vola tranquillamente, grazie alla velocità del battito delle ali.
Il calabrone Italia invece, appesantito da pressione fiscale, spesa pubblica fuori controllo, welfare insostenibile, fallimento delle autonomie regionali, criminalità organizzata, burocrazia, qualità del capitale umano e declino demografico, non dovrebbe volare e non vola. 
Per riprendere a volare deve rapidamente intervenire sulle zavorre che lo frenano, nel rispetto degli ordini di grandezza. Purtroppo le misure proposte da governo e opposizione sono risibili per pochezza o addirittura controproducenti e pericolose. Il dibattito pubblico non riesce a denunciarne l'inadeguatezza. Non è un miracolo che fa volare il calabrone e non sarà un miracolo a ridare al nostro paese la capacità di volare.

lunedì 27 luglio 2015

25 luglio 1943. Il regime mussoliniano cadde sotto i colpi dei suoi migliori esponenti.

Dino Grandi


Ha scritto Elena Aga Rossi:

"La caduta di Mussolini il 25 luglio fu il risultato di due successive iniziative, entrambe maturate all'interno del regime: il voto di sfiducia del Gran Consiglio, il massimo organo del fascismo, e la decisione del re Vittorio Emanuele di chiedere le dimissioni al duce. Mussolini aveva accettato di convocare il Gran Consiglio del fascismo, che non si riuniva dal 1939, probabilmente per affrontare gli oppositori interni e metterli in minoranza; invece dopo un'accesa discussione che si prolungò per diverse ore, la mozione presentata da Grandi in cui si chiedeva al re di riassumere i poteri costituzionali fu messa ai voti e fu approvata con diciannove voti contro sette. Il giorno seguente il re prese finalmente l'iniziativa non soltanto di sostituire Mussolini con il generale Badoglio, ma anche di farlo arrestare, cogliendo totalmente di sorpresa il duce, convinto di poter contare sull'appoggio del re. In poche ore veniva posto fine in maniera  indolore ad un regime durato venti anni. L'opposizione antifascista non ebbe alcun ruolo nel rovesciamento di Mussolini... (Elena AGA ROSSI, Una nazione allo sbando, L'armistizio italiano del settembre 1943 e le sue conseguenze, 2006, p. 71).

Furono i più intelligenti e lungimiranti gerarchi fascisti, Dino Grandi, Giuseppe Bottai, il genero del duce Galeazzo Ciano, a offrire al re l'occasione di far cadere Mussolini nei modi previsti dalle leggi costituzionali. Questi stessi esponenti del regime, con Italo Balbo ucciso in Libia poco dopo l'entrata in guerra, si erano opposti strenuamente alla partecipazione dell'Italia al conflitto a fianco della Germania nazista.
Singolare paese questo, che spesso si fa governare dai peggiori. Mussolini, uomo privo di vere intelligenza e cultura, avido di potere, all'interno del movimento fascista ebbe la meglio su Grandi e Balbo, poi emarginati. Il peggiore prevalse sui migliori, ma cadde per iniziativa di questi.

domenica 19 luglio 2015

La Chiesa cattolica e la Rivoluzione francese. Il seme del totalitarismo.




La Rivoluzione francese viene spesso presentata come la fucina delle libertà e dei diritti contemporanei. Quasi una necessaria conseguenza pare a molti l'ostilità della Chiesa cattolica  verso quelle idee e quei rapidi mutamenti. Diverse indicazioni si traggono dalla insuperata storia della Rivoluzione francese di Furet e Richet (Francois FURET e Denis RICHET, La Rivoluzione francese, Tomo primo, 1998, p. 154 e segg.):

"La maggior parte del clero e dei fedeli avevano sposato la causa patriottica. L'abolizione della decima ... e la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici... non avevano gravemente compromesso i rapporti fra Chiesa e Stato".

"Fra Chiesa e Stato... si scaverà a poco a poco un abisso su due punti particolari: la tolleranza e l'intervento del potere temporale in campo spirituale".

"... assai più grave fu la pretesa dei legislatori...di avere poteri decisionali sovrani in materie attinenti al campo spirituale e a quello temporale al tempo stesso".

Così furono sciolte le congregazioni religiose fondate sui voti perpetui, tranne quelle che si dedicavano all'assistenza e all'insegnamento. Fu votata la Costituzione civile del clero, che sottrasse al papa l'investitura spirituale. I preti che esercitavano funzioni pubbliche furono obbligati a prestare giuramento alla Costituzione.

"...lo scisma provocherà  nella mentalità collettiva una pericolosa spaccatura...Nella strategia controrivoluzionaria entrano così in linea delle formidabili masse di manovra".

La Rivoluzione francese non riuscì, a differenza di quella americana, a consolidarsi come movimento dei diritti e delle libertà. Ne seguì l'ostilità dei cattolici, che nacque soprattutto come resistenza all'emergere di tendenze totalitarie. Qui è il seme del totalitarismo che insanguinò il Novecento. Questa è la chiave di lettura  per comprendere i rapporti successivi tra la Chiesa e la sinistra europea.                                                                                                                            

domenica 12 luglio 2015

Crisi. Le disuguaglianze che fanno male.






Papa Francesco e gli economisti più noti, i politici emergenti e i clienti del bar sotto casa, tutti parlano delle disuguaglianze, delle loro origini, portata e conseguenze. Alberto Mingardi sul Corriere della Sera del 12 luglio 2012 offre un'analisi saldamente ancorata al pensiero liberale:

"Per la gran parte della storia umana, la normalità è stata la stagnazione. Davanti al grande fatto della storia moderna, a questa incredibile moltiplicazione di pani, pesci e bocche da sfamare, l'intellettuale occidentale alza il ditino. Al capitalismo rimprovera di rendere i ricchi sempre più ricchi, e i poveri sempre più poveri. A dire il vero, il capitalismo ha inventato gli uni e gli altri. La società tradizionale era fatta di «stazioni»: uno doveva restare laddove era nato. Il denaro non determinava la classe sociale di appartenenza: lo faceva la nascita. La società di mercato ha aperto il recinto. La rivoluzione industriale trasforma la mobilità sociale, da fatto episodico, nella quotidianità di milioni di persone".

"Ma il problema non risiede nella distanza fra i ricchi e i poveri: quanto, piuttosto, nel modo in cui i ricchi sono diventati tali. Bisogna constatare che alcune, strepitose fortune sono possibili non perché subiamo un eccesso di «neoliberismo» (libera iniziativa, deregolamentazione, eccetera): ma perché lo Stato intermedia, in Europa, grosso modo la metà del Pil. Il pubblico si sostituisce al mercato come arbitro del successo: fabbrica norme che, ovviamente in nome di un qualche interesse superiore, decidono il risultato della gara competitiva prima della partenza. Nell'«1 per cento» dei più ricchi, c'è chi non vive della preferenza che gli accordano i consumatori: ma di appalti, innovazioni lautamente sussidiate, rendite privatamente lucrose e pubblicamente giustificate in nome di qualche interesse superiore. Non è un fenomeno nuovo, nella storia del «capitalismo reale». Mai però aveva interessato settori tanto ampi delle nostre economie".

"... oggi appare in pericolo una delle più apprezzate «creazioni» del capitalismo: la classe media. Le diseguaglianze appaiono più tollerabili quando prevale un'impressione di dinamismo sociale. I figli degli operai hanno potuto diventare dottori non solo grazie all'istruzione pubblica e gratuita ma soprattutto perché una certa, sobria «serenità» finanziaria era un obiettivo a portata di tutti. Oggi la tassazione strangola i redditi delle classi medie. La mobilità sociale è passata anche attraverso il risparmio. Le rinunce dei padri pagavano gli studi e la prima casa dei figli. I tassi per impieghi del risparmio poco rischiosi sono ormai stabilmente prossimi allo zero: il che va benissimo per chi può permettersi scommesse ardimentose, ma umilia le «formichine»".

"Ma tasse e scelte di politica monetaria oggi frenano quel dinamismo sociale che del capitalismo è stato un (apprezzato) sottoprodotto. L'obiettivo di chi accende i riflettori sulle disuguaglianze è giustificare imposte più alte sui «ricchi», non ridurre le rendite che alcuni percepiscono per buona grazia del sovrano".

L'ottimo articolo di Mingardi ci porta a delineare un programma realistico. Il pericolo più grande per i liberali è conservare un approccio ideologico, che non fa i conti con l'inadeguata diffusione della visione liberale e con la forza dei suoi avversari.
I puristi del liberalismo (ma non il nostro Luigi Einaudi) hanno a lungo avversato le idee di Wilhelm Röpke, l'economista consigliere di Adenauer. Quegli stessi puristi oggi guardano con ostilità all'economia tedesca, segnata anche da tratti dirigisti e statalisti. Eppure, per tanti versi, oggi la Germania costituisce l'ultima grande economia europea liberale. L'ultima importante opinione pubblica che resiste alle illusioni della politica monetaria è proprio quella tedesca. Il governo tedesco mette le sfide della globalizzazione e della rivoluzione tecnologica al centro del dibattito pubblico.
La crisi greca pone l'Europa davanti a scelte decisive. Come ha ben scritto Danilo Taino sul Corriere della Sera del 12 luglio 2015:

"A Berlino si sospetta che Hollande voglia evitare che l’uscita di Atene dall’euro apra un varco per una riforma forte dell’eurozona. Una riforma che avverrebbe sulle linee della Germania, cioè di una maggiore integrazione non solo di bilancio ma anche delle riforme strutturali e in prospettiva del governo europeo. Sarebbe un’Europa sempre più tedesca, che Parigi non vuole. Meglio dunque la scelta conservatrice, dal punto di vista di Hollande: continuare con Atene come si è fatto per cinque anni, anche a costo di un nuovo programma di aiuti che difficilmente sarà risolutivo per la Grecia; l’importante è non creare il caso, la Grexit, che costringa a fare riforme «merkeliane»". 

Il riformismo liberale in Europa, e non solo, oggi si manifesta nel programma di riforme strutturali tedesco. Per molti liberali un rospo da ingoiare. Ma sarebbe un errore cadere in un massimalismo sterile, nemico del possibile.

domenica 5 luglio 2015

Grecia. Le ragioni di Merkel sono quelle dell'Europa.




Con il referendum si mette in scena un altro atto della tragedia greca dei nostri giorni.
Gian Luca Clementi  su Il Sole 24 Ore del 30 giugno 2015 ha scritto:

"Ora che siamo al redde rationem per la Grecia, il comportamento della BCE e del Consiglio europeo, di cui la signora Merkel è membro di spicco, guiderà la determinazione delle aspettative di mercato per ulteriori episodi che potrebbero interessare altri paesi membri, tra cui l’Italia. La percezione che le istituzioni europee diano al governo greco ulteriore sostegno finanziario senza che quest’ultimo si impegni nell’implementare il fatidico piano di riforme, costituirebbe il segnale di via libera per gli Tsipras in erba che crescono rigogliosi ovunque la situazione economica avversa produca malcontento.
I vari Salvini e Grillo, per citare due tra i capipopolo del movimento populista no-euro in Italia, avrebbero un argomento efficace per convincere un elettorato sensibile che il governo dovrebbe sottrarsi al patronaggio delle istituzioni europee e calarsi senza indugio in programma di spese a gogò. È ovvio che, se avessero successo nella loro opera di convinzione, faremmo una fine davvero tragica. E con noi tutta l’Europa".

Sul Corriere della Sera del 1 luglio 2015 anche Danilo Taino sottolinea il ruolo di Merkel:

"In questa cornice, fare la scelta di dare denaro ad Atene senza un programma di riforme avrebbe voluto dire non solo mettersi contro tutti, in Germania e in Europa: avrebbe significato soprattutto rimuovere la pietra angolare dell’Eurozona a 19 Paesi, cioè il fatto che l’unico modo per sperare di stare assieme in un’Unione monetaria è rispettarne le regole. Superata quella linea rossa, liberi tutti, qualsiasi cosa sarebbe potuta succedere. Lunedì ha spiegato che se l’Europa rinnegasse i suoi principi «anche solo momentaneamente, nel medio e lungo termine ne soffrirebbe i danni». Tra cercare di vincere una battaglia sbagliata e cercare di vincere una guerra giusta, la cancelliera ha scelto la seconda strada. E ha dunque modificato il paradigma: salvare l’euro per salvare l’Europa non comporta più l’obbligo di salvare Atene". 

Di quale Europa abbiamo bisogno? Come fronteggiare i  problemi della competizione economica mondiale? Come tornare a una crescita sana, vitale, capace di creare nuova occupazione?
La risposta del governo tedesco è chiara: conti pubblici sotto controllo, welfare sostenibile, tutela del risparmio, ricostituzione di un adeguato capitale umano con la diffusione delle competenze tecnico-scientifiche, riforma del diritto del lavoro, innovazione produttiva, riduzione della pressione fiscale, ripresa degli investimenti privati, ripristino di una normale certezza del diritto.
Nel dibattito pubblico tedesco emergono i problemi dell'economia reale e possibili soluzioni. E' un chiaro segnale della capacità del paese di affrontare costruttivamente la crisi. Angela Merkel, chiedendo alla Grecia uno sforzo serio e riforme incisive, rifiuta l'Europa delle illusioni e del declino produttivo per promuovere quella dello sviluppo, della produzione, dell'innovazione, della competitività, di un realistico approccio ai problemi posti dalla globalizzazione e dalle nuove tecnologie.
Le ragioni di Merkel sono dunque quelle dell'Europa. 

venerdì 26 giugno 2015

Al gioco delle banche centrali vince il mondo della finanza.




Anche il quotidiano della Confindustria ha cantato le lodi delle misure non convenzionali adottate dalle principali banche centrali. Ora, finalmente, la disillusione pare prendere il sopravvento. Su Il Sole 24 Ore del 26 giugno 2015 Enrico Marro presenta una efficace sintesi:

"L'iperattività delle banche centrali, che stanno inondando il mondo di liquidità con tassi a zero, ha incoronato un vincitore indiscusso: i mercati finanziari".

Il “divaricarsi” della forbice tra profitti di Borsa e crescita reale ha portato a un parallelo divaricarsi della forbice tra ricchi e poveri... E non si tratta solo degli States: l'allargamento delle disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza è un fenomeno mondiale".

"Ma la politica monetaria delle banche centrali ha incoronato un altro vincitore. «Abbassando i tassi di interesse e dichiarando un obiettivo più alto di inflazione, la banca centrale favorisce tutti gli indebitati – spiega Alessandro Picchioni, Responsabile investimenti di WoodPecker Capital - specialmente quelli cronici»". 

"Fin qui i vincitori. Vediamo i perdenti. Secondo Picchioni, non c'è dubbio che il “taxpayer” sia il predestinato a perdere nella partita delle banche centrali: «abbassando i tassi di interesse e dichiarando un obiettivo più alto di inflazione, la banca centrale favorisce tutti gli indebitati, specialmente quelli cronici, il tutto alle spese del “taxpayer” che a parità di carico fiscale si vede ridotto il proprio potere d'acquisto». Senza contare che le classi media e bassa, già vittime della tendenza alla polarizzazione delle retribuzioni, sono state tagliate fuori dalla profittevole corsa delle Borse perché prive di ampie risorse finanziarie".

"«Molto spesso in queste circostanze si crea anche una frattura importante nell'ambito della categoria – spiega ancora Picchioni - per cui, vuoi per un malfunzionamento dell' ”ascensore sociale”, vuoi per la progressiva concentrazione di ricchezza nelle mani di una sparuta minoranza, la maggioranza dei “taxpayers”, sempre più povera, finisce per perdere progressivamente potere di acquisto e con questo fiducia nel futuro»". 

L'occupazione non migliora, si divarica la forbice tra ricchi e poveri, la pressione fiscale non diminuisce, l'"ascensore sociale" non funziona, i risparmiatori vengono penalizzati per favorire i grandi debitori. Questa è la realtà della economia influenzata dalle misure delle banche centrali. 
Ci sono alternative? Bisogna intervenire sui fattori di crescita dell'economia reale. Diffondere le conoscenze matematiche, scientifiche e tecniche, ridurre la spesa pubblica applicando anche ad essa il principio di progressività e controllando le dinamiche delle prestazioni sociali, diminuire così la pressione fiscale, ripristinare gli stimoli all'impegno individuale, eliminare la burocrazia non necessaria, uniformare le regole nella economia globalizzata, raggiungere una buona certezza del diritto, disciplinare l'immigrazione per consentire una adeguata remunerazione di alcuni dei più importanti lavori non qualificati, aprire le professioni alla concorrenza, colpire il capitalismo relazionale e clientelare.
Questa è l'alternativa alla demagogia e alle illusioni spacciate da chi vuole perpetuare i vecchi privilegi e/o crearne di nuovi.

sabato 20 giugno 2015

Napoleone a Waterloo. La storia fatta da criminali.




Due secoli sono passati dall'ultima battaglia di Napoleone: Waterloo. Dopo tale definitiva sconfitta uscì di scena. Questo ennesimo massacro dove le sue truppe furono vittime e carnefici è in questi giorni ricordato in modi spesso discutibili. Il bicentenario rappresenta in realtà una buona occasione per riflettere sulla storia del potere politico. Su questo tema  scrisse lucidamente Karl Popper:

"Non esiste una storia dell'umanità, ci sono solo molte storie dei vari aspetti della vita umana. E uno di questi è la storia del potere politico. Questa viene innalzata a storia universale. Ma ritengo che ciò costituisca un'offesa a ogni onesta concezione dell'umanità. Non è per nulla meglio che considerare la storia della malversazione, o del latrocinio, o del veneficio, come storia dell'umanità; infatti, la storia della politica non è nient'altro che la storia del crimine internazionale  e dell'omicidio  di massa, compresi, a dire il vero, alcuni dei tentativi per eliminarli. Questa storia viene insegnata nelle scuole, e molti dei più grandi criminali vengono presentati come eroi".

"Una storia concreta dell'umanità, se ne esistesse una, dovrebbe essere la storia di tutti gli uomini. Dovrebbe essere la storia di tutte le speranze, di tutte le lotte  e di tutte le sofferenze umane. Non esiste infatti nessun uomo che sia più importante di un altro. Chiaramente, questa storia concreta non può essere scritta. Dobbiamo procedere per astrazioni, esclusioni, scelte. Ma con questo arriviamo a molte storie; e, fra esse, a quella storia del crimine internazionale e dell'omicidio di massa che  è stata propagandata come la storia dell'umanità". (Karl POPPER, C'è un senso nella storia?, in Dopo La società aperta, 2009, p. 152).

Napoleone, come i suoi rivali, è stato un grande criminale, uno dei grandi assassini protagonisti della storia del potere. Dunque la guerra è sempre ingiusta? Mai più la guerra? Questa è un'altra storia.

sabato 13 giugno 2015

2015. L'Italia secondo la Corte dei conti.




L'11 giugno 2015 la Corte dei conti ha presentato il  Rapporto 2015 sul coordinamento della finanza pubblica. Con tale documento "la Corte dei conti fornisce al Parlamento e al Governo una valutazione sull'adeguatezza e sulla rispondenza degli strumenti individuati a presidio del coordinamento della finanza pubblica. Un esame che è preceduto, come ogni anno, da una analisi degli andamenti macroeconomici e da una valutazione delle prospettive della finanza pubblica nel successivo triennio, anche alla luce dei risultati di consuntivo dell’esercizio passato". Le considerazioni della Corte sono di grande interesse:

"...la spesa primaria corrente è invece aumentata di 16 miliardi, spingendo in direzione di un maggiore indebitamento. Il Rapporto sottolinea, tuttavia, come quest’ultimo risultato sia, però, attribuibile alla sola componente per prestazioni sociali: al netto di questa voce, la spesa primaria corrente è diminuita, nel periodo, di quasi 21 miliardi".

"Un ambiente macroeconomico espansivo sarà necessario per un effettivo allentamento della pressione fiscale. Non possono infatti sottovalutarsi le incertezze che riguardano la possibilità di realizzare pienamente il programma di spending review, a motivo degli ampi risparmi già conseguiti per le componenti più flessibili (redditi e consumi intermedi) e per il permanere di un elevato grado di rigidità nella dinamica delle prestazioni sociali. E’ questo un punto di snodo che deve portare all’attenzione il fatto che un duraturo controllo sulle dinamiche di spesa può ormai difficilmente prescindere da una riscrittura del patto sociale che lega i cittadini all’azione di governo e che abbia al proprio centro una riorganizzazione dei servizi di welfare".

" Poca attenzione è stata, infatti, rivolta al fatto che le condizioni di sostenibilità di lungo periodo della finanza pubblica richiedono, al nostro paese, la costruzione di una traiettoria macroeconomica ambiziosa, caratterizzata da saggi di crescita del Pil e della produttività non inferiori all’1,5 per cento anno e da un ritorno della disoccupazione al tasso del 7 per cento. Si tratta di uno scenario non conseguibile in assenza di interventi profondi, capaci di accelerare la dinamica della produttività totale dei fattori. E’ in questo ambito di sostenibilità che deve tornare centrale la discussione sul programma di riforme strutturali".

L'incremento della spesa corrente per prestazioni sociali determina un aumento insostenibile dell'indebitamento pubblico. Permane "un elevato grado di rigidità nella dinamica delle prestazioni sociali".  Per ridurre adeguatamente la spesa pubblica e la pressione fiscale occorre riformare il welfare, ridisegnando i confini dell'intervento pubblico e lo stesso perimetro dello stato. Sono necessarie profonde riforme strutturali, capaci di migliorare la produttività e incidere sui principali fattori di crescita. Il dibattito pubblico deve riorientarsi, concentrandosi su questi temi fondamentali.
L'analisi della Corte basta a suggerire un serio programma di governo e una efficace attività di riforma, entrambi assenti da lungo tempo. Purtroppo quando la democrazia non si accompagna a una costante educazione alla libertà e alla responsabilità la demagogia è destinata a prevalere. 

domenica 7 giugno 2015

Tocqueville. In una società libera l'individuo non è solo.




Su Il Sole 24 Ore del 16 maggio 2015 Fabrizio Forquet  ci ha richiamati alla realtà:

"Ma non è certo solo un problema di pensioni. Dopo anni di Pil in continua ascesa, l’Italia negli anni 70 si è potuta dare il servizio sanitario pubblico più universale dell’Occidente. Un fiore all’occhiello (per molti versi, non tutti) del nostro welfare. Ma non più sostenibile nella sua universalità con il saldo di entrate e uscite che il settore pubblico oggi si ritrova. A meno di non affossare definitivamente il sistema produttivo con un livello di tassazione inaccettabile. Il nuovo contesto economico, evidentemente, impone anche qui di superare la teoria dei diritti intoccabili e di avviare una serena discussione sulla riduzione del perimetro dello Stato, aprendo a forme di copertura assicurativa per le fasce di reddito più elevate".

Per ridurre le tasse occorre ridurre la spesa pubblica. Per diminuire adeguatamente la spesa pubblica bisogna tornare alla Costituzione, applicando anche a tale spesa il principio di progressività.  E' dunque necessario ridisegnare il perimetro dello stato, lasciando alla maggior parte dei cittadini la responsabilità della propria salute, della educazione dei giovani, di un reddito sufficiente in caso di malattia e vecchiaia.
Ma in una società libera gli individui educati alla libertà non sono atomi sciolti da ogni relazione. Tocqueville, uno dei grandi precursori del liberalismo contemporaneo, ha scritto:

"...presso i popoli democratici tutti i cittadini sono indipendenti e deboli, non possono quasi nulla da soli e nessuno di loro può obbligare gli altri a prestargli aiuto. Quindi, se non imparano ad aiutarsi liberamente, cadono tutti nell'impotenza".

"Presso i popoli democratici sono le associazioni che devono tenere il posto delle forze individuali fatte sparire dall'eguaglianza delle condizioni".

"Fra le leggi che reggono le società umane, ve ne è una che appare più chiara e precisa di tutte le altre:  perchè gli uomini restino civili o lo divengano, bisogna che l'arte di associarsi si sviluppi e si perfezioni presso di loro nello stesso rapporto con cui si accresce l'eguaglianza delle condizioni". (Alexis DE TOCQUEVILLE, La democrazia in America).


Anche nel delicato settore oggi lasciato al welfare associazioni, comitati e cooperative consentono agli individui di conseguire risultati altrimenti irraggiungibili.

sabato 30 maggio 2015

Mussolini anticristiano. L'ammirazione ingiustificata.





Galeazzo Ciano è stato genero e ministro degli Esteri di Mussolini. Il suo diario è ovviamente una fonte preziosa. L'8 agosto 1938 Ciano ha scritto:

"Il Duce è molto montato sulla questione della razza e contro l'Azione Cattolica...E' violento contro il Papa. Dice: "...Basterebbe un mio cenno per scatenare tutto l'anticlericalismo di questo popolo, il quale ha dovuto faticare non poco per ingurgitare un Dio ebreo". Mi  ripete la sua teoria di cattolicesimo-paganizzazione del cristianesimo: " Per questo io sono cattolico e anticristiano"". 

Il 22 agosto dello stesso anno Ciano annota sul suo diario:

"Sembra che il Papa abbia fatto ieri un nuovo discorso sgradevole sul nazionalismo esagerato e sul razzismo. Il Duce ...si propone di dare un ultimatum: "...Se il Papa continua a parlare, io gratto la crosta agli italiani e in men che si dica li faccio tornare anticlericali. Al Vaticano, sono uomini insensibili e mummificati. La fede religiosa è in ribasso: nessuno crede a un Dio che si occupa delle nostre miserie. Io disprezzerei un Dio che si occupasse delle vicende personali dell'agente di Polizia fermo all'angolo del Corso"" (Galeazzo CIANO, Diario 1937 - 1943, 1990, pp. 163 e 167).

Questo è il Duce che ha condotto il suo paese a una sconfitta rovinosa. Un uomo privo di vera cultura, pervaso da una accesa visione anticristiana. E' dunque impossibile conciliare fede cattolica e ammirazione per Benito Mussolini. I cattolici che tale ammirazione conservano sono chiamati a rivedere la loro posizione. 

venerdì 22 maggio 2015

Medio Oriente. Il fallimento è di Obama.



 


Sul Corriere della Sera del 22 maggio 2015 Massimo Gaggi dà conto del disastro che si sta compiendo in Medio Oriente:

"Non si tratta solo della scarsa efficacia di una strategia basata su attacchi dal cielo condotti prevalentemente coi droni: la caduta di Palmira in Siria e, ancor più, quella di Ramadi in Iraq, sono il termometro di un fallimento ben più vasto...".

L'avanzata di ISIS non viene adeguatamente fronteggiata e non si arresta. Gaggi così prosegue:
"... adesso per l’Iraq, anche al di fuori dei circoli repubblicani, si comincia a parlare apertamente di strategia fallimentare di due presidenti. Certo, Obama aveva ereditato da Bush una situazione impossibile a Bagdad: l’invasione del 2003 aveva eliminato Saddam Hussein e la sua classe dirigente sunnita senza riuscire a costruire, come da promesse, uno Stato democratico e multietnico. Il presidente democratico ha, in diversi modi, cercato il disimpegno. Lo ha fatto ritirando i soldati dal Paese, responsabilizzando la nuova dirigenza locale, favorendo un ricambio al vertice quando il regime di Al Maliki è divenuto apertamente filo-iraniano, rendendo così impossibile il dialogo con i sunniti". 

E' falso che Obama abbia ereditato da Bush una situazione impossibile a Bagdad. Nel gennaio 2007 Bush nominò il generale David Petraeus comandante delle forze Usa in Iraq, con l'incarico di aumentare le truppe statunitensi nel territorio e di prenderne il controllo. In realtà il "surge" iraqeno sotto il comando di Petraeus ebbe successo e Bush consegnò a Obama un Iraq sulla via della pacificazione.
Il disastro di oggi nasce proprio dal rovesciamento della linea Bush realizzato da Obama con un ritiro rapido ed improvvisato dal paese. Allo stesso Obama si deve il successivo fallimentare "surge" USA in Afghanistan. L'attuale presidente ha dunque gravissime responsabilità. Ma chi nei media occidentali l'ha sostenuto con una martellante propaganda tali responsabilità condivide.

sabato 16 maggio 2015

Economia globale. La realtà refrattaria.





Su Il Sole 24 ORE del 15 maggio 2015 Maitre_à_panZer offre un'analisi fuori del coro del mercato del lavoro inglese:

"La crescita più esaltante la osservo guardando la curva dei self-employed, che rimane sotto 100 fino alla metà del 2009 e poi inizia a crescere senza sosta, arrivando a sfiorare 120 nella seconda metà del 2014, scendendo poco sotto ai primi di quest’anno".

"Ne deduco che gran parte della crescita dell’occupazione nel mercato del Regno Unito dipende da loro: quelli che si sono messi in proprio. E non è strano che sia così: una volta che un lavoratore si mette in proprio e si cancella dalla lista dei disoccupati, automaticamente la sua posizione non viene più conteggiata nelle statistiche della disoccupazione".

"Questa curiosa evoluzione statistica, tuttavia, porta con sé una conseguenza che gli economisti chiamano “puzzle della produttività“. Un altro grafico, infatti, ci mostra l’andamento del Pil britannico, cresciuto del 4% dal 2008, e lo confronta con la produttività pro capite che, fatto 100 l’indice del 2008, viaggia da allora sotto quel livello.Ne deduco che uno può pure autoimpiegarsi e così far scendere la disoccupazione. Ma ciò non vuol dire che riesca a produrre e vendere qualcosa che sia statisticamente significativo".

A queste condivisibili considerazioni si possono aggiungere utilmente le statistiche sull'occupazione USA, ferma dall'inizio dell'anno e lontana dal tasso del 2007. Pare a molti che le economie statunitense e britannica abbiano retto meglio di altre l'urto della crisi. Ma dove finisce la propaganda e dove comincia la realtà?
La maggior parte dei governi, sostenuta con fedeltà canina da stimati economisti, non ha affrontato i grandi problemi di una disordinata globalizzazione e non ha inciso apprezzabilmente sui fattori fondamentali dell'economia reale. Fare i conti con la realtà  è difficile. Troppo si è corso nella direzione sbagliata. Come tagliare spesa pubblica e tasse? Come ridurre il soffocante peso del welfare? Come ripristinare certezza del diritto e adeguati stimoli all'impegno individuale? Come migliorare il capitale umano fiaccato dalla caduta di tradizioni, educazione e istruzione? Come dare regole comuni alla economia globale?
Si tratta dunque di una realtà dura e refrattaria, dove ogni questione ha mille facce e ogni possibile rimedio produce conseguenze indesiderate. Quanto pagheremmo un buon smartphone concepito e costruito in Italia da imprese tassate all'italiana, con la produttività italiana? Ma quanto sarebbe doloroso correggere davvero i vizi di sistemi non più competitivi?

domenica 10 maggio 2015

Capitale umano. Incompetenti disoccupati.




Thomas Manfredi su linkiesta.it del 6 maggio 2015 dà conto delle proteste di insegnanti e studenti contro la riforma Renzi della scuola italiana:

"I cortei di protesta contro la riforma della scuola del Governo Renzi, passata agli onori e oneri della cronaca con il nome di “Buona Scuola”, annunciano il netto no della parte più sindacalizzata del nostro sistema scolastico ai principi che ispirano l’intervento governativo - già di per sé piuttosto traballante, a partire dalla mancata previsione di un sistema di valutazione oggettivo e stringente per gli insegnanti precari".

L' articolo ha soprattutto il merito di sottolineare la relazione tra competenze e crescita che produce buona occupazione:

"Il sistema formale d’istruzione, nonostante alcuni progressi recenti registrati dalle inchieste internazionali quali Pisa dell’Ocse, appare, a parte poche isole felici soprattutto nel Nord-est italiano, assolutamente incapace di preparare i nostri studenti al mondo del lavoro, che - ricordiamolo - non aspetta né sindacati né governi, per mutare e richiedere competenze nuove ai lavoratori. La velocità di cambiamento nel contenuto di skill è una delle caratteristiche più marcate delle nuove occupazioni, soprattutto legate all’economia digitale. Una scuola pachidermica, e che ancora ragiona con slogan da anni Settanta, è cosciente che nel mondo nulla o quasi si produce e si organizza come eravamo abituati anche solo prima della seconda metà degli anni 2000?".

Il tema è quello del capitale umano, fondamentale fattore economico. Il suo miglioramento non dipende dal numero degli insegnanti e degli studenti, nè dalla quantità di denaro gettato nello sgangherato calderone della scuola pubblica italiana. Occorrono piuttosto più operatori capaci di trasmettere sapere tecnico, matematico e scientifico e più studenti disposti ad acquisirlo. 
Con le eccezioni degli interventi del professor Luca Ricolfi e di pochi altri, manca nel dibattito pubblico italiano una adeguata discussione del problema. Senza una costante attenzione alle necessità della economia reale, nessun coniglio bianco estratto dal cappello dei banchieri centrali ci salverà.

venerdì 1 maggio 2015

Papa Francesco. No a un partito dei cattolici.




Radio Vaticana il 30 aprile 2015 ha dato conto di una importante "posizione espressa da Papa Francesco durante l’incontro avuto con gli appartenenti alle Comunità di vita cristiana e alla Lega Missionaria Studenti, organismi della famiglia dei Gesuiti". Francesco:

“Si sente: ‘Noi dobbiamo fondare un partito cattolico!’: quella non è la strada. La Chiesa è la comunità dei cristiani che adora il Padre, va sulla strada del Figlio e riceve il dono dello Spirito Santo. Non è un partito politico. 'No, non diciamo partito, ma … un partito solo dei cattolici': non serve e non avrà capacità convocatorie, perché farà quello per cui non è stato chiamato (…) Ma è un martirio quotidiano: cercare il bene comune senza lasciarti corrompere”.

Il papa mostra piena consapevolezza non solo dei tratti fondamentali della fede cristiana ma anche della prova complessivamente cattiva che hanno dato di sè i partiti dei cattolici nel Novecento. Basti pensare al Partito Popolare italiano, che non seppe contribuire efficacemente ad evitare la dittatura di Mussolini, al Zentrum cattolico tedesco, che non contrastò adeguatamente l'ascesa di Hitler, alla Democrazia Cristiana dopo la parentesi degasperiana e al sostanziale fallimento del partito cattolico francese (MRP) nel Secondo dopoguerra.
La memoria va al per molti aspetti  fatale crocevia dell'Età giolittiana.  In vista delle elezioni del 1913 i liberali del cattolico Giovanni Giolitti conclusero un accordo con l'Unione Elettorale Cattolica Italiana (UECI), un'associazione laicale diretta da Vincenzo Gentiloni, alla quale lo stesso papa Pio X affidò il compito di far partecipare i cattolici italiani alla vita politica. L'informale Patto Gentiloni ebbe grande successo. Con il suffragio universale maschile nel 1913 i liberali di Giolitti ottennero il 51% dei voti e 260 eletti su 508, 228 dei quali avevano sottoscritto gli impegni previsti dall'accordo. Giolitti era riuscito a far entrare i cattolici nelle istituzioni nate dal Risorgimento, nel segno di un liberalismo pragmatico e rispettoso di ogni libertà, religiosa compresa.
Papa Francesco di fatto ritorna alla analoga visione del suo predecessore Pio X. Altri pontefici consentirono invece l'affermazione in Italia di un partito cattolico, con esiti disastrosi.
Un  partito di cattolici fu fondato nel 1919 da don Luigi Sturzo. Il Partito Popolare di Sturzo si ispirava alla Dottrina sociale della Chiesa, con il programma di rinnovare a fondo la politica e la società italiane. Perseguendo questo ambizioso obiettivo si oppose al ritorno al governo del vecchio ma esperto Giolitti, solo statista italiano in grado di precludere a Mussolini la conquista del potere. Dino Grandi, forse il più intelligente gerarca fascista, ha espresso un duro giudizio sull'operato di Sturzo:

 "Il veto di Sturzo al ritorno di Giolitti fu in effetti il più grande servizio che il prete di Caltagirone avrebbe potuto rendere al movimento fascista per cui, non a torto, Sturzo è stato paradossalmente definito da taluni come uno dei padri della marcia su Roma" (Dino GRANDI, Il mio paese. Ricordi Autobiografici, ed.1985, pag. 157).

Una vicenda esemplare, che affonda le proprie  radici proprio nell'errata percezione della natura e della portata della religione cristiana.

sabato 25 aprile 2015

Aprile 1945. Liberazione dai nazisti, non dalla realtà.




Radio Vaticana ha chiesto alla professoressa Simona Colarizi di delineare il significato e l'eredità della Resistenza e della Liberazione. La brillante docente di storia contemporanea le ha rievocate come avvenimenti fondanti della libera democrazia italiana.
Su Il Foglio del 18 aprile 2015 Franco Debenedetti ha sottolineato che in Italia dal 2000 al 2013 la produttività del lavoro è "cresciuta dell`1,3 per cento, contro il 9,5 dell`Eurozona e il 26,1 in America; produttività totale dei fattori, che stima l`efficienza dei processi produttivi, diminuzione del 7 per cento, contro crescita nell`Eurozona dell`1,1 e del 10,5 per cento in America".
Le vicende dell'Italia repubblicana si spiegano mostrando i ritardi e i vizi della sua modernizzazione. E' evidente la crescente inefficienza economica, amministrativa ed istituzionale della democrazia italiana. Si tratta di una tendenza che si è manifestata rapidamente dopo la nascita della Repubblica e che ha subito una insostenibile accelerazione a partire dagli anni Novanta del secolo scorso.
Gli artefici della rinascita italiana dopo la Seconda guerra mondiale furono presto accantonati. Luigi Einaudi non fu rieletto alla presidenza della repubblica e Alcide De Gasperi fu costretto a uscire di scena già un anno prima della sua morte (1954). L'esplosione del debito pubblico, la corruzione dilagante, la soffocante pressione burocratica e fiscale, l'abbandono di intere regioni alla criminalità organizzata e la perdita di competitività delle nostre imprese segnano il declino della democrazia italiana.
La vitalità di una democrazia dipende largamente dalla sua efficienza, dalla sua capacità di risolvere problemi. La riflessione sui settanta anni dell'Italia repubblicana deve insistere su questo inscindibile legame.

sabato 18 aprile 2015

Grexit. Grecia fuori dall'euro.




Sul Corriere della Sera del 17 aprile 2015 Danilo Taino ha delineato la prospettiva sulla crisi greca che ormai prevale:

"Oggi di Grexit - cioè di uscita di Atene dall’euro - si discute invece apertamente a Berlino, in Europa e intensamente a Washington, al margine degli incontri primaverili dell’Fmi. E nessuno si terrorizza. 
È che fino a tre anni fa la Grecia era considerata tossica e contagiosa dal punto di vista finanziario. Oggi è considerata tossica e contagiosa dal punto di vista politico. Ma con una conseguenza opposta: allora, la convinzione era che la malattia si sarebbe diffusa se il Paese avesse abbandonato l’Unione monetaria, oggi si ritiene che si diffonderebbe se vi rimanesse nei termini in cui ci vuole restare il governo di sinistra radicale di Alexis Tsipras".

"...in molti governi europei - quello tedesco ma anche quelli olandese, spagnolo, portoghese, irlandese, slovacco - sta crescendo la convinzione che fare concessioni significative al governo di sinistra di Atene sarebbe tossico, nel senso che non solo darebbe forza a movimenti simili in altri Paesi ma anche stravolgerebbe e minerebbe le basi politico-economiche sulle quali sono stati costruiti cinque anni di interventi per affrontare la crisi dell’eurozona".

Il tema è rilevante in un ambito più ampio e fondamentale. Un decisivo fattore di buona crescita capace di creare occupazione adeguata per quantità e qualità è costituito dagli investimenti privati nella cosiddetta economia reale.
Tali investimenti si realizzano quando sono possibili e convenienti. Sono possibili e convenienti quando la liquidità non è inghiottita dalla facile speculazione e si muove in una ragionevole certezza del diritto e dei diritti.  Da questa prospettiva si colgono gli effetti perversi dei QE statunitense, giapponese ed europeo e vedono le conseguenze negative di una Grecia nell'euro "nei termini in cui ci vuole restare il governo di sinistra radicale di Alexis Tsipras".
Una Grecia libera di restare nell'Unione monetaria europea in tali termini rappresenterebbe un messaggio politicamente ed economicamente devastante. Politicamente perchè darebbe una formidabile spinta ai movimenti radicali europei. Economicamente perchè contribuirebbe a indebolire ulteriormente negli operatori in grado di investire la fiducia in una ragionevole certezza del diritto e dei diritti, che trae origine dalla loro puntuale osservanza, non da controproducenti e illusorie garanzie pubbliche.

domenica 12 aprile 2015

Italia. Lo sforzo di non riformare.

 


Perfino l'indulgente quotidiano della Confindustria usa la bacchetta. Su Il Sole 24 ORE del 12 aprile 2015 Fabrizio Forquet scrive:

"In Italia da troppo tempo si scrivono pessime leggi: incoerenti al loro interno e con la legislazione vigente - italiana ed europea - volutamente incomprensibili e piene di rinvii a successive norme attuative. Per non parlare delle finte “clausole di salvaguardia” che sono un modo truffaldino di  rinviare i nodi politici sulle coperture. Non c'è da sorprendersi, poi, se riforma dopo riforma il sistema Italia resta bloccato e inefficiente. Verrebbe da chiedere un time out: prima di fare le riforme riformate il modo di fare le riforme".

In realtà la prassi criticata appare perfettamente coerente con l'obiettivo di conservare l'esistente nella misura più ampia possibile, per non disturbare l'elettorato fortemente conservatore che ha espresso l'attuale maggioranza.
Con l'attivismo di facciata e una martellante propaganda si maschera l'intenzione di non mutare gli assetti fondamentali del paese. L'apparente movimento frenetico e il reale immobilismo richiedono uno sforzo continuo, lo sforzo di non riformare.
Questo gioco pericoloso a spese dei giovani, degli esclusi e dei non tutelati continuerà finché resteranno risparmi da esaurire e pazienze da mettere alla prova. Come è quasi sempre accaduto, sarà la grande storia a rivelare drammaticamente la pochezza dei ceti dirigenti italiani.

sabato 4 aprile 2015

Occupazione USA delude. Le cause profonde della crisi.




L'economia USA resta in difficoltà, nonostante la martellante propaganda che afferma il contrario. Così Vito Lops su Il Sole 24 ORE del 3 aprile 2015:

"Delude il dato sull'occupazione americana, e l’euro risale decisamente sul dollaro. Gli Stati Uniti, ha comunicato il Dipartimento del Lavoro, hanno creato in marzo solo 126 mila posti, mentre il tasso di disoccupazione è rimasto stabile al 5,5 per cento".

"Il dato è nettamente inferiore alle attese degli analisti, che scommettevano su 245 mila posti ed è il più basso incremento mensile dal dicembre del 2013. Il settore privato ha creato 129 mila posti, mentre quello pubblico ne ha tagliati 3 mila. Il tasso di partecipazione al mercato del lavoro è sceso al 62,7% dal 62,8 per cento".

Dal Dipartimento del Lavoro USA (3 aprile 2015):

"Total nonfarm payroll employment increased by 126,000 in March, and the unemployment
rate was unchanged at 5.5 percent, the U.S. Bureau of Labor Statistics reported today.
Employment continued to trend up in professional and business services, health care,
and retail trade, while mining lost jobs".

"Employment in other major industries, including construction, manufacturing, wholesale
trade, transportation and warehousing, information, financial activities, and government,
showed little change over the month".

I dati rilasciati ieri confermano la tendenza in atto. La modesta crescita del PIL USA non genera un adeguato aumento della buona occupazione nel settore che inizia dove termina quello delle professioni creative e termina dove comincia quello del lavoro caratterizzato da professionalità e retribuzioni modeste.
Nuove tecnologie e globalizzazione hanno aggravato l'indebolimento strutturale dei fattori di crescita nei paesi che hanno raggiunti per primi sviluppo economico e benessere diffuso.
In Europa, Giappone e USA, sia pure con significative differenze, la riduzione degli stimoli all'impegno individuale, l'insufficiente diffusione delle conoscenze matematiche e tecnico-scientifiche, l'eccessiva pressione fiscale e il quadro giuridico-istituzionale non consentono di riprendere la via dello sviluppo.

venerdì 27 marzo 2015

Jobless recovery. La crescita che impoverisce.


Occupazione USA






Sul Corriere della Sera del 27 marzo 2015 Lucrezia Reichlin ripropone un problema fondamentale, quello della cosiddetta jobless recovery, la ripresa senza crescita dell' occupazione:

"...nell’eurozona, il cosiddetto tasso «naturale» di disoccupazione, cioè quello che si realizzerà quando tutti gli occupabili avranno trovato lavoro, è quasi del 10%. Questo 10% non scomparirà con la ripresa e per quanto definito naturale nel linguaggio tecnico, di naturale ha ben poco. Se a questo 10% si aggiungono le persone che non cercano un impiego attivamente in quanto scoraggiate, e si considera che questo numero è composto in gran parte di disoccupati da lungo tempo, stiamo quindi dicendo che la zona euro - una delle più ricche economie del pianeta - dovrà imparare a convivere con un esercito di esclusi dal mercato del lavoro. Questi sono i numeri di tutta l’eurozona: Nord e Sud. L’Italia è messa ben peggio. Nonostante oggi il nostro tasso di disoccupazione sia appena superiore a quello della zona euro, la sua composizione è terrificante: 40% di disoccupati tra i giovani, con una concentrazione molto alta nel Mezzogiorno e tra i senza lavoro di lunga durata".

"È dalla ripresa del 2009 che gli Stati Uniti discutono, non solo nelle università ma anche nella politica, sul come affrontare la cosiddetta jobless recovery, cioè una ripresa non accompagnata da un aumento dell’occupazione".

Le nuove tecnologie e la globalizzazione, che non si è estesa alle istituzioni e alle regole, hanno messo in crisi l'occupazione nelle economie per prime giunte a un intenso sviluppo economico e a un benessere diffuso. Come ritornare a un accettabile livello di occupazione? Evidentemente misure che non incidono sui vizi di una globalizzazione senza regole comuni e non incrementano i fattori della crescita economica virtuosa non possono nemmeno determinare un aumento dell'occupazione. 
Bisogna abbassare la pressione fiscale e migliorare il capitale umano, diffondendo le conoscenze matematiche, scientifiche e tecniche. Occorre creare le condizioni per un aumento degli investimenti privati, soprattutto esteri. E' necessario che una rinnovata certezza del diritto stimoli l'impiego del risparmio a sostegno della nuova produzione nei settori più promettenti. Ma di questo neppure si parla, immersi in un mare di propaganda.




sabato 21 marzo 2015

Netanyahu. La pace era già impossibile prima della sua vittoria.




Da La Stampa del 19 marzo2015:

"Il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha oggi affermato di non volere «una soluzione con uno Stato» per il conflitto israelo-palestinese, «io voglio una soluzione con due Stati pacifica e sostenibile, ma per questo - ha detto in un’intervista a Msnbc - le circostanze devono cambiare».

«Non ho cambiato politica», ha affermato il premier israeliano, spiegando che «ciò che è cambiata è la realtà. Abu Mazen, il leader palestinese, rifiuta di riconoscere lo stato ebraico» e si è alleato con Hamas, che «invoca la distruzione dello stato ebraico, e ogni territorio che viene lasciato libero in Medio Oriente viene conquistato da forze islamiche». «Noi vogliamo - ha continuato - che questo cambi, così che si possa realizzare una visione di pace sostenibile»".

La recente imprevista vittoria elettorale di Netanyahu è stata duramente commentata da molti analisti. Ma davvero tale vittoria ha compromesso le prospettive di pace tra Israele e Palestinesi? No, semplicemente perchè la pace in Palestina era già prima impossibile.
Nessun leader israeliano può consentire che Israele cessi di essere la patria degli Ebrei, nemmeno in via di fatto accettando il ritorno nel suo territorio dei Palestinesi fuoriusciti e dei loro discendenti. In questa ipotesi infatti il diverso tasso di natalità metterebbe lo stato ebraico nelle mani dei cittadini di origine palestinese entro pochi decenni. Mentre nessun capo palestinese  può permettere il definitivo passaggio alla sovranità di Israele di territori che sono stati musulmani e rinunciare al ritorno entro i confini  israeliani dei profughi palestinesi e delle loro famiglie.
Con queste premesse la pace è impossibile. Quando ormai settanta anni fa le grandi potenze hanno accettato che i nazionalisti ebrei costituissero uno stato ebraico in Palestina hanno commesso un grande errore. Ogni nazionalismo è perverso e pericoloso, soprattutto quando produce controversie incomponibili. Agli Ebrei doveva essere garantita la piena cittadinanza nei paesi di origine. I crimini nazisti dovevano essere per quanto possibile riparati cancellando l'antisemitismo in ogni angolo della terra.
Ma ormai molti decenni sono passati. Generazioni di israeliani hanno legato la loro vita a quel paese. Israele è la sola libera democrazia della regione e rappresenta l'unico genuino baluardo contro il fondamentalismo islamico in armi. Ogni concessione imposta a Israele costituisce un vantaggio per l'Islam radicale. Teniamoci dunque Netanyahu, la cui politica è priva di alternative realmente praticabili.

sabato 14 marzo 2015

Tarquinia Molza. Un'erudita nell'Italia della Controriforma.




Tarquinia Molza nacque a Modena il primo novembre 1542 da una delle famiglie più importanti del patriziato modenese. Suo nonno era il poeta Francesco Maria Molza. Ricevette una istruzione raffinata, acquisendo una profonda conoscenza del latino e del greco, della letteratura, della filosofia e della musica. Le furono impartite lezioni di ebraico e di astronomia.
Erudizione e intelligenza la resero famosa non solo nella città di origine. Fu a lungo damigella d'onore alla corte estense di Ferrara. Si trasferì a Roma alla fine del secolo, dove nel 1600 il Senato romano le conferì la cittadinanza onoraria.
La poetessa e musicista modenese, pur esaltata come "unica" dal Senato di Roma, in realtà non rappresentò un caso isolato di fama letteraria conseguita da una donna nell'Italia del Sedicesimo secolo. Basti segnalare, per importanza, Vittoria Colonna. Tali letterate vennero pubblicamente celebrate e proposte a modello, a differenza di quanto accadeva  nel mondo islamico.
Al-Khansa', la più nota poetessa della letteratura araba, fu attiva a cavallo tra il Sesto e il Settimo secolo e si convertì all'Islam solo nella maturità. La poetessa andalusa Qasmuna bat Ismail, vissuta nell'XI secolo, era di religione ebraica. Le poetesse che hanno segnato la letteratura araba contemporanea si sono affermate di solito negli spazi consentiti dal nazionalismo laico novecentesco. Esemplare in questo senso la figura dell'irachena Nazik al-Mala'ika, morta in Egitto nel 2007.
Nell'Europa cristiana la dignità della donna era  profonda e riconosciuta, grazie all'influenza della religione. Evliya Celebi, scrittore ottomano di viaggi di pochi decenni successivo a Tarquinia Molza, raccontò ai suoi lettori l'Europa del Diciassettesimo secolo in questi termini:

"In quel paese vidi una cosa straordinaria. Se l'imperatore incontra una donna per strada ed è a cavallo, si ferma e cede il passo alla donna. Se, invece, egli è a piedi e incontra una donna, si ferma in atteggiamento cortese. Poi la donna saluta l'imperatore ed egli si leva il cappello e si rivolge alla donna con deferenza e riprende il cammino solo dopo che ella sia passata. E' uno spettacolo straordinario. In questo paese, come pure in altre terre degli infedeli, l'ultima parola spetta alle donne, che vengono onorate e riverite per amore di Madre Maria" (in Bernard LEWIS, I musulmani alla scoperta dell'Europa, 2004, pag. 356).

Qui si possono leggere scritti di Tarquinia Molza preceduti dalla Vita della stessa compilata dallo scienziato e matematico Domenico Vandelli.

sabato 7 marzo 2015

Gesù e i mercanti nel Tempio. La vera religione.




Domenica 8 marzo 2015 i cattolici durante la messa hanno avuto l'occasione di riflettere su un passo del Vangelo di Giovanni di fondamentale importanza (Gv 2,13-25):


[13] Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.

[14] Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. 

[15] Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, 

[16] e ai venditori di colombe disse: "Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato". 

[17] I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora. 

[18] Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: "Quale segno ci mostri per fare queste cose?". 

[19] Rispose loro Gesù: "Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere". 

[20] Gli dissero allora i Giudei: "Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?". 

[21] Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 

[22] Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. 

"Quale segno ci mostri per fare queste cose?"   "Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere".
L'immagine di Gesù che scaccia i mercanti dal Tempio è nota a molti. Ma il punto fondamentale del racconto è rappresentato dalla sua risposta, che illumina l'evento della Risurrezione: "egli parlava del tempio del suo corpo". Perchè sappiamo che Gesù ha detto la verità? Perchè egli è realmente il Cristo? Perchè il Cristianesimo è vero? Perchè Gesù è veramente risorto. E' l'evento storico della Risurrezione che rende la religione cristiana ciò che è.
Risulta dunque inutile e fuorviante sottolineare la presunta corrispondenza tra il messaggio cristiano e una astratta Ragione (Logos) che già la filosofia greco-romana avrebbe delineato. Non da tale supposta corrispondenza il Cristianesimo trae la sua autorevolezza, bensì dalla Risurrezione. E' di San Paolo questa luminosa sintesi: 

"Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede..." (Paolo, 1 Corinzi 15).

sabato 28 febbraio 2015

Italia. La lezione del Gattopardo.




         Il bravo Mario Seminerio consuma invano tempo e inchiostro per denunciare la propaganda che appesta il dibattito pubblico italiano. Su Phastidio.net segnala un articolo di Tuttosport dove si suggerisce una relazione tra i recenti successi delle squadre italiane di calcio in Europa e il minuscolo miglioramento dei numeri dell'economia:

" E' un caso. O forse solo in parte, perché certe coincidenze alla fine possono avere un filo sottile che le collega, ma nel giorno in cui l'Italia del calcio celebra lo storico passaggio agli ottavi di tutte e cinque le squadre in Europa League (con la Juventus vincitrice della gara di andata degli ottavi di Champions), lo spread scende al 98. Non succedeva dal 2010 si trovasse sotto la soglia psicologica dei 100 punti. Per gli analisti è un segnale che il mercato giudica crollato il rischio Italia. Insomma, anche se si tratta per il momento solo di piccoli segnali si potrebbe pensare che il Paese stia uscendo dal guado". 

La propaganda esiste da sempre e dal secolo scorso segna anche le democrazie occidentali. E' passato ormai molto tempo da queste amare considerazioni di Karl Popper, espresse il 31 maggio 1970 in una lettera "confidenziale" a Lord Coleraine:

"Per motivi a me del tutto ignoti, la propaganda di sinistra ha ottenuto una vittoria in quasi tutti i Paesi occidentali che può essere definita solo come completa. Sembra che essi si siano accaparrato il monopolio nel controllo di tutti i "mass-media" (la loro orribile terminologia). Come ciò possa essere accaduto non so... Il vero problema è che nessuno sembra essersi reso conto di ciò che è accaduto: quale tipo di vittoria sia stata conseguita dalla sinistra; neppure gli stessi vincitori ritengono, o si rendono conto, che, per quanto riguarda i mezzi di propaganda, essi sono già diventati la "Classe dirigente"" (Karl POPPER, Dopo La società aperta, 2009, p. 386).

Ma quella sinistra, nella versione socialdemocratica e in quella rivoluzionaria, perseguiva grandi obiettivi, guidata da nobili ideali o da tragiche utopie. I suoi eredi contemporanei navigano invece a vista. Astuti governanti prendono tempo, attuando misure idonee oggi soltanto a conservare l'esistente, premiando speculatori e grandi debitori.
L'Italia del 2015 non fa eccezione. Un governo eletto da un blocco sociale nettamente conservatore, formato soprattutto da pensionati, dipendenti pubblici ed esponenti del capitalismo clientelare, mostra di voler cambiare tutto per non cambiare in realtà niente di importante. Spesa pubblica, regioni e welfare, concorrenza, pressione fiscale. Il peso che schiaccia l'economia italiana resta sostanzialmente intatto, mentre molto sembra in movimento. 
La lezione del Gattopardo prende corpo in una politica sterile e in una propaganda sempre più pervasiva. Ma la realtà presenterà il proprio conto salato.

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