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giovedì 19 luglio 2012

Politica. L' offerta e la domanda.


Il professor Angelo Panebianco in un editoriale sul Corriere della Sera ha scritto:

"Viviamo in una fase ove è costante la tensione fra la democrazia e l'Europa, fra gli orientamenti degli elettorati e l'esigenza di salvaguardare il progetto comune europeo. È una tensione che a volte si riesce a tenere sotto controllo e a volte degenera in conflitto aperto. La frattura, che attraversa l'eurozona, fra le democrazie nordiche e le democrazie mediterranee, ne è espressione".

" Per quanto ciò possa apparire paradossale (e «politicamente scorretto»), quasi tutti, in Italia e fuori, temono il momento in cui la «democrazia» si riprenderà le sue prerogative, il momento in cui, fra meno di un anno, gli elettori si pronunceranno. Perché c'è in giro tanta paura della democrazia? Perché, a torto o a ragione, è diffusa la convinzione che le forze politiche fra le quali si distribuiranno i voti degli italiani, siano tutte inadeguate, costitutivamente incapaci di perseverare nelle politiche di risanamento che la crisi ha reso necessarie".

Quale via d' uscita? Secondo Panebianco le forze politiche dovrebbero condurre le campagne elettorali a colpi non "di promesse generiche  ma di progetti specifici". Occorre insomma qualificare l' "offerta" politica. Ma è davvero questa la soluzione?


Antonio Polito, sempre sul Corriere della Sera, ha invece scritto:

"Fuor di metafora, è diventato di moda condannare l'austerità e suggerire alternative keynesiane: iniezioni di denaro pubblico per battere la recessione. Ma mentre da noi le si invoca, in Germania sono convinti che l'Italia di oggi sia proprio il frutto di un lungo ciclo di politiche keynesiane. E in effetti è legittimo pensarlo di un Paese che ha accumulato la bellezza di duemila miliardi di euro di debiti".


Bisogna opporsi a tale tendenza maggioritaria nell' opinione pubblica italiana, frutto di decenni di propaganda politica irresponsabile e dell' egemonia di culture illiberali. Manca  una consapevolezza diffusa dei lineamenti e delle derive delle democrazie contemporanee. E' dunque necessario qualificare, più che l' "offerta",  la "domanda" politica.
Determinante si è rivelato il fallimento educativo della scuola dell' obbligo, chiamata a formare il cittadino elettore. Non è difficile insegnare a un adolescente che le nostre democrazie spendono gran parte delle loro risorse per sanità, pensioni, stipendi dei dipendenti pubblici e che quando le spese superano le entrate il debito graverà sulle generazioni future, compromettendone le prospettive. Eppure quasi nulla è stato fatto.
Non si tratta semplicemente di informare i giovani, ma di educarli alla libertà responsabile e a manutenere democrazie complesse e costose. Sbaglia chi crede che un liberale possa e debba separare l' informazione dall' educazione. I liberali da sempre puntano sulla educazione. In questa intervista Karl Popper affronta il tema con particolare chiarezza.

Giova infine riproporre questa considerazione di Tocqueville, a spiegazione dell' affermazione della libertà repubblicana americana, tratta dal Viaggio negli Stati Uniti, Quaderno E ( pag. 262 - 1990):

"Vi è un' importante ragione che supera ogni altra e che, dopo che tutte sono state soppesate, da sola fa pendere la bilancia: il popolo americano, considerato nel suo complesso, è non soltanto il più illuminato del mondo, ma, cosa che considero molto superiore a tale vantaggio, è il popolo che possiede l' educazione politica-pratica più evoluta".










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