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Laureato in giurisprudenza, cattolico e liberale, contro l'intolleranza, l'irrazionalismo, la sofferenza umana.

giovedì 27 settembre 2012

Un nuovo welfare per tornare a crescere.



"Ci sono voluti decenni prima che ci accorgessimo che occorreva adeguare l'età di pensionamento all'allungarsi della vita media: nel frattempo la spesa per pensioni è cresciuta dall'8 per cento del Prodotto interno lordo (Pil) nel 1970 a quasi il 17 per cento oggi.
L'allungamento della vita ha anche prodotto un aumento delle spese per la salute. Un anziano oltre i 75 anni costa al sistema sanitario ordini di grandezza superiori rispetto a persone di mezza età. Risultato, la nostra spesa sanitaria oggi sfiora il 10 per cento del Pil. Insieme, sanità e pensioni costano il 27 per cento, 10 punti più di quanto costavano quando il nostro Stato sociale italiano fu concepito".

"A questo aumento straordinario non abbiamo fatto fronte riducendo altre spese (ad esempio quella per dipendenti pubblici, che era il 10 per cento del Pil 30 anni fa ed è rimasta il 10 oggi), bensì solo con un aumento della pressione fiscale: dal 33 per cento quarant'anni fa al 48 oggi.
È questo uno dei motivi per cui abbiamo smesso di crescere. Avevamo uno Stato calibrato per una popolazione relativamente giovane; poi la vita si è allungata, le spese sono salite, ma lo Stato è rimasto sostanzialmente lo stesso, richiedendo una pressione fiscale di 15 punti più elevata".

"Dobbiamo ripensare più profondamente alla struttura del nostro Stato sociale. Per esempio, non è possibile fornire servizi sanitari gratuiti a tutti senza distinzione di reddito. Che senso ha tassare metà del reddito delle fasce più alte per poi restituire loro servizi gratuiti? Meglio che li paghino e contemporaneamente che le loro aliquote vengano ridotte".

"Insomma, il nostro Stato sociale si è trasformato in una macchina che tassa le classi medio-alte e fornisce servizi non solo ai meno abbienti (com'è giusto che sia) ma anche alle stesse classi a reddito medio-alto. Questo giro di conto, con aliquote alte, scoraggia il lavoro e la produzione".

Alesina e Giavazzi sul Corriere della Sera del 23 settembre 2012 affrontano così una questione decisiva: lo Stato sociale italiano è sostenibile e compatibile con una crescita economica non irrilevante? I numeri davvero spaventano. La spesa pubblica italiana ammonta  a circa 800 miliardi di euro, oltre la metà di un PIL che ormai non supera 1.500 miliardi di euro. Se non viene abbattuta, dovendosi raggiungere il pareggio del bilancio la pressione fiscale reale non potrà scendere molto sotto il 50% del PIL.
E' del tutto evidente che la cessione di parte del patrimonio pubblico, con la destinazione del corrispettivo alla riduzione dello stock del debito pubblico, non appare risolutiva. Tale misura non solo è irrealizzabile in breve tempo, ma soprattutto incide sulla spesa corrente diminuendo, forse, il peso del servizio del debito pubblico. Un risparmio certamente insufficiente. Per abbattere la spesa pubblica e quindi abbassare adeguatamente la pressione fiscale bisogna ristrutturare i suoi settori più ampi, che corrispondono appunto al welfare e alla spesa per dipendenti pubblici.
Ridisegnare il welfare italiano nel senso indicato dai professori Alesina e Giavazzi consentirebbe assai probabilmente di ridurre e redistribuire il carico fiscale, in modo da ripristinare una delle necessarie premesse della crescita. Ma si rivelerebbe vantaggioso anche in un'altra fondamentale prospettiva. La scelta diretta dei fornitori di servizi da parte dei fruitori, con un'ampia e variegata offerta pubblica e privata, premiando il merito e la qualità, contribuirebbe significativamente a incrementare l'efficienza degli operatori e la competitività dell'intero sistema paese.
Ci sono ostacoli che si frappongono all'attuazione di questa riforma epocale. Essa collide con la consolidata mentalità statalista, conservatrice e illiberale di una parte rilevante del ceto medio italiano. Bisogna poi menzionare la tradizionale incapacità di far emergere ed accertare i redditi reali. Se  non si pone rimedio a questa inadeguatezza il progetto è destinato a provocare resistenze in larga misura condivisibili e a determinare conseguenze inaccettabili.
E' inoltre necessaria un'attenta disciplina pubblica dell'offerta previdenziale ed assicurativa  privata. Basti pensare all'assicurazione sanitaria di chi già è affetto da gravi malattie o è portatore di importanti fattori di rischio. In questi casi bisogna rendere sempre possibile l'accesso allo strumento assicurativo privato, con la previsione di un premio sostenibile.
Si deve infine accennare a un'altra questione fondamentale. Occorre fare in modo che la tutela pubblica di chi per reddito ottiene servizi gratuiti si estenda alla dignità che accomuna tutti i cittadini secondo la Costituzione. Si deve costruire uno Stato sociale capace di garantire i diritti costituzionali dei più svantaggiati.

mercoledì 19 settembre 2012

Mitt Romney su Palestina e sostenitori di Obama. Ruvide verità?




Il 17 maggio Mitt Romney, candidato alla presidenza degli Stati Uniti, ha pronunciato un discorso durante una cena organizzata per raccogliere fondi a Boca Raton in FloridaDue punti meritano particolare attenzione. Romney considera assai improbabile la pace tra Israeliani e Palestinesi, il cui vero obiettivo sarebbe l'eliminazione di Israele. Duro anche il giudizio sugli elettori che, a suo parere, non pagano le tasse e non si assumono la responsabilità della propria vita. Essi rappresenterebbero il 47% dell'elettorato ed il loro sostegno a Obama sarebbe per tali ragioni irreversibile.
Le parole del candidato alla presidenza trattano temi rilevanti. La questione palestinese rappresenta il grande alibi dei fondamentalisti islamici, destinato verosimilmente a durare a lungo. Infatti nessun dirigente palestinese, neppure il più moderato, può riconoscere il diritto ad esistere di Israele come stato ebraico. Generazioni di bambini palestinesi sono state cresciute nell'odio per gli ebrei ed abituate a considerare legittimo ed irrinunciabile il proposito del rientro in Israele di tutti i profughi. Inoltre nessun musulmano, anche dalla tiepida fede, può accettare sinceramente e definitivamente che una terra musulmana sia lasciata alla sovranità degli infedeli.
Dunque tutti i dirigenti palestinesi, nessuno escluso, sia pure con formule ed atti diversi, rifiuteranno le richieste israeliane sul carattere ebraico dello stato israeliano. Accettandole rinunzierebbero definitivamente al progetto, per loro irrinunciabile, di riprendere la lotta per l'estinzione dello stato ebraico quando i rapporti di forza, anche solo per ragioni demografiche, risultassero favorevoli.





Romney prende dunque brutalmente atto della realtà. Diversissimo l'approccio dell'amministrazione Obama. Il 20 agosto 2010 il segretario di stato Hillary Clinton formulò una previsione sulle trattative tra Palestinesi e Israeliani: entro un anno avrebbero prodotto risultati decisivi. Che purtroppo sono mancati.
Assai importanti anche le considerazioni sugli elettori di Obama. C'è in esse una parte della strategia elettorale del candidato repubblicano, che sa di non poter recuperare quel segmento dell'opinione pubblica americana. Ma c'è anche un abbozzo di analisi socio-culturale che merita di essere sviluppato attentamente. Le ripetute ristrutturazioni che segnano l'economia USA hanno incrementato produttività e competitività, senza ridurre apprezzabilmente la disoccupazione e la non occupazione. Molti, che non possono o non vogliono  adattarsi alla nuova situazione, confidano sempre più nel sostegno pubblico. E' un'America lontana da quella che il Tea Party ha riproposto all'attenzione del mondo. Quale prevarrà? Presto gli elettori statunitensi sceglieranno tra due visioni distanti e contrapposte quella che guiderà gli USA verso il futuro.


mercoledì 12 settembre 2012

Salvare l'euro non basta. La nuova normalità.





Su Il Sole 24 Ore del 7 settembre 2012 Jean-Claude Trichet, ex presidente della Banca centrale europea, ha così delineato i caratteri ed i problemi dell'Eurozona:

"Come gli individui di una società, i paesi dell’Eurozona sono indipendenti e interdipendenti, e possono incidere gli uni sugli altri in modo sia positivo che negativo. Una buona governance implica che gli Stati membri e le istituzioni UE adempiano alle proprie responsabilità. Unione economica e monetaria significa, innanzitutto, proprio questo: due unioni, una sul piano monetario, l’altra su quello economico".

"... l'euro da solo non spiega perché l'Eurozona sia diventata il grande malato dell'economia globale. Per comprendere il vero motivo, occorre riflettere sulla debolezza dell'unione economica dell'Europa".

"Tanto per cominciare, il Patto di stabilità e di crescita, teso a garantire politiche fiscali efficaci all'interno della zona euro, non è mai stato attuato in modo corretto".

"In aggiunta, la governance dell'Eurozona non includeva il monitoraggio e la sorveglianza degli indicatori di competitività, vale a dire andamento dei prezzi nominali e dei costi negli Stati membri, e squilibri esterni dei paesi nell'ambito della zona euro".

"Una terza fonte di debolezza è che, con l'entrata in vigore dell'euro, non furono previsti strumenti per la gestione delle crisi".

"Infine, l'alta correlazione tra la capacità di credito delle banche commerciali di un dato Paese e quella del suo governo crea un'ulteriore causa di vulnerabilità, che nell'Eurozona è particolarmente dannosa".

Porre rimedio a questi errori scioglierà tutti i maggiori nodi della crisi? Sembra proprio di no. Trichet pecca di eurocentrismo, trascurando quegli aspetti che possono trovare spiegazione soltanto esaminando la cosiddetta globalizzazione ed i suoi effetti.

Discutendo le vicende dell'Alcoa Luca Ricolfi, su La Stampa dell' 11 settembre 2012, ammette:

 "La realtà è che produrre in Europa è sempre meno conveniente". 

Gli indicatori di competitività e gli squilibri esterni sono rilevanti non solo nell'ambito dell'Eurozona ma anche nei confronti delle economie extraeuropee. Gianni Riotta, su La Stampa del 12 settembre 2012, presenta la nuova normalità con queste parole:

"Raghuram Rajan, professore dell’università di Chicago e ora consigliere economico principale del governo indiano, in un colloquio sull’ultimo numero della rivista Arcvision, spiega perché non si placa lo stress da crisi: abbiamo compreso, infine, che non viviamo quella che negli anni del boom i giornali chiamavano «congiuntura», ciclo effimero di recessione. E’ piuttosto un «new normal», una nuova realtà, i sussidi su cui contavamo per tenere su aziende e agricolture improduttive, la burocrazia che si poteva sempre dilatare per assumere raccomandati poco qualificati, la spesa pubblica che nutriva città e regioni, la svalutazione che piazzava i nostri elettrodomestici all’estero e le dogane che imponevano in Italia prodotti scadenti ma di monopolio, sono finiti, per sempre.
Auto, servizi, cure mediche, scuola, assicurazioni e pensioni, beni di lusso e confezioni del supermercato, ogni momento del nostro lavoro, dall’arte, alla scienza, al cibo, vivrà di regole e standard mondiali. O siamo capaci di dargli la stessa qualità top che il mercato richiede, e di produrlo nei tempi e ai prezzi che il mondo pagherà, o semplicemente quel bene non sarà più prodotto in Italia (o Francia, India, Messico) e i lavoratori che se ne occupavano resteranno a mani vuote".

Si prospetta dunque un lungo periodo di difficoltà. Tanto più lungo quanto più risulterà arduo metabolizzare culturalmente e politicamente il cambiamento. Intellettuali, politici, sindacalisti e agenzie educative sono chiamati ad uno straordinario esercizio di responsabilità e lungimiranza. Mentre una risoluta lotta ai privilegi ed alle rendite di posizione ingiustificate deve accompagnare le indispensabili riforme strutturali, destinate a creare allarme sociale.




venerdì 31 agosto 2012

I liberali e l'Europa.


Non pochi liberali italiani giudicano negativamente l'Unione Europea e la sua moneta unica, l'euro. Criticano la burocrazia europea, le istituzioni e le regole farraginose, la carenza di legittimazione democratica, l'inefficiente allocazione delle risorse direttamente o indirettamente realizzata, il ruolo della Germania, il peso costituito da una valuta che considerano commisurata ai bisogni dei paesi più influenti e meno fragili sotto il profilo economico. Carlo Stagnaro, dell'Istituto Bruno Leoni, su L'Occidentale (intervista di Edoardo Ferrazzani)  indica invece buone ragioni che dovrebbero indurre i liberali a difendere la moneta unica e a sostenere l'integrazione europea:

"Non credo che la crisi sia necessariamente fatale per l'euro. Anzi, per certi versi la crisi è segno del fatto che l'euro funziona e costringe i paesi che vi aderiscono a rispettare una disciplina finanziaria che precedentemente era sconosciuta a molti di loro. Il malumore anti-euro è spesso figlio di una sorta di "blame game" dei politici europei, che scaricano sulla moneta unica la colpa di un fallimento che invece è tutto delle nostre classe dirigenti: l'incapacità di garantire nei rispettivi paesi un pareggio strutturale di bilancio e la tendenza ad alimentare una spesa pubblica incontrollata, finanziata in buona parte a debito".

"L'Europa per uscire dalla crisi ha un'unica strada, cioè ridurre la spesa pubblica. In questa fase non è tanto una questione di cultura quanto una questione di necessità. Le conseguenze dell'operazione dipendono molto da quanto e come si taglia, ma che si debba farlo almeno un po' è, credo, indiscutibile e chiaro a tutti (inclusi quelli che opportunisticamente vi si oppongono). Sarebbe utile che questo intervento necessario fosse metabolizzato culturalmente, ma non è affatto detto e se accadrà dipende molto dalla maturità del dibattito politico nei vari paesi".

"...se il modello di business di molte imprese è basato anche sull'evasione, difficilmente esse possono crescere, perché crescendo diventano visibili e devono strutturarsi e ciò rende complicato mantenere una parte dei loro ricavi sommersa. Ma l'evasione è a sua volta conseguenza di un fisco troppo oneroso e troppo complicato. Lo stesso vale per lo scarso rispetto di molte norme e regolamenti: per essere davvero rispettati, dovrebbero anzitutto essere rispettabili..."

"Le infrastrutture non servono in assoluto: servono quando sono utili. Generalmente, lo Stato finanzia cattedrali nel deserto. L'Italia dovrebbe lasciare ai privati il compito di investire in infrastrutture, scegliendo quali siano prioritarie, e concentrarsi sull'infrastruttura più importante: creare un quadro giuridico stabile e favorevole agli investimenti".

Nelle parole di Stagnaro si ravvisa il nucleo di un'alternativa liberale per uscire dalla crisi. Tale alternativa dovrebbe comprendere una riforma in senso produttivistico del welfare. "Tre sono gli ingredienti principali di questo modello: priorità all'istruzione e alla formazione; regolazione pubblica (ad esempio, obbligo di assicurazione medica o previdenziale), ma fornitura di prestazioni da parte di soggetti privati, tramite i canali del mercato; copertura gratuita solo per i più poveri (Maurizio Ferrera, Corriere della Sera, 10 maggio 2004)".

E i diritti costituzionali? Leggiamo davvero la Costituzione italiana:

"La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti" (art. 32).

L'Europa e l'Italia in particolare sono di fronte a un bivio. La via sbagliata conduce al declino. Tempi e modi devono essere scelti con attenzione, ma la direzione deve essere quella giusta. 

venerdì 24 agosto 2012

La Chiesa cattolica e gli Ebrei alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Enrico Caviglia.

Periodicamente si riaccende la polemica sull'atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti degli Ebrei  e del regime nazista. Nei convulsi anni che precedettero la Seconda guerra mondiale la Chiesa cattolica si oppose fermamente all'ideologia e ai crimini del regime nazista tedesco. Sono da ricordare in particolare l'enciclica Mit brennender Sorge di papa Pio XI e l'eroico comportamento del vescovo Clemens August von Galen, poi cardinale.









La posizione della Chiesa era ben chiara ai contemporanei. Enrico Caviglia, uno dei più brillanti generali del Ventesimo secolo, colto e lucido osservatore, scrisse nel suo diario (I dittatori, le guerre e il piccolo re - Diario 1925 - 1945, 2009, pp. 226 e 227):


10 febbraio 1939

"E' morto il Santo Padre Pio XI...In generale la morte del Pontefice è sentita. Il suo atteggiamento in favore degli ebrei ha fatto un'ottima impressione in tutto il mondo, e l'autorità morale della Santa Sede ha acquistato influenza anche presso le altre religioni.
Oggi il Re è andato verso le 19 a visitare la salma. Mussolini non è andato: forse non ha voluto dare un dispiacere a Hitler".

2 marzo 1939

"In questi ultimi tempi l'autorità della Chiesa è accresciuta in tutto il mondo per aver difeso a viso aperto gli ebrei e la religione. Impressione enorme ha fatto il vecchio Papa, quasi morente, che dà per radio un messaggio a tutto il mondo in difesa degli ebrei. Pacelli fu il suo segretario e consigliere".


L' autorevole giudizio di Caviglia era allora largamente condiviso. Solo dopo la Seconda guerra mondiale, nell'ambito della durissima battaglia politico ideologica, si pose in dubbio ciò che non era dubbio.

mercoledì 15 agosto 2012

La cattiva proposta politica.


In un editoriale sul Corriere della Sera Sergio Romano ha scritto:

" In tempi di crisi economiche e forte conflittualità politica la zona intermedia si è ristretta e le soluzioni più radicali, di destra o di sinistra, esercitano una maggiore attrazione.

Potremmo consolarci pensando che i vincitori saranno costretti a tenere conto della realtà e ad annacquare i loro programmi. Nessuno oggi, nemmeno il presidente degli Stati Uniti, può fare una politica economica che prescinda da una pluralità di incontrollabili fattori esterni, dal futuro dell’euro a quello del sistema politico cinese. Ma un governo che non mantiene le promesse elettorali avrà l’effetto, soprattutto in questo momento, di esasperare le delusioni degli elettori che a quelle promesse avevano creduto e di alimentare i movimenti dell’anti-politica, oggi presenti in tutti i Paesi occidentali. Abbiamo già una grave crisi dell’economia e corriamo il rischio di avere domani, di questo passo, una crisi peggiore: quella della democrazia".

Romano qui pone in evidenza un tema importante. La proposta e la propaganda politiche possono danneggiare durevolmente il processo democratico, possono contribuire a determinare la crisi della democrazia liberale rappresentativa.
Ma il danno si verifica non, come sembra sostenere l'editorialista del Corriere, per la radicalità delle soluzioni proposte o semplicemente quando le promesse elettorali non vengono mantenute. Bisogna essere ben consapevoli del ruolo e delle possibilità della democrazia rappresentativa. Il suo fondamento resta il principio enunciato da Pericle nell'Atene democratica, poi ripreso e teorizzato da Karl Popper nella Società aperta e i suoi nemici : "Benchè soltanto pochi siano in grado di dar vita a una politica, noi siamo tutti in grado di giudicarla". Non tutti possiamo governare, ma tutti possiamo giudicare chi governa.
In una democrazia liberale efficiente l'elettorato non può e non deve contribuire a formulare la politica futura. E' invece giudice della politica realizzata, contribuisce a manutenere tale democrazia mandando a casa i cattivi governi senza spargimento di sangue. "Dar vita a una buona politica" vuol dire fronteggiare rischi ed eventi imprevisti, prendere misure impopolari, compiere scelte che presuppongono conoscenze non diffuse, tener conto della complessità dei problemi e delle normali conseguenze impreviste degli atti di governo. Un governo democratico non può e non deve essere vincolato dalle promesse elettorali. La sua democraticità si esprime nella soggezione al giudizio popolare successivo.
Neppure la radicalità della proposta politica di per sè pone a rischio la libera democrazia. Semmai si rivelano pericolosi i piani troppo estesi, per questo insuscettibili di ripensamenti e correzioni di rotta efficaci. Basti pensare a uno dei principali problemi che affliggono le democrazie occidentali contemporanee: quello di un welfare costoso, insostenibile e deresponsabilizzante.
Il professor Maurizio Ferrera, uno dei migliori esperti italiani di comparazione dei welfare, nel 2011 sul Corriere della Sera ha scritto:

"I diritti sono una cosa seria, ma proprio per questo bisogna riconoscere che non sono tutti uguali. Alcuni (quelli civili e politici) tutelano libertà e facoltà dei cittadini e sulla loro certezza non si può transigere. I diritti sociali sono diversi: conferiscono spettanze, ossia titoli a partecipare alla spartizione del bilancio pubblico, che a sua volta dipende dal gettito fiscale e dal funzionamento dell'economia. Dato che al mondo non esistono pasti gratis, i diritti sociali non possono essere considerati come delle garanzie immodificabili nel tempo. Il loro contenuto deve essere programmaticamente commisurato alle dimensioni della torta di cui si dispone e all'andamento dell'economia e della demografia.
Purtroppo il welfare italiano è stato costruito ignorando questa elementare verità".

Lo stesso Ferrera, sempre sul Corriere, già nel 2004, con lungimiranza ed  esaminando il welfare cinese ha osservato che:

"Se è vero che il fiume dello sviluppo economico porterà il welfare state anche in Asia, non è detto però che si tratti di un welfare all' europea. Non è detto, in altre parole, che le economie asiatiche vedano in futuro esaurirsi il proprio vantaggio comparativo sotto questo profilo. Ciò che sta emergendo in Corea, Taiwan e Singapore è un sistema diverso dal nostro, molto più strettamente integrato con il mercato, tanto che la letteratura specialistica ha coniato il nuovo termine di «welfare state produttivistico». Tre sono gli ingredienti principali di questo modello: priorità all' istruzione e alla formazione; regolazione pubblica (ad esempio, obbligo di assicurazione medica o previdenziale), ma fornitura di prestazioni da parte di soggetti privati, tramite i canali del mercato; copertura gratuita solo per i più poveri. Anche la Cina sembra avviata in queste direzioni: in molti settori è stato ad esempio recentemente introdotto l' obbligo di copertura sanitaria, ma attraverso forme assicurative semi-private. La scelta di una via «produttivistica» al welfare ha in parte motivazioni ideologico-culturali: l' influenza dell' etica confuciana, la tradizione del paternalismo autoritario, oggi gli entusiasmi iperliberisti. In parte si tratta però di motivazioni prettamente economiche: a differenza dei Paesi europei, che hanno storicamente costruito il welfare all' interno di economie protette verso l' esterno, i Paesi asiatici devono incamminarsi verso la protezione sociale in un mondo di scambi e competizione globali".

Esiste una stretta correlazione tra struttura del welfare e attitudine alla crescita di un sistema paese. Un buon governo di fronte a una profonda crisi strutturale del welfare deve intraprendere riforme radicali. Se si sottraesse a questo dovere compromettendo le possibilità di crescita del sistema porrebbe a rischio la democrazia stessa.
Dunque quando la proposta politica diventa cattiva, quando danneggia il processo democratico? Quando rende durevolmente cattiva la domanda politica, quando diseduca l'elettore, lo spinge a non accettare la complessità e la globalità dei problemi, ingenera la convinzione che possano esistere pasti gratis, fuorvia il giudizio sui problemi della finanza pubblica nascondendo i suoi aspetti strutturali insieme più semplici ed importanti, induce ad aspettative insostenibili e tra loro inconciliabili, quando insomma contribuisce a ridurre la capacità dell'elettore di manutenere la democrazia valutando la condotta dei governi che si sottopongono al suo giudizio. Una proposta politica moderatamente demagogica può fare più danni di una proposta saggiamente e responsabilmente radicale. 



domenica 5 agosto 2012

La Russia di Putin e l'Occidente.


Russia OGGI, tramite la Rossiyskaya Gazeta, è uno strumento di informazione e analisi controllato dal governo russo. Il 4 marzo 2012 Vladimir Putin è stato eletto per la terza volta presidente della Federazione Russa. Su Russia Oggi Dmitri Babich ha pochi giorni dopo proposto una lettura della politica estera russa diversa da quella che prevale sui media occidentali. Babich cita il leader comunista Sergej Udalcov, secondo il quale:

"Putin è il politico russo più filo-occidentale...Ha fatto chiudere le basi miliari sovietiche a Cuba e in Vietnam, ha permesso alla Nato di estendersi sui territori dell’ex blocco sovietico con l’adesione delle Repubbliche baltiche nei primi anni del 2000, e infine ha investito i soldi del bilancio del Paese in buoni del tesoro americani”.

L'analisi di Babich continua così:

"Con grande dispiacere dei nazionalisti russi, le parole di Udalcov corrispondono alla realtà. Le altre mosse “amichevoli” di Putin nei confronti dell’Occidente comprendono l’autorizzazione allo schieramento di basi americane in Asia Centrale nel 2001 e la cooperazione con i Paesi Occidentali nella lotta contro i talebani in Afghanistan".

"Ma allora perché la politica di Putin è definita anti-occidentale? “I media stanno alimentando un mito che hanno creato loro stessi”, scrive il giornalista russo Stanislav Belkovskij, che critica Putin per ciò che egli chiama la sua “posizione nazional-democratica”. “Putin è tutto fuorché un nazionalista. Sotto la sua direzione, la Russia è passata dall’essere una potenza mondiale a un Paese tranquillo che ha solo ambizioni politiche a livello regionale, e persino queste non sono aggressive. È stata l’insistenza dei mezzi di comunicazione occidentali che, con il passare degli anni, ha fatto sì che la gente pensasse inconsciamente a Putin come a una figura bellicosa".

"La “nuova Russia di Putin” non cercherà di entrare in conflitto con l’Occidente. La “nuova Russia di Putin” vuole solo diventare un Paese normale e noioso con un’opposizione non radicale, senza “un’alternativa rivoluzionaria” e intrattenere relazioni di buon vicinato con i Paesi circostanti. I rapporti con l’Occidente si guasteranno solo qualora l’Occidente cerchi di imporre sulla Russia “un’alternativa rivoluzionaria”".

Recenti sviluppi sembrano, nella sostanza, in qualche misura corroborare la visione di Babich. Si rifletta, in particolare, sull'incremento della presenza americana nelle repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale. " L'Uzbekistan ha deciso di uscire dall'Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto), alleanza militare difensiva guidata da Mosca, per dare nuovo impulso alla cooperazione militare con gli Stati Uniti (Analisi Difesa)". Ciò senza apparentemente far lievitare l'irritazione del governo russo. Significativo, in questo senso, l'atteggiamento di un'altra fonte di informazione governativa, La Voce della Russia, che supporta la campagna per la rielezione di Obama. E' infine di questi giorni la notizia della concessione alla NATO di un "corridoio" sul territorio russo.
Tutto risolto dunque nei rapporti Russia - Occidente? Certamente no. Tra i punti di attrito sono da segnalare per importanza le situazioni di crisi in Medio Oriente, la questione dei diritti umani in Russia e lo scudo antimissile europeo. Ma senza il retaggio della propaganda dell'era sovietica, che ancora segna le rispettive opinioni pubbliche, e senza le insufficienti prestazioni del modello socio - economico occidentale, che spaventano i leaders russi, potrebbe meglio emergere ed esercitare la propria influenza la comunanza di interessi fondamentali. La potenza cinese e il fondamentalismo islamico sono destinati, con buona probabilità, a riavvicinare Occidente e Russia, in passato resi nemici dall'ideologia marxista leninista.

venerdì 27 luglio 2012

ILVA di Taranto. Per salvare lavoro e ambiente pressione fiscale ridotta ed energia meno cara.





I due maggiori produttori di acciaio tedeschi, ThyssenKrupp e Salzgitter, presentano un crollo degli utili determinato dagli alti costi e dalla debolezza della domanda. Tempi duri per l'acciaio, se perfino i colossi tedeschi del settore registrano perdite.
Un grande produttore italiano è l'ILVA spa, che possiede a Taranto lo stabilimento siderurgico più grande d'Europa, ora colpito da un provvedimento della Magistratura diretto a tutelare ambiente e salute. Così Domenico Palmiotti sul Sole 24 Ore:

"I settori dove il gip ordina siano posti i sigilli sono i parchi minerali, le cokerie, l'agglomerato, gli altiforni, le acciaierie e la gestione dei rottami ferrosi. Una grande parte dello stabilimento, sicuramente il suo motore produttivo. I sindacati parlano di 5mila posti in pericolo ma lo stop a così tanti reparti rischia di provocare una vera e propria onda d'urto e quindi travolgere le stime occupazionali che sono state fatte".

Si deve così fronteggiare un'altra crisi occupazionale, ma conseguenze gravi si prospettano per tutta la filiera, fino alla meccanica di qualità, che con le sue esportazioni contribuisce a puntellare il PIL italiano. Abbattere i danni alla salute e all'ambiente, esternalità negative, costa. Ma altri fattori decisivi della competitività sono la pressione fiscale, il costo dell'energia e delle materie prime, le relazioni industriali, il peso della burocrazia.
Mentre in ambito europeo il settore incontra crescenti difficoltà, pare particolarmente arduo risolvere il problema di Taranto. Per sperare di conservare una sufficiente competitività e quindi i posti di lavoro, essendo ineliminabili ed assai poco comprimibili i costi della tutela ambientale, bisogna modificare gli altri fattori citati. Pressione fiscale ridotta, energia e materie prime meno care, pubblica amministrazione più snella ed efficiente anche in questo caso possono fare la differenza.

giovedì 19 luglio 2012

Politica. L'offerta e la domanda.


Il professor Angelo Panebianco in un editoriale sul Corriere della Sera ha scritto:

"Viviamo in una fase ove è costante la tensione fra la democrazia e l'Europa, fra gli orientamenti degli elettorati e l'esigenza di salvaguardare il progetto comune europeo. È una tensione che a volte si riesce a tenere sotto controllo e a volte degenera in conflitto aperto. La frattura, che attraversa l'eurozona, fra le democrazie nordiche e le democrazie mediterranee, ne è espressione".

" Per quanto ciò possa apparire paradossale (e «politicamente scorretto»), quasi tutti, in Italia e fuori, temono il momento in cui la «democrazia» si riprenderà le sue prerogative, il momento in cui, fra meno di un anno, gli elettori si pronunceranno. Perché c'è in giro tanta paura della democrazia? Perché, a torto o a ragione, è diffusa la convinzione che le forze politiche fra le quali si distribuiranno i voti degli italiani, siano tutte inadeguate, costitutivamente incapaci di perseverare nelle politiche di risanamento che la crisi ha reso necessarie".

Quale via d'uscita? Secondo Panebianco le forze politiche dovrebbero condurre le campagne elettorali a colpi non "di promesse generiche  ma di progetti specifici". Occorre insomma qualificare l'"offerta" politica. Ma è davvero questa la soluzione?


Antonio Polito, sempre sul Corriere della Sera, ha invece scritto:

"Fuor di metafora, è diventato di moda condannare l'austerità e suggerire alternative keynesiane: iniezioni di denaro pubblico per battere la recessione. Ma mentre da noi le si invoca, in Germania sono convinti che l'Italia di oggi sia proprio il frutto di un lungo ciclo di politiche keynesiane. E in effetti è legittimo pensarlo di un Paese che ha accumulato la bellezza di duemila miliardi di euro di debiti".


Bisogna opporsi a tale tendenza maggioritaria nell'opinione pubblica italiana, frutto di decenni di propaganda politica irresponsabile e dell'egemonia di culture illiberali. Manca  una consapevolezza diffusa dei lineamenti e delle derive delle democrazie contemporanee. E' dunque necessario qualificare, più che l'"offerta",  la "domanda" politica.
Determinante si è rivelato il fallimento educativo della scuola dell'obbligo, chiamata a formare il cittadino elettore. Non è difficile insegnare a un adolescente che le nostre democrazie spendono gran parte delle loro risorse per sanità, pensioni, stipendi dei dipendenti pubblici e che quando le spese superano le entrate il debito graverà sulle generazioni future, compromettendone le prospettive. Eppure quasi nulla è stato fatto.
Non si tratta semplicemente di informare i giovani, ma di educarli alla libertà responsabile e a manutenere democrazie complesse e costose. Sbaglia chi crede che un liberale possa e debba separare l'informazione dall'educazione. I liberali da sempre puntano sulla educazione. In questa intervista Karl Popper affronta il tema con particolare chiarezza.




Giova infine riproporre questa considerazione di Tocqueville, a spiegazione dell'affermazione della libertà repubblicana americana, tratta dal Viaggio negli Stati Uniti, Quaderno E ( pag. 262 - 1990):

"Vi è un'importante ragione che supera ogni altra e che, dopo che tutte sono state soppesate, da sola fa pendere la bilancia: il popolo americano, considerato nel suo complesso, è non soltanto il più illuminato del mondo, ma, cosa che considero molto superiore a tale vantaggio, è il popolo che possiede l'educazione politica-pratica più evoluta".










giovedì 12 luglio 2012

Con Arthur Koestler tra le due Guerre mondiali.



Non raramente l'attuale crisi economica viene paragonata alla Grande depressione che ha seguito il crollo di Wall Street del 1929. Pare difficile individuare somiglianze davvero importanti. Basti confrontare la chiusura delle economie nazionali e coloniali in quegli anni ormai lontani con la cosiddetta globalizzazione che pone oggi in competizione le imprese e le economie di tutto il mondo.
Analogie meno evanescenti si rilevano qualora si indaghino i sentimenti diffusi, l'opinione pubblica e la visione degli intellettuali. Gli anni tra le due Guerre mondiali hanno visto l'affermazione dei grandi totalitarismi del Novecento. Oggi non si vedono neppure all'orizzonte giganteschi movimenti organizzati di questo tipo, ma si coglie qualcosa del clima che consentì tale affermazione. Simili sono il disprezzo per il parlamentarismo e le istituzioni della democrazia rappresentativa, l'inquietudine mobilitante, la miope difesa di interessi particolari.
Un grande testimone del periodo tra le due Guerre mondiali è stato Arthur Koestler. Nato in Ungheria nel 1905 da genitori ebrei, a Vienna frequentò  il Politecnico e aderì al sionismo. Nel 1926 partì per la Palestina senza aver conseguito la laurea. Qui lavorò in un kibbutz e iniziò una fortunata carriera giornalistica come corrispondente dal Medio Oriente di un grande gruppo editoriale tedesco. Nel 1929 fu corrispondente da Parigi. Dal 1930 al 1932 lavorò a Berlino. L'adesione al movimento comunista determinò la  fine dei suoi rapporti con la grande stampa tedesca. 
Nel 1932-33 viaggiò a lungo in Unione Sovietica. Nel 1936-37 seguì in Spagna la guerra civile come giornalista. Imprigionato dai franchisti, sfuggì alla morte grazie all'intervento inglese. Nel 1938 lasciò il partito comunista. Internato in Francia, nel 1940 passò in Inghilterra. Qui si arruolò nell'esercito inglese e iniziò una nuova brillante attività di scrittore e giornalista. Nel dopoguerra condusse una intensa battaglia anticomunista e a difesa dei diritti civili, dedicandosi infine a studi di filosofia e storia della scienza.
Famoso per i suoi romanzi, tra cui il notissimo Buio a mezzogiorno, scrisse libri autobiografici fondamentali per la comprensione degli anni tra le due Guerre mondiali. Freccia nell'azzurro, per gli anni dal 1905 al 1931, e La Scrittura invisibile, fino al 1940, rappresentano testimonianze lucide e coinvolgenti di vicende tragiche, di una conversione seguita da una disillusione esemplari in un'epoca di passioni politiche totalizzanti. Di queste grandi opere autobiografiche esiste un'ottima edizione italiana che risale agli inizi degli anni Novanta. Si tratta di libri, ancora reperibili nelle librerie in rete, notevoli per la brillantezza della scrittura, tanto da risultare consigliabili a tutti.

giovedì 5 luglio 2012

Storia politica dell'Italia unita. Il grande assente.





In Storia delle idee del secolo XIX (Freedom and Organization), 1968, p. 651 Bertrand Russell ha rilevato che:

"Sfortunatamente nei tre Imperi orientali la difesa della religione e della proprietà si trovò legata alla difesa dell'autocrazia, con la conseguenza che i capitalisti, anche quelli che sarebbero stati rovinati dalla guerra, si trovarono costretti a dare l'appoggio ai campioni di una diplomazia avventurosa, e i veri cristiani dovettero appoggiare il militarismo a fine di impedire la spoliazione di quelli che insegnavano la dottrina di Cristo".



Qui Russell, in un contesto ormai lontano, intuisce un'esigenza profonda  che ha caratterizzato i sistemi politici dell'Europa continentale non solo fino alla Prima guerra mondiale ma per tutto il Ventesimo secolo. In questi condizione di un progresso civile ed economico solido e vitale è stata la presenza di forti movimenti politici insieme genuinamente liberali, sinceramente democratici e non ostili alla religione, in particolare al Cattolicesimo.

Il genuino sostegno a mercato, proprietà privata e libertà individuali, la sincera fiducia nella democrazia, l'apertura al dispiegarsi del fenomeno religioso, anche in una dimensione pubblica, evitando la trappola del confessionalismo, quando sono riusciti insieme a radicarsi nell'opinione pubblica e a segnare ampi schieramenti politici hanno conferito all'intero sistema efficienza e stabilità.




Nella storia dell'Italia unita eminenti statisti come Giovanni Giolitti, Luigi Einaudi e Alcide De Gasperi, liberali e cattolici o cattolici liberali,  hanno fornito a questa esigenza di sistema una risposta, sia pure significativa, soltanto provvisoria, senza imprimere al sistema stesso svolte durature
. Occorre indagare le ragioni di questo fallimento, nel contempo riflettendo sull'Italia contemporanea, sulla sua società segnata da processi di fusione e destrutturazione, a tal punto cambiata da porre in dubbio l'utilità di percorrere strade già battute altrove con successo.
L'intuizione di Russell conserva ancora validità? Fornisce una chiave di lettura ed una prospettiva per un presente liquido, sfuggente, apparentemente non accoglibile sotto vecchie categorie? Probabilmente no. Ma occorre fare un tentativo, un serio sforzo di aggiornare il grande progetto che i migliori liberali italiani non sono riusciti a realizzare. Impareremo comunque dai nostri errori.

venerdì 29 giugno 2012

Bertrand Russell e la politica estera britannica.

La regina Vittoria




Bertrand Russell, nato nel 1872 e morto nel 1970 apparteneva a una delle più illustri famiglie dell'aristocrazia britannica whig. Orfano di entrambi i genitori già a quattro anni, fu affidato ai nonni paterni.
Il nonno Lord John Russell fu un eminente statista, due volte primo ministro e tra i principali artefici della politica estera britannica del Diciannovesimo secolo. Nella casa dei nonni paterni, ma anche frequentando la nonna materna, il giovanissimo Bertrand respirò la grande politica dell'epoca vittoriana, acquisendone una conoscenza viva e diretta.
Anche per questi contatti precocissimi il pensiero del grande filosofo sui temi della politica estera fu per lungo tempo lucido ed originale. Particolarmente interessanti le sue considerazioni contenute in Freedom and Organization (Storia delle idee del secolo XIX). Qui si trovano cenni dello sviluppo delle relazioni internazionali, lasciate alla determinante influenza dei sovrani e dei funzionari permanenti, anche in presenza di parlamenti titolari di ampie prerogative costituzionali:

"Nonostante che dopo il 1814 il mondo si fosse trasformato, rimase un aspetto nel quale non aveva subito mutamenti importanti, e tali mutamenti, se vi erano stati, erano stati piuttosto un regresso.
Le relazioni tra le grandi Potenze erano ancora, come ai tempi del congresso di Vienna, nelle mani di singoli individui, il cui potere poteva essere sottoposto a limitazioni teoriche, ma che in pratica era pressoché dispotico. Pur con la istituzione di parlamenti nei tre Imperi orientali, le loro relazioni estere erano ancora controllate dai sovrani altrettanto completamente che ai tempi di Alessandro I e di Metternich. In Inghilterra, le tradizioni di continuità nella politica estera sottraevano tali relazioni con l'estero all'effettivo controllo del Parlamento; qualunque fosse il partito al governo, il ministero degli Esteri era nelle mani delle stesse famiglie whig, venute al potere nel 1830. In Francia, il ministero degli Esteri era meno assoluto che altrove in Europa; ma un'alleanza tra i funzionari permanenti e certi interessi del mondo degli affari conducevano a risultati assai simili a quelli prodotti altrove dall'autocrazia.
Mentre così le relazioni tra gli Stati non si erano affatto modernizzate, ne era smisuratamente aumentato il potere offensivo. La scienza e l'industrialismo avevano trasformato l' arte della guerra..."  (op. cit., 1968, pp. 622 e 623).

"Tutti questi uomini non erano pure  personificazioni di forze impersonali, ma, attraverso le loro idiosincrasie personali, influirono sugli eventi" (p. 625).

" La politica estera era trattata dovunque come un mistero, che sarebbe stato contrario agli interessi nazionali esporre apertamente agli occhi del profano" (p. 624).

Tale assetto restò sostanzialmente immutato fino alla Prima guerra mondiale e contribuisce a spiegare anche l'entrata in guerra dell'Italia, contro la volontà della maggioranza parlamentare neutralista guidata da Giovanni Giolitti, che nelle sue Memorie scrive:

"Ora io ricordo in proposito che quando la Germania dichiarò guerra alla Francia, Asquith, dopo aver convocato il Consiglio dei ministri, chiamò l'ambasciatore francese e gli disse presso a poco: "Il governo inglese ha deciso di intervenire a fianco della Francia nella guerra; ma mentre credo di dovervi comunicare subito questa decisione, vi ricordo che essa non diventa effettiva che dopo l'approvazione del Parlamento." La Costituzione nostra è in ciò simile a quella inglese; in quanto in entrambe la decisione della guerra spetta alla Corona; ma la decisione non avrebbe seguito senza l'approvazione delle necessarie spese, che spetta al Parlamento".( Giovanni GIOLITTI, Memorie della mia vita, 1982, pp. 331 e 332).

L'opposizione del Parlamento italiano agli accordi segreti stretti dal Re avrebbe aperto  un gravissimo conflitto costituzionale e una drammatica crisi dinastica. Così anche il nostro paese prese parte all'"inutile strage".
                                                                                             

giovedì 21 giugno 2012

Magna Graecia




Da un editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera:

"...se l'euro crollasse, anche a voler prescindere dalle conseguenze economiche di un simile evento (per l'economia mondiale e quindi anche per noi), i contraccolpi politici sarebbero assai violenti per il nostro Paese. La ragione è che verrebbe meno quel famoso «vincolo esterno» in assenza del quale in Italia potrebbero correre forti rischi sia la democrazia politica che la stessa integrità dello Stato nazionale". "E l'Italia si ritroverebbe nelle condizioni di una zattera alla deriva nel Mediterraneo". "Immediati costi economici a parte, la fine dell'euro, trascinando nella rovina anche l'Unione, ci lascerebbe soli alle prese con tutti i nostri fantasmi".


E Carlo Bastasin su Il Sole 24 Ore: 

"Fin dal prossimo cruciale vertice europeo, il tema dell'integrazione politica europea infatti diventerà centrale nella soluzione dell'eurocrisi e per la stessa ragione dovrebbe diventare subito il perno anche del dibattito politico italiano".
"Una delle domande che condizionano la fiducia dell'eurozona è proprio chi governerà nel 2013 l'Italia, il Paese con il debito pubblico più pericoloso".
"Come ha dimostrato la tensione creata dal voto greco, la questione dell'affidabilità politica dei singoli Paesi resterà centrale fino al compimento dell'unione politica, cioè per molti anni. I risparmiatori o gli investitori che oggi hanno paura dell'euro sanno che fino ad allora il "pubblico" - a cui fa riferimento il "debito pubblico" che acquistano - continua ad essere composto di cittadini che tuttora possono scegliere democraticamente prima di tutto in un ambito nazionale. Per l'Italia sarebbe indispensabile consolidare adesso al proprio interno il consenso per il progetto europeo".

La Gran Bretagna, forse, grazie al rapporto speciale con gli Stati Uniti e alla qualità delle sue tradizioni e istituzioni, può permettersi di non considerare l'integrazione politico - economica europea una prospettiva vitale. Ma per l'Italia l'integrazione politica e la moneta unica europee sembrano davvero irrinunciabili, anche per le ragioni sopra lucidamente esposte dal professor Panebianco.
Occorre inoltre comprendere che per gli investitori internazionali il rischio politico nazionale rappresenta un parametro fondamentale. L'inaffidabilità politica dell'Italia pesa molto sul giudizio di chi è chiamato ad acquistare i titoli del nostro debito pubblico e ad investire nelle imprese italiane.
Allora perchè non pochi politici italiani continuano a vagheggiare il ritorno alla vecchia lira e a pronunciare dichiarazioni euroscettiche o antieuropeiste? Qualche volta si tratta di convinzioni sbagliate, ma profonde e rispettabili. Più spesso prevale il desiderio di compiacere una parte importante dell'opinione pubblica. E' difficile interrompere il circolo vizioso, prevenire il cortocircuito, ma se non si forma un adeguato consenso sulle riforme strutturali necessarie e sull'integrazione europea il paese rischia di andare alla deriva, di essere fiaccato definitivamente da convulsioni "greche", assumendo i tratti di una grande Grecia, diventando per l'economia  globale sempre più non un problema, ma il problema.

martedì 12 giugno 2012

Riforme. Evitare la balcanizzazione.



http://i.res.24o.it/images2010/SoleOnLine5/_Immagini/Notizie/Italia/2011/05/italia-fotolia-258.jpg?uuid=94a3b72c-850e-11e0-bf94-90c651e9f06e


Sulla Stampa Marcello Sorgi ha scritto:

"Con una simultaneità mai vista prima, dai vertici di Pd e Pdl sono uscite due proposte simmetriche e contrapposte: primarie e liste civiche".
"...sarà dato pieno riconoscimento alle liste che, pur non riconoscendosi negli stessi partiti, ritengono di concorrere nei due campi aggregandosi alle rispettive coalizioni".
"Apparentemente, sembra un espediente abbastanza logico, mirato dichiaratamente a ottimizzare la raccolta dei consensi, in un’elezione in cui più forti s’annunciano le contestazioni e la forza d’urto dei movimenti dell’antipolitica, usciti vincitori dalla recente tornata di amministrative. Ma di fatto, è inutile nasconderlo, c’è un’evidente contraddizione tra primarie e liste civiche. Le prime, infatti, puntano a unire gli elettori di un campo e a contrapporli a quelli del campo opposto. Le seconde, al contrario, nascono per dividere o comunque per segnare delle differenze".
" Ciò che finora non era stato provato, e invece lo sarà la prossima volta, è cosa possa accadere spostando le liste civiche, dalle contese cittadine e strapaesane, a quella nazionale per il governo".
"Si può solo provare ad immaginare le conseguenze".
"Ma la conseguenza comune e più diretta... sarà che chiunque vinca si ritroverà alle prese con i problemi già emersi in passato di divisioni interne e scarsa governabilità, moltiplicati per il numero di radici locali delle numerose liste civiche che, in nome della nuova dottrina annunciata ieri, saranno associate al centrosinistra e al centrodestra".
"Per questo, prima di aprire la strada a un’evoluzione così pericolosa della nostra già claudicante democrazia, occorrerebbe pensarci bene. Basterebbe riformare seriamente la legge elettorale, per evitarlo. Invece, al posto di rinnovarsi davvero, per gareggiare con i nuovi movimenti, nati e prosperati sulla loro crisi, i due maggiori partiti si preparano a legittimare tutto il «nuovo» (e spesso anche quello autodefinitosi tale) che non riescono a portare al loro interno e tutta la monnezza che non possono trattenere, a rischio di intossicazione, ma che temono, una volta espulsa, faccia perdere voti".

L'attribuzione di un ruolo nazionale alle cosiddette liste civiche non apre nuovi spazi alle associazioni, ai comitati, ai corpi intermedi  tanto cari a Tocqueville e a Roepke, dove il cittadino apprende la libertà e il suo esercizio responsabile, trovando il proprio posto in una rete di appartenenze che dà senso alle opzioni.
Tale attribuzione concorre piuttosto alla disgregazione del paese, premiando il particolarismo, le spinte corporative, l'approccio demagogico. La prospettiva di una balcanizzazione della nostra democrazia inquieta gli investitori internazionali, che considerano il rischio politico un parametro fondamentale.
L'Italia ha bisogno di riforme strutturali che circoscrivano le dimensioni e i costi della pubblica amministrazione, ridefiniscano la struttura e gli obiettivi del welfare, diminuiscano la pressione fiscale, aumentando l'efficienza e la competitività dell'intero sistema. Non esistono scorciatoie. Solo così si esce dalla crisi che ci attanaglia.
La riforma elettorale e della forma di governo deve tendere a riconciliare i cittadini e le istituzioni della democrazia rappresentativa e a consentire che le preoccupazioni degli elettori si traducano in una pressione costruttiva e positiva. Occorre evitare con ferma attenzione la polverizzazione della rappresentanza politica e il suo asservimento alle peggiori pulsioni.



lunedì 4 giugno 2012

La memoria delle generazioni.

                                                                                                        www.cinetivu.com
Sul Corriere della Sera il professor Angelo Panebianco con l'abituale lucidità ha scritto:

"Se cerchiamo le cause profonde della crisi dell'Europa, possiamo forse identificarne una più generale e una più specifica. La più generale consiste nel «ciclo generazionale». La più specifica nell'incapacità delle élite europeiste di fare i conti con le credenze del common man, dell'uomo comune europeo.
                                                                 
 Per ciclo generazionale si intende una regolarità tante volte all'opera nella storia. A una fase di grandi disordini (guerre interstatali e civili) segue una lunga fase di pace e ordine. Coloro che hanno vissuto l'età del disordine e ricordano le morti violente e il senso di costante insicurezza, coloro che sentono ancora, se chiudono gli occhi, l'odore della paura per la sopravvivenza propria e dei propri cari, si adoperano perché quei tempi non tornino più. Ne seguiranno sforzi individuali e collettivi tesi ad assicurare una forma di «pace perpetua» (dentro le società e fra le società affini), un ordine che si spera di costruire su basi solide. I figli di coloro che hanno vissuto nell'età del disordine ne continuano l'opera. Non hanno conosciuto direttamente quella età (o erano troppo piccoli per averne un ricordo distinto) ma sono stati influenzati dai racconti dei genitori. Da quei racconti hanno appreso che l'ordine societario è una fragile cosa, che l'età del disordine potrebbe tornare spezzando di nuovo vite e progetti di vita, sogni e desideri. L'ordine si mantiene grazie allo sforzo della nuova generazione. Possono anche insorgere, qua o là, minoranze violente (terrorismo) ma verranno sconfitte. I padri sono ancora lì a ricordare a tutti l'esperienza vissuta nell'età del disordine.

Poi, a poco a poco, scompaiono tutti quelli che hanno avuto esperienza diretta di quei tragici tempi. Per i loro nipoti non c'è ormai differenza fra le guerre puniche e il nazismo o la Seconda guerra mondiale. Cose che appartengono a epoche lontane, che si studiano a scuola, irrilevanti per la loro personale esperienza. Le inibizioni che hanno condizionato le generazioni precedenti si dissolvono. Non c'è più memoria dell'antica barbarie. Il rischio di una nuova età del disordine diventa elevato".

La perdita di memoria generazionale ha un rilievo generale ed è ben nota anche al Magistero della Chiesa cattolica. Benedetto XVI, nella sua Lettera enciclica SPE SALVI, 24, ha insegnato che:

"Innanzitutto dobbiamo costatare che un progresso addizionabile è possibile solo in campo materiale. Qui, nella conoscenza crescente delle strutture della materia e in corrispondenza alle invenzioni sempre più avanzate, si dà chiaramente una continuità del progresso verso una padronanza sempre più grande della natura. Nell'ambito invece della consapevolezza etica e della decisione morale non c'è una simile possibilità di addizione per il semplice motivo che la libertà dell'uomo è sempre nuova e deve sempre nuovamente prendere le sue decisioni. Non sono mai semplicemente già prese per noi da altri – in tal caso, infatti, non saremmo più liberi. La libertà presuppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo, ogni generazione sia un nuovo inizio. Certamente, le nuove generazioni possono costruire sulle conoscenze e sulle esperienze di coloro che le hanno precedute, come possono attingere al tesoro morale dell'intera umanità. Ma possono anche rifiutarlo, perché esso non può avere la stessa evidenza delle invenzioni materiali".

Tale perdita di memoria si estende a situazioni e principi fondamentali dell'economia. Mentre talune generazioni sanno che non esistono pasti gratis, che per ogni pasto c'è sempre chi paga il conto, altre non acquistano consapevolezza dei necessari fattori di uno sviluppo economico durevole, vitale e benefico per molti.
Così, nella vita democratica, l'addestramento ad una libertà responsabile e la capacità, richiesta agli elettori, di manutenere adeguatamente le istituzioni rappresentative sono difficili da acquisire ed ancor più da trasmettere alle generazioni successive, essendo largamente dipendenti dall'esperienza.
Meno condivisibile pare la mancanza di fiducia nella scuola manifestata da Panebianco. Essa non riesce a contribuire alla formazione di cittadini liberi, responsabili, produttori di ricchezza diffusa, perchè contenuti e metodi educativi sono fuorvianti ed inefficaci. Senza metodi selettivi e premio del merito, senza programmi realistici e commisurati alle esigenze del lavoro e dell'impresa, senza esercizio concreto della libertà responsabile, gli obiettivi indicati restano irraggiungibili.
Anche il ruolo degli intellettuali non deve essere trascurato. La diretta o indiretta esperienza generazionale, nei termini esposti da Panebianco, è importantissima. Ma storici, giornalisti, protagonisti del dibattito pubblico che influenzano l'opinione pubblica, hanno precise responsabilità. Essi possono fornire modelli e narrazioni entro certi limiti idonei a surrogare tale esperienza, a circoscrivere i danni prodotti dalla sua mancanza. Assistiamo invece al frequente "tradimento dei chierici", sempre meno attratti dalla verità e dal suo servizio.

martedì 29 maggio 2012

Crisi. Cercare le cause per trovare le soluzioni.




Questo è il trailer di Margin Call, un film americano proprio in questi giorni nelle sale italiane.  Protagonisti, ancora una volta, banchieri senza scrupoli che per avidità ed incompetenza innescano una crisi devastante. Con opere analoghe forma ormai un vero e proprio sottogenere cinematografico, pur distinguendosi per il coinvolgente realismo e l'assenza del sovraccarico etico didascalico che caratterizza altri prodotti.
La prima fase della crisi, finanziaria, ha colpito duramente gli Stati Uniti. Qui l'attenzione dell'opinione pubblica si è subito concentrata sull'alta finanza e sulle banche. Nell'Eurozona il debito pubblico è imponente, la crescita economica insufficiente. La crisi si è estesa alle finanze pubbliche, coinvolgendo la moneta unica. Pesante è la caduta dell'occupazione, soprattutto giovanile.
Chi sono i colpevoli? Secondo l'opinione prevalente banchieri senza scrupoli, grandi investitori internazionali, tedeschi prepotenti e, in Italia, politici corrotti e sperperatori del denaro pubblico, evasori fiscali. Questa visione largamente condivisa coglie aspetti fondamentali della crisi che ci affligge, ma probabilmente  non ne individua le ragioni profonde, le radici più nascoste e lontane. Si rivela allora prezioso il lavoro degli osservatori meno preoccupati di compiacere l'opinione pubblica. Tra essi Piero Ostellino, che in lungo editoriale sul Corriere della Sera scrive:

" Siamo finiti nei guai, con la crisi del debito sovrano, non per l’evasione fiscale, la corruzione, bensì perché la spesa pubblica si è dilatata per sovvenzionare un modello di welfare «ormai morto» (copyright Mario Draghi), ubbidendo a un’istanza morale, la giustizia sociale".

"La crescita non la si produce per decreto, ma allargando i confini entro i quali si concretano l’autonomia e le capacità creative della società civile. Lo statalismo, qui, non è la soluzione, ma il problema. Si metta, dunque, mano alla riforma dello Stato— dal quale anche il liberalismo non può prescindere, anzi— partendo dalla revisione del suo Ordinamento giuridico, ripristinando lo Stato di diritto, oggi latente, non per aggiungere ai troppi divieti e regolamenti che riducono il cittadino a suddito altri divieti e altri regolamenti, bensì nel segno dell’individualismo metodologico, cioè del primato della centralità e dell’autonomia della Persona".

Ostellino chiama in causa correttamente non solo l'Ordinamento, ma la visione morale e politica che lo ha ispirato. Essa, volgarizzata e diffusa, accompagna però sempre più condotte di vita irresponsabili, contribuendo a creare e legittimando aspettative insostenibili.
Pare ragionevole dubitare che "l'autonomia e le capacità creative della società civile", non più sorrette da adeguate cultura e tradizioni, siano in grado di rendere il sistema Italia di nuovo competitivo. 
"La prevalenza del principio di realtà sul moralismo, delle «dure repliche della storia» sul dover essere" si concreta appunto, purtroppo, nella determinante perdita di competitività che contraddistingue molta produzione Italiana. Se anche il nostro consumatore potesse e volesse spendere di più, comprerebbe prevalentemente beni e servizi prodotti all'estero.
Considerazioni in parte analoghe valgono per la maggior parte delle altre democrazie occidentali. Il declino non è inevitabile. Ma l'opinione pubblica deve conseguire una visione insieme più profonda e realistica dei problemi, accettarne la complessità, comprendere l'amara asimmetria della costruzione/distruzione sociale. Tradizioni, istituzioni, corpi intermedi, capacità produttive, cultura si deteriorano non raramente in pochi anni. Ma per risorgere e rinnovarsi hanno bisogno di molto tempo.

martedì 22 maggio 2012

Economia sociale di mercato islamica.


Su AsiaNews un'attenta analisi di un fenomeno emergente: la politica economica dei movimenti islamici.

"Saliti al potere nei Paesi della Primavera araba, i partiti islamici cercano soluzioni per rilanciare l’economia degli Stati islamici. Per Fawaz A Gerges, docente di relazioni internazionali alla London School of Economics, il capitalismo liberista è il nuovo modello utilizzato dagli islamisti dopo anni di socialismo. La Turchia faro dei nuovi movimenti islamici".

"Dopo le rivolte che hanno sconvolto il mondo arabo, gli islamisti e gli attivisti religiosi stanno prendendo il potere in Nord Africa e Medio Oriente".

"I partiti islamisti stanno diventando sempre di più degli "erogatori di servizi" a conferma che la loro legittimità politica e la probabilità di rielezione si basa sulla capacità di offrire posti di lavoro, crescita economica e trasparenza. Ciò ha introdotto un enorme livello di pragmatismo nelle politiche dei movimenti di ispirazione religiosa".

"Lo sviluppo economico della Turchia ha avuto un forte impatto sugli islamisti arabi, molti dei quali vorrebbero emulare il modello turco... Il modello offerto da Ankara, che ha il suo perno nella borghesia osservante, ha fatto emergere che islamismo e capitalismo sono compatibili e si rafforzano reciprocamente".

"...ciò che distingue i gruppi di ispirazione religiosa da quelli di sinistra o nazionalisti è una spiccata sensibilità verso gli affari, compresa l'accumulazione di ricchezze e l'economia di libero mercato. L'islamismo è un movimento borghese composto in gran parte dai professionisti della classe media, uomini d'affari, negozianti, commercianti e piccoli imprenditori".

"Fra i radicali islamici, l'approccio interventista è appoggiato soprattutto dai salafiti, che chiedono con forza l'utilizzo di misure di ridistribuzione della ricchezza per ridurre la crescente povertà. Tuttavia, per la maggior parte degli islamisti l'approccio dominante all'economia, con poche variazioni, è il capitalismo di libero mercato".

Non pochi osservatori di questo importante fenomeno hanno visto analogie con l'economia sociale di mercato tedesca, teorizzata da Wilhelm Roepke.

In questa "la competizione e il gioco della domanda e dell'offerta non producono per noi tutte quelle risorse «morali» di cui abbiamo bisogno". Il mercato deve "essere controllato e «moderato» - ma, attenzione, non dallo Stato, bensì dall'etica di quanti volontariamente contribuiscono al buon funzionamento del mercato stesso".

Il disegno dei partiti islamici incontra in questa prospettiva parecchi ostacoli. Prima di tutto la grave situazione sociale e politica. La cosiddetta "Primavera araba" ha travolto regimi autoritari più o meno laici, ma il nuovo stenta a decollare. I movimenti islamici hanno sviluppato robuste reti assistenziali, radicate nel territorio. Questo impegno e la prolungata opposizione ai vecchi regimi spiegano la presa sull'elettorato. Ma la borghesia professionale e gli imprenditori urbani restano minoranza. In milioni di contadini, giovani senza lavoro, abitanti delle periferie delle grandi città convivono la richiesta di sviluppo e benessere rivolta al potere pubblico e la insufficiente consapevolezza delle difficoltà.
I principi religiosi e le tradizioni pongono seri problemi. Se il divieto di corrispondere interessi  e l'obbligo di ancorare la finanza all'economia reale rappresentano elementi compatibili con l'auspicato sviluppo, la tradizionale tendenza a far coincidere le regole religiose con le norme civili, i peccati con i reati, può determinare rigidità insostenibili. Anche il ruolo riservato alle donne dalla tradizione può ostacolare il conseguimento dei risultati sperati.
Se dunque il cosiddetto mercato sociale trova in principi morali, tradizioni e corpi sociali intermedi adeguati il presupposto della propria stessa esistenza e la condizione di un positivo ruolo e sviluppo, occorre evitare un giudizio affrettato ed acritico sulle tendenze in atto nelle variegate società islamiche.
Ma se il modello turco, pure non privo di fragilità e debolezze, si affermasse estesamente, una ulteriore importante sfida verrebbe lanciata alle economie occidentali in crisi. Un motivo in più per accelerare le riforme strutturali indispensabili per colmare un divario di competitività ogni giorno più pesante.

mercoledì 16 maggio 2012

Crisi: competitività, consumi e occupazione.


Nel febbraio 2011, quando ancora era il più autorevole candidato alla guida della BCE, Mario Draghi ha concesso un' intervista a Tobias Piller, giornalista tedesco molto noto in Italia. In questa occasione ha discusso i nodi della crisi, diventata oggi più assillante.
A più di un anno di distanza il dibattito pubblico, segnato da un miope eurocentrismo, si concentra sul rapporto tra "rigore" e crescita, senza porre in primo piano il tema della competitività. Mentre invece proprio dall'insufficiente competitività dipende la stagnazione/recessione in atto.

PILLER:

"Accanto alla disciplina di bilancio cos'è necessario per la sopravvivenza dell’unione monetaria?".

DRAGHI:

"La seconda importante condizione è che tutti i paesi conducano riforme strutturali per accelerare la crescita economica. La crescita è la seconda colonna sulla quale si costruisce la stabilità finanziaria".

PILLER:

"Se si seguono le sue idee, la Germania non dovrebbe avere paura di perdere competitività in una europeizzazione della politica economica?".

DRAGHI:

"Al contrario, noi tutti dobbiamo seguire l'esempio della Germania e questo l’ho detto apertamente in diverse occasioni. La Germania ha migliorato la propria forza di competitività portando avanti riforme strutturali. Deve essere questo il nostro modello".

La crisi attuale può essere fronteggiata con successo soltanto affiancando alla disciplina dei bilanci pubblici incisive riforme strutturali capaci di rendere più competitivi le imprese ed il sistema paese intero.
Riduzione del carico fiscale e contributivo su imprese e lavoro, riforma dello stato sociale e della pubblica amministrazione, snellimento della burocrazia, diminuzione dei costi dell'energia, liberalizzazioni, revisione delle leggi sul lavoro e riassetto delle relazioni sindacali. Tutto questo è necessario per promuovere una crescita economica sana e vitale, alimentata dalla ripresa degli investimenti privati.
Lo stesso Tobias Piller, in un suo recente intervento su Panorama del 16 maggio 2012, ha presentato la questione, che rischia di apparire astratta, in termini assai realistici :

" anche se l’Italia potesse e volesse aumentare la spesa e il debito, per sostenere i consumi, sarebbe solo un nuovo spreco. Andrebbe ad arricchire coreani, cinesi, tedeschi. Perché se dai 1.000 euro a un italiano, cosa ne farebbe? Per semplificare, si compra un iPhone Apple prodotto in Cina, un televisore Samsung dalla Corea, paga la prima rata per un’auto tedesca o coreana, o forse spende per una breve vacanza a Sharm el-Sheikh. E quanto rimane in Italia, se i prodotti italiani (o le mete turistiche) non sono competitivi neanche di fronte ai consumatori italiani? E quali sono gli effetti sull’occupazione, se i produttori di successo, quando crescono, assumono solo per nuove fabbriche fuori dall’Italia? Bisogna prima fare le riforme «supply side», per un’Italia più competitiva, poi la spinta alla domanda porta anche soldi all’Italia".

La questione della competitività nella economia globalizzata deve essere posta al centro del dibattito pubblico e compresa a fondo dai cittadini, chiamati a sacrifici che potrebbero rivelarsi altrimenti inefficaci. Del resto solo la realizzazione di tali riforme strutturali può attenuare la pressione della finanza internazionale, che non si lascia ingannare dai conigli usciti dal cappello delle banche centrali e dei governanti illusionisti.                                                                                                                                                                                                                             

mercoledì 9 maggio 2012

Crisi. Chiarezza sulle cause e sui numeri.





Adriana Cerretelli sul Sole24ore di oggi ha espresso il pensiero di molti:

"Basta Europa dei prepotenti, dei padroni che riconoscono solo la legge del più forte. Basta con l'Unione degenerata in una piramide feudale, in cima un grande Stato, l'unico davvero sovrano, e sotto la pletora di vassalli, valvassini e valvassori agli ordini. Basta con l'Europa inconcludente dei proclami: scandalosa quando la crisi economica morde, l'austerità fa il resto e il lavoro si trova sempre meno".

"Senza però una crescita economica tangibile, e non declamatoria, senza nuovi posti di lavoro, ponti e autostrade trans-europee, reti digitali ed energetiche, in breve senza l'Europa delle opportunità e della speranza al posto di quella del rigore e della disperazione, dalla palude non si esce".

La Germania è prepotente, il rigore è ottuso, l'indispensabile crescita si ottiene allentando le redini che frenano la spesa pubblica e consentendo all'Unione Europea di emettere obbligazioni per realizzare infrastrutture. Ma è davvero così? Quali sono le reali cause della crisi? E' possibile un accordo sui suoi numeri? Nei giorni scorsi Irene Tinagli, Nicola Rossi e Luca Ricolfi, squarciando il conformismo che vela lo sguardo dell'opinione pubblica, hanno individuato nella bassa produttività, nell'insufficiente competitività, nelle eccessive spesa pubblica e pressione fiscale le principali cause della crisi italiana.

Tinagli:

"Se l’Italia non è in grado di trasformare in maniera efficiente i suoi fattori produttivi in prodotti e servizi competitivi sui mercati internazionali (e farlo su larga scala, non in pochissime nicchie), non possiamo aspettarci che aumentino le retribuzioni, il Pil, i consumi e quant’altro".

Ricolfi:

"Quel che è venuto a mancare, dagli Anni 90, è invece l’hardware del Paese, ossia quell’insieme di condizioni materiali che permettono di fare impresa e competere con gli altri Paesi: buone infrastrutture, prezzi dell’energia competitivi, contributi sociali ragionevoli, basse aliquote societarie. Insomma, cose molto prosaiche, ma che fanno la differenza, ad esempio convincendo gli investitori stranieri a creare posti di lavoro nel nostro Paese".

Rossi:

"...l’obbiettivo è invece la modifica sostanziale della “way of life”, del modo di essere del settore pubblico italiano. La chiusura di parte dei programmi di spesa esistenti. La ridefinizione dell’ambito d’azione e di intervento dello Stato".

Le considerazioni di Cerretelli paiono fuorvianti. Nuove infrastrutture sono necessarie per incrementare produttività e competitività. Ma la loro realizzazione quanto incide su tali parametri? Quali altre misure sarebbero necessarie? Come ridurre la spesa pubblica e la pressione fiscale?
La crisi è internazionale e richiede risposte nazionali e sovranazionali. Direttamente o indirettamente saranno giudicate dagli elettori, che possono sfuggire all'abbraccio fatale delle illusioni solo disponendo di indicazioni chiare e di numeri condivisi. Chi professionalmente ha il compito di informare ed educare deve essere ben consapevole del proprio ruolo e delle proprie responsabilità.





martedì 1 maggio 2012

Italia in crisi. Diversamente moderni.




Ernesto Galli della Loggia (Tre giorni nella storia d'Italia, 2010, pp. 8-11) ha lucidamente osservato che:

"Pur con molti tratti particolari, l'Italia che nel 1914 si affacciava alla modernità era tutto sommato - nel suo impianto civile, amministrativo e di governo, nei suoi ideali - un paese molto simile agli altri della parte d'Europa che era la sua. Anche perchè, essendo arrivato all'Unità quasi spoglio di tradizioni e di un passato statale significativo, esso aveva dovuto prendere a prestito da altri paesi e trapiantarli in casa propria istituzioni, leggi, modelli organizzativi".
"... avevamo "copiato" da Francia e Germania soprattutto: e ci era riuscito senza troppe difficoltà".
"Dopo il primo conflitto mondiale, invece, inizia un'esperienza novecentesca che sempre più farà dell'Italia un paese con caratteristiche proprie e distinte".

"...essa produce e vede in un ruolo centrale, nel Novecento, alcune culture politiche delle quali, prese nel loro insieme, sarebbe difficile trovare un corrispettivo altrove: il nazionalfascismo, un certo cattolicesimo politico, il socialismo massimalista, il comunismo gramsciano; alle quali non sarebbe forse improprio aggiungere il berlusconismo, che pure si presenta come, e in certo senso è, il superamento di tutte le precedenti".
"...per l'intero arco del Novecento italiano...tutte le culture della nostra tradizione politica... hanno condiviso...un progetto di modernizzazione ideologicamente mobilitante e guidato pedagogicamente dalla politica e dalle sue élite in nome di forti esigenze di carattere collettivo (vuoi nazionale, vuoi sociale, vuoi religioso)".

A questa evoluzione corrispondono l'affermazione del regime mussoliniano, la Resistenza egemonizzata dal partito comunista, la nascita della Repubblica dei partiti, che per lunghi decenni hanno gestito direttamente una parte importante dell'economia italiana, la democrazia bloccata. A tale evoluzione sono pure connessi la distribuzione geografica della popolazione sul territorio e il tessuto produttivo imprenditoriale. Su La Stampa Irene Tinagli sottolinea le peculiarità italiane: 

" Il 66,4% degli italiani vive in città piccole o medie, con meno di 50.000 abitanti, e solo il 22,8% vive nelle 45 città italiane con oltre 100.000 abitanti.

Non solo, ma questo dato fa parte di un trend che va rafforzandosi. I Comuni di dimensione medio-piccola (tra 5 mila e 20 mila abitanti) hanno aumentato la popolazione dell’8,1% (un valore quasi doppio rispetto a quello nazionale).

Quelli di medie dimensioni del 5,2%, mentre nei Comuni grandi la popolazione è rimasta pressoché stazionaria (0,2%). Le grandi città, in sostanza, perdono abitanti mentre sono quelle medie e piccole ad attrarne.

Questi dati colpiscono molto perché sono in controtendenza con quanto avviene nel resto del mondo. Da diversi anni ormai molti osservatori internazionali hanno evidenziato una forte crescita delle grandi città. Un fenomeno trainato non solo dallo sviluppo dell’Asia e di altri Paesi emergenti con le loro megalopoli da decine di milioni di abitanti, ma anche dalla rinascita di molte città occidentali, americane ed europee.

Una rinascita legata sostanzialmente a due fenomeni. Da un lato alla trasformazione del sistema economico globale, che ha visto l’emergere di nuovi settori industriali legati ai servizi avanzati, alla creatività, l’innovazione e al design – tutte cose che non solo non hanno bisogno di grandi fabbriche nelle periferie, ma che anzi traggono beneficio dalla prossimità a servizi, aziende, professionisti e attività «complementari» alle proprie. Dall’altro lato al parallelo cambiamento nella struttura occupazionale di molti Paesi, con l’aumento del peso di professionisti, manager, designer, ingegneri ed altre professionalità altamente qualificate. Persone che, come mostrano molti studi, tendono a preferire uno stile di vita «urbano», con più servizi e con maggiori attività ricreative e culturali a disposizione".

Nel  nostro paese i servizi avanzati e le professionalità altamente qualificate non hanno trovato un ambiente favorevole. Ciò ha concorso a frenare la crescita economica e civile. Ma si deve rilevare che, negli altri paesi con cui ci misuriamo, tali servizi e professionalità non hanno rappresentato una valida e durevole soluzione dei problemi occupazionali se ad essi non è stata collegata una forte produzione manifatturiera di qualità.
Come nei primi decenni dopo la sua unificazione l'Italia può e deve guardare fuori dei propri confini per correggere i propri errori e non ripetere quelli commessi da altri. I rigurgiti nazionalisti e le ossessioni identitarie sono da respingere, ma vanno coltivate le attività non delocalizzabili e le esistenti reti manifatturiere capaci di rispondere alla sfida della globalizzazione.
La Germania ha saputo coniugare lo sviluppo di servizi e professionalità avanzati con una solida e competitiva industria manifatturiera di qualità. Come già nell'Italia giolittiana il sistema tedesco rappresenta  per il paese in larga misura un modello da imitare.


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