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Informazioni personali

Laureato in giurisprudenza, cattolico e liberale, contro l'intolleranza, l'irrazionalismo, la sofferenza umana.

mercoledì 10 novembre 2010

Stephen Jay Gould. Anche lo scienziato non sa e non può.


S.J.Gould

Stephen Jay Gould, nato nel 1941 a New York e scomparso nel 2002, è stato un insigne biologo e paleontologo. Ha insegnato ad Harvard e alla New York University. Come storico della scienza e divulgatore ha esercitato una profonda influenza. Le sue opere sono state tradotte in tutto il mondo.
Cresciuto in una famiglia ebrea del ceto medio, con genitori progressisti ed aperti, era agnostico e politicamente vicino alla sinistra radicale americana.
Come scienziato della natura si è dedicato prevalentemente allo studio dell'evoluzione, contribuendo all'elaborazione della teoria degli equilibri punteggiati. Secondo tale teoria, nel corso della lunga storia dell'evoluzione della vita sulla terra, i cambiamenti evolutivi si concentrano in periodi relativamente brevi, a causa di eventi intensamente stressanti.
Ma forse ancor più rilevante è stato il suo contributo alla riflessione sulla scienza. In quest'ambito si è distinto per l'incisivo approccio critico, per la vastità degli interessi e soprattutto per la profonda comprensione degli esiti migliori della filosofia occidentale.
Sono da ricordare, in particolare, le sue idee sulla compatibilità tra fede religiosa e scienza, le sue convinzioni indeterministe, la sua accettazione del dualismo fatti - norme e della inderivabilità delle prescrizioni morali dalle descrizioni della natura (legge di Hume).
Ha sostenuto la compatibilità tra scienza e fede sulla base della distinzione dei loro ambiti. La scienza descrive la natura, mentre la religione si occupa di morale e del rapporto tra l'uomo e la divinità. Gould così sostanzialmente ha ripreso il pensiero di Galileo Galilei, secondo il quale la scienza ci dice come va il cielo, mentre le Scritture ci indicano come si va in Cielo.
Gould, assertore dell'inderivabilità dei valori dai fatti, fu sempre vivace fautore della libertà di coscienza, contrario a ogni positivismo morale. Il vantaggio evolutivo rappresentato da determinati abitudini e comportamenti non ne determina la bontà sotto il profilo morale.
Egli ha spesso messo in rilievo la grande asimmetria tra la costruzione e la distruzione dei sistemi complessi, che sono costruiti lentamente ma possono essere distrutti rapidamente, spesso in pochi istanti da eventi catastrofici. Gould è stato indeterminista non solo rispetto alla natura e all'evoluzione indistintamente, ma anche con riguardo particolare alla storia umana. L'uomo non può prevedere il futuro. Egli ha esposto lucidamente la sua posizione con queste parole, da Le pietre false di Marrakech, ed. 2007, pagg. 366 e 367:

"L'uomo può anche essere l'organismo più intelligente che sia mai apparso sulla faccia della Terra, ma rimane estremamente inetto su certi problemi, specialmente quando l'arroganza emotiva si combina con l'ignoranza intellettuale. L'incapacità di predire il futuro è fra le nostre maggiori inettitudini, non tanto - in questo caso - per un limite del nostro cervello, quanto come conseguenza di principio della genuina complessità e dell'autentico indeterminismo del mondo.
Conosco soltanto un antidoto al pericolo principale derivante da questo miscuglio incendiario di arroganza e ignoranza. Data la nostra incapacità di predire il futuro, e specialmente la nostra frequente incapacità di prevedere, in un futuro non immediato, le funeste conseguenze di fenomeni che inizialmente sembrano insignificanti e addirittura risibili (qualche renna malata di carbonchio oggi, un'intera popolazione umana colpita dall'epidemia domani), un freno morale potrebbe essere la nostra unica àncora di salvezza.
Il buon senso, nella forma vitale di freno morale, è stato sfidato nel modo più serio e grave dagli scienziati che sviluppano tecnologie d'avanguardia e immaginano perciò di poter controllare, o almeno prevedere con precisione, qualsiasi sviluppo futuro. Io faccio parte della comunità degli scienziati, ma vorrei illustrare il valore del freno morale come contrappeso a vie pericolose tracciate o dall'autocompiacimento o da un'attività deliberata, e alimentate dalla falsa fiducia di saper prevedere il futuro."

Di Gould si può leggere in rete questo brillante scritto, compreso anche nell'ultimo volume pubblicato in Italia dello scienziato statunitense, I Have Landed.
Stephen Jay Gould è stato uno dei grandi scienziati capaci di pensare criticamente la scienza. Rappresenta un ottimo rimedio contro i vizi del dibattito sulla scienza in corso nel nostro paese, strumentalizzato ed avvelenato da chi se ne avvale nella guerra politico culturale in atto, soffocandolo nelle angustie di un positivismo di stampo ottocentesco.


venerdì 5 novembre 2010

Movimento del Tea Party. Cosa devono insegnare quelle vecchie casse di tè.

I coloni americani che nel 1773 gettarono il tè inglese nelle acque del porto di Boston erano esasperati non per le tasse troppo alte sul tè bensì, paradossalmente, per l'esenzione da tasse e dazi sul tè stabilita con il Tea Act a favore della Compagnia inglese delle Indie orientali.
La drastica riduzione del carico fiscale consentì alla Compagnia delle Indie di vendere il tè nelle colonie americane a prezzi fortemente ribassati. I commercianti e i contrabbandieri di tè americani furono danneggiati e reagirono buttando in mare le casse di tè della Compagnia. Si trattò soprattutto, insomma, di una questione di concorrenza.
La galassia di gruppi che formano il movimento del Tea Party ha svolto un ruolo decisivo nel passaggio di consensi verso i candidati repubblicani nelle recenti elezioni statunitensi. Meno tasse, meno stato, più trasparenza, ritorno alla Costituzione, più spazio alla iniziativa ed alla libertà individuali, meno potere a Wall Street. Queste le idee guida del movimento.
Le vecchie casse di tè nel porto di Boston devono però ricordare ai sostenitori contemporanei del Tea Party la dimensione globale dei problemi. La libertà che si chiede per l'economia è vantaggiosa in ambito internazionale? A quali condizioni?
Vale poi la pena di chiedersi se uomini come quelli che crearono una grande nazione ci sono ancora. Quei coloni avevano spalle robuste e spesso una solida famiglia alle spalle.
Quanti americani di oggi hanno le qualità necessarie per assumersi la responsabilità di sè e del proprio paese? Quanto è significativa la caduta dell'etica della responsabilità e del lavoro?
Alcune grandi compagnie statunitensi hanno bilanci in ordine e si affermano nei mercati internazionali. Ma quante aziende invece non sono competitive? Quante non sono in grado di affrontare con successo la concorrenza straniera?
Se lo stato diventa più leggero, meno invadente ed oppressivo, gli individui e le imprese, le famiglie, le chiese, le associazioni sapranno riprendere il posto che a loro spetta? La ricostruzione delle istituzioni non basta. Occorre una ricostruzione morale dei cittadini ed una ripresa di quella libertà responsabile che ha fatto grandi gli Stati Uniti.
Il movimento del Tea Party è insieme espressione della crisi presente e motivo di speranza. Per i repubblicani, che porteranno alle urne sostenitori finora non attivi elettoralmente. Per il paese, che ha bisogno di trovare in una tradizione rinnovata e ravvivata ragioni, strumenti ed obiettivi per risalire la china.
Ma devono emergere leaders capaci di coordinare spinte contraddittorie, di trasformare in efficiente amministrazione aspirazioni, sentimenti e volontà che nascono anche dal rifiuto di fare i conti con la complessità dei problemi.
In bocca al lupo USA!


lunedì 1 novembre 2010

Teoria del complotto o della cospirazione. La leggenda che allontana dalla verità e aiuta i peggiori.






Soprattutto in periodi di crisi vengono con insistenza proposte spiegazioni complottiste e cospirative dei mali che ci affliggono. Essi sarebbero in larga misura il frutto intenzionale dell'opera di potenti, o gruppi di potenti, cinici ed avidi. Si tratta di una lettura della realtà irrazionale, errata e fuorviante. Perchè i potenti non sono abbastanza potenti, sbagliano, ignorano. La loro condotta produce conseguenze impreviste, non volute.
Le teorie del complotto affascinano. Forniscono una spiegazione facile ed immediata, ma ci allontanano dalla verità, che raramente è evidente, manifesta. La realtà è sotto i nostri occhi, ma è complessa, sfuggente. Se vogliamo tentare seriamente di risolvere i nostri problemi dobbiamo accettare la complessità, fare i conti con essa, lavorare duramente per scoprire errori, responsabilità e possibilità. Che, appunto, sono visibili ma difficili da leggere, da comprendere, da realizzare. Quando un intellettuale imputa i nostri guai a complotti e cospirazioni, se non ci sta vendendo un romanzetto, diffidiamo. Difficilmente ci dirà cose interessanti.


Scrive Karl Popper in Congetture e confutazioni (pagg. 580 e 581 - ed. 2000):

la "teoria sociale della cospirazione... E' l'opinione secondo cui tutto quel che accade nella società - comprese le cose che la gente, di regola, non ama, come la guerra, la disoccupazione, la povertà, le carestie - sono il risultato di un preciso proposito perseguito da alcuni individui, o gruppi potenti. Quest'opinione è assai diffusa, anche se si tratta, in certo senso, indubbiamente, di una specie di superstizione primitiva... è, nella sua forma moderna, il tipico risultato della secolarizzazione delle superstizioni religiose."

"Contro questa teoria sociale della cospirazione non sostengo, ovviamente, che le cospirazioni non abbiano mai luogo. Affermo invece due cose: in primo luogo, che non sono molto frequenti e non modificano le caratteristiche della vita sociale. Supposto che le cospirazioni cessino, ci troveremmo ancora di fronte, fondamentalmente, agli stessi problemi di sempre.
In secondo luogo, sostengo che esse riescono assai di rado. I risultati conseguiti, di regola, differiscono ampiamente da ciò cui si mirava (si pensi, ad esempio, alla cospirazione nazista)".

"...comprendiamo, chiaramente, che non tutte le conseguenze delle nostre azioni sono intenzionali, e dunque, che la teoria sociale della cospirazione non può essere vera, perché equivale all'asserzione che tutti gli eventi, anche quelli a prima vista non premeditati da alcuno, sono l'esito deliberato dell'azione di coloro che ad essi miravano per interesse".

Concetti analoghi Popper ha espresso nella Società aperta e i suoi nemici, in particolare nel suo capitolo quattordicesimo.

Per la comprensione del problema è ancora utilissima la lettura del Saggio sui potenti di Piero Melograni (ed. 1977), che scrive (pag. 123):

"Ma in tutti i luoghi l'assetto politico-sociale è il risultato di tendenze e di forze numerose e complesse, materiali e spirituali, razionali e irrazionali, difficilmente controllabili. Nel continuo, intricato, ondeggiante accavallarsi di tutte queste forze e tendenze deve essere cercata la spiegazione delle diverse situazioni storiche nelle quali gli individui e le collettività si trovano concretamente ad operare. Gli stessi capi... sono profondamente condizionati e spesso addirittura travolti dalla circostante realtà".



domenica 24 ottobre 2010

Victor Zaslavsky. Una vita per la libertà e la verità.

Il professor Victor Zaslavsky è nato a San Pietroburgo, allora Leningrado, nel 1937. Suo padre, professore di metallurgia, era un "vecchio bolscevico", cioè era entrato nel partito prima del 1917. Sua madre, medico, divenne membro del partito due anni dopo la rivoluzione d'Ottobre. Come altri bolscevichi del periodo rivoluzionario che riuscirono a sopravvivere al Terrore staliniano furono da questo duramente colpiti nelle convinzioni e negli affetti.
Victor Zaslavsky intraprese lo studio della sociologia quando già esercitava la professione di ingegnere minerario. Passò successivamente al lavoro universitario. Costretto ad emigrare con la sua famiglia si stabilì in Canada, ottenendone la cittadinanza. Insegnò in università statunitensi e canadesi. Negli ultimi anni ha insegnato sociologia politica in Italia. E' scomparso nel 2009. Sua moglie e collaboratrice è stata la professoressa Elena Aga Rossi, insigne storica dell'Italia contemporanea e della Guerra Fredda.
Si deve principalmente al professor Zaslavsky il recente profondo rinnovamento della storiografia relativa al Partito comunista italiano. Egli, avvalendosi della conoscenza del russo, sua lingua madre, dell'esperienza diretta della Russia sovietica e soprattutto della possibilità di consultare fondamentali documenti conservati negli archivi russi, ha riscritto la storia del comunismo italiano collocandolo in un contesto internazionale.
Alla luce delle direttive sovietiche e dei rapporti di forza tra le grandi potenze, le decisioni dei dirigenti comunisti italiani e le vicende del partito sono state rilette e ricostruite su basi nuove e realistiche, abbandonando l'impostazione apologetica prevalente nell'opera degli storici italiani.
A Victor Zaslavsky va anche riconosciuto il merito di aver posto con chiarezza il problema dell'eredità politica e culturale lasciata dal vecchio partito comunista italiano, nonchè di aver sollevato con coraggio la questione della responsabilità morale e politica dei dirigenti e degli intellettuali italiani che fino al crollo dell'Unione Sovietica ne hanno agevolato l'azione e favorito l'influenza.
Scrive Zaslavsky nel suo fondamentale "Lo stalinismo e la sinistra italiana" (pag. 8 e 39):

"Ci sono purtroppo numerosi indizi significativi che i conti con lo stalinismo non sono stati ancora fatti e che l'eredità totalitaria continua a pesare sulla società italiana. Ancora oggi persistono la cultura politica della divisione del mondo in due campi, la mentalità della lotta permanente che necessita di avere un "altro" come nemico; l'esagerazione dei contrasti e il rifiuto dell'azione politica bipartisan; la mobilitazione sociale costante, i cui tradizionali scopi, bersagli e metodi risalgono ai totalitarismi del secolo passato".

"Per l'insieme dei dirigenti politici e degli intellettuali si pone con tutta la sua gravità il problema della complicità con un regime totalitario. Stabilire il grado di questa complicità dovrebbe diventare uno dei compiti dello storico che, facilitato dalla distanza temporale e basandosi su documenti e su testimonianze, cerchi di arrivare a una sua imparziale valutazione".

In rete Zaslavsky si può leggere qui:


http://www.ideazione.com/rivista/1998/marzo_aprile_1998/agarossi_zaslavski_2_98.htm

http://www.loccidentale.it/autore/victor+zaslavsky


Tra le principali opere pubblicate in Italia di Victor Zaslavsky da segnalare il notevole Lo stalinismo e la sinistra italiana, già citato.
Poi Storia del sistema sovietico. L'ascesa, la stabilità, il crollo.
Quindi, con Elena Aga Rossi, Togliatti e Stalin - Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca.

Sempre validissimo, per uno sguardo approfondito sulla Russia del Novecento, é:

Mihail HELLER e Aleksandr NEKRIC, Storia dell'Urss. Dal 1917 a Eltsin.

venerdì 15 ottobre 2010

Luigi Einaudi. Un liberale contro il proporzionalismo.





Luigi Einaudi (1874 - 1961) è stato uno degli esponenti più autorevoli, lucidi ed influenti del liberalismo italiano.
Laureato in giurisprudenza, fu professore universitario e giornalista. Senatore del Regno già nel 1919, con l'avvento del regime fascista la sua attività subì progressive limitazioni.
Si rifugiò in Svizzera dopo l'8 settembre 1943 e rientrò in Italia nel 1944. Nel 1946 fu eletto deputato all'Assemblea costituente. Dal 1945 al 1948 fu governatore della Banca d'Italia. Con De Gasperi presidente del Consiglio fu titolare di ministeri economici. Nel maggio 1948 diventò il secondo presidente della Repubblica italiana.
Nell'ambito del liberalismo italiano si distinse per la sua concezione unitaria della libertà, tratta dalla tradizione dei paesi di lingua inglese. Per Einaudi ogni aspetto della libertà contribuisce alla sua affermazione. Le libertà civili ed economiche sono interdipendenti e tutte necessarie alla realizzazione di una società liberale. In un articolo del 1944 espresse la sua radicale opposizione ai sistemi elettorali proporzionali, unitamente ad una visione del ruolo del parlamento pragmatica e dominata dalla preoccupazione di assicurare al paese governi stabili ed efficienti:

"È necessario dichiarare invece apertamente che questa della rappresentanza delle opinioni è, come tante altre, come ad esempio quella della autodecisione dei popoli o della separazione assoluta del potere legislativo da quello esecutivo o della sovranità dei parlamenti sui governi, e, peggiore di tutte, della sovranità piena degli stati indipendenti, una concezione distruttiva, anarchica, inetta a dar vita a governi saldi".

"I parlamenti non sono società di cultura od accademie scientifiche. Sono organi, il cui scopo unico è quello di formare governi stabili e di controllarne l'azione. Come disse il primo ministro del primo governo laburista, Ramsay Mac Donald, le elezioni non si fanno per contare le opinioni... ma si fanno per mettersi d'accordo in primissimo luogo sul nome della persona che in qualità di primo ministro sarà chiamato a governare il paese, e in secondo luogo sul nome di coloro che collaboreranno con lui o che ne criticheranno l'operato. Le elezioni hanno cioè per scopo di creare il consenso (consensus e non census) intorno ad un uomo ed al suo gruppo di governo ed intorno a chi oggi sarà il suo critico e domani ne prenderà il posto se gli elettori gli daranno ragione. Se non si vuole l'anarchia, questo e non una sterile accademica rassegna di opinioni è lo scopo unico preciso di un buon sistema elettorale".

"Vogliamo che il numero dei partiti, dei gruppi, dei sottogruppi parlamentari si moltiplichi all'infinito? Dobbiamo in tal caso scegliere la proporzionale; ma dobbiamo nel tempo stesso sapere che, così facendo, avremo fatto quel che meglio si poteva per impedire il funzionamento di un governo solido, duraturo ed operoso".

"In fondo, la proporzionale è il trionfo delle minoranze; ognuna delle quali ricatta le altre ed il governo, il quale dovrebbe essere l'espressione della maggioranza, per costringere parlamenti e governi a votare e proporre leggi volute dai singoli gruppi".

"L'errore massimo di principio della proporzionale è di confondere la lotta feconda delle parti, dei gruppi, degli ideali, dei movimenti, la quale ha luogo nel paese, con la deliberazione e l'azione dei parlamenti e dei governi".

Una lezione alta ed ancora pienamente attuale.

venerdì 8 ottobre 2010

Nobel per la pace al dissidente cinese Liu Xiaobo. Per Obama non cambia niente.

Gli stessi ambienti politico-culturali che hanno deciso l'attribuzione ad Obama del Nobel per la pace questa volta hanno conferito il prestigioso premio al dissidente cinese Liu Xiaobo.
Da tempo i rapporti tra USA e Cina sono tesi. Commercio, valute, crisi coreana e Taiwan rappresentano i principali problemi in discussione. Il Nobel di oggi, mentre difende principi irrinunciabili, mette in difficoltà sotto il profilo dell'immagine un competitore duro, sempre meno disposto a compromessi, ma non muta significativamente il quadro dei rapporti internazionali.
Anche in questo ambito la posizione del presidente americano sembra molto difficile. In Afghanistan si prepara un'uscita di scena che assume sempre più i tratti del fallimento, della resa. Obama ha investito le risorse del proprio paese in una guerra che non si può vincere, quella afghana, ponendo a rischio il faticoso successo ottenuto da Bush in Iraq.
I militari iracheni sanno di non essere autosufficienti per almeno altri dieci anni e si oppongono al ritiro USA, che dovrebbe avvenire entro il 2011. Perfino l'ex ministro di Saddam Tarek Aziz afferma che in questo modo il suo paese sarà "lasciato in mano ai lupi".
Obama, espressione di una cultura politica che ha perso ogni genuino contatto con la realtà, prigioniero della propria propaganda, si comporta ogni giorno di più come il liquidatore della potenza americana.
L' intenzione di fronteggiare la nuova emergenza irachena con il ricorso a molte migliaia di contractors mostra tutta la sua inadeguatezza di fronte a problemi che richiederebbero ben altre risorse politiche, morali e materiali. Gli USA sono sempre di più la "tigre di carta" che la satira di regime maoista allora poteva soltanto sognare.


giovedì 30 settembre 2010

Fede e ragione. "Quando sono debole, è allora che sono forte".

Il Cristianesimo si rivolge all'uomo nella sua interezza, quindi non solo al cuore ma anche alla ragione. Il suo nucleo è costituito dalla cristologia, cioè da quanto attiene a Gesù Cristo, alla sua morte e risurrezione. E' del tutto privo di caratteristiche esoteriche. Si offre tutto alla conoscenza di tutti. Non ci sono parti della dottrina cristiana riservate alla conoscenza di iniziati. Questa sua apertura è talmente netta da fargli assumere significativi tratti antintellettualisti.
Nel corso della sua storia millenaria è venuto a contatto con le più importanti correnti filosofiche. Il Magistero della Chiesa cattolica ne ha utilizzato quando necessario l'apparato concettuale per presentare, diffondere e difendere il messaggio cristiano, quindi prevalentemente nella prospettiva apologetica.
Individuerei in particolare due linee di sviluppo dottrinale, sempre ricondotte ad una visione sostanzialmente unitaria, segnate da accentuazioni diverse e non prive di qualche elemento apparentemente divergente.
La prima pone in rilievo la capacità umana di cogliere oggettive ed assolute verità metafisiche e morali. L'uomo già con le sue sole facoltà razionali sarebbe in grado di avvicinarsi alla Rivelazione, di predisporsi ad essa, perfino di conseguire, sia pure assai confusamente ed imperfettamente, alcuni suoi contenuti.
A questa linea è riconducibile, ad esempio, questo passo dell'enciclica Humani Generis di Pio XII:

"Benché la ragione umana, assolutamente parlando, con le sue forze e con la sua luce naturale possa effettivamente arrivare alla conoscenza, vera e certa, di Dio unico e personale, che con la sua Provvidenza sostiene e governa il mondo, e anche alla conoscenza della legge naturale impressa dal Creatore nelle nostre anime, tuttavia non pochi sono gli ostacoli che impediscono alla nostra ragione di servirsi con efficacia e con frutto di questo suo naturale potere".


La seconda linea invece mette in evidenza l'insufficienza della sapienza umana e la radicale novità della Rivelazione, indicando nella consapevolezza dei limiti e della debolezza di tale sapienza una condizione necessaria per l'accoglienza della salvezza che Dio ci offre. Questa via sembra percorrere Giovanni Paolo II nel seguente brano della sua enciclica Fides et Ratio:

" Il rapporto del cristiano con la filosofia, pertanto, richiede un discernimento radicale. Nel Nuovo Testamento, soprattutto nelle Lettere di san Paolo, un dato emerge con grande chiarezza: la contrapposizione tra "la sapienza di questo mondo" e quella di Dio rivelata in Gesù Cristo. La profondità della sapienza rivelata spezza il cerchio dei nostri abituali schemi di riflessione, che non sono affatto in grado di esprimerla in maniera adeguata.
L'inizio della prima Lettera ai Corinzi pone con radicalità questo dilemma. Il Figlio di Dio crocifisso è l'evento storico contro cui s'infrange ogni tentativo della mente di costruire su argomentazioni soltanto umane una giustificazione sufficiente del senso dell'esistenza. Il vero punto nodale, che sfida ogni filosofia, è la morte in croce di Gesù Cristo. Qui, infatti, ogni tentativo di ridurre il piano salvifico del Padre a pura logica umana è destinato al fallimento. " Dov'è il sapiente? Dov'è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? " (1 Cor 1, 20), si domanda con enfasi l'Apostolo. Per ciò che Dio vuole realizzare non è più possibile la sola sapienza dell'uomo saggio, ma è richiesto un passaggio decisivo verso l'accoglienza di una novità radicale: " Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti [...]; Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono " (1 Cor 1, 27-28). La sapienza dell'uomo rifiuta di vedere nella propria debolezza il presupposto della sua forza; ma san Paolo non esita ad affermare: " Quando sono debole, è allora che sono forte " (2 Cor 12, 10)"

Si tratta, come detto, di una diversa accentuazione di elementi tutti presenti nelle Scritture e nella Tradizione. E la differenza non cade sulla parte centrale della fede cristiana, rappresentata dalla cosiddetta cristologia.
Viene in sostanza in questione l'approccio apologetico da adottare. E allora vale la pena di considerare con attenzione le opinioni del professor Dario Antiseri che, indagando il possibile rapporto tra fede e ragione, prende le mosse dalla tendenza per seconda esaminata e propone un approccio alla fede cristiana imperniato su una concezione critica della ragione umana. Arrivando a valutare favorevolmente perfino gli esiti relativistici dell'etica contemporanea che, quando demolisce gli assoluti terrestri, fa spazio alla Rivelazione cristiana. Antiseri si richiama al pensiero di Pascal anche nella critica della morale naturale e del diritto naturale.
Egli scrive:

"In realtà, sebbene non sia stata l'unica, persiste nel mondo cattolico una tradizione che, dichiarandosi come la sola filosofia cristiana ortodossa, sostiene che c'è un sapere razionale con "tratti di oggettività e magari di incontrovertibilità" in grado di portare alla dimostrazione dell'esistenza di entità metaempiriche. La ragione, insomma, dimostrerebbe l'esistenza di quell'Ente metaempirico che poi il cristiano individuerebbe nel Dio di Gesù Cristo. E' così che la metafisica, dimostrando l'esistenza di Dio, appronterebbe i praeambula fidei configurandosi come ancilla theologie".

"Ad una ragione forte (o supposta tale), troppo sicura di sé e che presume di dimostrare la negazione dello spazio della fede ovvero, viceversa, di dimostrare l' esistenza di enti metaempirici, si è venuta progressivamente sostituendo un'idea di razionalità sempre più consapevole dei suoi limiti e che impone di reimpostare la questione dei rapporti tra ragione e fede. Di contro ad una ragione fondazionista e giustificazionista si impone una ragione non-giustificazionista stando alla quale la scienza non offre certezze, l'etica è senza verità, le metafisiche sono prive di fondamenti assoluti.
In tale prospettiva...svaniscono le dimostrazioni certe o magari incontrovertibili dell'esistenza di Dio ovvero della negazione dell'esistenza di Dio. Al loro posto subentra uno spazio di possibilità dove si fa ineludibile, perché ineludibile è la "grande domanda", la scelta atea o quella di fede". (D. ANTISERI, Cristiano perché relativista, relativista perché cristiano, 2003, pagg. 4 e 5)

E poi ancora:

"Per un cristiano, ciò che è bene e ciò che è male lo stabilisce il Vangelo o la ragione umana? E se lo stabilisse la ragione umana, non dovremmo allora dare ragione ai sostenitori della “dea ragione”, per i quali “mestier non era parturir Maria”?
Per un cristiano solo Dio è assoluto, per cui tutto ciò che è umano non può essere che storico, contestabile, relativo.
Il cristiano, pena la sua metamorfosi in idolatra, può predicare l’assolutezza di qualche cosa umana, comprese le proposte etiche?"

" L’umana ragione non è capace di fondare in modo univoco e incontrovertibile i valori, e la morale non trova il suo porto nella ragione. Lo trova nella fede, nel Dio dei cristiani. “La vera religione c’insegna i nostri doveri”. La vera giustizia è quella “secondo a Dio piacque di rivelarcela”. Solo Dio è “il vero bene” dell’uomo. In fondo, tutti i nostri “lumi” potranno solo farci conoscere che in noi non troveremo “né la verità né il bene”. In breve, “senza la fede l’uomo non può conoscere né il suo vero bene né la giustizia”. E la fede cristiana – dono da parte di Dio e scelta da parte dell’uomo – è una fede che va predicata, proposta e testimoniata, e non imposta. E se Pascal ha ragione, la presunzione di sapere, di conoscere, al di fuori della Sacra Rivelazione, che cosa sia il vero bene, non è forse una presunzione anticristiana? "





Come non pensare appunto a san Paolo che afferma: "Quando sono debole, è allora che sono forte "?



venerdì 24 settembre 2010

Le difficoltà di Obama e la crisi americana.

La ripresa economica americana è più lenta e debole del previsto. La popolarità di Obama scende mentre tra poco più di un mese le elezioni di midterm potrebbero rovesciare l'attuale maggioranza al Congresso. Gli Stati Uniti sono oggi come due anni fa un paese diviso e disorientato. Lo stesso disorientamento che ha portato Obama alla presidenza oggi, in altre direzioni e con differenti modalità, determina il successo del Tea Party.
Ma le ragioni profonde della crisi restano troppo spesso in ombra. La globalizzazione rapida e senza regole ha messo a nudo problemi di produttività e di competitività soltanto in parte mascherati dal successo di alcune grandi compagnie. Appare insostenibile una crescita stimolata dal debito privato ed ora anche da quello pubblico. La disgregazione delle famiglie, l'indebolirsi dell'etica del lavoro e della responsabilità, l'insufficiente propensione al risparmio individuale e familiare, l'inefficienza della scuola pubblica, la diffusione di stili di vita autodistruttivi minano i pilastri di una ripresa economica diffusa e solidamente proiettata nel futuro.
Le riforme di Obama, dirette a tamponare la crisi con l'imponente ricorso alla spesa pubblica e con discussi interventi in ambito assistenziale, non incidono realmente su quelle fondamenta sociali e morali che sono chiamate a reggere il paese ed a consentirne un solido sviluppo. Si tratta del resto di ambiti dove le tradizioni svolgono un ruolo decisivo. Esiste una significativa asimmetria tra la capacità dello stato di contribuire alla distruzione di un assetto tradizionale tramite riforme dalle conseguenze spesso impreviste e l'idoneità dello stato stesso a promuovere ed a consolidare altre auspicate tradizioni. Qui distruggere è assai più facile che costruire.
Occorre insomma ottenere una consapevolezza più precisa delle ragioni profonde della debolezza del paese ed assumere comportamenti conseguenti, abbandonando visioni e programmi che di questa debolezza sembrano insieme causa ed espressione. Con l'obiettivo di ricostruire una solida e vitale democrazia liberale, capace di confrontarsi con successo con il rinnovato autoritarismo cinese.
Se Obama non rinnegherà se stesso, le sue promesse ed i suoi programmi del suo grande paese potrà essere solo il liquidatore, il curatore fallimentare. E non per molto. Questo video, uno spot di Sarah Palin, mostra un'America profonda che noi europei spesso non comprendiamo. La sua reazione può ancora sorprendere. Vedremo quale direzione prenderà.




mercoledì 15 settembre 2010

Il nuovo autoritarismo nell'età della globalizzazione. I problemi di efficienza delle democrazie liberali.

Nell'economia globalizzata gli imprenditori si procurano ormai liberamente i fattori della produzione in qualsiasi parte del mondo, dove sono più convenienti, mentre i consumatori acquistano beni e servizi provenienti anche dai paesi più lontani.
Queste relazioni collegano gli interi sistemi paese come vasi comunicanti. Si produce una pressione ad uguagliare tutti gli elementi che determinano, anche indirettamente, la convenienza dei fattori della produzione, dei prodotti e dei servizi. 
Tali elementi comprendono le caratteristiche della pubblica amministrazione, la presenza e il modo di operare di partiti e sindacati, perfino le forme di stato e di governo. Sono rilevanti la prontezza dei governi a prendere decisioni, la rapidità nell'eseguirle, la loro capacità di fare, tener fermi ed attuare programmi a lunga scadenza, di imporre la costruzione di infrastrutture necessarie a comunità locali recalcitranti, di influire adeguatamente sulla propensione di individui e famiglie al risparmio ed al differimento della soddisfazione dei desideri.
Bisogna francamente ammettere che i rinnovati regimi autoritari del Ventunesimo secolo, tra i quali il cinese rappresenta ormai un modello, eliminati o ridotti i tratti di ferocia ed ottusità che prima li caratterizzavano pesantamente, costituiscono ormai sotto questo profilo antagonisti delle democrazie liberali assai insidiosi.
Tali democrazie tendono al contrario ad avere processi decisionali pubblici lenti e farraginosi, a subordinare l'azione dei governi alle tendenze ondivaghe dell'opinione pubblica sotto la pressione di scadenze elettorali ravvicinate, a subire eccessivamente il condizionamento dei sindacati. Esistono insomma per le democrazie occidentali evidenti problemi di efficienza.
Quali soluzioni? Premesso che le tradizioni in questo ambito rivestono un ruolo molto importante e si formano in larga misura spontaneamente, occorre riconoscere che le riforme ipotizzabili sembrano assai impopolari.
Si dovrebbe limitare il ruolo degli istituti di democrazia diretta, rafforzare per converso i tratti rappresentativi delle istituzioni democratiche, diradare le consultazioni elettorali, diminuire il peso dei parlamenti, soprattutto escludendo la possibilità di modificare i provvedimenti di spesa presentati dai governi al vaglio dei parlamenti stessi, adottare sistemi elettorali intensamente maggioritari su base nazionale, favorire la stabilità dei governi, circoscrivere attentamente le competenze delle autonomie locali.
Svolta autoritaria? Morte della libera democrazia? No! Ritorno al suo ruolo essenziale di consentire la sostituzione dei governi cattivi senza spargimento di sangue, seguendo percorsi istituzionali predeterminati. Nell'Atene democratica classica Pericle pose a fondamento e giustificazione della democrazia rappresentativa il principio secondo il quale non tutti possono governare, ma tutti devono poter giudicare chi governa. Troppo a lungo ci siamo allontanati da questa corretta visione delle possibilità e del ruolo della democrazia.



giovedì 9 settembre 2010

Libertà religiosa e tolleranza. Libertà e tolleranza non devono essere causa della propria distruzione


Negli Stati Uniti la proposta di costruire una moschea a Ground Zero ha determinato una accesa controversia tra favorevoli e contrari. I primi, tra i quali il sindaco Bloomberg e lo stesso presidente Obama, hanno invocato i principi costituzionali di libertà religiosa e di tolleranza.
Però il richiamo di Obama a tali principi presta il fianco ad obiezioni fondamentali. In realtà libertà e tolleranza non solo possono ma devono essere limitate e regolate. Va poi sottolineato che le religioni sono molto diverse tra loro quanto a contenuti ed effetti sul piano sociale, culturale, istituzionale e perfino economico.
Solo regole e limiti possono garantire a tutti uguale libertà e tolleranza. Ed ancora solo regole e limiti possono evitare che libertà e tolleranza siano causa della propria distruzione. Uno dei più lucidi ed influenti intellettuali liberali del Novecento, Karl Popper, scrive nella Società aperta e i suoi nemici, nota 4 al capitolo settimo del volume primo:

"Se estendiamo l'illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l'attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti, e la tolleranza con essi."

"Noi dovremmo quindi proclamare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intolleranti. Dovremmo insomma proclamare che ogni movimento che predica l'intolleranza si pone fuori legge e dovremmo considerare come crimini l'incitamento all'intolleranza e alla persecuzione, allo stesso modo che consideriamo un crimine l'incitamento all'assassinio, al ratto o al ripristino del commercio degli schiavi."

Molto importante è inoltre porre in rilievo che non tutte le religioni sono compatibili con le istituzioni libere e la società aperta. Oggi l'esigenza di osservare i canoni del "politicamente corretto" prevale sul rispetto della verità. Ma non è sempre stato questo l'approccio prevalente. I grandi precursori del pensiero liberale non erano certo dominati da tali preoccupazioni.
Significative le parole di Tocqueville nella Democrazia in America, libro terzo, parte prima, capitolo quinto:

"... nel Corano non solo dottrine religiose, ma anche massime politiche, leggi civili e criminali e teorie scientifiche. Il Vangelo, invece, parla solo dei rapporti generali degli uomini con Dio e fra loro. Al di fuori di questo non insegna nulla e non obbliga a credere nulla. Questo soltanto, fra mille altre ragioni, basta a mostrare che la prima di quelle due religioni non può dominare a lungo in tempi di...democrazia, mentre la seconda è destinata a regnare anche in quei secoli come in tutti gli altri."

E, prima di lui, Montesquieu, nel libro ventiquattresimo, capitoli quarto e terzo dello Spirito delle leggi:

"Per quanto riguarda il carattere della religione cristiana e quello della religione musulmana, si deve senz'altro abbracciare l'una e respingere l'altra: perchè per noi è molto più evidente che una religione debba addolcire i costumi degli uomini, di quanto non sia evidente che una religione è la vera.

E' una sciagura per la natura umana che la religione sia data da un conquistatore. La religione maomettana, la quale non parla che di spada, influisce ancora sugli uomini con quello spirito distruttore che l'ha fondata.

La religione cristiana è lontana dal dispotismo puro: infatti, essendo la mitezza tanto raccomandata nel Vangelo, essa si oppone alla collera dispotica con cui il principe si farebbe giustizia e metterebbe in pratica le sue crudeltà.

.....dobbiamo al cristianesimo, nel governo un certo diritto politico, e nella guerra un certo diritto delle genti, di cui l'umanità non potrebbe mai essere abbastanza riconoscente."

La società aperta e le istituzioni libere hanno bisogno di difensori forti ed attenti. Senza di essi anche i più solidi baluardi cadono.



sabato 28 agosto 2010

Elezioni. La scelta importante.

Mentre si affaccia la possibilità di elezioni anticipate, assai criticata è la legge elettorale vigente. Si lamenta l'impossibilità di esprimere preferenze. Si propone il passaggio ai collegi uninominali. Ma bisogna essere franchi. Per queste vie la libertà di scelta dell'elettore ed il peso del suo voto possono essere ridotti invece che crescere.
Sulle preferenze va detto che, senza elezioni primarie, una o poche che siano, le candidature vengono comunque decise dai partiti o dalle loro correnti. La concorrenza tra candidati dello stesso partito produce un aumento dei costi della politica e quasi certamente un aumento degli illeciti commessi per ottenere i soldi necessari. L'accentuarsi del fenomeno delle correnti dei partiti ne riduce la capacità di proposta e decisione. L'eventuale introduzione delle cosiddette elezioni primarie non esclude l'ingerenza dei vertici dei partiti mentre non offre alcuna garanzia che siano scelti candidati più capaci di quelli che emergono dalla tradizionale selezione interna.
Quanto ai collegi uninominali, a prescindere dalla questione del turno unico o doppio, oltre a quanto premesso, va sottolineato che essi non incrementano la probabilità di maggioranze parlamentari stabili nè assicurano che l'elettore possa scegliere direttamente chi dovrà governare. Nelle recenti elezioni inglesi, proprio con i tradizionali collegi uninominali, la scelta della coalizione di governo è stata fatta non dagli elettori ma dai vertici dei partiti, con trattative successive. In effetti la disomogenea distribuzione territoriale dei consensi e la ristrettezza dei collegi può non raramente escludere la scelta diretta dei governanti. Mentre disegnando i confini dei collegi stessi si può furbescamente influenzare l'esito della consultazione elettorale.
La scelta diretta dei governanti e soprattutto il diretto giudizio su chi ha governato rappresentano invece le questioni fondamentali e le libertà più preziose per il cittadino elettore. Solo situazioni straordinarie possono giustificare misure volte a rendere meno diretta l'efficacia del voto popolare.

sabato 21 agosto 2010

La ripresa dei negoziati diretti tra Israeliani e Palestinesi. Pace possibile oppure operazione propagandistica?

Presto riprenderanno i negoziati diretti per porre fine al conflitto israelo-palestinese. Il presidente Obama ed il suo segretario di stato Clinton hanno promesso un forte impegno della amministrazione americana per ottenere risultati concreti entro un anno.
Ma i problemi da risolvere per avere una pace genuina e duratura sono tuttora privi di una possibile soluzione. Il carattere ebraico dello stato israeliano è considerato irrinunciabile e non negoziabile dagli Israeliani. Mentre altrettanto irrinunciabile e non negoziabile è per i Palestinesi il ritorno dei profughi palestinesi in Israele.
Queste sono le premesse reali della trattativa, che consentono al massimo il consolidamento di una tregua. Ma Obama deve affrontare le elezioni imminenti. Il bilancio della sua presidenza è fallimentare. Anche un successo esclusivamente propagandistico sulla scena internazionale sembra importante. I governanti israeliani e palestinesi staranno al gioco.

sabato 14 agosto 2010

Giovanni Giolitti. Memorie della mia vita







Mentre si prepara la celebrazione dell'Unità d'Italia ricordiamo il primo vero grande statista dell'Italia unita, Giovanni Giolitti. Piemontese, di estrazione borghese e formazione giuridica, segnò con la sua opera un'intera stagione politica italiana. I suoi governi modernizzarono il paese e ne allargarono la base democratica.
Cercò di evitare la Prima guerra mondiale e la partecipazione ad essa dell'Italia. Tentò di coinvolgere i socialisti nel governo. Lavorò per inserire il movimento fascista nelle istituzioni costituzionali e smorzarne così l'impeto eversivo. Ad altri in larga misura è imputabile il fallimento di questi obiettivi.
Le Memorie della mia vita sono un documento fondamentale per la comprensione di una grande parte della storia dello stato italiano unitario e dei suoi problemi. Da esse emergono l'Italia che è stata e quella che sarebbe potuta essere.
Si possono interamente leggere qui:

Volume I

Volume II

Alcune brevi citazioni evocano con immediatezza i tratti antiretorici e pragmatici del suo carattere e la sua lucida e lungimirante intelligenza.

"Quando sopraggiunse la guerra del cinquantanove, avevo diciassette anni; ero figlio unico di madre vedova, e non potevo lasciarla."

Poi, sulla Prima guerra mondiale:

"Ricordavo i due tentativi dell'Austria, che avevo concorso a sventare, per aggredire la Serbia nell'anno precedente, e sentivo e sapevo che il partito militare austriaco mirava ostinatamente a tale scopo; ma io confidavo che le ragioni della pace, che erano così grandi e universali, avrebbero prevalso contro quella criminale infatuazione. La guerra con la Serbia era voluta dai militaristi austriaci come mezzo per sanare le discordie interne, con l'illusione che essa potesse rimanere isolata; ma io pensavo che le altre potenze, che non avevano quelle ragioni e non potevano farsi illusioni sul contegno della Russia di fronte ad una tale provocazione, e che avrebbero dovuto comprendere l'enormità del disastro che la guerra europea sarebbe stata per tutti, avrebbero all'ultimo trovato un compromesso ed una transazione che evitasse l'immane rovina."

"...io osservavo che non si può portare il proprio Paese alla guerra per ragione di sentimento verso altri popoli, ma solo per la tutela del suo onore e dei suoi primari interessi. Tali sono le ragioni pratiche...per le quali io esprimevo parere contrario all'entrata dell'Italia in guerra; e le quali, per quanto riguarda le previsioni della durata della guerra, delle sue difficoltà e dei sacrifizi di uomini e di ricchezza che essa implicava, furono poi pienamente confermate dagli avvenimenti."




Per approfondire: Aldo A. Mola - "Giovanni Giolitti. Il senso dello Stato"





domenica 8 agosto 2010

Riforme liberali. Riforme per il consenso, consenso per le riforme.




Uno dei pochi genuini intellettuali liberali che l'Italia può vantare, Piero Ostellino, ha scritto sul Corriere della Sera:

"...il presidente del Consiglio ha un solo modo di ripristinare la propria leadership appannata. Recuperare la vecchia spinta propulsiva liberale della prima ora. Interpretare le esigenze economiche e sociali e le pulsioni di «piccoli», imprese, professionisti e autonomi...".

Qui Ostellino, certo perché costretto negli spazi angusti di un quotidiano, salta alcuni passaggi fondamentali. Quale dovrebbe essere la struttura di un programma liberale? Quali le condizioni per la sua realizzazione? E' molto diffusa nell'opinione pubblica una visione caricaturale del liberalismo, concepito come assenza di regole che consente abusi e sopraffazioni. Il liberalismo è favore per la libertà individuale ma, proprio in vista di questo obiettivo fondamentale, richiede invece ai governi che vogliano ispirarsi ad esso un impegno vasto e multiforme. Appare ancora insuperata l'indicazione dei compiti di un governo liberale che Adam Smith destinò a contrassegnare il libro quinto del suo La ricchezza delle nazioni:

" Al primo dovere del sovrano, quello di proteggere la società dalla violenza e dall'aggressione di altre società indipendenti, si può adempiere solo per mezzo di una forza militare."

"Il secondo dovere del sovrano, quello di proteggere, per quanto possibile, ogni membro della società dall'ingiustizia e dall'oppressione di ogni altro membro della società stessa, cioè il dovere di instaurare un'esatta amministrazione della giustizia"

"Il terzo e ultimo dovere del sovrano o della repubblica è quello di erigere e conservare quelle pubbliche istituzioni e quelle opere pubbliche che, per quanto estremamente utili a una grande società, sono però di natura tale che il profitto non potrebbe mai rimborsarne la spesa a un individuo o a un piccolo numero di individui, sicché non ci si può aspettare che un individuo o un piccolo numero di individui possa erigerle o conservarle...opere e istituzioni di questo genere sono principalmente quelle per facilitare il commercio della società e quelle per promuovere l'istruzione della popolazione".

Questi principi conducono ad una azione riformatrice capace di rafforzare l'autorevolezza dei governi e di procurare loro consensi. Ciò però è meno semplice di quanto appare. Una parte di queste riforme pesa su una spesa pubblica che già pone notevoli problemi. Ma alcune di esse possono costare anche sotto il profilo del consenso. Tanti sono i beneficiari di assetti e metodi corporativi ed illiberali, anche tra i soggetti citati da Ostellino. Basti pensare alla necessaria riforma degli ordini professionali. Mentre il tentativo di riformare giustizia e scuola sta già provocando resistenze che non sembrano guardare tutte all'interesse del paese.
Dunque non è facile procedere nel senso auspicato da Ostellino. E' necessaria una cultura liberale diffusa che non c'è. Mentre potrebbe mancare il consenso proprio a quelle riforme che lo stesso Ostellino considera idonee a crearlo.

venerdì 30 luglio 2010

L' informazione militante. Purchè non sia la sola.


In una lettera a Lord Coleraine del 31 maggio 1970, che si può leggere in Karl POPPER, Dopo La società aperta, ed. 2009, pagg. 385 e 386, il filosofo austriaco scrive:

" Per motivi a me del tutto ignoti, la propaganda di sinistra ha ottenuto una vittoria in quasi tutti i Paesi occidentali che può essere definita solo come completa. Sembra che essi si siano accaparrato il monopolio nel controllo di tutti i "mass-media" (la loro orribile terminologia). Come ciò possa essere accaduto non so..."

Questo pare vero in larga misura anche oggi. Il giornalismo militante "liberal", progressista, mostra ancora una straordinaria capacità di costruire reti e collegamenti, di conquistare redazioni, ordini professionali, scuole di giornalismo.
Il primo organizzatore e l'insuperato maestro di questa forma di militanza è stato con ogni probabilità il vecchio Willi Munzenberg. Comunista tedesco al servizio dei sovietici, editore ed organizzatore apparentemente indipendente di movimenti, campagne propagandistiche ed eventi culturali, diffuse idee e visioni del mondo tuttora presenti e vive nella opinione pubblica delle democrazie occidentali. Molti, di solito senza sapere nulla di lui, oggi applicano ancora i suoi metodi ed adottano le sue tattiche.
Non è possibile separare i fatti dalle opinioni. Informare vuol dire inevitabilmente anche formare. Individuare i fatti rilevanti e presentarli in un modo piuttosto che in un altro è necessariamente il frutto di una scelta. Ogni giornalista informando tenta di convincere, di accreditare una lettura della realtà.
Ma il giornalista militante va oltre. Cerca di influenzare la vita politica, di aiutare o danneggiare politici o movimenti politici. Tenta addirittura di redigere l'agenda politica, di diventare l'effettivo titolare dell'indirizzo politico. La ricerca della verità viene in subordine. La verità è per lui solo un sottoprodotto eventuale, uno strumento di cui talvolta avvalersi.
Tutto sommato meglio il giornalista che cerca lo scoop per guadagnare di più e vivere nel lusso. E' meno pericoloso per la libertà. E qualche volta finisce pure per darle una mano.

martedì 20 luglio 2010

Cristianesimo e condizione femminile. I musulmani alla scoperta dell'Europa.




Quello dell'influenza del cristianesimo sulla condizione della donna occidentale è un tema controverso e lungamente dibattuto. Sembra però prevalere la convinzione che la religione tradizionalmente dominante in Occidente abbia svolto in quest'ambito un ruolo negativo. E' opinione comune che quindici secoli di egemonia cristiana abbiano costituito un lungo periodo di limitazione della libertà della donna, di lesione della sua dignità e di repressione sessuale. Ma è davvero così?
Almeno qualche dubbio fanno sorgere le testimonianze dei musulmani che hanno visitato l'Europa cristiana dal nono al diciannovesimo secolo, prima che il disincanto e la secolarizzazione che hanno progressivamente segnato gli ultimi duecento anni ed in particolare il Secondo dopoguerra mutassero di nuovo radicalmente costumi, visioni del mondo ed assetti giuridici. Il merito di aver raccolto e reso accessibili al grande pubblico queste testimonianze è del professor Bernard Lewis, uno dei più autorevoli studiosi dell'Islam e del Medio Oriente del Novecento. Nel suo I musulmani alla scoperta dell'Europa, ed. 2004, pagg. 351 e segg., Lewis scrive:

"Dall'esame dei libri di viaggio tramandatici, possiamo asserire che, fino al XIX secolo, i visitatori musulmani in Europa furono tutti, senza eccezione, uomini.
Tuttavia, la maggior parte di essi esprime qualche osservazione sul tema della donna e del suo ruolo nella società...: l'istituzione cristiana del matrimonio monogamico, l'assenza di norme sociali che limitino in modo sostanziale la libertà della donna e la considerazione in cui sono tenute anche dalle persone di elevato rango destano immancabilmente meraviglia, sebbene mai ammirazione, nei visitatori provenienti dalle terre islamiche".

"Un fatto che non poteva lasciare indifferenti gli osservatori musulmani sia dell'età medievale che dell'età moderna era, per esprimerci con i loro termini, la licenziosa libertà delle donne e la straordinaria mancanza di virile gelosia negli uomini"

"C'era un connotato della società cristiana che puntualmente sconcertava gli stranieri musulmani: il rispetto con cui venivano trattate le donne in pubblico. Evliya osserva:

In quel paese vidi una cosa straordinaria. Se l'imperatore incontra una donna per strada ed è a cavallo, si ferma e cede il passo alla donna. Se, invece, egli è a piedi e incontra una donna, si ferma in atteggiamento cortese. Poi la donna saluta l'imperatore ed egli si leva il cappello e si rivolge alla donna con deferenza e riprende il cammino solo dopo che ella sia passata. E' uno spettacolo straordinario.
In questo paese, come pure in altre terre degli infedeli, l'ultima parola spetta alle donne, che vengono onorate e riverite per amore di Madre Maria".

Di straordinaria importanza queste ultime parole di Evliya. Viene messo in rilievo il consapevole rapporto tra tradizione cristiana e trattamento riservato alla donna.
Le fonti musulmane qui citate rappresentano testimonianze certamente dirette a stupire il lettore. Ma la preoccupazione di sorprendere, di meravigliare, non le rende meno significative. Emerge un quadro sostanzialmente inaspettato, capace di porre in discussione più d'un luogo comune.

Bernard LEWIS, I musulmani alla scoperta dell'Europa, prima edizione, 2004.



sabato 10 luglio 2010

Soldi e politica. L'altra faccia della luna.


Molti italiani, soprattutto giovani, e moltissimi stranieri non riescono a capire come l'elettorato italiano possa aver determinato con il suo voto l'attuale assetto politico. Sembra difficile da comprendere una scelta che indagini della magistratura, conflitti di interesse e notevoli anomalie dovrebbero precludere.
In realtà basta raccontare qualcosa del rapporto tra soldi e politica negli ultimi decenni. La Repubblica italiana è nata nel 1946 come repubblica dei partiti, soprattutto di partiti di massa, costosi e distributori impenitenti di impieghi, prebende, sinecure. Fin da subito uomini politici e partiti hanno avuto bisogno di denaro, lo hanno cercato e lo hanno ottenuto. La situazione internazionale, la gestione pubblica di attività economiche e certi tratti della società italiana hanno reso piuttosto agevole tutto ciò.
Alcune date e qualche numero. Tra il 1974 ed il 1975 il parlamento si occupa del finanziamento dei partiti. Prevede forme di finanziamento pubblico e sanzioni penali per i finanziamenti fuori legge. Dunque almeno da questa data la magistratura può colpire sistematicamente il passaggio illecito di denaro ai politici ed alla politica, di cui si avvantaggia pesantemente anche il Partito comunista italiano.
Nel solo periodo dal 1973 al 1979, secondo la documentazione sovietica esaminata dal professor Zaslavsky, esso riceve dall' Unione Sovietica 32-33 milioni di dollari. Eppure, stranamente, per quindici lunghi anni la magistratura non riesce ad intervenire se non sporadicamente e con indagini a carico soltanto di esponenti della maggioranza di governo.
Pochi casi, non più di cinque. Tra essi qualche scandalo: il caso Lockheed, quello Italcasse.
Molto rumore, un presidente della repubblica sicuramente innocente, Leone, costretto vergognosamente alle dimissioni da una campagna di stampa e dalla richiesta del PCI. Ma, appunto, nulla di sistematico. Basti pensare che dal 1987 al 1992 alla Camera non giunse nessuna richiesta di autorizzazione a procedere per reati di questo tipo.
Quando arriva il 1989 tutto comincia a muoversi. Nell'autunno, quasi contemporaneamente, cade il Muro di Berlino ed il parlamento italiano con voto unanime approva un'amnistia per i reati di finanziamento illecito dei partiti. Colpo di spugna, con il consenso di tutti. Nessuno, o quasi, grida allo scandalo.
Pochi anni dopo, dal 1992 al 1994, la magistratura italiana scatena l'operazione Mani pulite.
Inchieste promosse dalle principali procure, con numerosi arresti ed estese indagini patrimoniali, portano alla scomparsa di interi partiti politici di governo, la DC ed il PSI prima di tutti.
L'ex PCI resta sostanzialmente indenne, toccato solo marginalmente dalle indagini, senza conseguenze di rilievo. Lo schieramento politico italiano è azzerato nella sua parte moderata. Una storia italiana, certamente non priva di contraddizioni, zone d'ombra, interrogativi senza risposte convincenti, anomalie.
Quando Berlusconi si propone nel 1994 gli elettori moderati non hanno più chi li rappresenti e si stanno abituando alle anomalie, alle non invidiabili peculiarità italiane. Da allora accettano un'anomalia che ai loro occhi appare una risposta inevitabile ad altre anomalie che non possono accettare.



Per questo scritto devo molto ad un libro breve ma importante, che già ho consigliato su questo blog: Ernesto GALLI DELLA LOGGIA, Tre giorni nella storia d'Italia.



venerdì 2 luglio 2010

Il vecchio e il nuovo nella Voce della Russia.


I rapporti della Russia con  gli Stati Uniti e i loro tradizionali alleati attraversano una fase di profondo cambiamento. Il presidente Obama ha parlato di "reset", di nuovo inizio. Ma il processo era già avviato prima della sua elezione e probabilmente sopravviverà alle vicissitudini della sua presidenza.
Dopo il crollo dell'Unione Sovietica e la dissoluzione dell'apparato ideologico marxista leninista i dirigenti russi hanno dovuto fronteggiare immensi problemi. Un'economia devastata, spinte centrifughe etnico-religiose, terrorismo, un'opinione pubblica caratterizzata da sentimenti nazionalisti ed antioccidentali, frutto in larga misura di decenni di martellante propaganda sovietica, l'enorme vicino cinese.
Le loro risposte sono state e sono incerte e contraddittorie, mentre gli Stati Uniti hanno gestito l'eredità di tanti decenni di dura contrapposizione faticando a comprendere nuovi limiti e nuove opportunità. Ma la convergenza di interessi e la consapevolezza della sua esistenza sembrano consolidarsi. Uno dei modi più diretti ed interessanti per misurare il nuovo e il vecchio è visitare il sito ufficiale della redazione italiana della Voce della Russia, radio internazionale di questo grande e composito paese.
Tra retorica stantia, stile burocratico, relitti di un pesante passato, troviamo dichiarazioni sorprendenti, resoconti di incontri inaspettati ed inusuali. Ci sono i nuovi contatti con il governo di Israele, i momenti di collaborazione con la NATO, l'impegno per salvaguardare simboli religiosi - il crocifisso - un tempo combattuti. E poi l'irritazione per alcune operazioni americane in ex repubbliche sovietiche ma anche l'impegno per contrastare l'avventura nucleare iraniana.
Non è irrealistico pensare di poter allargare il dominio di libertà e diritti non contro bensì insieme alla Russia. Ma occorre grande cautela. Medvedev e Putin vanno attesi alla prova dei fatti. Si comprenda però che una Russia allo sbando che imploda sotto il peso dei propri ritardi e delle proprie difficoltà non è mai stata e non è nell'interesse dell'Occidente.


sabato 26 giugno 2010

Il declino dell' intelligenza europea. Da Henri Pirenne e Johan Huizinga a Dan Brown.

Qualche giorno fa, in Belgio, nell'ambito di una scrupolosa inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa cattolica, un magistrato ha ordinato di perquisire la cripta della cattedrale di Mechelen.
Nulla è stato trascurato. Sono state cercate prove contro i pedofili perfino dentro le tombe dei cardinali Van Roey e Suenens. Purtroppo gli inquirenti hanno dovuto usare il martello pneumatico.
Solo pochi decenni fa in questa florida regione europea le persone destinate a svolgere ruoli di rilievo si formavano con le opere di autori come Henri Pirenne o Johan Huizinga. Ora evidentemente sono i romanzi di Dan Brown ad avere il privilegio di scolpire queste belle intelligenze.

domenica 20 giugno 2010

Le liberalizzazioni. Perchè è necessario modificare la costituzione.

La costituzione della repubblica italiana entrata in vigore il 1° gennaio 1948 è stata poi modificata profondamente, sia ricorrendo alle procedure previste dalla costituzione stessa nell'articolo 138 per la sua revisione, sia con il mutamento della cosiddetta costituzione materiale cioè della prassi costituzionale.
Per esempio, nel rispetto dell' art. 138, negli anni Novanta è stato ridefinito in senso assai restrittivo l'istituto dell'immunità parlamentare, fino ad alterare l'equilibrio tra poteri e organi costituzionali stabilito dall'Assemblea costituente eletta nel 1946.
Mediante l'evoluzione della prassi costituzionale poi, almeno a partire dalla presidenza Pertini, si sono attribuiti al presidente della repubblica compiti di indirizzo politico e di controllo della costituzionalità delle leggi certamente eccedenti le attribuzioni originariamente previste ed esercitate.
In questi giorni si è riacceso il dibattito sulle liberalizzazioni. Il nostro paese ha bisogno di una crescita economica più vigorosa. La riduzione degli oneri burocratici ed amministrativi a carico degli imprenditori e degli ostacoli alla nascita di nuove imprese può dare un contributo notevole al conseguimento di tale obiettivo.
Molto si può fare con leggi ordinarie. E' però non solo possibile, come sopra ricordato, ma necessario procedere a modifiche della costituzione. Per più di una ragione. Una parte del dettato costituzionale pare non solo superata dagli eventi, ma  anche sbagliata nei suoi presupposti teorici e tale da imporre allo stato una condotta sterile o addirittura controproducente.
Basti pensare all'ultimo comma dell' articolo 41: " La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali". La programmazione economica, mitica panacea tenacemente perseguita nel Secondo dopoguerra, quando effettivamente tentata non ha dato affatto i risultati sperati. Ha bensì contribuito allo sperpero di risorse e prodotto distorsioni ancora in atto. Sembra dunque assurdo continuare a prevederne l'attuazione.
E' inoltre opportuno costituzionalizzare il principio di favore per i controlli successivi e quello della responsabilizzazione degli imprenditori, per fornire un indirizzo all'azione della repubblica indipendente da effimere ristrette maggioranze parlamentari, ma non solo. Va sottolineato infatti che l'onere di adeguare l'imponente legislazione economica italiana a questi principi non può gravare soltanto sulle spalle di parlamento e governo. Idonee revisioni della costituzione consentirebbero alla magistratura di chiamare anche la Corte costituzionale a contribuire significativamente alle liberalizzazioni. La Corte potrebbe così intervenire sulla normativa da adeguare ai nuovi principi ridisegnandola direttamente o provocando l'intervento del legislatore ordinario.
Del resto la conformità alla costituzione dell'intera legislazione italiana è stata nella storia repubblicana in larga misura ottenuta proprio grazie all'intervento della Corte costituzionale.
Applichiamo dunque la costituzione. Modificandola.

lunedì 14 giugno 2010

Il problema degli Ebrei secondo Karl Popper. Perchè oggi bisogna difendere Israele.


I genitori di Popper, nato in Austria, venivano da una famiglia di fede ebraica, anche se presto decisero di convertirsi al protestantesimo. Dunque il filosofo austriaco conosceva bene il problema della condizione degli Ebrei in Europa. Racconta Popper in La ricerca non ha fine - Autobiografia intellettuale -seconda edizione, 1978, pagg. 108 e 109:

"Dopo lunga riflessione, mio padre decise che il vivere in una società stragrandemente cristiana imponeva l'obbligo di recare la minima offesa possibile - l'obbligo di farsi assimilare.
Ma ciò voleva dire recare offesa al giudaismo organizzato. E voleva anche dire essere denunciato come vile, come un uomo che aveva paura dell'antisemitismo.
Tutto questo era comprensibile. Ma la risposta fu che l'antisemitismo era un male di cui dovevano aver paura tanto gli ebrei quanto i non-ebrei, e che era compito di tutte le persone di origine ebraica di fare del loro meglio per non provocarlo: molti ebrei, inoltre, si fusero con la popolazione: l'assimilazione era all'opera.
Certo è ben comprensibile che le persone che venivano disprezzate in ragione della loro origine razziale avrebbero reagito dicendo di esserne orgogliose. Ma l'orgoglio razziale non è solo una cosa stupida, ma pure sbagliata, anche nel caso in cui sia provocato dall'odio razziale.
Ogni nazionalismo o razzismo è un male, e il nazionalismo ebraico non rappresenta un'eccezione".

Popper è guidato dalla convinzione che ciascuno è responsabile della propria condotta e delle sue conseguenze, in particolare delle sofferenze ingiuste provocate. Seguendo questo criterio nel 1989 si rifiutò di firmare un "Appello Mondiale" a favore di Salman Rushdie, autore di un romanzo secondo molti musulmani recante ingiurie all'Islam e per questo minacciato di morte dai fondamentalisti islamici. Alla contesa seguirono scontri ed uccisioni. In questa occasione così scrisse a Isaiah Berlin:

"Infatti, sappiamo tutti che l'Ayatollah è di gran lunga il peggiore criminale. E ovviamente Rushdie dovrebbe essere protetto dalla polizia. Possiamo anche dispiacerci per lui. Ma mi dispiace molto di più per le persone che sono state uccise in questo conflitto. Credo che ogni libertà implichi dei doveri: usare responsabilmente la propria libertà."

La lettera a Berlin si può leggere in Karl POPPER, Dopo la società aperta, ed. 2009, pag.308.

Dunque l'autore della Società aperta e i suoi nemici pensava che gli Ebrei avrebbero dovuto fare ogni sforzo per integrarsi nelle società europee cui appartenevano per nascita. Ciò si risolve in una severa critica del sionismo contemporaneo, movimento nato nella seconda metà del Diciannovesimo secolo per dare una terra al popolo ebraico, poi individuata nel territorio dell'Israele biblico.
Il movimento sionista promosse il trasferimento in Palestina di centinaia di migliaia di ebrei a partire appunto dalla seconda metà dell'Ottocento. Dopo la Seconda guerra mondiale, l'Olocausto e sanguinosi contrasti la comunità internazionale prese atto della nuova situazione creatasi in Palestina e consentì la costituzione dello stato d'Israele. Le vicende di Israele nel Secondo dopoguerra mostrano la lungimiranza e la lucidità della posizione popperiana sul problema degli Ebrei.
Ma proprio seguendo questa stessa impostazione dobbiamo oggi prendere risolutamente la difesa di Israele.
Lo stato ebraico di Israele esiste da oltre sessanta anni, è la sola genuina democrazia del Medio Oriente, il solo sincero amico dell'Occidente nella regione. Centinaia di migliaia di famiglie ebree dipendono dalla sua esistenza per il loro presente ed il loro futuro. Metterla in discussione o soltanto porre in dubbio la legittimità dello stesso Israele nella sua forma attuale sarebbe criminale. Consentirne la caduta inoltre avvantaggerebbe i fondamentalisti islamici, che se ne attribuirebbero il merito presso i correligionari, avanzando ulteriori esorbitanti pretese.
Del resto in generale la storia del potere è storia di errori e di crimini. Se le origini storiche e il fondamento ideale e concettuale dovessero guidare il giudizio sul destino degli stati, quale di loro si salverebbe?





sabato 5 giugno 2010

Crocevia della storia. Stalin e Hitler trattarono una pace separata durante la Seconda guerra mondiale?.




Chi ha qualche interesse per la storia del Novecento sa che alla fine dell'estate del 1939 Tedeschi e Sovietici si accordarono per invadere la Polonia e spartirsi il suo territorio.
L'invasione della Polonia fu seguita dalla dichiarazione di guerra di Gran Bretagna e Francia alla Germania nazista. Cominciò così la Seconda guerra mondiale.
La collaborazione tra Tedeschi e Sovietici si spinse fino quasi alle soglie dell'alleanza formale.
Ma nel giugno del 1941 Hitler decise di attaccare l'Unione sovietica. Dopo i successi iniziali i Tedeschi non riuscirono a ottenere una vittoria decisiva. Si arrivò così, nell'incertezza, al giugno del 1943.
Americani e Britannici erano intanto impegnati su due fronti. In Estremo oriente contro i Giapponesi. In Europa, dopo aver costretto alla resa Tedeschi ed Italiani in Africa settentrionale, preparavano lo sbarco in Sicilia, poi realizzato in luglio. 

"In giugno Molotov si incontrò con Ribbentrop a Kirovograd, in quel momento 15 km. al di qua delle linee tedesche, per esaminare quali possibilità esistessero di porre fine alla guerra. Secondo ufficiali tedeschi che presero parte all'incontro in qualità di consiglieri tecnici, Ribbentrop proponeva come principale condizione di pace che la futura frontiera della Russia corresse lungo il Dnepr, mentre Molotov non si diceva disposto a prendere in considerazione alcuna soluzione che non prevedesse il ripristino delle frontiere originali; la discussione si protrasse a lungo per la difficoltà di conciliare queste due posizioni così lontane e fu infine interrotta quando sembrò che la notizia dell'incontro fosse trapelata, giungendo all'orecchio delle potenze occidentali. La sentenza veniva così di nuovo demandata al campo di battaglia."

La storiografia più recente ha sottoposto a serrata critica il valore scientifico degli scritti di Liddell Hart, coinvolto negli avvenimenti e spinto dalla preoccupazione di difendere il suo prestigio. In questa prospettiva merita particolare attenzione John J. MEARSHEIMER, Liddell Hart and the Weight of History , 2010, Cornell University Press. Mearsheimer esamina criticamente il lavoro di Liddell Hart presentando argomenti diretti a demolirne la credibilità. Come sempre è nessaria una valutazione attenta ed equilibrata.
Sul tentativo di pace separata dato per avvenuto da L. Hart prevale tra gli storici un forte scetticismo, fondatamente determinato dalla mancanza di fonti. Un tentativo di pace separata nei termini riferiti da L. Hart è dunque improbabile, ma non impossibile. La paranoia di Stalin, il suo cinico opportunismo e quello di Hitler, non ci consentono di escludere del tutto l'ipotesi. Il sorprendente patto Molotov Ribbentrop del 1939 deve far riflettere.

A questo fine è certamente utile fermare l'attenzione sulle complessive relazioni tra URSS e regime nazista fino al giugno del 1941, in particolare sul poco noto "Protocollo segreto".


venerdì 28 maggio 2010

Ernesto GALLI DELLA LOGGIA, Tre giorni nella storia d'Italia.




Lo storico Ernesto Galli della Loggia in questo piccolo grande libro prende in esame tre momenti cruciali della storia italiana: la marcia su Roma, che portò al potere Mussolini, la vittoria elettorale della Democrazia Cristiana e dei suoi alleati nel 1948 ed il successo elettorale di Berlusconi nel 1994. Da questa prospettiva privilegiata riflette sul tormentato passaggio del nostro paese alla democrazia libera ed alla modernità postagricola.
Emerge il quadro di un'Italia dai tratti peculiari, quasi prigioniera della propria diversità eppure con un futuro aperto, di cui occorre iniziare un percorso di comprensione che superi luoghi comuni e tradizioni storiografiche consolidate. Delle anomalie di oggi Galli della Loggia propone spiegazioni che fanno riferimento prevalentemente ad un passato recente, evitando quando possibile richiami a vicende lontane, idonei più a costruire alibi che a suggerire responsabilità e soluzioni. Ne risulta un'opera agile e penetrante, da considerare un'efficace introduzione alla storia dell'Italia contemporanea.
Sarà utile in particolare ai giovani, stanchi di libri scritti più per diventare armi nelle battaglie culturali e politiche che per essere strumenti di ricerca della verità.




sabato 22 maggio 2010

Crisi dello stato sociale contemporaneo. Le cicale sapranno e potranno pazientare?

Piero Ostellino ha qualche giorno fa, sul Corriere della Sera, richiamato l'attenzione sul percorso perverso dello stato sociale contemporaneo. La crisi, estendendosi alle finanze pubbliche ed alla valuta europea, lo rende un peso insostenibile.
Ma la sua crescita enorme ed abnorme è stata accompagnata dalla decadenza della famiglia tradizionale come elementare spazio di solidarietà e dalla caduta della propensione al risparmio personale. I carichi assistenziali e previdenziali non possono così più ritornare agevolmente a gravare su famiglie ed individui, oggi inadeguati.
Tradizioni ed abitudini non si costruiscono. Esiste una netta asimmetria tra le azioni e gli eventi capaci di provocarne il declino ed i processi in larga misura spontanei che ne consentono l'affermazione.
Come ha ben messo in rilievo lo stesso Ostellino, la crisi può trasferirsi alle istituzioni della democrazia libera e dello stato di diritto. Si tratta di istituzioni dotate di buona solidità. Possono reggere bene se troveranno validi difensori: intellettuali, sindacalisti e politici capaci di frenare passioni, appetiti ed illusioni. Ce ne sono ancora?

giovedì 13 maggio 2010

Galileo e gli anelli di Saturno. Le osservazioni sono ipotesi.




Anche i grandi sbagliano. Galileo Galilei non sfuggì alla regola. Riflettere su uno dei suoi errori ci aiuta a superare un empirismo ingenuo. Il paleontologo Stephen Jay Gould, nel suo Le pietre false di Marrakech (pag. 45 e segg.), scrive:

"Galileo puntò il telescopio anche su Saturno, il più lontano dei pianeti noti a quel tempo, e vide i famosi anelli. Non riuscì però a visualizzare o interpretare in modo corretto ciò che aveva osservato, presumibilmente perchè nel suo mondo concettuale non c'era "spazio" per un oggetto così peculiare (e il telescopio era troppo rozzo per raffigurare gli anelli in modo abbastanza chiaro da costringere la sua mente, già confusa da tante sorprese, alla conclusione più peculiare e imprevista di tutte)".

"Galileo...interpretò Saturno come un corpo triplice, formato da una sfera centrale affiancata da due sfere minori a contatto con essa".

"Galileo non annuncia la sua soluzione per mezzo di espressioni come "congetturo", "ipotizzo", "inferisco" o "mi pare che sia l'interpretazione migliore...". Egli scrive invece audacemente "ho osservato".

E lo stesso Gould così commenta:

"L'idea che l'osservazione possa essere pura e incontaminata (e perciò incontestabile) - e che i grandi scienziati siano, di conseguenza, persone in grado di affrancare la propria mente dalle costrizioni della cultura circostante e raggiungere conclusioni rigorose attraverso esperimenti e osservazioni privi di intralci, uniti a un ragionamento logico chiaro e universale - ha spesso arrecato danno alla scienza, trasformando il metodo empiristico in una formula vuota"

Le secche sintesi di Karl Popper (La ricerca non ha fine pagg.84 e 152) mettono ancor meglio a fuoco il problema:

"...non può darsi alcuna osservazione libera da teoria, e nemmeno un linguaggio libero da teoria"

"...le teorie scientifiche restano sempre ipotesi o congetture..."

Ammettiamo dunque che le osservazioni non sono che... ipotesi. Questa consapevolezza deve rendere ai nostri occhi la scienza meno grande? No. Perchè con questi fragili ed incerti strumenti ha cambiato la nostra vita. In meglio.

venerdì 7 maggio 2010

Russia. L' Occidente è più vicino.

In Russia novità per la commemorazione della vittoria nella Seconda guerra mondiale. Alla parata celebrativa parteciperanno anche truppe americane, britanniche, francesi e polacche. Un ulteriore indizio del riavvicinamento in atto tra Russia, Unione Europea e Stati Uniti. Importanti anche le dichiarazioni del presidente russo Medvedev. Emerge una valutazione critica non solo dello stalinismo ma di tutta l'esperienza sovietica. La Russia di Medvedev e Putin va attesa alla prova dei fatti. Ma sembrano sbagliate le interpretazioni che seguono il solo filo conduttore della continuità imperiale. E' venuto meno l'apparato ideologico marxista-leninista ed il paese è incomparabilmente più aperto verso l'esterno. Per la prima volta la Russia ha davvero davanti a sè la prospettiva di una modernizzazione che non si realizzi interamente a spese dei diritti e delle libertà. Se realmente i governanti di questo grande, composito e contraddittorio paese perseguono tale obiettivo Stati Uniti ed Unione Europea rappresentano il punto di riferimento necessario. L'allargamento dei confini dell'Occidente può oggi avvenire non contro ma insieme alla Russia. Si tratta di un percorso difficilissimo ma che si deve saggiare.

mercoledì 28 aprile 2010

Joseph Ratzinger. Un tedesco contro il nazismo.

Il 4 giugno 2004, in occasione delle celebrazioni per il 60° anniversario dello sbarco alleato in Normandia, l'allora cardinale Joseph Ratzinger, oggi papa Benedetto XVI, pronunciò un importante discorso.

Ratzinger qui incisivamente denuncia la natura criminale del nazismo ed il modo in cui ottenne l'obbedienza di molti tedeschi.
L'attuale pontefice espone le ragioni che inducono a rifiutare un pacifismo assoluto, in accordo con la Tradizione ed il Magistero della Chiesa cattolica.

" Un criminale con i suoi accoliti era riuscito a impadronirsi del potere in Germania. Sotto il dominio del Partito, il diritto e l’ingiustizia si erano intricati tra loro in maniera pressoché indissolubile, tanto da travasarsi spesso l’uno nell’altra e viceversa".

"Al servizio di questo dominio della menzogna stava un regime di paura, nel quale nessuno poteva fidarsi dell’altro perché tutti in qualche modo dovevano proteggersi sotto la maschera della menzogna. Così fu di fatto necessario che il mondo intero intervenisse a spezzare il cerchio dell’azione criminale, perché fossero ristabiliti la libertà e il diritto. Oggi noi siamo grati al fatto che questo sia avvenuto, e a esser grati non sono soltanto i Paesi occupati dalle truppe tedesche. Noi stessi, i tedeschi, siamo grati perché, con l’aiuto di quell’impegno, abbiamo recuperato la libertà e il diritto.
Se mai si è verificato nella storia un bellum justum è qui che lo troviamo, nell’impegno degli Alleati, perché il loro intervento operava nei suoi esiti anche per il bene di coloro contro il cui Paese era condotta la guerra. Questa constatazione mi pare importante perché mostra, sulla base di un evento storico, l’insostenibilità di un pacifismo assoluto. Il che non ci esenta in alcun modo dal porci con molto rigore la domanda se oggi sia ancora possibile, e a quali condizioni, qualcosa di simile a una guerra giusta, vale a dire un intervento militare, posto al servizio della pace e guidato dai suoi criteri morali, contro i regimi ingiusti.
Soprattutto, si spera che quel che abbiamo fin qui detto aiuti a comprendere meglio che la pace e il diritto, la pace e la giustizia sono inseparabilmente interconnessi. Quando il diritto è distrutto, quando l’ingiustizia prende il potere, la pace è sempre minacciata ed è già, almeno in parte, compromessa".

"Certamente la difesa del diritto può e deve, in alcune circostanze, far ricorso a una forza commisurata. Un pacifismo assoluto, che neghi al diritto l’uso di qualunque mezzo coercitivo, si risolverebbe in una capitolazione davanti all’iniquità, ne sanzionerebbe la presa del potere e abbandonerebbe il mondo al diktat della violenza. Ma per evitare che la forza del diritto si trasformi essa stessa in iniquità, è necessario sottometterla a criteri rigorosi e riconoscibili come tali da parte di tutti".

Queste severe parole di Ratzinger riassumono il tradizionale insegnamento della Chiesa cattolica.
Si veda, ad esempio, una lettera di sant'Agostino al generale Bonifacio (417 circa):

"Non credere che non possa piacere a Dio nessuno il quale faccia il soldato tra le armi destinate alla guerra".

"La pace deve essere nella volontà e la guerra solo una necessità, affinché Dio ci liberi dalla necessità e ci conservi nella pace! Infatti non si cerca la pace per provocare la guerra, ma si fa la guerra per ottenere la pace! Anche facendo la guerra sii dunque ispirato dalla pace in modo che, vincendo, tu possa condurre al bene della pace coloro che tu sconfiggi. Beati i pacificatori - dice il Signore - perché saranno chiamati figli di Dio."

"Sia pertanto la necessità e non la volontà il motivo per togliere di mezzo il nemico che combatte. Allo stesso modo che si usa la violenza con chi si ribella e resiste, così deve usarsi misericordia con chi è ormai vinto o prigioniero, soprattutto se non c'è da temere, nei suoi riguardi, che turbi la pace".

Benedetto XVI: un tedesco contro il nazismo e contro ogni totalitarismo.

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